Part 8
Ei ricordossi che un pittore per nome Malfeo avea fatto un quadro rappresentante una donna così brutta che le si era dato il nome di _Sposa di Satana_. Questo quadro aveva fatto tale impressione sull’immaginazione degli abitanti di Pisa, che nessuno volle compararlo, temendo di portarsi nientemeno che lo stesso Satana a casa. Laonde il quadro rimase al pittore che l’avea dipinto; e quelli che avevano in pregio le belle arti si limitavano ad andare a vederlo, e restavano stupefatti ed atterriti dalla singolare bruttezza della figura. Per molti anni quella dipintura formò il soggetto della ammirazione e dello spavento, non solo dei Pisani, ma dei forestieri che traevano a contemplarla. A poco a poco il terrore si comunicò financo alla casa di Malfeo ed alla strada ov’egli abitava; e il pregiudizio popolare si spinse così oltre da tener quella via siccome luogo di sinistro presagio, e quella casa come scomunicata e maledetta. I monelli scaraventavano contro i vetri di quelle finestre i ciottolini le donne costrette di passare lunghesso quell’abitazione, affrettavano i passi, abbassavano lo sguardo, e mormoravano avemmarie. Il povero Malfeo fu mostrato a dito per le vie di Pisa, e poco mancò non venisse lapidato o arso vivo come l’autore della _Sposa di Satana_.
A Giotto si affacciò dunque alla mente il pensiero di andar novellamente, dopo molti anni, ad affissare la _Sposa di Satana_ per nutricare la fantasia con forti impressioni del brutto. A dispetto d’una certa paura che non mancava di incutergli la credenza popolare, e non ostante la ripugnanza che si avea di ricalcare i mattoni d’una casa che tenea scomunicata e maledetta, il Giotto era un dì nel cospetto del quadro di Malfeo. Egli usciva di quella abitazione pallido ed esterrefatto; la sua fantasia era incesa. A capo di pochi giorni, la incumbenza datagli dal conte P... era eseguita, e questi era pienamente soddisfatto e contento dell’opera dell’artista.
Intanto, moltissimi anni dopo la morte di Giotto e di Malfeo, la costui casa cui si era appiccato il nome di _Casa di Satana_, la quale era sempre rimasta disabitata, fu trovata un bel mattino un mucchio di pietre, senza che mai si fosse saputo in che modo era avvenuta la strana catastrofe. Non pertanto quel mucchio di rottami serbò sempre in appresso il nome di _Casa di Satana_, e la via deserta e tetra fu tenuta sempre come appestata.
Ma fin dal 1805, più non vi erano le macerie della _Casa di Satana_. Un altro novello edificio era stato costruito sull’antico; bensì una specie di _iettatura_ era appiccata a quel suolo: la nuova casa rimase sempre senza pigionali; ed il suo fondatore morì senza aver avuto il piacere di trarre un obolo di rendita da quelle mura. Gli eredi del fondatore abbassarono e ridussero la pigione fino a un prezzo esiguo; e ciò nulladimeno, la _Casa di Satana_ (poichè sempre questo malaugurato nome erale rimasto) non trovava affittuali, siccome non ne avrebbe trovati neanche se la si fosse data per mera limosina. Gli accattoni si sarebbero contentati di dormire al fresco, anzichè ricettarsi entro quelle mura bazzicate dal nemico degli uomini in persona.
Un giorno intanto, un brutto giorno di novembre, dopo venti anni e più dalla sua nuova fondazione, dietro gli opachi vetri di una finestra della _Casa di Satana_ si vide per la prima volta una figura umana... ma così pallida, così diafana, che i curiosi fermati a guardarla credettero esser quello un fantasma.
Eppure, non era fantasma, e, quando si fe’ sera un lume vacillante per mancanza di alimento, una lucernina, situata sovra una tavola scassinata, mandava a corti intervalli un getto di livida luce sovra un quadretto dell’ADDOLORATA sospeso alla parete, e serviva a far distinguere una miseria e un dolore che avrebbero fatto piangere un macigno.
Gittata sovra un letticciuolo, sprovveduto al tutto di lenzuola, giaceva una donna che, alla macilenza estrema del volto e allo sfinimento mortale ond’erano ricoperte le sue sembianze, mostrava la devastazione di una cronica infermità, la quale sembrava oramai pervenuta a quello stato che non lascia più adito alla speranza.
Un giovinetto di poco più di tre lustri, smilzo, pallido e macerato dalle sofferenze, era seduto vicino al capezzale di quel letto di dolore.
Questo giovinetto era il pittore Ugo Ferraretti, di Pisa, e quella donna era sua madre.
Quando cadde la sera, il tempo, che era stato scuro e nebuloso durante tutto il giorno, si ruppe in pioggia dirotta, e il vento urlava da forsennato nella deserta via della _Casa di Satana_.
Ugo Ferraretti e sua madre erano stati la mattina mandati via dalla loro abitazione in Lung’Arno, perocchò da tre mesi non aveano pagato la pigione; tutto era stato venduto; e i quadretti del giovine artista bastavano a mala pena per suo sostentamento e per provveder di rimedii la dilettissima genitrice, cui lentamente menava alla tomba una di quelle malattie che non perdonano mai.
Cacciati senza pietà dalla casa ove abitavano, non ostante il gravissimo stato in cui si trovava la sventurata donna, Ugo Ferraretti avea chiesta per carità la _Casa di Satana_! e il proprietario glie l’accordò con vero piacere fino al termine dell’anno, sperando che a tal modo venisse dileguato il pregiudizio che regnava contro le sue mura. Egli non si curò del male contagioso da cui la donna era travagliata, ed avrebbe, crediamo, introdotti cento tisici colà, purchè un essere umano fosse vivuto o morto in quella casa che da sì gran tempo non vedeva abitanti.
Non diremo della spaventevole umidità che trasudava dalle pareti di quella casa e dal palco a volta: era impossibile viver sano là entro, anche con tutti gli agi della vita.
La camera dov’era l’ammalata non aveva altri mobili che il letticciuolo su cui giaceva la misera sotto uno straccio di coperta, strettamente rincalzata nelle materasse, un tavolino che adempiva a tutti gli uffici, due sedie con parecchie traverse di meno, e lo scheletro di poltrona, su la quale stavasi rannicchiato un gatto compagno antico e fedele di quella miseria che agghiacciava il cuore. Sul tavolino, oltre alla lucerna che serviva soltanto a render visibili le tenebre, erano ancora due bicchieri di vetro contenenti pozioni per la inferma.
Era quello siccome abbiamo detto, il primo giorno in cui quella donna e quel giovinetto abitavano nella _Casa di Satana_. Ugo non avea detto niente alla mamma della nuova abitazione; sì che ella non sapea sotto qual tetto fosse venuta. Il nolo di una carrozza per trasportarla quivi era costato al povero fanciullo le più inaudite umiliazioni; ma egli aveva sofferto tutto con amore, perciocchè trattavasi della sua cara mamma, che egli amava tanto tanto.
Non diremo quante lagrime avea spremute dagli occhi di quel giovinetto la malattia inesorabile della genitrice; non diremo quante notti il miserello avea vegliato, lavorando accanto a lei, per poterle procacciare al domani un po’ di cibo; la storia dei quindici anni della vita di questo giovine si comprendeva di due sole parole: _amore e sofferenza_.
Qualche giorno dopo che la sventurata vedova Ferraretti erasi messa a letto, dov’era confinata da oltre due mesi, ella avea pianto in tutta la giornata; e, quanto più il diletto ed amantissimo figliuolo facea di confortarla, tanto più ella, stringendoselo al cuore con trasporti di disperata tenerezza, piangeva a sciolte lagrime. E poi che mille volte il fanciullo ebbele chiesta la ragione di quel pianto così dirotto, la donna diceagli singhiozzando:
— O figliuolo mio! E non ho io ragione di stemperarmi in lagrime? Ah! tu non sai che il mio male non può guarirsi senza un miracolo di Dio o della Vergine Santa!.... Ti ricordi di Luigi e di Errico tuoi, fratelli?.... Morti entrambi collo stesso male che ora mi sta consumando. Oh se io fossi almeno morta prima di loro!.. E che farai tu solo; figlio mio dopo la mia morte? Chi prenderà cura di te? E quando penso che la mia malattia sarà forse lunga, e che tu devi ammazzarti di fatica per così poco! Ma io non voglio che ti levi di bocca il sostentamento per comprar farmachi per me e pagare il dottore che viene a visitarmi... Credi che io non sappia che l’altro giorno non hai mangiato altro che un pugno di castagne! Alla tua età, e con tanta fatica che fai!
E qui la misera ricominciava a piangere, ed Ugo la baciava e ribaciava, non sapendo trovare altro argomento di consolazione per lei.
E così passarono due mesi. La donna che, quando stava bene, non risparmiava fatica veruna pel vitto e per la pigione, ora, ridotta a letto, non potea più cooperare a provvedere ai bisogni della vita. Ugo lucrava quel tanto che bastava ad uno scarso e malsano cibo: la pigione di casa non fu più pagata, ed ecco come una mattina, dopo tre mesi, il proprietario ordinò che sgombrassero la casa, ed avrebbe fatto vendere i mobili se ve ne fossero stati.
Quella sera, il cielo di piombo pesava sulla terra, cui di tempo in tempo inondava con istemperata pioggia: i lampi solcavano l’aere, a guisa di serpi di fuoco, e il tuono rumoreggiava in mezzo alle nubi, come la voce del leone nel deserto.
La donna si moriva sotto gli urti di una tosse secca e violenta: un ansamento orribile troncavale il fiato e la vita: un ristoro, un farmaco era necessario, e Ugo non aveva un soldo per comprarlo.
Il quadretto che rappresentava la Sacra Immagine dell’Addolorata era opera sua; era tutto ciò che gli era rimasto delle sue fatiche.
Ugo vi fissò uno sguardo d’indicibile angoscia, corse alla parete, lo staccò dall’arpione, sel pose sotto al braccio, e:
— Madre, io esco, le disse, vado a comprar qualche cosa.
Ed alzò la voce soffocata perchè sua madre udiva debolmente.
— Ah! figliuol mio, non lasciarmi sola!... io sto così male! Se io morissi prima che tu torni... Io soffro tanto!
Ugo mormorò qualche cosa che parve alla madre una parola d’ira.
— Ah figlio... figlio.. mio... vedi io ho peccato e soffro; ma quella Madre benedetta non avea peccato e pur soffria!
L’inferma aveva cogli occhi accennato il quadro della Madonna; ma non si accorse che più non istava alla parete.
La voce della madre di Ugo era così debole, e il soffio del vento sì forte che il giovinetto non udì le parole di lei. Intanto, egli si gittava sul capo un logoro e vecchio cappello, baciava la mano della madre, e, raccomandatala al Padre di tutti gl’infelici, usciva sotto una stretta di pioggia che allagava la strada come un mare che si fosse scaricato dal cielo.
Ugo Ferraretti si dirigeva alla casa del sig. Paillard, rivendugliolo di quadri, una specie di ebreo, che abitava in una stradella accosto alla piazza dei Cavalieri.
II.
UGO FERRARETTI
Prima di seguitare il Ferraretti dal rivenditore di quadri, è mestieri che i nostri lettori facciano più stretta conoscenza con questo caro giovinetto, la cui storia forma uno dei più importanti episodii della nostra narrazione.
Ugo nacque in Pisa da Luigi Ferraretti, buon miniatore, espertissimo nel dipingere agli acquerelli o sulla bambagina. La pittura era stata la professione di questa famiglia: da padre in figlio se l’ebbero trasmessa; e vuolsi che un Ferraretti avesse avuto l’onore di ritoccare parecchi dei quadri della chiesa Cattedrale di Pisa, i quali formano una gloria italiana e l’ammirazione degli stranieri. I nomi di un Andrea del Sarto, di un Rosselli di Firenze, di un Ventura Salimbeni, di un Passignani e di un Giovanni da Bologna rendono la Cattedrale di Pisa uno dei più insigni monumenti artistici di cui si onori l’Italia. Dicesi che il Ferraretti avesse restituito il prisco colorito alla maggior parte delle belle dipinture che rappresentano la storia di san Ranieri, protettore della città. Ad ogni modo, sia che fosse stato il Ferraretti o altri quegli che ritoccò i quadri della storia di san Ranieri, questa fatica fu lodata dagl’intenditori; e soltanto un Francese, che scrisse nel 1765 una _descrizione istorica dell’Italia_, si permise di dire che colui che avea restituito il loro primitivo colorito a quei quadri fu _un maladroit qui les avait gatès_ (un inesperto che gli avea guasti). Il cielo scansi gli artisti italiani dai giudizi che i Francesi danno sulle opere loro!
Luigi Ferraretti, padre di Ugo, di debil salute, morì alla età di quarant’anni, lasciando nella povertà la moglie e tre figliuoletti maschi, dei quali Ugo era il più piccolo. La vedova di Luigi, giovine ancora, amantissima dei suoi pargoletti, si consacrò interamente a procacciar loro la sussistenza, esercitando a muta il mestiere d’insaldatora e di cucitrice. Commoventissimo scambio di affetti era tra la giovin madre e i tre fanciulli che l’amavano alla follia. Comechè di età tenerissima, Luigi, il primogenito, comprese che bisognava aiutar la mamma a portar il peso della famiglia, e, non ostante il disvoler di lei, si pose nella bottega di uno scarpellino a prestargli i minuti offici che può un fanciullo di nove in dieci anni. E parimente venuto grandetto Errico, si mise appresso a un doratore e per apprendere quest’arte, e per guadagnar qualche coserella da recare alla mamma. Ugo soltanto aveva appalesato, fin dall’età infantile, sviscerato amore all’arte di Raffaello. Quando ancora bambinello non sapea reggersi e camminare, e correva nel cestino o nel carruccio per l’angusto spazio della materna cameretta, rimaneva preso da singolare contemplazione innanzi ai lavori del genitore; e, appresso, quando per anco non arrivava coll’alto del capo a superare l’orlo di una tavola, spendeva le ore e talvolta le intere giornate a trarre col gesso o col carbone sul pavimento di grosse figure, le quali attestavano la maravigliosa attitudine che quel fanciullo si aveva a dipingere.
Ma una così fatta straordinaria disposizione era in qualche modo inceppata e costretta da un naturale sì malinconico e pauroso che il gittava, a quella età sì bella e innocente, in accessi di tristezza inconcepibile.
Avvi di tali fanciulli al mondo che non dànno quattro passi in tutto il corso del giorno; che stanno sempre avviticchiati alla gonna materna, e che, astretti la sera ad attraversare una stanza, si spiritano di paura e non si arrischiano di guardare addietro, per tema che una figura col cappuccio non corra addosso a loro per menarli seco, Dio sa dove. Ugo era nel novero di questi fanciulli: gracile, smilzo, delicato, il suo volto era sì bianco che in guardandolo si sarebbe detto una figura di cera, e il suo corpo era sì debole che a due anni camminava ancora colle falde o nel cestino. Ogni fiato di vento il facea tossire, ed ogni urto di tosse il facea piangere. D’altra parte, la fantasia di Ugo era così viva, e così sviluppata la sua intelligenza, che facea spavento a coloro i quali sanno come di tristo presagio sia il precoce sviluppo della mente.
Tre sventure consecutive fulminarono la disgraziata famiglia Ferraretti: dapprima la morte del padre, e, a pochi anni d’intervallo, quella di Luigi e di Errico, fratelli di Ugo, morti di consunzione. Il germe fatale di questa malattia era nel seno della loro genitrice. Inesplicabili decreti di Dio! Intere famiglie si distruggono, lentamente strascinate alla tomba da questo male inesorabile, che sembra prender diletto a colpire le sue vittime allorchè la vita s’infiora di tutte le più belle illusioni. Ma Iddio, assoggettando, per incomprensibili disegni, ad una inesorabil legge di morte tante care e giovanili esistenze, dispensa larghi tesori d’intelligenza e di sensibilità alle misere creature che, nascendo, portano nel seno il serpe che dovrà roderle nella freschezza della vita. Un tisico è uomo a dieci anni, vecchio a venti.
Questi tre colpi terribili, vibrati al cuore d’una moglie, d’una madre svilupparono nel petto di lei i germi di quella malattia, per la quale l’abbiamo veduta confinata nel letto delle sofferenze. Ugo era divenuto il solo sostegno della famiglia. Fanciullo ancora, egli lavorava da otto a dieci ore al giorno per non far difettare del bisognevole la cara madre, la quale, per quanto lo sopportasse la mal andata salute, dava solertemente opera a lucrare il sostentamento della vita.
Non sì tosto uscito della prima infanzia, Ugo erasi posto a studiare appresso a suo padre, e, morto questi, appresso a un mediocre figurista, non tanto valente pel pennello, quanto pel cuore; però che grandissimo affetto aveva messo al garzoncello Ferraretti, e con ogni sua possa facea di spianargli il cammino all’arte difficile che questi sembrava amar cotanto.
Ugo studiava in ispezialità su quel gran maestro, che solo forma i grandi artisti, la natura. Egli prediligeva i soggetti malinconici o religiosi. Dotato d’una sensibilità eccessiva, colpiva subitamente la vera espressione dei suoi soggetti, e sapea dare alle forme del volto un carattere così delicato e così vero ad un tempo che le sue teste erano altrettanti piccoli gioielli di arte. Tutto era precoce in questo giovinetto, e tutto annunziava il genio immortale in un corpo fragile, che ad ogni momento parea che volesse disfar la creta e morire.
A quindici anni, Ugo era già uomo; il suo petto ardeva di aspirazioni sublimi; ma la fralezza del corpo e la miseria il gittavano spesso nella più desolante ipocondria. Egli avea veduto morir di consunzione due suoi fratelli, e questo pensiere era sempre presente al suo spirito, come un avvertimento, un presagio, una minaccia. Spesso egli abbandonava il pennello sul cavalletto, e si lasciava cader sulle ginocchia le braccia e la tavolozza de’ colori, colpito da un pensiero di scoraggiamento, e rimaneva una buona mezz’ora nella più grande immobilità. Allora il suo bel capo si curvava sul petto; i suoi grandi occhi neri si socchiudevano quasi assonnati e stanchi; e l’anima sua sembrava staccarsi da quel corpo affranto e malaticcio per volare verso una regione dove la creta più non istringe nei suoi lacci crudeli l’essenza purissima del pensiero. Ma se per caso egli udiva la voce della madre, o la vedea passare nello studio dov’egli lavorava, il suo petto balzava di gioia, e si rimproverava di nutrire lugubri idee quando la mamma non aveva più che lui per consolarla; e ripigliava con alacrità l’interrotto lavoro, e le sue ciglia si bagnavano di lagrime di amore per quell’essere che era tutta l’anima sua, tutta la sua gioia sulla terra; ed egli era così contento e superbo di lavorare per la mamma sua! Qualche volta Ugo non potea resistere alla tentazione di andarla ad abbracciare, e, quando la madre stampava su la pallida faccia di lui un tenerissimo bacio, il giovinetto era così lieto, e così, direm quasi, rinato alla vita, che gli sembrava un delitto l’abbandonarsi a malinconici pensieri e allo scoraggiamento quando Iddio avea benedetto i suoi lavori santificandoli col più puro amor filiale.
Ma questa riconciliazione con sè medesimo durava sì poco, che un momento di poi ricascava il miserello nelle cupe idee di morte; si alzava da’ suoi lavori, e andava a guardare il suo volto a un piccolo specchio a viticci che era sovra uno degli stipiti della porta d’ingresso del suo studio. Un quarto d’ora rimaneva il giovinetto a contemplare la propria immagine nel cristallo. Ogni dì pareagli che si fosse accresciuto il matto biancore delle sue gote e la fosca lividezza delle labbra; ogni dì sembravagli che l’arco delle spalle prendesse più vaste proporzioni, come se il suo corpo volesse impennar le ali per isciogliere il volo verso il cielo. Egli guardava con un indicibile sentimento di angoscia i suoi omeri ricurvi ed elevati sovra un petto stretto e compresso; la concavità delle sue gote e le plumbee sue labbra; e l’anima sua addiveniva così trista che tutto gli pesava, e la vista degli uomini, e l’aspetto sereno di natura, e i benefici raggi del sole, e la fresca aura che giocava ne’ suoi più fieri nemici, i polmoni.
Ugo trovava un supremo conforto in quella religione che sa porgere un lenitivo ad ogni piaga; una consolazione ad ogni tribolo, una gioia ad ogni dolore. Egli pregava con fervore, con piena fede; e le sue preci non mancavano di spargere un balsamo dolcissimo su quel cuor giovanile che amava la vita, non per sè, ma per la cara madre.
Lasciamo immaginare a’ lettori quale corrispondenza di affetti avvenisse tra questo giovinetto e la genitrice, dappoi che morto ebbe per tre volte visitata la loro casa, e gli ebbe lasciati soli a piangere e ad amarsi. Era un delirio di ogni momento, un pensiero costante, che l’un de’ due si avea per l’altro. Un leggiero impulso di tosse facea balzar di spavento il cuor della madre o del figlio, secondo che l’una o l’altro avealo sofferto.
In qualche sera di està, verso il tramonto del sole, quando Ugo avea fornito il suo compito di lavori, e la mamma avea dato ordine alle faccende domestiche, soleano trarre entrambi a diporto a qualche miglio della città, nell’aperta campagna. La giovin donna appoggiavasi al braccio dell’amato giovinetto, ed era così lieta, così felice, che il suo volto di cera si colorava del più leggiadro vermiglio; e una piena di lagrime le correva agli occhi.
Eglino si trovavano spesse volte soli nelle vaste pianure, quando le prime ombre s’inchinano sulla terra. Allora si sedevano su qualche tronco rovesciato l’uno a fianco dell’altra; e così strettamente abbracciavansi, come se qualcuno avesse minacciato di separarli. Le essenze più pure si esalavano dalla terra umettata dalla brina serotina, e il fogliame de’ giovani alberi eseguiva tali melodie di mormorii sul capo di quella coppia benedetta da dirsi quasi che la natura festeggiava un amore che scuote e fa vibrare anche le visceri della terra.
Chi si fosse trovato a passare per quelle amene solitudini, ed avesse veduto quel giovine e quella donna sì amorosamente solleciti l’uno dell’altra, avrebbe al certo creduto esser quelli due felici innamorati o sposi novelli, imperciocchè la donna, tuttora giovine e bella quantunque eccessivamente sfinita dalla persona, avea negli occhi tanto fuoco di tenerezza e tanta vita di amore, che soltanto un’amante avventurata può avere.
Agli occhi di Ugo nessuna donna era più bella della madre sua, di cui l’immagine ei ripetea in ogni quadretto che facea: quella donna aveva una chioma sì bella e sì ricca, che sciolta le scendea sino alle ginocchia; e quei capelli erano passati su tante tele, che il Ferraretti era soprannominato in Pisa il dipintore delle belle chiome. E anch’egli avea lasciato crescere i propri capelli che gli cascavano in vaga zazzaretta quasi fin sulle spalle, e vieppiù faceano risaltare la fosca bianchezza delle sue sembianze.
A quindici anni, in questa età in cui a’ dì nostri un giovanetto suol mostrarsi tanto profondo conoscitore e pratico del male, Ugo era innocente come quando era bambinello nelle fasce. Egli non conosceva il mondo che attraverso il prisma della sua ardente fantasia; tutte le donne erano rappresentate nel suo cuore dalla madre. Quanto più la sua intelligenza e il suo genio si sviluppavano, tanto più la vita positiva, il mondo, la società prendevano agli occhi di lui colori e vesti non proprie. Le gioie dei banchetti, i piaceri delle veglie, gli svagamenti dell’età giovanile erano per lui misteri, o non indovinati giammai, o troppo lontani dallo stato della sua anima.
Ugo fuggiva le sale assordate per canti di letizia, le galanti passeggiate al rezzo di molli acacie, le profumate camere di facili amori. Sola, pallida, lenta scorrea sua vita, simile alla luna ne’ placidi campi dei cielo; avea sedici anni all’incirca, eppure nissun amico gli avea stretta ancora la mano, nissuna fanciulla avea susurrato al suo orecchio parole di amore.
Il giovine artista amava la solitudine: faceva parecchie volte scorrer le ore sul bruno declivio d’un colle, e vi restava immobile a contemplare un ultimo riverbero di sole oscillante nel convesso de’ cieli, o l’ombra bigia d’una nube sospesa sovra un gruppo di poggetti, o una lontanissima veduta avvolta in una ondosa squame di raggi.