Fra i due mondi

Part 17

Chapter 173,826 wordsPublic domain

— No, no — rispose spietata. — Ci sono delle cose che non si possono pagare. Anche io desideravo di avere una _social position_ a New-York, ma comprarla a contanti, no....

— Chi è ricco, deve oggi pagare tutto; anche ciò che secondo ragione dovrebbe esser gratuito e che per i più è gratuito: la amicizia, l’ammirazione, la gloria.... l’amore.

— Ma le par giusto?

— È uno dei tanti compensi che i nostri tempi offrono ai poveri. Se no, i ricchi avrebbero tutto: ciò che non si può avere che a peso d’oro e ciò che si deve avere gratuitamente.

— Ma allora, è meglio esser poveri.

— Se sia meglio non so, — risposi, stringendomi nelle spalle. — So che è molto ma molto più facile. — E soggiunsi: — È un sentimento assai nobile, il suo. Solamente.... solamente.... Farlo in generale, sa, non se l’abbia a male: ma in molte persone questo sentimento fa alleanza e un po’ anche si confonde con un altro sentimento meno nobile, questo: l’avarizia. Gli uomini, per esempio, i quali protestano di non voler pagare l’amore, perchè quando è pagato sfiorisce, qualche volta sono dei poeti, ma qualche volta sono semplicemente degli avari.

Mi guardò, sorrise di sottecchi, e:

— Un po’ avara lo sono, lo confesso — disse. Poi, con un salto improvviso, il suo pensiero ritornò allo yacht. — Ma quello yacht — disse ridendo, — fece le mie vendette. La prima volta che uscimmo, che tempesta! Rischiammo di andare a fondo; lui soffrì atrocemente; si credè perduto; implorò aiuto da tutti i santi!... Quando ci penso! Rido ancora oggi. Ritornati a New-York, non lo volle più vedere: irrugginì sei mesi nel porto; poi un bel giorno la vendè in ventiquattro ore per la metà di quel che l’aveva pagato. Ci costò caruccio, quel viaggio!

Brillava in quegli occhi a questo racconto una così spietata allegria, che di nuovo mi domandai se proprio non detestasse il marito e mi sentii spinto a difenderlo.

— Ma infine, — dissi — quel che lei mi racconta non è poi una tragedia. Lei si lagna di essere stata condannata a morire di fame; perchè il destino l’ha nutrita con biscottini troppo dolci. Infine, mi permetta di parlar franco, con un po’ di pazienza....

— Se crede che non ne ho avuta! Perchè alla fine ho sempre ceduto io.

— Ma dopo aver resistito, protestato, combattuto....

— È naturale: perchè avevo sempre ragione!

— E le pare un piccolo torto aver sempre ragione? — le chiesi sorridendo. Poi aggiunsi: — In questo mondo, un po’ di filosofia è necessaria, signora: bisogna o vincere o cedere di buona grazia.

— Anche quando si tratta dell’educazione e dell’avvenire della propria figlia? — mi chiese a un tratto, risolutamente, guardandomi in faccia. — Ma lei vuole andare a pranzo: l’ora è tarda: questi discorsi non l’interessano — aggiunse poi.

Di nuovo protestai; e dopo qualche esitanza e un lungo sospiro, essa riprese:

— Lei che sa tante cose, crede che una malattia possa alterare l’indole di una persona? Mia figlia era un angelo. A dodici anni ammalò di tifo; stette due mesi tra la vita e la morte.... Che mesi! Quante volte ho pregato Dio di far il cambio delle nostre esistenze! L’ho supplicato di prendere me, che avevo già vissuto e di salvar lei... Dio la risparmiò e risparmiò me pure, pur troppo! Dopo quella malattia Giuditta diventò un diavolo. Aveva bisogno sempre e in ogni occasiono di far l’opposto di quanto le si diceva. Si figuri quel che successe quando andammo a stare in Madison Avenue; ed io ebbi tanto da fare; ed essa fu relegata al secondo piano, nelle mani delle istitutrici; e io la vedevo, sì e no, una volta al giorno! Suo padre poi, invece di aiutarmi, la incoraggiava, per debolezza, per non aver noie. «Lascia correre; le nuove generazioni sono fatte così; l’America è il paese della libertà; lasciami godere in pace la casa: ho tante preoccupazioni, io, fuori!» Vede che padre era quell’uomo? E i frutti di questa educazione.... — Tacque un istante, come cercando un esempio; poi a un tratto: — Noi siamo una famiglia di banchieri, è vero: ma ignoranti, no. L’istruzione, l’abbiamo sempre curata. Tanto mio marito come io abbiamo tutti e due dei parenti che sono professori di Università. Ora crederebbe lei che, non dico che mi sia riuscito di infondere in Giuditta un po’ di gusto per la letteratura o per l’arte; ma che.... mi vergogno a dirglielo.... — e abbassò la voce. — Non ho letta ancora una lettera sua in inglese o in francese.... che non fosse zeppa di errori di ortografia.

Sorrisi a vedere la faccia nel tempo stesso costernata e confusa con cui la signora mi confidò questo orrendo segreto della sua misera stirpe; e per consolarla le dissi che non in America solo ma anche in Europa non sono rare le famiglie colte da parecchie generazioni, in cui le generazioni nuove sembrano prese da un misterioso ribrezzo per l’inchiostro, la penna ed i libri.

— Si direbbe — conchiusi — che oggi le famiglie ignoranti vogliono istruirsi e le istruite ricascare nell’ignoranza. E naturalmente quel che interessava la sua figliola erano vestiti, balli, cavalli, «lawn tennis», sport.

Accennò di sì; e aggiunse sorridendo:

— Nonchè i bei giovinotti. Anche in questo proprio non era mia figlia. Aveva appena diciassette anni, e già protestava che essa non voleva invecchiare ragazza, ed accusava me di impedirle il matrimonio, per cattiveria. Si figuri! Un giorno sdegnata le dissi che ai miei tempi una ragazza della sua età simili cose non le avrebbe neppure pensate. Sa che cosa mi ha risposto? «Que vous êtes vieux jeu, maman!» Quasi quasi.... — fece una pausa; negli occhi le brillò un vago riso di compiacenza; abbassò la voce: — Quasi non sono aliena dal pensare che fosse un po’ gelosa. Una volta mi disse, stizzosa, che quando eravamo insieme gli uomini non badavano che a me! Alla fine l’abbiamo maritata, che non aveva ancora diciannove anni, non troppo male: speravo di aver un po’ di pace, dopo: ma non so che stella maligna mi perseguita: e Giuditta era appena partita per l’Europa, che scoppiò lo scandalo del Great Continental. Che mesi furon quelli! Quando ci ripenso. Se ne ricorda lei, di quello scandalo? Ne parlarono molto anche in Europa!

Le risposi di sì. Essa allora mi chiese se sapevo spiegarle chiaramente la ragione di quello scandalo, che essa non aveva mai capita, pur essendosi trovata nel mezzo del vortice. Le raccontai che Underhill a un certo momento aveva vendute in gran numero obbligazioni del Great Continental; e con quel denaro aveva fatta incetta delle azioni di una ferrovia concorrente del Nord, per toglierla di tra le mani del Morgan o di altri potentissimi finanzieri che allora la governavano: questi si erano a loro volta precipitati nella Borsa strappando di mano al gruppo concorrente le azioni: sinchè, spartitisi a mezzo le azioni, i due gruppi rivali avevano inteso che conveniva venire ad accordi e si erano infatti accordati, stringendo tra loro quel che gli Americani chiamano un «pool». Ma la suprema Corte, giudicando che quelle due ferrovie erano concorrenti, aveva dichiarato illegale il «pool»: Underhill allora aveva vendute le azioni della ferrovia concorrente: e con tanta destrezza, in un momento così favorevole, che aveva incassati sessanta milioni di dollari — trecento milioni di franchi — più della somma spesa per comperarle. Trovandosi a disporre di poco meno di un miliardo, lo aveva speso comperando azioni di molte altre ferrovie, che non fossero «competing», bensì «connected», con la sua, a guisa di affluenti. Ma un giorno i nemici di Underhill riuscirono a indurre la «Interstate Commerce Commission» a fare una inchiesta sul Great Continental: la commissione svelò queste compere; e allora senza distinguere troppo sottilmente le ferrovie «connected» dalle «competing» l’America si infuriò in modo indicibile. Underhill fu accusato di voler costituire nel cuore dell’America una nuova e orrenda tirannide; fu minacciato di processi e di persecuzioni; fu coperto di ingiurie e di calunnie. Ma poi la collera pubblica sbollì: perchè insomma la legge distingueva proprio le ferrovie «competing» e le «connected».

La signora mi ascoltò attentamente; poi:

— Mi pare — disse — di aver capito questa volta. Cosicchè il punto dubbio era se le ferrovie comprate da Underhill fossero parallele o perpendicolari al Great Continental....

Accennai di sì.

— Ed ora capisco anche — continuò — le discussioni che avvenivano tra mio marito e Underhill. Una sera, mi ricordo, Underhill era venuto a pranzo da noi; un pranzo intimo: non c’eravamo che noi. Lo vedo ancora, magro e pallido; vedo quella sua faccia di «clergyman»; vedo quegli occhi dolci e vivi dietro gli occhiali. «Quel che io voglio fare è utile, è giusto, è necessario» — diceva. «Le ferrovie sono le arterie dell’America: e l’America sarà tanto più ricca, potente, felice, quanto più le sue ferrovie saranno veloci, a buon mercato, bene organizzate. Dicono che ci sono delle leggi che sembrano proibirmelo, perchè gli uomini non sono perfetti nè quando fanno le leggi nè quando fanno le ferrovie: ma io voglio essere persuaso da ragioni inconfutabili che la legge mi impedisce di fare il bene: se c’è un dubbio.... Ebbene, se c’è un dubbio assumo il rischio di violare la legge, per provare al popolo che la legge è ingiusta ed improvvida». E vedo pure mio marito, grasso, molle, elegantissimo.... Lo ascoltava perplesso e pensoso: e sa che cosa gli rispose? «Underhill, Underhill: rispettar le leggi non basta e forse non è la cosa che più importa: importa invece e quanto! che il pubblico creda che noi le rispettiamo. Le leggi sono fatte per dare alla moltitudine l’illusione che lo Stato le difende contro i potenti e i prepotenti, veri o immaginari. Oggi le masse si sono fitte in capo che noi, i ricchi, siamo i loro tiranni e nemici; e dubito assai, anche se quel che lei vuol fare è legale, che il pubblico lo crederà. Che ci gioverà allora aver rispettate le leggi, se la plebe griderà che le abbiamo violate? I giornali e i tribunali avranno paura della plebe. Meglio sarebbe violarle davvero e far credere che le abbiamo rispettate....» Perchè così ragionava mio marito, capisce?

Non potei trattenermi dal dirle che suo marito aveva ragionato, almeno quella volta, con profonda saggezza ed acume. Ma l’osservazione le spiacque.

— Gli uomini — disse un po’ stizzita — si sostengono sempre fra di loro.... Ma avesse visto, quando lo scandalo scoppiò! Mio marito, come al solito, perdè la testa. Non dormiva, non mangiava più: ogni giornale, ogni telegramma, ogni lettera che arrivava, quasi sveniva; era proprio buffo!

— Buffo, poi, signora! — non potei trattenermi dal dire, con accento di rimprovero.

— Sì, buffo. E se la pigliava con Underhill, quando non c’era; diceva che era uno scellerato, un colosso dai piedi di creta, e perfino Nabuccodonosor. Del resto in quel momento avevano perduta la testa tutti: tutti, fuori che Underhill naturalmente: quello era un uomo, un grande uomo, un eroe! Vorrei che lo avesse visto, per scriverne la storia. Sarebbe un soggetto degno di lei. Lo mandavano a chiamare, lo andavano a trovare, gli scrivevano, gli telefonavano: lo supplicavano di pigliare un congedo, di partire per l’Europa, di dare le dimissioni; gli offrivano dei grandi compensi: gridavano che si difendesse, parlasse, scrivesse. Non ci fu verso. Non partì, non disse una parola, continuò ad attendere alle sue faccende, come se non succedesse nulla. «Se ho violato le leggi, mi processino: alla giustizia risponderò: ai giornali non rispondo: il pubblico si occupi degli affari suoi e non dei miei». Gli dimostravano che avrebbe potuto confutare vittoriosamente tante calunnie: e lui rispondeva che il pubblico era una grande bestia. «Gridi: quando si sarà, sfiatato, si cheterà». Fu un eroe, le dico: e salvò tutti, perchè difatti dopo essersi sfiatati si chetarono: e non successe nulla. Ma noi.... Non so quel che sarebbe successo di noi, povera gente, se non c’era miss Robbins. Fu la nostra provvidenza!

E mi raccontò allora che questa miss Robbins era una giovane inglese, appartenente ad una buona famiglia, rovinata dalle prodigalità della madre e che era entrata in una specie di ordine protestante di infermiere.

— Se vedesse che bella creatura! Alta, con dei capelli biondi e degli occhi azzurri meravigliosi, un corpo stupendo, una pelle.... E poi così svelta, intelligente, fina.... Fu l’infermiera di Giuditta nella sua malattia: e si seppe affezionare tanto lei e tutti noi, che quando fu guarita, le proponemmo di restare come sua istitutrice. Ma diventò come una mia dama di compagnia e segretaria: e la provvidenza della casa. Non c’era che lei che tenesse a freno Giuditta! E anche, devo dirlo, incuteva una certa soggezione a mio marito.... Quando proprio le cose si guastavano troppo, interveniva lei, e con il suo tatto, con la sua dolcezza sapeva rimediare. È stata proprio una disgrazia — conchiuse sospirando — che non si sia decisa a venir con noi a Rio de Janeiro.

Le chiesi allora perchè avessero abbandonato New-York. Mi disse che dopo lo scandalo del Continental il marito si era sentito un po’ a disagio a New-York: onde aveva accettata quella missione nell’America meridionale, per assentarsi un po’ di tempo e non inutilmente. Le chiesi come fossero passati i tre anni di Rio.

— Abbastanza bene — rispose. — Lui era molto nervoso, triste, irritabile, preoccupato.... Ma non è stato mai allegro: e questo esilio volontario doveva infastidirlo. A ogni modo, a paragone di New-York, era il paradiso.

Tacqui un istante riflettendo.

— Insomma, — dissi — lei è sicura che in tutti questi dissidi una donna non c’entra?

— Sicurissima.

— Ebbene, allora — conchiusi e conchiusi sinceramente, — il caso non mi pare grave, signora. Lo definirei così, se permette: una famiglia già ricca diventa in pochi anni ricchissima: il marito è preso da un accesso di snobismo, malattia epidemica; vuol mutar vita con più fretta e meno ordine che non piaccia alla signora, donna più fina, più aristocratica e più orgogliosa del marito, in cui più che l’orgoglio può la vanità del _parvenu_. Di qui continui litigi. Ma con un po’ di pazienza reciproca tutto dovrebbe aggiustarsi, specialmente ora che non c’è più l’inciampo della figliola. Una sola cosa rimprovererei alla signora: di ammirare tanto Underhill che è stato la cagione di tutti i suoi guai. Se Underhill non avesse fatto guadagnare tanti milioni al signor Federico Feldmann, il signor Federico Feldmann non sarebbe tornato di casa in Madison Avenue; avrebbe continuato, come era suo dovere, ad ascoltare l’oracolo della bellezza parlar per bocca della sua signora; non avrebbe conosciuta la contessa, nè comprato lo _yacht_, nè mutati gli amici....

La signora sorrise: non rispose nulla: ma mi chiese, come a confermarsi nella sua idea:

— Dunque lei non crede che voglia fare divorzio?

— Ne sono quasi sicuro.

— Ma come spiega allora il telegramma dello zio?

La obiezione era alquanto spinosa, per un critico desideroso di spianare tutte le difficoltà. Tuttavia risposi: che a New-York come in tutte le città del mondo si fanno molti pettegolezzi. Mi guardò; sospirò con un fare tranquillo; e:

— Speriamo! — disse. — Del resto che giorno è oggi?

— Venerdì.

— Il capitano mi ha detto che alle Canarie arriveremo martedì mattina. Tre giorni ancora, e saprò. — Trasse l’orologio, gettò un grido di terrore: — Ma sono le otto e mezzo.... — esclamò. — Io la faccio morir di fame. Vado a vestirmi e in un momento sono pronta.

Avevo fame e tentai persuaderla a scendere nel refettorio così come era.

— Non ci perde nulla, signora. E non ci sarò che io....

Ma invano: il rito del mutar veste era sacro: e dovetti aspettare che le nove fossero suonate da un quarto d’ora prima di pranzare nella sala deserta, nella solitaria compagnia della bella confidente, però, e a mo’ di compenso.

V.

Ruminai a lungo, quella sera, nella mia cabina, e la mattina del sabato, svegliandomi, le confidenze della signora. No: una delle tante mogli che detestano e tormentano il marito pur volendo far credere al mondo di svisceratamente amarlo, essa non era: era stata sincera, non dubitavo più: ma la sincerità sua non mi ingarbugliava meno che la sospettata dissimulazione di prima. Strana indole e curioso ingegno, davvero! Non era sciocca, tutt’altro: ragionava spesso con acume superiore al suo sesso: e se non adorava il marito, desiderava almeno di vivere d’accordo con lui. Eppure aveva perseverato deliberatamente, di proposito, a ragione veduta — e candidamente lo confessava — per ventidue anni, in errori che una ragazza di venti anni avrebbe saputo schivare sin da principio ad occhi chiusi, per virtù d’istinto! Quante sono al mondo le donne così stolte e così buone, alle quali una breve esperienza non insegni che a far che un uomo stia soggetto alla propria volontà occorre lusingarne la vanità, non voler correggerne i vizi inveterati e profondi, e nel resto tiranneggiarlo? Tre regole eterne e sicure: ma la signora Feldmann aveva invece tenuti proprio i tre modi opposti, offendendo di continuo la vanità e disturbando l’egoismo del marito, senza imporgli mai la sua volontà, neppur quando essa aveva ragione, come nell’educazione della figlia. Eppure non mi pareva donna di debole volontà.... Come spiegare la contradizione? Nasceva essa in parte almeno da un particolare difetto dell’intelligenza? Allegra, schietta, buona, ma provvista di un intelletto alquanto rigido ed atto più a ragionar bene sulle cose che a capirle penetrandoci, tale mi appariva la signora, dopo la nostra lunga conversazione.

— Se fosse stata un uomo — pensai — diventava un teologo, un matematico o un giurista....

Sorrisi un istante, pensando che un’arida intelligenza di matematico potesse albergare in quel grazioso corpo di donna: ma riflettendoci mi parve di poter spiegare a questo modo che invece di prevalersi abilmente delle debolezze del marito, le avesse giudicate con sincerità e a fil di logica, credendo far bene, quando invece tormentava il marito senza profitto nè suo nè di lui. Senonchè dopo un po’, a ripensarci meglio, questa sola causa mi parve inadeguata a spiegare l’acerbità della discordia, poichè acerba era e assai. Poi una nuova difficoltà mi nacque nella mente: per qual ragione essa ripetesse con tanta ostinazione che suo marito era un modello di tenerezza. Al modo con cui l’aveva dipinto, nessuno proprio l’avrebbe detto. E alla fine mi chiesi se tutte quelle contradizioni e discordie non fossero anche effetto di quel misterioso turbamento e disquilibrio, di quella specie di anima doppia e discorde che tormenta tanti europei passati a vivere di là dell’Oceano. «L’europeo arricchito in America non può più vivere nè in Europa nè in America: quando è in America, smania di andare in Europa; in Europa si trova a disagio e vuol ritornare in America», mi aveva detto un ricco italiano che ci aveva cortesemente ospitati a Paranà. E mi rammentai della frase del dottor Montanari: che l’uomo non può vivere tra i due mondi, con un piede in America e l’altro in Europa. Ripensai a tanti altri europei d’America nella cui anima agitata avevo potuto guardare per qualche spiraglio: ad Antonio.... Quell’egoismo feroce e quella astuzia calcolatrice non erano forse risaliti dal fondo di un’anima non più trista di tante altre, ma rimescolata dallo scuotimento delle ripetute emigrazioni? Per la prima volta mi parve di intravedere, adombrata in quelle strane parole del dottore, una verità; e di vedermela vicina e viva dattorno, non lontana e confusa nella folla indistinta della terza classe. Anime tutte con sè stesse in discordia, questi Europei d’America: e l’Alverighi, che nell’ardente ammirazione del nuovo mondo sfogava forse il rammarico di non poter rientrare più, se non come un lontano, sconosciuto e straniero viandante carico d’oro, in quella vecchia Europa onde era partito in un’ora di sconforto: e la signora Feldmann, che rimproverava così acerbamente all’America le sue troppo greggie ricchezze, e poi ammirava sino a offuscarne il marito il più americano degli americani, Riccardo Underhill, anima ardita, pronta, ma semplice e ignara di raffinamenti, volta solo alla conquista di quelle ricchezze greggie che le incutevano orrore. Contradizione non rara negli Europei, del resto, che spesso odiano l’America e poi ammirano i Cresi americani assai più degli Americani: ma singolarissima nella signora, la quale insomma voleva che il marito fosse nel tempo stesso il più vecchio degli Europei e il più giovane degli Americani.

La mattina del sabato ragionai a lungo di questa storia con la mia signora. Ma essa vide il caso da un’altra specola, alla luce delle idee che aveva svolte in un suo bel discorso tenuto a Buenos-Aires sulla concorrenza tra uomini e donne.

— La signora — disse — soffre del male che affligge oggi tutte le signore ricche: la noia. Una volta, prima che si inventassero le macchine, la donna, anche la più ricca, doveva accudire a molte faccende nella casa. Oggi, grazie alle macchine, gli uomini fanno quasi tutto quel che una volta la donna faceva, o faceva fare nella casa: e allora che cosa è successo? Nella condizione media e nel popolo, le donne, per vivere, cercano di imparar qualche mestiere degli uomini, anche a rischio di sciuparsi la salute.... Come è capitato a Maddalena. Nelle classi alte, non sapendo che fare si annoiano; e quindi spesso litigano con il marito, tanto per aver una distrazione. Intanto gli uomini che hanno rubato alla donna quasi tutti i suoi antichi mestieri, a cominciare dalla tessitura, si lagnano che le donne fanno loro una concorrenza rovinosa!

A mezzogiorno giungemmo a 13 gradi e 34 minuti di latitudine, a 23 gradi precisi di longitudine; e nel pomeriggio il mare incominciò finalmente a tranquillarsi e i passeggeri a ricomparire. La sera, a pranzo, l’Alverighi e il Cavalcanti furono tra i commensali: non il Rosetti. Nella notte l’Oceano si placò e la domenica a colazione eravamo presenti tutti: ma non si ragionò che di cose frivole e con poco ardore. Si risentivano tutti ancora della prova subìta. Giungemmo a mezzodì a 18 gradi e 43 minuti di latitudine e a 20 gradi e 4 minuti di longitudine. Nel pomeriggio, chiaro e fresco — camminavamo rapidi verso l’autunno — oziammo in vari discorsi, sopratutto delle Canarie, distanti ormai non più che un giorno e mezzo, e incominciando pure a ragionar dell’arrivo. Eravamo giunti a mezzo del viaggio; tra una settimana, la domenica prossima, se nulla succedeva, noi passeggeremmo nelle vie di Genova. E una settimana è un così breve volger di tempo, che neppure si avverte! Dolci pensieri questi, davvero; che ci sembrava a momenti, indugiando in quelli, di essere quasi arrivati. Ma poi voltandoci a guardare indietro, come pareva lontano il giorno in cui avevamo, in un bel tramonto primaverile, levata l’àncora nella baia di Rio! Eppure non erano passati che otto giorni: uno solo di più di quanti dovevano ancora trascorrere prima di giungere in vista della desiderata lanterna di San Benigno. Quanto è lunga, dunque, una settimana! Nè ad affrettare il trotto degli stanchi cavalli del Sole in mezzo al mare, intervenne la dialettica. Due giorni di tempesta e di sofferenze erano passati, ondata immane, sugli animati discorsi dell’equatore; e tutti avevano dimenticato il progresso, la scienza e gli altri argomenti. Meditai alquanto, in quel giorno, sulla impotenza dialettica dei nostri tempi. Sì; per un momento, in mezzo al mare, l’ozio ci aveva incuriositi a verificare il significato di alcune parole — quali scienza e progresso — che tutti adoperano e nessuno sa che vogliano dire.... Ma con qualche suo piccolo movimento il mare aveva disturbato e interrotto questo gioco: chè non è che un passatempo di oziosi, oramai, il cercar di conoscere con precisione gli oggetti di cui tuttodì si discorre.