Fra i due mondi

Part 9

Chapter 93,815 wordsPublic domain

Di tutte le bizzarre cose che da parecchi giorni l’Alverighi ci veniva dicendo e raccontando, nessuna ci meravigliò più di questa: il Cavalcanti restò addirittura di sasso; tacque per un momento, poi quasi balbettando:

— E allora.... per qual ragione è andato in America, lei? — chiese.

Ma come godendosi la nostra sorpresa, l’Alverighi volle accrescerla divagando.

— Sono andato in America, per arricchire, io? Ma lo sanno loro, che a diciotto anni io avevo fatto voto di povertà, come un monaco antico? Ero spiritato dall’idea di diventare, non sapevo precisamente che cosa — andava a giornate — un grande poeta, un grande filosofo, un gran romanziere, una di queste cose, tutte queste cose insieme: un uomo unico insomma, come diceva lei, Cavalcanti, l’altra sera. Ero pazzo da legare, d’accordo: ma un posticino di professore in un ginnasio di Sicilia era tutto il mio regno terreno e mi bastava; ma un cento lirette al mese, nette di ricchezza mobile, mi parevano l’appannaggio sufficiente di un uomo di genio, gestante di capolavori immortali. Sono nato in una famiglia di asceti; io....

— Ma allora, perchè è andato in America? — chiese di nuovo il Cavalcanti.

— Perchè? Perchè ero pronto, sì, a faro voto perpetuo di povertà ma volevo diventare un gran savio.... E poichè tra i diciotto e i ventidue anni mi accorsi che l’Europa non voleva darmi la sapienza....

— Lei è andato a cercarla in America? — esclamò il Cavalcanti, alzando le braccia, trasecolato.

Ma l’Alverighi a sua volta incrociò le braccia senza fretta, si appoggiò al tavolo e piantandogli gli occhi in faccia, pacatamente, quasi scandendo le parole:

— Sicuro! — disse. — Sono andato in America a cercare la verità e non l’ho soltanto cercata.... L’ho anche trovata. Non mi crede? Le sembra strano? Anche lei dunque pensa che l’America non sia altro che terra da oro? Vergogna!

Il Cavalcanti restò un istante immoto e silenzioso, certo perchè non sapeva più, come tutti noi del resto, che giudizio fare di questi strani discorsi; poi:

— Ma sa che mi interesserebbe molto — disse scherzosamente e sorridendo — di saper come questo miracolo è avvenuto? Perchè proprio che l’America sapesse far di questi miracoli, non lo credevo!

— La storia però — rispose l’Alverighi seriamente — sarebbe un po’ lunga a raccontare....

— Il tempo non ci manca — replicò il Cavalcanti.

L’Alverighi parve riflettere un istante: poi serrando le spalle:

— Se lei vuole.... Quando vuole!

— Questa sera stessa!

L’Alverighi si volse allora al Rosetti; e:

— Venga anche lei, ingegnere — gli disse. — Spero di poterle annunciare che anche quest’ultima tirannide della vecchia Europa — l’arte — che lei crede imperitura o quasi, sta per cadere. È già quasi caduta, anzi: tempi nuovi sorgono; il mondo troverà finalmente la felicità nella ricchezza e nella libertà: l’ho scoperto stanotte! Appunto perchè l’interesse è il motivo delle nostre ammirazioni estetiche, il dominio intellettuale dell’Europa non può più durare!

VII.

Un’ora dopo, infatti, il Cavalcanti, il Rosetti ed io sedevamo a cerchio, sdraiati sui seggioloni, intorno a un piccolo tavolo, a due bottiglie di Champagne e a parecchie scatole di sigari, sul ponte di passeggiata, nel vano che a mezzo della nave faceva la parete di ferro, ripiegandosi dopo la porta delle cabine, per ascoltare le confidenza dell’Alverighi. La notte era senza luna e calda: sotto i nostri piedi la ferrea mole del «Cordova» fremeva sordamente: l’Oceano squarciato dalla nave scrosciava continuo nelle tenebre, come una cascata vicina e invisibile. L’Alverighi tracannò in fretta un bicchiere di vino; accese un grosso avana; appoggiò gli avambracci sui bracciuoli; si curvò un po’ come per avvicinarsi a noi; e senza badare ai passeggeri che, soli o a coppie, passeggiavano sul ponte:

— Già l’ho detto — incominciò. — Sono nato in una famiglia di asceti. Mio padre e mia madre — non ci posso pensare senza sentirmi una fitta al cuore, che essi sono morti ed io sono ricco — avevano ricevuti da Dio tutti i doni: la bellezza, la bontà, l’intelligenza: eppure che profitto ne ricavarono, nella vecchia Europa? Vissero nell’indigenza e nella servitù, lui insegnando _rosa rosae_ ai ragazzi, lei educando con mille stenti parecchi figliuoli, senza lagnarsi mai, ma senza vantaggio di nessuno; perchè se almeno ci fosse, tra le migliaia di scolari che gli passarono per le mani, uno che sapesse ancora il latino! E io avrei dovuto continuare la tradizione!... A diciotto anni entravo studente in una facoltà di lettere e filosofia. Ero matto allora, l’ho già confessato: volevo imparare qualche cosa, studiando in una scuola dell’Europa: e quindi trovai subito gli infermieri pubblici che mi somministrarono la doccia, per guarirmi di questa follia. «Studi l’aoristo nei frammenti di Xenofane, se vuole un argomento serio», mi disse un giorno uno di questi professori, a cui avevo confidato di voler tentare per l’appunto uno studio sulla storia dell’idea del progresso. Che io mi fossi votato alla povertà no, non bastava: volevano anche a ogni costo ammazzare la mia intelligenza, ridurmi imbecille, quei miei dotti maestri: e perciò mi chiusero in una cantina; e lì si divertirono a sbriciolarmi davanti in minuzzoli i capolavori della letteratura e le grandi idee filosofiche; e mi obbligarono a raccattare da mattina a sera, ginocchioni, con il naso a terra, queste briciole impercettibili, oggi di qua, domani di là. Naturalmente sciupai quattro anni. Non che sia stato con le mani in mano: tutt’altro: in quei quattro anni abborracciai un romanzo, due drammi, un sistema di filosofia e non so quante altre corbellerie di questo genere; ma il bell’effetto di tutto questo scribacchiare e almanaccare fu che a diciotto anni mi credevo un genio e avevo torto; ma a ventidue, dopo quattro anni di studi, temevo di non essere buon’a nulla, e di nuovo pure avevo torto, perchè insomma, un certo ingegnaccio Domeneddio me l’aveva dato. Che ero capace di far qualche cosa, l’ho provato, mi sembra. Per fortuna, alla fine, mi ribellai e scappai in America. Si ricorda, Ferrero? A Rosario le raccontai di un certo mio professore.... Era il solo che mi volesse bene. Ma poveretto! era un po’ rimbambito: parlava dell’America come se ci stesse di casa e la conosceva quanto il pianeta Marte. Come mai s’era fitto in capo che l’America avesse proprio un così gran bisogno della filosofia dell’Europa? Fatto sta che mi ripeteva sempre che c’era troppa filosofia in Europa e troppo poca in America; che bisognava avviare una emigrazione di pensatori e di filosofi dal vecchio mondo verso il nuovo! Pazzie! Ma quanto le dovrei benedire, adesso, quelle pazzie! Perchè mi diedero la spinta di cui avevo bisogno.... E un bel giorno mi decisi e partii — non ridete — per l’America, con l’intenzione di insegnare, là, filosofia; sventatamente, così, sulla parola di quel mio maestro che mi ripeteva: «Va, va; un giovane d’ingegno come tu sei, troverà subito. Nei paesi giovani, sono i giovani che fanno fortuna....»

Tacque un istante, pensoso, come chi guarda a ritroso fatti e cose lontane. Noi pure tacemmo.... Indi ripigliò:

— Dunque quel che mi cacciò dall’Europa non fu la povertà: fu l’insufficienza di quella sua tanto vantata cultura, l’impotenza del suo sapere ufficiale.... Vi meravigliate? Eppure è così. Non vi meraviglierete, invece, credo, se io vi dirò che sulle porte dell’America trovai, ad accogliermi, la Fame! Per settimane intere ho pranzato e cenato con una tazza di latte. Ma insomma anche di pane solo si vive: e nei primi tempi l’appetito non fu il tormento peggiore.... Ricorda, Ferrero, la storia di quei tempi terribili? Gliela ho raccontata per disteso a Rosario!

Me ne ricordavo; non solo, ma aggiunsi che l’avevo già raccontata, in succinto, al Cavalcanti e al Rosetti.

— Benissimo! — continuò l’Alverighi. — Voi sapete quindi che dovetti a ventiquattro anni imparare una professione più seria che quella di filosofo; rifarmi da capo con gli studi, e che studi! E studiare la giurisprudenza non bastava: bisognava anche vivere. Ho fatto il contabile; ho scritto dei sonetti per nozze, ho compilato una guida di Buenos-Aires! Ma che strazio, ma che disperazione, ma che furori: io, io che laggiù avevo aspirato ad essere un uomo unico! Ora che la speranza era perduta, mi pareva che se fossi rimasto in Europa sarei diventato in pochi anni un grande scrittore: mi sentivo istupidire: per tre anni, si figurino, non osai tirar fuori dalla cassa i libri che erano stati la delizia della mia gioventù. Quante volte ho maledetta l’America! Un giorno pensavo di suicidarmi, un altro di imbarcarmi per l’Europa. Non potevo più guardare gli avvisi dei vapori che partivano, senza sentirmi bruciare gli occhi. Non ritornai, per orgoglio!

Fece una pausa; versò dello Champagne nei bicchieri; bevemmo tutti; mentre il Rosetti osservava che molti hanno trionfato in America, perchè al momento della disperazione non hanno potuto scappare. Il Cavalcanti aggiunse che in tutte le imprese la necessità fa più eroi che la natura. Mentre così parlavamo, vidi uscire dalla porta della cabina e passare innanzi a noi, quasi correndo, Lisetta, la cameriera della signora Feldmann.

— Alla fine — ripigliava intanto l’Alverighi — presi quella benedetta laurea di avvocato, entrai in uno studio di Rosario; e mi misi a questo ingrato mestiere. Ma chi me lo avesse detto, in Italia! E che tristezze ho provate! L’Europa mi stava proprio nel cuore; mi pareva di esser decaduto. Fu allora che incominciai a desiderare la ricchezza, ma per stordirmi, come un compenso, tanto per non camminare per il mondo senza una meta.... In Argentina, chi lavora, guadagna molto: io lavorai senza riposo: dopo due anni il mio avvocato si ritirò e mi cedette lo studio a buone condizioni: nel 1894 avevo risparmiato già trentamila piastre: e come fanno tutti, comprai un terreno, nella provincia di Buenos-Aires, che ne costava cinquantamila. Una banca mi prestò il denaro, che mi mancava. E allora, alla fine, un bel giorno, la Fortuna mi saltò improvvisamente al collo, quando meno me l’aspettavo. Fa sempre di questi scherzetti, in America, la Fortuna: la credete lontana mille miglia; e vi è alle spalle, che si avvicina in punta di piedi per non farsi sentire.... Proprio allora una pianticella dalle foglie d’oro invadeva le pianure argentine. Se li ricorda, Ferrero, quei campi sterminati di erba medica, i più belli del mondo, che abbiamo attraversati insieme in ferrovia? I Campi Elisi del mondo moderno, dove la vita rigermoglia dalla ferita stessa che l’ha troncata? dove seminata una volta l’alfalfa rivegeta indefinitamente dopo il taglio, sin tre volte all’anno e ad ogni anno nuovo? La pianta che cresce da sè, senza bisogno delle cure degli uomini, perchè da sè cerca con le lunghe radici l’acqua della terra sino a due metri sotto il suolo?... Seminato che sia una volta, non c’è più che da falciare....

In questo momento vidi ripassare frettolosi Lisetta e l’ammiraglio: ed ambedue entrare nella porta che conduce alle cabine.

— Una pianta che a coltivarla richiede così poche braccia, — continuava l’Alverighi — era un dono degli Dei all’Argentina: eppure l’Argentina per lunghi anni non se ne era accorta....

— Don Bernardo de Irigoyen però — interruppe il Rosetti — mi ha parecchie volte raccontato che tanti anni fa, sin dal 1860 se ricordo bene, aveva provato a seminare l’alfalfa, ma ci aveva rimesso non poco denaro.

— È vero, è vero — rispose l’Alverighi. — Ma allora l’erba non si esportava ancora in Europa e neppure la carne; l’Argentina non aveva stalle, i pascoli naturali bastavano. Il buon momento non era ancora venuto, insomma. Ma quando venne.... Vi racconterò solo il caso mio.... Uno dei tantissimi.... Perchè queste sono cose che in America capitano tutti i giorni e nessuno ci bada più.... Solo agli Europei, poveracci, sembrano miracolose. Dunque tre mesi dopo che avevo comperata la mia terra, scoprivo l’acqua a un metro di profondità, e un anno dopo la vendevo per duecentomila piastre. Ripagata la banca mi restavano più di centosettantamila piastre, quasi quattrocentomila lire, guadagnate in un anno: quanto bastava per ritornare in Italia a vivacchiare di rendita.... Confesso che, a sentirmi quel mezzo milioncino in tasca, un momento tentennai anche io, ma un momento solo!

Fece una pausa; tracannò un bicchiere di Champagne, e continuò con foga crescente:

— Sicuro, sono rimasto: e per diventare un savio! L’America e l’alfalfa e non l’Europa e le sue Università mi hanno fatto filosofo. Si ricorda, Ferrero, tutti quei banchieri, estancieri, chacareri, mercanti di grano, francesi, inglesi, tedeschi, italiani, argentini, che lei ha intravisti a Rosario nei clubs, nei ricevimenti, nei banchetti, in quei tre giorni che è stato tra di noi? Lei li ha visti di volo: io invece, mi buttai a capo fitto negli affari, e dovetti viverci in mezzo: ma che meraviglia, a mano a mano che li conoscevo! Non potevo credere ai miei occhi; mi pareva di sognare; ero sbalordito. Ma come? Erano dunque venuti da ogni parte del mondo; si erano ritrovati per caso sulle sponde del Paranà; non tutti erano uomini di gran sapere e levatura; tutti vivevano nel basso mondo della materia, come si dice in Europa; per arricchire.... Eppure.... Lei se ne è persuaso, non è vero, Ferrero? Quelli, come gli uomini di affari delle due Americhe, sono uomini, non bestie feroci: si mordono, ma non si sbranano: ciascuno vuole il vantaggio suo e non il danno, l’umiliazione, la disperazione, la morte del rivale; non c’è sconfitta definitiva laggiù, per chi non si perde d’animo; sono tutti ottimisti e si vergognerebbero di non sperar bene dell’avvenire. L’ottimismo americano! Ma è una meravigliosa aurora boreale nella grigia storia del mondo, l’ottimismo americano! e l’Europa qualche volta osa perfino sorriderne, come di una fanciullaggine! Del resto ne abbiamo qui a bordo un campione: il Vazquez. C’è uomo più calmo, sereno, composto, misurato, preciso, sicuro di sè, ottimista? Ora supporreste voi che quell’omino così semplice e gentile, a misurar tutte le terre che ha, possiede qualche cosuccia grande come la Lombardia? Possedere la Lombardia! Sono cose che fanno venire le vertigini, in Europa.... In America invece chi se ne stupisce? Può capitare a tutti, un giorno o l’altro.... Dunque io mi vidi trasportato, come in sogno, in mezzo a persone alacri, svelte, destre, vigorose alla difesa del proprio interesse; ma non inacidite, nè maligne e perverse; esenti da quell’orribile gelosia per cui ogni bene altrui tormenta come un male proprio; consapevoli che i loro piccoli conflitti quotidiani si riconciliano nel progresso universale, da cui il paese è travolto; gente solida, insomma; uomini veri e non ombre; _nice fellows_, come dicono nel Nord, che valgono tanto oro quanto pesano! E profondamente stupefatto mi volsi allora verso l’Europa: e vidi gli uomini che vivono al di sopra dei sordidi interessi della ricchezza, nell’atmosfera olimpica delle idee e delle forme pure....

Fece una pausa.

— Li vidi rabbiosi, invidiosi, maligni, bugiardi, intolleranti, perversi, immondi! — esplose poi.

Sorridemmo: ma in quel momento un cameriere che passava, vedendo vuoti i nostri bicchieri, si avvicinò, riuscì, con il vino residuo, a ricolmarli ancora una volta. Interrompemmo la conversazione per bevere; e allora il Rosetti ci propose di levarci e di continuare il discorso passeggiando sul ponte. Il Rosetti e l’Alverighi nel mezzo, il Cavalcanti ed io ai loro fianchi, il Cavalcanti dalla parte della parete e dell’Alverighi, io a lato del Rosetti e dalla parte della ringhiera, incominciammo tutti e quattro a passeggiare su quello stretto margine illuminato della infinità tenebrosa, lunghesso lo scrosciar di cascata dell’Oceano squarciato dalla nave, voltando ora le spalle alla prua ora alla poppa, e ciascuno girando su sè medesimo, ogni volta che giungevamo all’uno dei due capi. Intanto l’Alverighi continuava:

— Lei, signor Cavalcanti, mi chiedeva l’altro giorno nel suo bellissimo discorso.... A proposito: c’erano delle idee in quel discorso: ah se lei non europeizzasse tanto!... Dicevo, dunque? Sì: lei mi chiedeva perchè in Europa ogni filosofo, ogni scrittore, ogni artista voglia essere solo; e se potesse sterminerebbe tutti i suoi rivali; e poichè non può nè avvelenarli, nè farli uccidere da dei sicari, nè deportarli con una _lettre de cachet_ in qualche nuova Bastiglia o in lontane terre malariche....

— Ma io non ho accusato di tanti misfatti — interruppe ridendo il Cavalcanti — l’alta cultura dell’Europa. Ho lamentato solamente che sia così intollerante!

— Insomma, — ripigliò l’Alverighi — non potendo toglier di mezzo i propri rivali, cerca di screditarli con ogni mezzo. Perchè il maestro scomunica il discepolo se fa un passo solo fuori dei confini del suo sapere; e il discepolo si affretta a rinnegare il maestro appena si accorge che l’ha spremuto fino alla buccia? Perchè i vecchi fanno finta di non vedere i giovani, e i giovani gridano loro alle spalle: crepate al più presto? Perchè giovani e vecchi, grandi e mediocri, sono tutti cannibali?

Fece una pausa. Il Cavalcanti non mosse parola.

— Non se lo spiega, non è vero? — riprese. — Perchè lei è un americano. Ma io sono stato, pur troppo, europeo: e io, sì, me lo spiego. Quando ebbi finalmente la felice idea di voltar le spalle al vecchio mondo e di salpare per l’America, lo crederebbe lei? eppure io avevo già contratte tutte le febbri palustri del mondo mediterraneo. Tutte, a ventidue anni! La febbre filosofica, la febbre letteraria, la febbre politica, tutte le febbri malariche che fermentano nella vecchia palude greco-latina: la smania di eccellere, di gioire, di farsi grande, ricco, potente, celebre, unico per opposizione, in mezzo alle discordie, alle guerre, alle rovine, al disordine. A quella tenera età ero già stato verista e romantico, mistico e materialista, bacchettone ed ateo, monarchico e socialista; così, come si fa in Europa, non per amor di un principio ma per puntiglio, per vanità, per odio del principio opposto e delle persone che lo professano, per la smania di far carriera o di arraffare qualche impiego o di far parlare di sè.... La guerra è il principio di tutte le cose, come diceva Eraclito. Ma l’Argentina mi risanò. Quando, piccolo e inesperto, mi trovai di fronte quell’infinito e placido oceano di pianure che distendono da un orizzonte all’altro la divina loro tranquillità verde; e lì — altro che libri e chiacchiere! — dovetti seminare, mietere, vendemmiare, falciare, incominciai finalmente a ragionare. Rodersi, mentire, infliggere a sè ogni sorta di privazioni, commettere ogni sorta di perfidie, dilaniarsi, per contendersi il dominio di nomi, la proprietà di soffi di voce, il regno di parole che non hanno senso e di opinioni che mutano come le nuvole, quando c’erano ancora tante pianure intatte in cui affondare l’aratro? C’è forse nella vita impresa più nobile, più alta, più bella che il produrre ricchezza: dei beni, cioè cose che sono buone per definizione, che giovano a tutti, che a tutti dànno felicità, appagamento, comodo, piacere, sicurezza? Ma ditemi dunque: che cosa ha sognato l’uomo sin dalle origini del tempo se non il Paradiso Terrestre, la Terra Promessa, il Giardino delle Esperidi, l’Età dell’oro, l’Arabia Felice: una unica cosa, sotto nomi diversi, l’Impero della natura e l’Abbondanza? E il gran mito fantasticato per tanti secoli rabbiosamente, non si avvera forse alla fine, di là dall’Oceano, in quei paesi miracolosi dove una pianta sola, l’alfalfa, il grano, il lino, il cotone, il caffè, possono fare, in pochi anni come nella favola, di un pezzente come ero io un milionario, di un deserto e di un villaggio, uno Stato fiorente e una splendida città, come San Paolo del Brasile? E come è possibile che l’Europa non se ne dia per intesa; e continui a infuriare, odiare, scomunicare, maledire; e macchini tormenti e violenze; e storpi migliaia di giovinezze fiorenti, come storpiò la mia, per decidere se il mondo deve esser governato in nome di Dio o in nome del popolo, se l’arte classica è più bella della romantica, se una persona intelligente ha il diritto o non lo ha di mandare una buona volta a quel paese Omero e Cicerone; e qual paese valga più, o la Francia, o l’Inghilterra, o la Germania: tre pezzetti di terra che ci vuol la lente a scoprirli sul mappamondo a paragone dei nostri Stati! E da quel giorno, lentamente ma ininterrottamente, sino a questa mattina, ho ricuperata a poco a poco la vista, da cieco che ero; e ho incominciato a vedere, prima come in un barlume poi più chiaramente, il mondo in una parte gioire e risplendere come un’aurora; intristirsi e abbuiarsi nell’altra come un tramonto; quella profondere cantando le sue libere energie nella conquista dell’Abbondanza, l’altra giacer torpida e dolente sotto la tirannide di una oligarchia di giuristi, di filosofi, di letterati, di artisti, di teologi; e finalmente dopo infiniti sforzi, fatiche, esitazioni, questa notte, riflettendo ai suoi discorsi dell’altro giorno, ingegnere, ho capito.... sì ho capito.... Ho capito che la storia per un pezzo si era sbagliata....

Ma a questo punto mi sentii chiamare per nome: mi voltai e vidi pochi passi distante, l’ammiraglio che mi faceva cenno di andare a lui.

— Scusi se la disturbo, — mi disse, quando gli fui vicino — ma ho bisogno, proprio bisogno di lei. Cavalcanti l’ha informato, credo, delle peripezie della signora Feldmann.... Ebbene.... Lei non ne ha colpa; lei non sapeva; ma quelle benedette cose che lei ha dette sul divorzio negli Stati Uniti sono da due giorni una spina al cuore della povera signora. Anche adesso smania, piange, grida che il divorzio è già fatto, che essa non arriverà a tempo, che vuol suicidarsi. Io ho tentato di calmarla; ma non mi crede; dice che sono bugie pietose, le mie.... Mi faccia il favore, venga anche lei; e le ripeta quel che ha detto al Cavalcanti.

Sebbene mi spiacesse di lasciare la conversazione sul più bello, seguii l’ammiraglio, al ponte superiore, dove erano le cabine di lusso. Ancora vestita dello sfarzoso abito scollato di velo azzurro indossato per il pranzo, la signora giaceva prona sul letto, il braccio sinistro appoggiato ad arco sul cuscino, la fronte appoggiata sul braccio, e il volto nascosto in pieno, singhiozzando sommessamente; mentre accanto a lei Lisetta, la cameriera, stava in piedi, reggendo in mano un bicchiere ed un cucchiaino, con l’aria compunta di chi offre inutilmente a un malato una medicina già rifiutata. Dalla magnifica capigliatura che copriva mezzo il cuscino ai due piedini calzati nelle scarpette di raso che uscivano di sotto la veste in fondo al letto, il bel corpo giaceva in un atteggiamento di disperato abbandono; e sole le spalle nude sussultavan ogni tanto allo scoppiar dei singhiozzi, quasi balzando fuori dal busto. Non si mosse quando entrammo: noi pure tacemmo un istante sinchè l’ammiraglio disse:

— «Madame, voici monsieur Ferrero....»

A udire il nome, la signora subito si mosse; si levò rapida sul fianco; si mise a sedere, raccogliendosi intorno alle gambe la veste; e mentre cercava di riassettare alla meglio i suoi pettini e i suoi capelli e si asciugava gli occhi, mi domandò scusa di ricevermi a quel modo. Io risposi come si conveniva; e poi, mentre Lisetta si rincantucciava, incominciai un discorso di circostanza, par confutare quello che avevo detto sabato sera; cercando di persuaderla che una persona in vista non poteva far divorzio a quel modo: troppo grave scandalo ne sarebbe nato! Essa mi ascoltò per un certo tempo guardandomi immobile; poi a un tratto scosse la testa, e con aria sconfortata:

— Lo scandalo, lo scandalo! — disse. — E perchè dovrebbe averne paura mio marito? Gli altri hanno tutti bisogno di lui, e lui non ha bisogno di nessuno. È la forza della Banca, questa....