Federico Lennois

Part 10

Chapter 103,819 wordsPublic domain

La luce che rischiara il creato, e gli Astri innumerevoli che a notte rivelano la Gloria di Dio, non volgono incessanti preghiere all’Essere che col suo braccio possente e invisibile li tien sospesi tra due abissi, ove si perde l’umana ragione?

Il tempo che disperde e accumula i secoli, siccome il vento disperde e accumula i granelli di sabbia, non è forse la tacita e perpetua preghiera della Creazione?

E l’uomo, questa creta portentosa, che da un punto impercettibile del creato scruta le profondità de’ cieli, e segna il corso degli astri, l’uomo, quest’essere assetato di felicità, questo tipo del grande e del misero, non ha egli d’uopo di pregare ad ogni istante della vita sua? Le nostre pupille non sono fatte per guardare in cielo?

Le umane passioni non sono forse il più ardente linguaggio della preghiera?

Oh misero, mille volte misero chi mai non prega! Quando le passioni, il mondo, la vita gli sfuggono, che farà egli?

Questi pensieri si aggiravano nel capo del caro giovinetto, innanzi ch’ei chiudesse gli occhi al sonno.

Gli amantissimi nomi del padre, della madre e de’ fratelli si mischiavano sempre nelle sue litanie e nelle sue orazioni alla Vergine Addolorata.

Ma, da qualche tempo, un altro nome, un altro carissimo nome veniva ad ogni istante sulle labbra di Ugo Ferraretti; e questo nome mettea nel cuor di lui una dolcezza febbrile, gli dava sussulti di gioia e di angoscia inenarrabili, e popolava ormai l’avvenire del giovine artista di larve adorate, di seducenti immagini che gli scottavano la fronte.

Quel nome era in oggi l’ultimo che mormoravano le sue labbra, prima che il sonno facesse succedere nell’animo di lui un altro mondo ideale a quello della realtà.

Quel nome era ormai per Ugo Ferraretti la vita, la felicità la gloria.

Quel nome era di una fanciulla bellissima per quanto sventurata.

LUIGIA ALDINELLI.

Eccoci ormai sulle orme di un segreto importantissimo che gitta una gran luce sulla nostra istoria.

Luigia Aldinelli è un nome che abbiam lasciato nelle tristi memorie del Baronetto Edmondo Brighton: ella è una de’ cinque personaggi che, nati frutti della colpa in diversi lontani paesi, un pensiero di riparazione congiungea sulla medesima lista. Il delitto gli avea generati in cinque luoghi diversi; il rimorso ne riuniva i nomi e gli affidava all’amicizia e alla virtù.

Oggi noi ritroviamo il nome di Luigia Aldinelli sulle labbra d’uno sventurato giovine artista, suo compatriotta.

Dove, quando, come Ugo Ferraretti avea conosciuta Luigia Aldinelli? Perchè sventurata questa giovinetta?

Per ora noi sappiamo, imperocchè tuttora è avvolta nel mistero la storia di questa figliuola naturale del Conte di Sierra Blonda. Ma ben possiamo asserire che non mai due anime più belle e più pure furono unite da più pura fiamma di amore. Il cielo, che avea tolto a Ugo Ferraretti l’intera famiglia, compensava largamente questa perdita, concedendogli una corrispondenza di affetti tenerissimi e tali da riempir pienamente il vuoto profondo del cuore dell’orfano infelice.

Ugo Ferraretti amava dunque Luigia Aldinelli, e n’era riamato con tal passione, che egli non avrebbe giammai potuto sperare ne’ sogni delle sue notti febbrili.

Era felice l’amore di queste due innocenti creature? Felice sì nella sua piena ed intemerata corrispondenza; ma una funesta necessità costringeva i due amanti a non far trasparire i loro sentimenti: onde segretamente si amavano.

Iddio solo potea rompere l’ostacolo di ferro che si frapponeva alla loro felicità.

E la preghiera soltanto, la preghiera costante e fervida, poteva ottenere dall’Altissimo una tal grazia.

In sul cominciar dell’autunno Ugo più non andò tutt’i giorni alla Cascina, dove sappiamo al presente quale oggetto l’attirasse.

Ne’ dì che non traeva alla campagna, Ugo rimaneva chiuso nella camera.

Egli meditava un lavoro, un quadro, il cui sublime concetto disposavasi alla più cara sua passione sulla terra.

Un mese intero Ugo stette a meditare sul suo quadro e a pregare.

La Religione, la Gloria e l’Amore moveano il genio dell’artista e davan la febbre alla sua fantasia.

E un bel mattino, Ugo Ferraretti segnava i primi tratti del quadro rappresentante:

LA PREGHIERA.

VI.

L’ISPIRAZIONE

L’ispirazione è un sublime dono che l’Ente Supremo concede ai figli dell’uomo. Essa è come un raggio della divina possanza, una scintilla di quel fuoco che dà la vita al nulla, che caccia la luce dalle tenebre, le forme dal caos.

L’ispirazione pone il suggello dell’immortalità alle opere che essa anima: il Tempo annienta le generazioni, polverizza le foreste, dissecca i mari: e l’opera dell’ispirazione rimane incrollabile e salda. A guisa della luce del sole, che nulla perde giammai nel passaggio de’ secoli, l’opera ispirata non invecchia giammai.

L’ispirazione non ha niente di comune colla materia che ne circonda: Essa non si rivela che ne’ suoi mirabili effetti, il mondo l’ammira, ma non la comprende, e spesso la scambia colla follia. A simiglianza dei grandi agenti di natura, la cui intima essenza sfugge all’umana ragione, essa non si lascia indovinare neppur dall’ente privilegiato a cui si abbandona. Il Genio stesso non sa che cosa è l’ispirazione, che lo anima.

Essa si spazia nell’universo; fende la regione degli astri; indovina i segreti della Creazione; scruta gli abissi del cuor umano; sorprende il magistero del Bello e ne disvela le maraviglie alle attonite moltitudini; anima il marmo, la tela, la carta; strascina al suo carro di trionfo le ricchezze e gli onori che essa disprezza e calpesta; sorride alla Gloria, sua figlia; comanda l’Entusiasmo, lo provoca, lo spande; nobilita i suoi stessi adoratori, e guarda baldanzosa attraverso i secoli, siccome al solo campo degno di Lei.

L’ispirazione, immenso dono che Iddio fa a qualche anima, uccide il corpo ove quest’anima risiede: quanto più essa vola verso il cielo, donde emana, tanto più il corpo si disfà e tende alla terra, donde provviene; quanto è più ardente il pensiero, tanto è più freddo e pallido il volto; quanto più vigoroso è il concepimento, tanto più debole è l’organizzazione della creta; quanto più feconda è la scintilla del genio, tanto più il corpo invecchia e il capo incanutisce.

L’ispirazione, nemica del tempo e dello spazio, spegne ben presto la vita che ne è l’espressione più naturale e sensibile.

Più che altrove, l’ispirazione discende sulle anime italiane. Il sole che allieta e feconda la bella penisola fa sbocciare in gran copia i fiori del genio come i fiori de’ prati, ma quelli non marcescibili come questi.

Ogni zolla di questa terra d’Italia è un ricordo glorioso pei suoi figli, le sue stesse ruine sono un semenzaio di genii. La poesia, la pittura, la scultura, la musica, queste vergini sorelle che fanno sì lieta l’umana vita e infiorano le tombe, si ebbero lor culla su questa terra incantata.

E Dio benedisse e ricompensò la virtù di Ugo Ferraretti, accordandogli la purissima fiamma dell’ispirazione.

Non tenteremo di descrivere le peculiari bellezze che il pennello del Ferraretti facea nascere sulla tela. Bisognerebbe che facessimo assistere i nostri lettori ad ogni seduta del giovin dipintore, e, ancorchè ciò facessimo, non sapremmo far loro minutamente osservare o ammirare il portento che ogni tratto di pennello creava: il genio ha i suoi misteri, che egli stesso talvolta non comprende; la mano esegue ciò che la ispirazione le detta, e i dettami di questa non sono traducibili in nessuna lingua dell’uomo. Bisognerebbe far passare negli animi de’ nostri lettori i sentimenti medesimi che agitavano di perplessa gioia l’anima del Ferraretti ad ogni sfumo che si disegnava sulla tela, quasi tocca da magica bacchetta.

Il quadro rappresentava l’interno d’una camera, il cui fondo scuro, alla maniera fiamminga, dava risalto grandissimo alla bianca figura di donna che, colle mani congiunte e cogli occhi rivolti al cielo, poggiava ambo le ginocchia al suolo, sostenendo appena il destro fianco alla panchetta di un letticciuolo messo di scorcio. Tutto rivelava la miseria e l’abbandono: quella donna avea sulle sue sembianze una giovinezza di dolori: l’innocenza vi trasparia e con essa la fede più viva: avea gli occhi e i capelli neri, d’una soavissima bellezza, il volto allungato da’ patimenti dell’animo, ma pur sì bello che lo sguardo vi si fissava con amore...

Una veste di mussolina d’un azzurro sbiadato copriva la leggiadra persona; lo scollo alquanto basso lasciava nudo un collo di avorio e la parte superiore del petto, mal difesa da una rozza pezzuola gittata sulle spalle colla noncuranza propria di chi ha una gran pena nel cuore.

— Questa lievissima offesa al pudore smoria nel sublime atteggiamento che riportava i pensieri dei riguardanti ad una sfera superiore ad ogni bassa passione.

Non è dicibile con quale arte e naturalezza era messo il fazzoletto sulle spalle di quella fanciulla.

Si vedea che la pena e gli affanni, per cui ella pregava, le avean fatto per un istante, solo per un istante, porre in obblio la natural modestia; nel quale momento di obblio parea che si giovasse un’auretta finissima che venia da una finestra dischiusa, e che iva sollevando il leggiero lino.

Da quella finestra discoprivasi in distanza la Cattedrale di Pisa, come per dare un’idea del luogo ove la scena accadeva.

Le pupille della fanciulla voltate al cielo lasciavano discoperta la sclerotica degli occhi bianchissima e velata da una nebbia di pianto: però il cielo, che quelle pupille cercavano, era disceso in esse, tanta era la soavità che da quelle partiva, e che si diffondea su tutto l’ambiente del quadro.

Le labbra semi aperte avean forse mormorato un nome assai caro, che parea vibrasse ancora nella loro tremula oscillazione: la preghiera, in fondo di quell’anima, rivelava l’amore; ed ella stessa, l’innocente creatura, non sapea forse esprimersi altrimenti che col linguaggio dell’amore.

Questa passione nella sua purità era scolpita in tutt’i tratti della figura: e la Religione, interprete scusatrice appo Dio di tutte le umane debolezze e miserie, le dava un carattere solenne e rispettabile.

Le mani congiunte in atto di rassegnazione, di umiltà, di speranza erano di una perfezione inarrivabile e d’una morbidezza che vincea la stessa natura: un anello, un semplice cerchietto d’oro, era al dito anulare della mano destra: ricordo forse tenerissimo di una madre, di una sorella o di altra persona.

Ma ciò che sovrammodo attestava il genio dell’artista era la massa de’ capelli della giovinetta che pregava. Era in essi quel disordine naturale a chi è preso da una prepotente passione: alcuni truccioletti le veniano staccati sulla bella fronte, ombreggiandone il niveo candore. La foltezza della scompigliata massa in sulla coppa del capo rivelava l’ardenza malinconica di quella natura appassionata: que’ capelli erano così vivi, così naturali, che facea d’uopo del ministero del tatto per assicurarsi che erano dipinti e non veri.

Tutta la scena era rischiarata dalla pura luce dell’alba, i cui rosei colori si vedeano spuntare dalla dischiusa finestra. Questa luce modesta investiva di scorcio le sembianze dell’inginocchiata: il resto della camera era ancora soggetto a quelle mezze ombre che attestano le tenebre della notte non del tutto cessata.

Oh perchè non possiamo ad una ad una particolareggiare le meravigliose bellezze di questa dipintura! Perchè non possiamo mostrarla agli occhi de’ nostri lettori nella sua sublime semplicità, nell’armonico suo tutto!

Oh se avessimo il potere di cangiare questa fredda pagina nella stessa tela, ov’ella nacque! Che cosa sono le imperfette e monche descrizioni quando si tratta delle opere del genio? Che può il freddo narratore a petto della realtà che lo abbaglia, e non gli lascia altro sentimento tranne quello dell’ammirazione?

Il concepimento, il disegno, il colorito, le ombre, la espressione, il dramma, tutto era grande in quel quadro, tutto additava un futuro Tiziano nel giovinetto malaticcio che facea passar l’anima sua su quella tela.

Quello che formava il pregio maggiore de’ lavori di Ugo Ferraresi, e massimamente di questo della _Preghiera_ era la disposizione del fondo. Abbozzando i suoi quadri, egli traea profitto, come Rubens, non pure dall’abbozzo medesimo, ma eziandio da’ tuoni dell’impressione della tela.

Ugo schivava eziandio l’abito che si hanno non pochi pittori di dipingere interamente il nudo, per passar poscia alle vestimenta ed agli accessorii. Con tal metodo non può giammai ottenersi un perfetto accordo di parti, e l’effetto non ne risulta sì mirabile e limpido, come quando il tutto è stato osservato attentamente insin dalle prime pennellate dello abbozzo.

Ugo studiava in principal modo gli accidenti di luce, ai quali dava quelle graduazioni spiccate e forti che distinsero il Caravaccio e il Guido, e che han renduto sì pregevole la scuola fiamminga.

In quanto al colorito, Ugo sapea con tant’arte e genio distribuirlo, che non gli si avrebbe potuto rimproverare una sola tinta superflua o mal locata. Lo speziale dà i coloriti a tutti, dicea il Tiziano, ma solo il buon pittore ne fa il colorito.

Ugo insomma dimandava all’arte di sforzarsi a vincere l’inopia dei mezzi e la non cedevolezza della materia, egli sudava a gran goccioloni, come sudano tutti gli artisti che traggono la vita da un impasto di colori e danno alla tela tutte le passioni umane. Egli possedea que’ pregi che gli assicuravano piena vittoria in quel certame di opposti, qual’è il poter congiungere l’ardimento colla dolcezza, la forza colla grazia, il grande col modesto.

Noi abbiam cercato di descrivere il quadro compiuto, però che non avremmo potuto seguitarne la lenta esecuzione. Un anno intero fu speso da Ugo Ferraresi a terminare il suo lavoro, durante il qual tempo molti avvenimenti ebber luogo, che a mano a mano andremo narrando.

Ci affrettiam di dire intanto che il Ferraresi avea fatto passar sulla tela le sembianze di Luigia Aldinelli, la cui immagine era scolpita incancellabilmente nella fantasia di lui. Però, a seconda che quelle adorate sembianze andavansi conformando, egli amava l’opera sua con tal delirio che spesso ei dimandava a sè medesimo quale più amasse, se l’originale o il ritratto. Rimanea le lunghe ore a contemplar le care fattezze di quel viso, e talvolta non sapea resistere al desiderio di baciar le labbra inanimate ma vive della sua dipintura.

Questo gran lavoro era tramezzato dalle frequenti gite, che il giovine artista innamorato faceva alla Cascina.

Luigia Aldinelli non poteva mostrarsi al suo amante che di soppiatto; ed egli era costretto a starsi per molte ore rincantucciato nello spigolo di un muro, immobile, all’impiedi, esposto alle intemperie ed a’ rigori della stagione.

Ciò non pertanto, una breve distanza li separava la quale permetteva all’amante Ferraretti affissare i suoi sguardi su quella carissima creatura. Oltre a ciò, la disposizione del sito era tale che il luogo ove Ugo si ponea sovrastava alla casa di Luigia; così che costei, per guardar l’artista e per parlargli, aveva sempre i suoi begli occhi levati in alto.

Eppure le ore in cui que’ due si vedeano e s’intratteneano tra loro erano le più belle: il freddo, la pioggia e il vento non erano neanche avvertiti, ed eglino erano così felici, che il cielo avrebbe potuto cadere sul loro capo senza che quasi se ne fossero addati.

L’anno che fu necessario ad Ugo Ferraretti per compire il suo quadro fu per lui un anno di emozioni si vive, che lo avrebbero senza dubbio spinto a morte, se gli avvenimenti che si succedettero non avessero dato altro avviamento agli abiti della sua vita.

Eran circa sei mesi dacchè egli lavorava al suo quadro, quando una mattina, il campanello della sua casa fu udito a suonare.

Era questa una straordinaria singolarità; che dovea grandemente sorprendere il giovine artista; però che nessun amico egli aveva, e non mai anima viva era ito a visitarlo nella _Casa di Satana_.

Egli rimase per qualche tempo in forse se veramente all’uscio di sua casa il campanello si era fatto udire; ma tal sospensione di animo presto si dileguò al risuonare che fece lo stridulo istrumento, il quale erasi quasi arruginito per l’umidità di quella casa, e per l’ozio perpetuo in cui giaceva.

Ugo si alzò, gittò un panno sulla tela per nascondere l’opera sua e andò ad aprire.

Un giovine si presentò al suo aspetto, decentemente vestito:

Era Federico Lennois.

VII.

L’INVIDIA

— Siete voi l’artista Ugo Ferraretti? chiese Federico Lennois al giovine con ispiccato accento straniero.

— Io son desso, rispose il giovinetto figgendo gli occhi sul personaggio introdotto nello studio.

— Quanto piacere io provo nel conoscervi di persona! disse Federico; ho veduto dal sig. Giacomo Palliard i vostri quadretti, che sono tante gemme di arte; particolarmente la vostra _Addolorata_, che è stata venduta per 500 lire alla casa Righetti di Livorno.

— 500 Lire! la mia _Addolorata_! O infamia!

— Dite benissimo, soggiunse Federico ingannandosi sulla significazione di quella parola di dolore e di vituperio; quel quadretto vale al più poco mille franchi.

— Eppure, signore, sapete quando mi fu dato dal signor Paillard per quel quadro che era l’anima mia e che io ricomprerei col mio sangue?

— Ah, credo che non vi fu dato meno di cento cinquanta lire.

— Dieci soldi! signore; dieci soldi!

— Dieci soldi!! Possibile! Ma questa è una vera infamia, siccome diceste; dieci soldi!

— Ecco, signor mio, la generosità e la coscienza che hanno i Francesi! Ecco il disinteresse, la filantropia, l’amor dell’ingegno e l’estimazione del merito, di cui eglino si vantano!

Federico si turbò, non perchè vulnerato nel suo sentimento nazionale, ma perchè, sendo egli francese, era molto mal raccomandato nel cuor di Ugo Ferraretti. Diremo più tardi qual si era lo scopo della sua visita al giovine Ugo.

— Ma in somma, diss’egli lisciandosi la barba, perchè precipitaste a tal modo il vostro quadro? Che bisogno ci era di venderlo per quella meschinità di dieci soldi?

Ugo scolorò in volto siffattamente, che Federico sembrò spaventarsene; e il ragguardò con moltissima attenzione non senza un sentimento di secreto piacere.

— Voi mi domandate, signore, perchè precipitai a tal modo il mio quadro? Che bisogno ci era di venderlo per quella meschinità di dieci soldi? Perchè vi sono alcune emergenze nella vita in cui per un soldo si darebbe anche la propria esistenza... Ah, signore, se voi sapeste che cosa orribile è la miseria! Guardarsi allo intorno nel proprio abituro sfornito di mobili, spingere il pensiero al di fuori e trovare la solitudine più desolante; nessun parente, nessun amico, nessun protettore: e, d’altra parte, udire i lenti gemiti d’una madre che si muore nella totale inopia di mezzi... Mancar di tutto, tranne del sentimento della propria dignità!... In questo stato io mi trovava, signore, tutto era venduto: la lunga e penosa malattia della sventurata madre mia assorbiva tutto il prodotto delle mie fatiche per varii mesi io aveva dovuto pensare ogni giorno a procacciarmi il sostentamento del giorno; lavorava dì e notte, mi sfiniva di forze, e ciò nonostante io era così felice, allorchè mia madre prendeva la sua zuppa ben calda, ben nutrita da ottima carne; io era così felice, quando ella mi volgeva uno sguardo di amore e di riconoscenza!... Povera madre mia! Oh se io potessi faticar come un cane, e nutrirmi con un sol tozzo di pane ogni due giorni, per riacquistarti! Se potessi dormir sul nudo pavimento, purchè io dormissi un’altra volta a fianco del tuo letticciuolo, o madre mia!... Perduta, perduta, per sempre!

Le lagrime irrigavano il bianco volto del Ferraretti. Federico era rimasto muto e impassibile a quella espansione di dolore...

Ugo ripigliò lentamente e con voce fiacchissima:

— Una sera, l’orribil sera: mia madre era infranta dalla sua inesorabile malattia: la tisi, l’implacabile tisi, che non risparmia le sue vittime, l’orribile tisi che rende scheletri gli ammalati, lasciando loro tutto il vigor della mente per far loro guardar di fronte la morte che si approssima; la tisi onde anch’io morrò, ne son certo, e forse tra non molti anni la tisi facea le sue ultime prove sull’infelice vivente scheletro di mia madre; una pozione, un refrigerio era indicato per quella misera, ed io non aveva un sol pezzo di rame, una sola di quelle infime monete, che pur bastano a dare e a toglier la vita. Tutt’i miei lavori erano stati venduti a quel carnefice di Paillard, però che nessun altro volea comprar quadri moderni: non mi restava che il quadro dell’_Addolorata_, da me dipinto con tanto amore, con divozione, con tanta fede: a quell’Immagine benedetta io raccomandava ogni mattina e ogni sera la madre mia: quella Madonnetta era la gioia nei miei dolori, la speranza nella mia disperazione, il raggio di sole nella notte dei miei pensieri... Ebbene, non avendo a chi rivolgermi, non sapendo su che cosa dar di mano per ottenere una moneta senza chieder la limosina, gittai uno sguardo sull’_Addolorata_, pregandola che avesse illuminata la mia mente.... ed essa sembrò guardarmi in atto pietoso, e dirmi: Io ti darò i mezzi onde soccorrer tua madre; va e vendi questa mia Immagine: grande è il sacrificio, ma una madre lo chiede..... Stetti molto tempo a contemplar quella figura; piansi dirottamente, però che mi parea che strappando quel quadro dal muro, io ne strappassi il culto dal mio cuore; stetti in forse lunga pezza; ma un sordo lagno di mia madre e la tosse straziante mi decisero. Io staccai dalla parete la sacra Immagine. Non saprei dirvi come diserta mi sembrò quella camera spogliata di quel quadro! Parve che l’olio della lampada si disseccasse in un momento, non essendo più destinato a rischiarare la benedetta effigie della Madonna. Baciai le pallidissime gote della mia genitrice, e, non ostante la dirotta pioggia che faceva e la distanza che mi separava dal rivendugliolo francese, andai a vendere l’_Addolorata_ al signor Paillard. Probabilmente la mia disperazione si leggea scritta sulla mia fronte; onde quell’uomo senza cuore indovinò il bisogno estremo di danaro in cui io mi trovava e cercò trar profitto dalla mia sventura... Ecco, signore, la storia della vendita di quel quadro; ecco in che modo un Francese apprezza e valuta l’ingegno, l’opera e la fatica!... Su quel quadro ci erano più di dieci franchi di colori, ed egli non mi pagò neppure il prezzo del cencio di tela su cui la sacra Immagine era dipinta.

Una tosse violenta succedette a questo concitato parlare del giovine artista italiano, il quale aveva appoggiato il braccio sulla traversa del cavalletto e posata la fronte in sulla palma della mano in atto di sfinimento e di dolore.

Federico, il quale era seduto affianco di Ugo, sovra una sedia spagliata e rotta nelle traverse, misera gemella di quella su cui era seduto il Ferraretti inchiodò i suoi occhi di piombo su le costui sembianze, e un sinistro sorriso balenò sulle sue labbra.

Poco stante, il Lennois, poscia che il tossir di Ugo si fu alquanto calmato, gli disse:

— Sventurato giovine, io sono tanto profondamente commosso della vostra sorte, quanto ammiratore della vostra abilità. Troppo severo è l’opinione in che avete i Francesi. Se uno di loro gittò nel fango il vostro ingegno e abusò della vostra sventura, un altro si offre a emendare tanta ingiustizia. Io ho comprato dal signor Paillard, due vostri lavori, una _Vergine Assunta_ e una _Natività del Signore_, due copiette inapprezzabili, ho dato al sig. Paillard due luigi, soltanto per averli da lui, ma non intendea pagarne il loro prezzo che al loro esimio autore; ed eccovi in questa borsa duecento franchi i quali mi estimo avventurato di potere io medesimo offrire all’egregio Ugo Ferraretti, la cui amicizia mi sarà anche più cara dei suoi quadri.

Ciò dicendo, egli ponea la borsa sulla traversa del cavalletto.