Part 9
Dicemmo che fin da’ primi anni di sua fanciullezza, Ugo appalesava il fuoco di un’anima artistica. Non fu l’ipocrito sorriso di amicizia o il bacio venduto di un lubrico amore, che accolsero i primi slanci dell’animo di lui. Solo, sempre solo, ei non idolatrava che sua madre e l’arte sua, cioè la pittura: e questa non era già per lui un vano accozzamento di forme e di colori; ma le sue dipinture tramandavano non so che profumo del cielo.
Ugo aveva una divozione grandissima per la Madre Addolorata. Non sì tosto egli fu al caso di dipingere una immagine, dipinse quella sacra, rivestendola di soprannaturale dolcezza e malinconia. A questa immagine ei confidava i più segreti affanni del suo cuore; a questa BENEDETTA FRA TUTTE LE DONNE ei susurrava i misteri delle sue notti passate in veglia: a questa Madre Celeste ei raccomandava la sua madre terrestre.
Il mattino e la sera egli appoggiava la fronte scottante su quella sacra Immagine, e subitamente una pace, una calma, una soavità gli scendea nel pensiero e gli fluiva sul cuore. Ugo si rialzava dalla sua prece con un mondo di speranze ravvivate, e si slanciava a’ suoi lavori con freschezza di mente e con giocondità di animo. Quell’immagine operava prodigi sul giovine artista.
E ora il miserello andava a vendere quella gioia dell’anima sua per comprare un ristoro alla madre. Nello staccare il quadretto dal muro, gli parve che tutto ormai l’abbandonasse, e che era finita per sempre per lui e per la mamma infelice.
La Madonna si partia di casa loro! La disperazione vi entrava.
Parve ad Ugo che il lumicino che ardeva dinanzi all’Addolorata avesse messo un lamento e si fosse tosto rabbuiato, quando il quadro più non fu al suo posto. La stanza sembrò covrirsi di tenebre di morte.
III.
UN RIVENDUGLIOLO FRANCESE
Diluviava che era una pietà. I rigagnoli aveano inondato a segno le vie di Pisa, che pareva il fiume Arno si fosse rovesciato su tutta la città. Rimbombava il tuono, come una immensa palla di piombo rotolata sovra un’immensa lamina di ferro.
Sonava l’Avemmaria, e i tocchi della campana aveano questa volta qualche cosa di più solenne e di più malinconico del solito, imperciocchè erano accompagnati dal fragor del tuono.
E il sig. Paillard, poichè si ebbe anch’egli per divozione segnata la fronte, imboccò saporitamente un pezzo di pollo.
Questo sig. Paillard, rivendugliolo di qualche rinomanza nella piazza de’ _Cavalieri_, insaccato in un pastrano di pelo, che gli scendeva insino alle calcagna, avea pensato bene, per vincere la noia del cattivo tempo, di protrarre il pranzo fino a sera, e, seduto di fronte alla sua grassissima metà, antitesi bizzarra della sua macilenta figura, spolpava, il più garbatamente che fatto gli venisse colle mani e co’ denti, un pollastrello arrostito, il quale metteva una tal fraganza da far venire l’appetito anche ad un morto. E andava così bene levigando le ossa a quell’animaluccio, che pareva avesse avuto in pensiero di farne uno scheletro zoologico. Ma, durante questa lenta operazione, egli scambiava qualche parola colla sua donna:
— Affe’ mia, non ricordo un temporale più insatanassato di questo... Il cielo è scuro come il fondo del mio ventricolo... Carlotta, accendi un altro lume.
— Via mo, non ti basta questo? Devi forse infilzare il refe nella cruna?
E dopo un’altra boccata ben piena:
— Carlotta, con cento diavoli, perchè non mi hai fatto un po’ di fuoco nel braciere? Le ossa mi ballano per la umidità e pel freddo.
— Ora ti scalderai; questo è il freddo della digestione.
— Che diascine dici? Non vedi i cristalli della finestra che piangono dirottamente?... Chiudi, chiudi quelle imposte.
E la povera Carlotta che avrebbe dato volentieri la sua parte di pollastro per non alzarsi, trovò una scusa, e si stette impiombata sulla sedia.
Il signor Paillard brontolò tra i denti qualche parola grassa, che si perdette nella caverna dello stomaco coll’ultimo boccone del pollo.
Egli nettossi le labbra con un tovagliuolo, su cui erano parecchi ricordi di pranzi precedenti, fe’ saltare alla soffitta il turacciolo d’una bottiglia di sciampagna, e, glo glo glo, fece spumeggiare il conico bicchiere. L’accostava con vera delizia alla bocca assetata, quando un suono morto morto del campanello il fe’ ristare.
— Colga il mal sottile a chiunque viene a seccarmi con questo tempaccio. Poffardio, non si può prendere un boccone!!
E qui, per parentesi, bisogna avvertire che il nostro uomo avea mandato giù l’inezia di cinque generose vivande.
— Non andare in bestia, Giacomo: è il vento che ha mossa la corda del campanello.
Giacomo vuotò il bicchiere.
Il campanello suonò un’altra volta, ma con un poco più di forza. Allora Carlotta lasciò la salvietta sulla tavola, nettossi la bocca col dorso della mano, ed andò ad aprire.
— Santa Vergine!... (Era un lampo).
— Perdoni, è in casa il signor Paillard?
Questa dimanda uscia tutta tremula e fioca da una figura sepolcrale, che pareva fosse stata ivi balzata dalla vampa atmosferica, come l’immagine di un estinto cacciata per arte magica dal fornello di un alchimista.
E la donna, tutta spaurata, non badando a quelle parole, si rintasò gli orecchi colle mani per non udire lo strepito del tuono, quasi, che quel turamento dell’organo sensorio dovesse servirle di parafulmine; e accomandossi a Santa Barbara.
Scoppiò il tuono, e di tal fatta, che pareva avesse l’intera città subissata.
— Mille perdoni, signora Carlotta, è in casa il signor Paillard?
— Mio marito?... Ah! siete voi, signor Ferraretti, con questo tempaccio!... Favorisca; noi siamo a pranzo; senza cerimonie... Che ci porta questa sera? Del suo, non è vero? Bravo giovinotto; si fa quel che si può, non è così?... Ma entri pure: qui tira vento.
Ugo era già entrato nella stanza dove pranzavano i coniugi Paillard.
Giacomo si soffiò il naso, solo membro nudo che apparisse della sua pelosa figura, e si strinse nelle spalle, vedendosi dinanzi il miserello, cui avea già visto altre volte in sua casa.
Ugo sembrava lo sfumo d’una forma umana, egli era pallidissimo, inzuppato ben bene e tremante a verghe pel freddo e per l’umido: portava calzoni i quali, essendo stati manomessi tre anni addietro, erano divenuti sì corti, che a mala pena passavano le ginocchia; e aveva addosso una specie di abito grigio, abbottonato fino al collo, intorno al quale attortigliavasi un cencio di cravatta.
— Scusi, sig. Giacomo, se la incomodo a quest’ora...
— Anzi!!.. è un piacere!.. metta il cappello su quel tavolo e si segga... Che comando ha da darmi?
Ugo restò col cappello in mano, ed aprì la bocca senza mettere alcun suono. Fu questo un movimento involontario dei muscoli, come se egli avesse voluto ingoiare un bel boccone, che in quel momento il rivenditore tenea sospeso in su la punta della forchetta. E il tapino inghiottì invece una piena di lagrime, che gli montava agli occhi, stringendogli la gola.
Giacomo era uno di quegli uomini che in tutto il corso del giorno si affaticano, sudano, si ammazzano per le loro faccende; ma, quando sonosi posti al lavoro dei denti, non vogliono essere sturbati neanche dal ronzio d’una mosca. Or si consideri con che buona voglia potea vedersi innanzi quello stordito col cappello in mano, come chi dimanda l’elemosina.
— E così? chiedeva il rivendugliolo di malissimo umore.
— Avrei questo quadretto, si affrettò a dire il giovinetto, il cui viso era divenuto una fiamma di vergogna.
— Capiti in brutto momento, giovinotto mio, disse quell’ebreo, per isgomentare le speranze di lucro del venditore; questi maledetti tempi che corrono fan chiuder bottega; non si compra neanche per un centesimo; le arti vanno giù in modo da far piangere le pietre... Miseria... e poi miseria!... Ho venduto l’altro giorno un Pietro di Cortona per un pugno di fave, come suol dirsi... Ma che volete? Non si posson tener le tele ad impolverarsi nei fondachi; bisogna cacciarle; altrimenti le s’intarlano come panni... Insomma, vediamo la vostra merce, bel fanciullo.
Ugo pose il quadretto nelle mani di lui, e fu come se si avesse strappato dai visceri del petto il proprio cuore.
Nel torre tra le sue mani il quadretto per esaminarlo, Giacomo avea messo un caldo sospirone impregnato di non so quanti profumi di cucina. Ad Ugo le guance si erano intanto colorate per poco: ma tosto subentrò un lividore di morte, quando il miserello vide la faccia di Giacomo contorcersi in tante smorfie, che era proprio una grazia da bertuccia.
— Lo sapea ben io che trattavasi di qualche madonnetta... Se almeno fosse l’Addolorata di Guido Reni!! E che cosa ho da farne io di cotesta vostra meschinità? Roba da sacrestia... Ora si domandano quadri a soggetti, quadri per salotti... Mi duole che per questa io non posso servirti; è cosa che non fa per me... Potete vedere da altri _negozianti_.
Il giovinetto non parlò molto, non pregò, non pianse, ma si passò la mano sulla fronte, e zitto zitto spelossi per la rabbia e per dolore un trucioletto di capelli: si cacciò indi il quadretto sotto l’ascella, e si partia, quando Giacomo il richiamò pregandolo di farglielo meglio osservare.
— Orsù, la mi lasci pure questo quadretto, disse il francese rivendugliolo, gittandolo sopra un cassettone senza più riguardarlo; il terrò per non perdere la sua buona grazia... perchè mi dorrebbe assaissimo che fosse qui venuta inutilmente con questa stretta di pioggia... Eccole dieci soldi.
— Dieci soldi! sciamò il giovinetto atterrato dallo avvilimento; oh madre! madre mia!
— E l’assicuro che glielo fo per amicizia: un altro non avrebbe ottenuto tanto da me; ma io fo stima del suo ingegno e dei suoi lavori; e mi sta veramente a cuore di non perdere la sua _pratica_.
Questo terribile gallicismo compì l’opera di carità del signor Paillard, il quale, tratto dai baratri dei suoi tasconi due o tre grosse monete di rame, le mettea gravemente nelle mani del giovine artista, il quale, abbrancolle con una stretta convulsiva di nervi.
Ugo si trovava in tanta prostrazione di animo ed in tanto bisogno di danaro, che non pur quel quadretto, ma per meno di dieci soldi avrebbe sibbene venduta la vita, tutto!
Quel quadretto dell’Addolorata fu poco tempo appresso venduto alla casa Righetti di Livorno per la somma di lire 500.
IV.
IL CAMPOSANTO DI PISA
La _Torre pendente_, la Cattedrale ed il Camposanto sono i tre edificii che richiamano la curiosità dei viaggiatori, che visitano la celebre città del Conte Ugolino contro la quale con tanta stizza fulminava le sue imprecazioni il gran poeta ghibellino. Ed in vero, questi tre edifizii; per magnificenza di costruzione, per importanza di storiche memorie, pel gran numero di preziosi monumenti d’arte, sono a giusto titolo da porsi tra i più considerabili delle città della penisola, e non è maraviglia se in ogni stagion dell’anno un numeroso concorso di visitatori vengono a tributare un saluto e un omaggio a quei luoghi e a quei marmi.
Ma, sopra tutto, grandioso e solenne è il Camposanto, ove riposano le ossa dei Pisani. Se quello di Napoli è più bello per l’amenità del sito e per isvariata magnificenza di mausolei, quello di Pisa ha un carattere più maestoso e più grave, ed ispira più tristezza e raccoglimento. La sua forma è un gran quadrato, circuito da portici, e rivestito di marmo alla faccia esterna ed interna. Antichi e pregevolissimi quadri adornano tutto il sacro recinto, tra i quali le sei classiche dipinture del Giotto, rappresentanti la storia di Giobbe. Avvi eziandio il quadro del _Giudizio finale_, tratto da Orgagna: allato di questo quadro è dipinta la morte dell’uomo e lo stato a che riducesi il suo corpo divenuto cadavere. Veggonsi perfettamente effigiate tre tombe dischiuse, in una delle quali è un corpo che incomincia a corrompersi; nell’altra, un corpo già quasi interamente spoglio di carni; e nella terza, uno scheletro. Queste dipinture allogate presso al luogo dello sfacimento dell’organismo umano producono un’impressione profonda e terribile.
Tra i più notevoli mausolei di questo Camposanto osservasi la tomba del giureconsulto Decio, ornata di bassorilievi e arabeschi, lavorati secondo il gusto antico; quello di Matteo Curzio, filosofo e medico, opera di Artolfo Lorenzi, ottimo allievo della scuola di Michelangelo, ed altro con epitaffi ed iscrizioni del tempo in cui la città di Pisa governavasi a repubblica.
Tre modeste croci sovra tre fosse, poste a pochi passi di distanza l’una dall’altra, indicano l’ultimo asilo di Luigi Ferraretti e dei suoi figliuoli. Tre cerchi di mortelle assiepano le tre fosse. Alle due punte delle sbarre trasversali delle croci sono le iniziali dei nomi degli estinti. Queste iniziali rappresentano tre ricordanze tenerissime e tre mucchi di ceneri. Quasi una volta al mese, Ugo visitava questo recinto di morte, per deporre tre sorti di rose su quelle tre fosse. Ed ogni volta che i suoi passi avvicinavansi a quella muta città dei defunti, il giovinetto era preso da tale batticuore che non potea respirare. Ma, piuttosto che aggravare la sua tristezza, queste visite periodiche al Camposanto versavano un’arcana dolcezza sull’anima sua: la morte perdeva in qualche modo, agli occhi di lui, l’orrore della sua solitudine, però che, quando a Dio piacesse di chiamare al cielo lo spirito immortale, il suo corpo avrebbe avuto anch’esso una croce, simbolo della clemenza di Dio verso l’uomo, simbolo di pace, di carità e di amore. Le fresche e odorose aurette del cielo, la pura e serena luce del sole rischiaravano quei filari di fosse, ognuna delle quali avea forse al di là di que’ portici un rimpianto carissimo, un desiderio perenne e inconsolabile, una vita di reminiscenze, e un mondo di affetti nel cuore di qualche superstite. La dolce serenità di quel campo di ossami parlava all’anima un linguaggio misterioso, e le rivelava, al di là dell’azzurra volta del cielo, la immarcescibile corona dei Giusti e la felicità senza fine.
Talvolta la luce del giorno, abbattendosi su quelle tombe, sorprendeva il giovinetto artista nelle sue malinconiche meditazioni. La luna si alzava dietro un ceppo di mausolei, come la pallida faccia d’una vergine estinta, e covriva colla sua antica luce quei sarcofaghi di marmo bianco e nero. Allora i cipressi prendeano figure fantastiche e rassembravano alle ombre dei morti ritti su i loro sepolcri. E, quando la sera si avanzava, il maestoso campanile torreggiava nel cielo, come un sublime pensiero di religione che nascesse da quegli avelli.
Nudrito fin da fanciullo nella lettura delle Sacre Pagine, Ugo avea sulle labbra e nel cuore le racconsolanti parole dei sacri salmi dei morti, che egli mormorava a suffragio delle anime dei suoi, i quali dai loro sepolcri pareano dirgli: _Figlio, fratello, prega pe’ tuoi cari: partiti, ma non estinti siamo_.
È indicibile la soavità che piovea sull’anima di Ugo, dopo aver recitate fervide preci su le fosse de’ suoi. Le lagrime abbondanti che gli scorreano dalle ciglia erano rugiada dolcissima al suo cuore. Egli pensava con estrema tenerezza alla cara madre sua, che un giorno sarebbe forse venuta a piangere e a pregare su la tomba di lui; il suo amore gli creava questa dolcissima illusione; imperochè egli era ben sicuro di morire pria di lei. Ei ricoglieva un fiore nato il mattino su la fossa del padre, il baciava bagnandolo di lagrime, e caramente il conservava per recarlo alla mamma che lo aspettava. Quel fiore, comecchè sbucciato su la terra dei morti; dava olezzi del cielo, siccome le speranze che nascono da’ sepolcri.
Ugo ripeteva i bei versi di un giovine poeta napolitano, rapito nella età di anni 21 all’amore, all’amicizia, alla gloria[3]:
«Dolce alle scompagnate alme è la pace De’ patrii cimiteri, E quando l’armonia del giorno tace Co’ torbidi pensieri, E quando vien da una chiesa lontana Un lamentar di salmi o di campana.
«È dolce, dove un nero arbor su i morti La molle ombra protende, E dove annunziar sinistre sorti La civetta s’intende, Con lagrime educar rose leggiadre Sopra una fossa, e dir: qui dorme il padre!
«E allor che su la pigra aura notturna Voce non vola o canto, Alla madre reddir, che taciturna Al focolare accanto Pensa de’ corsi tempi, e offrirle un fiore Ricolto nel giardino del dolore.»
V.
AMORE
La madre di Ugo morì qualche mese dopo la trista vendita del quadretto l’Addolorata. Risparmiamo ai nostri lettori le scene strazianti che precedettero e seguitarono la morte della virtuosa donna. Chiunque ebbe la sventura di perdere, ancor giovine, una madre adorata, la quale era tutto il bene ch’ei possedea sulla terra, comprenderà questo dolore infinito, questo perpetuo lutto della vita. Ugo non soccombette a tanto strazio del cuore, perocchè tuttora non erano compiti i disegni della Provvidenza su lui.
Il giovinetto rimase solo in questo mondo tutto ciò che egli aveva amato non vivea più che nelle sue rimembranze: i nomi degli esseri a lui così cari non erano più pronunziati che nelle sue preci; la più desolante solitudine il circondava, e nelle deserte camere della sua casa più non risuonava la dolce voce di quella donna che tanto lo amava! Nessuno veniva il mattino ad aggiustargli i lunghi capelli sulla pallida fronte, mentre egli era intento a’ suoi lavori; nessuno avea più per lui quelle piccole e minute cure di ogni momento, che sono la viva e la perpetua testimonianza di una abnegazione intera, disinteressata, caldissima, immensa come l’amore che la produce; nessuno preparavagli più l’umile zuppa, condita da quel sorriso materno, gioia di paradiso in sulla terra; nessuno più la sera gli rifaceva il letticciuolo, o il mattino l’abballinava sulle assi. L’abbandono, il silenzio, la morte regnavano in quella casetta, dove pocanzi erano l’amor più vivo, la voce più tenera, la vita più attiva. Oh l’amor di madre è una felicità che supera tutte le altre! Beato, mille volte beato chi ha ancora la madre sua! Iddio è con lui.
Ugo Ferraretti non fu più veduto per le vie di Pisa per oltre un anno; forse ei più non usciva dalla Casa di Satana, dove non sapeasi ciò che facesse in tutta la giornata. I curiosi, gli sfaccendati, i maldicenti sentivansi rodere le budelle per fiutare qualche cosa dei fatti di lui; ma altro non avevano potuto traudire, se non che il giovine vivea tranquillamente tra i suoi lavori, da cui ricacciava il vitto giornaliero.
Ma tutti si erano ingannati. Qualche tempo dopo la morte della madre, Ugo usciva ogni dì prima che aggiornasse, e non tornava a casa che nel fitto della sera, e talvolta della notte. Noi non sapremmo dire dov’egli andasse e in che spendesse le intere giornate. Certo si è che a vederlo egli mettea compassione, tanto era smagrato e diafano. Ciò nulla di meno una certa straordinaria vivacità era negli occhi suoi: più non sembrava così avvilito e prostrato di forze, e sulla sua bianchissima faccia si mostrava a quando a quando una vampa di fuoco che pareva incendiarla.
Era la stagione estiva, e Pisa si spopolava di abitanti, de’ quali i benestanti si ritiravano a Livorno, a Firenze, nelle montagne o a’ bagni pubblici, a qualche miglio dalla città. Ne’ calori dell’està, l’aria di Pisa diventa malsana, e la maggior parte de’ forestieri che non vi sono avvezzi vi periscono.
Ugo si ritirava la sera stanco morto, e si gittava sul suo letticciuolo qualche volta non rifatto dal giorno precedente, dove indarno egli invocava il balsamo del sonno: tutta la notte ei si dimenava in sulle ardenti materasse, or pregando, or piangendo, or tossendo. In sull’alba il sonno gli scendea sulle pupille come il bacio d’un fratello o d’una madre; ma, poco di poi che aveva attinto nel sonno un’ombra di forza, ei si rigettava dal letto, vestivasi in fretta, e usciva, dirigendo i suoi passi verso quella parte della campagna di Pisa che mena alla Cascina.
Per più di due ore Ugo camminava per vie tramezzate da paludi formate dagli straripamenti di Arno: i suoi piedi affondavano continuamente nella bolletta e nella melma. A capo di due ore all’incirca di cammino, la strada si facea meno malagevole: ma subitamente ritornavano le difficoltà e l’asprezza del cammino, soprattutto in un gran bosco di sugheri e di querce, in cui non era strada del tutto, e di cui gran parte era inondata. Questa foresta coperta d’alberi difendeva almeno dagli ardenti raggi del sole; e quivi, all’ombra di qualche gran mirto, Ugo riposavasi alquanto per riprender lena e giungere alla meta di cui tutt’i giorni ei si dirigeva.
Noi non ardiremo seguitarlo fin dove egli fermava i suoi passi, e ci terremo contenti nel dire che questa sua giornaliera peregrinazione durò per molto tempo. Ma, sopravvenuta la stagione del freddo e delle piogge, Ugo mise qualche intervallo alle sue gite alla Cascina dove andava soltanto nelle giornate di sereno.
Una gran trasformazione erasi operata nell’animo del giovine artista, della quale era ben difficile indovinar la cagione. Ugo era sempre distratto, come se un sol pensiero gli stesse in mente: egli era sempre malinconico; ma qualche volta una gioia sovrumana parea che sfolgorasse sul suo sembiante; e talvolta una crudele disperazione parea che gli acciuffasse il cervello ed il gittasse in balia de’ più sinistri proponimenti. Spesso, allorchè, affranto dalla stanchezza, ei tornava in sulla sera alla _Casa di Satana_, Ugo si abbandonava sul suo letticciuolo e disfogava in un mare di lagrime l’acerbo dolore che gli premea sul cuore! Oh come erano orribili quei momenti di solitudine pel misero giovine! Nissuna amica voce il confortava, nissuna mano gli tergea le copiose lagrime. Allora lo sventurato artista cadeva in ginocchio alla sponda del letto; alzava al cielo gli occhi nuotanti in lagrime e pregava.., pregava... pregava l’Addolorata Vergine, e a lei confidava ad alta voce i segreti dell’animo suo, a Lei si apriva interamente come ad una tenerissima e cara madre.
E la preghiera ridonava all’animo suo la serenità, la fiducia, la speranza. Una mano soprannaturale parea che scendesse a rasciugare le ciglia di lui: una voce misteriosa parea che facesse udirgli parole che gli arrecavano una consolazione grandissima. Dopo aver pregato con tutto il fervore della fede e della speranza, Ugo rimaneva immobile in ginocchio, alla sponda del letto, cogli occhi sempre rivolti al cielo, e colle mani congiunte in atto della più divota umiltà. Una mezz’ora passava in questa soavissima elevazione dello spirito, in questa misteriosa e sublime espansione di un cuor trafitto, che attinge sollievo e forza da Dio e dalla più diletta ed Immacolata Creatura di Dio.
E quando serenatosi l’animo e confidente, Ugo si cacciava sotto la coperta per ritrovare il balsamo del sonno, che è al corpo ciò che la prece è all’anima, egli pensava:
La preghiera non è forse il più gran dono del cielo? Non è l’espressione naturale dei nostri bisogni, delle nostre miserie, de’ nostri patimenti?
Non prega forse ad ogni momento l’intero creato che ne circonda? Le mille voci di pianto, che partono dai luoghi di dolori e di miserie, non sono preghiere rivolte a Colui che volle esser chiamato NOSTRO PADRE?
E la natura inanimata non prega ella forse nel suo misterioso linguaggio? Gl’indistinti mormorii che si esalano dal seno delle convalli, lo stormir dei fogliami, l’armonia delle acque, il fremito destato dall’aleggiar de’ venti; e il solenne rombo del tuono, lo squassar delle antiche foreste, i ruggiti dell’Oceano, e il milione di voci degli animali tutti, che sono in sulla terra; non è questa una continua preghiera, un concerto di lodi all’Altissimo pel gran miracolo di conservazione che si opera ogni dì, e nel tempo stesso l’attestato più schietto della debolezza di tutti gli esseri e di tutte le cose create, le quali rientrerebbero nel nulla, senza il perpetuo amore che le sostiene?