Part 11
Ugo restò attonito: non credeva ai suoi occhi e alle sue orecchie: gli parve un sogno tanta felicità. Era la prima volta ch’ei trovava un nobil cuore, un amico! Ugo non potè rispondere che gittando un diluvio di baci e di lagrime sulle mani di Federico, di cui si era impossessato.
— Il vostro nome, signore, il vostro nome che io dovrò portar scolpito nell’anima mia, chiedeva il Ferraretti tra i singhiozzi della gioia.
— Ferdinando Ducastel, pittore come voi, ma non del vostro ingegno e della vostra terra, perocchè io sono francese:
— Ferdinando Ducastel! Francese! Oh perdono alle mie stolte parole, perdono al dolore che me le dettava.
Ugo cadde nelle braccia del Lennois, il quale stampò sulla fronte di lui un freddo bacio.
Era il bacio dell’Iscariota.
Cessata la commozione, Ugo rialzò la faccia rischiarata dalla gioia e guardò con passione il suo giovine amico.
— L’emozione che io provo, signor Ducastel, è troppo grande perchè mi dia l’agio di significarvi l’animo mio. Le lagrime di contentezza che ho versato vi dicono abbastanza quanto io sono profondamente tocco dalla vostra squisita delicatezza. Oh questo è certamente uno dei più bei giorni della mia vita! Iddio ha benedetta la mia solitudine accordandomi un amico...
— E dei più affettuosi, disse Federico abbassando gli occhi al suolo.
Passò qualche momento di silenzio.
— Anche voi dunque siete pittore, signor Ducastel? dimandò Ugo — e avete avuta tanta indulgenza per le mie deboli cose?
— Sappiate meglio conoscere voi stesso, Ugo Ferraretti. Io non temo d’ingannarmi asserendo che voi siete destinato a formar la gloria del vostro paese. Sì, ne son sicuro; il vostro nome aggiungerà una bella pagina alla storia delle arti italiane, e un giorno forse Pisa andrà superba di aver dato i natali ad Ugo Ferraretti, siccome va superba di esser la patria di Galileo Galilei.
Ugo volse al cielo i suoi occhi perduti nelle lagrime.
— Dio! Dio mio! Questo momento dolcissimo compensa tutte le sofferenze della mia vita! Un artista, un Francese, dice che un giorno forse la mia patria andrà superba di me! Oh se io potessi abbandonarmi a questa lusinghiera speranza! La gloria! Ed io non ho che diciotto anni! Dio, Dio mio, se la mia mente s’illude, se le sue parole son false, oh non voler togliermi questa cara illusione che mi dà forza, coraggio e vita. Io lavorerò con tutta l’espansione della mia giovinezza; sfibrerò il mio cuore sulla tela; consumerò i miei giorni allo studio, alla meditazione. Mi lascino pure nella miseria, se il mio nome dovrà vivere dopo la mia morte, se un giorno Pisa dovrà additare la _Casa di Satana_ come la dimora dell’artista Ugo Ferraretti. E che cosa ho a farne io dei piaceri e delle ricchezze del mondo, se Dio mi concederà l’ispirazione ed il genio! Questa febbre che mi scalda i polsi ogni sera, sarebbe mai la febbre dell’arte! Oh Luigia, Luigia mia...
Ugo mise un piccol grido e si coprì il volto colle mani. Egli aveva avuto uno di quei momenti di delirio a cui si abbandonano le anime inconcepibili degli artisti.
Dopo alquanti momenti di silenzio, egli levò il capo avvampato, e disse umilmente al Lennois:
— Perdonate, signor Ducastel, perdonate la stoltezza delle mie parole.... I patimenti e la solitudine hanno così sfiaccata la mia ragione, che talvolta esco in mattezze di cui hommi a vergognare.
A seconda che Ugo si lasciava rapire dai trasporti dell’anima, il volto di Federico diventava livido come quello di un morto: il suo sguardo pigliava una espressione di ferocia: e un amaro sogghigno contraeva il suo labbro.
— Non vergognate di abbandonarvi a sì dolci pensieri, che sono pur troppo i puri e veridici sentimenti dell’animo vostro. Indarno la vostra eccessiva modestia combatte la bella speranza della gloria, di cui si annunzia per voi così splendida aurora. Voi avete innanzi a voi così lungo avvenire!...
Ci era qualche cosa di crudelmente derisorio in queste ultime parole di Federico; ma la crudele ironia non potea comprendersi dall’anima schietta e sublime del giovinetto italiano: ciò non pertanto quelle parole gli parvero strane e d’una vaga significazione.
— Un lungo avvenire! ripetè lentamente il Ferraretti, come se avesse cercata la soluzione di un arduo problema.
Il suo capo si chinò in atto di scoraggiamento, a guisa di un fiore su cui passa un violento soffio di aquilone.
Quei due rimasero in silenzio per alcuni secondi.
— Ditemi, Ferraretti, riprese Federico, la vostra _Natività_ non è una copia di quella di Giovan Battista Naldini, il cui originale è in S. Maria Novella di Firenze?
— Sì, signor Ducastel: io ne trassi l’idea da un bozzo venutomi tra mani alcuni anni fa: solamente credetti aggiungervi qualche cosa del mio. Ben sapete che il Naldini, detto dal Vasari _pratico, perito e fiero dipintore_, trascurava moltissimo gli accessorii, e sprecava lo spazio della tavoletta in certe dappochezze che hanno in certo modo oscurata la sua fama.
— In fatti osservò Federico, ho veduto a Firenze la sua _Purificazione_, di cui si mena dai Fiorentini gran vanto; è una miseria: vi sono in aria due angeli, di cui uno è senz’ali, sì che non si sa come si regga in alto, e sembra un bambino che minacci di cadere.
— Voi avete molto viaggiato, signor Ducastel?
— Sono da parecchi anni in Italia a studiare su i capilavori del genio.
— Oh quanto amerei di vedere un vostro lavoro, signor Ducastel! Se debbo giudicare da quel che sente l’animo mio nell’udirvi a parlare, io dovrò dire di voi quello che la vostra generosa bontà si compiaceva dir di me, vale a dire che la Francia un giorno andrà superba del vostro nome.
A queste parole gli occhi di Federico scintillarono come due razzi accesi, e la sua fisonomia, pel consueto fredda e impassibile, s’irradiò d’una luce di entusiasmo e di passione.
— Oh se ciò fosse vero! Ma io non ho il vostro genio, la vostra abilità; io non sono nato sotto questo cielo, non sono Italiano! Eppure io sento che farei tutto per acquistarmi un nome, per uscire dalla insopportabile oscurità a cui mi danna la mia nascita; tutto farei per udir mormorare il mio nome quando passo per le strade, per essere anch’io additato nelle riunioni e nei pubblici spettacoli. Oh felici, mille volte felici, coloro che sanno crearsi un nome!
Una delle corde più vive del cuor di Federico era stata mossa, e il suo linguaggio questa volta era la genuina espressione del suo pensiero; tranne che l’invidia si avea posta la maschera del desiderio di gloria. Era l’ignobile mosca che vuole imitare il volo della farfalla.
La conversazione fu novellamente interrotta dalle riflessioni a cui ciascuno di quei due si abbandonò.
— La vostra _Vergine Assunta_ è magnifica riprese Lennois, ci è dello Zingaro in questa tavoletta: che soavità di colorito! che studio di prospettiva! Ho veduto qualche cosa di simile al vostro lavoro nel Museo di Napoli: era una dipintura del Solario, che egli facea, se ben ricordo, per la chiesa di S. Pietro ad Aram di quella città.
— Oh, per carità, signor Ducastel!... La vostra amicizia per me vi trasporta... Paragonare le mie povere pitture a quelle dell’immortale Solario!
— Io non vi adulo, Ferraretti; bensì vi dico schiettamente quello che penso di voi... Ve l’ho detto, e ve lo ripeto: voi avete genio e maniera tutta propria... Ma, perdinci, è una ora che sono qui, e non mi avete ancora fatto ammirare del bello e del nuovo, soggiunse Federico, gittando all’intorno della camera uno sguardo indagatore; io voglio vedere qualche altro vostro lavoro, mio caro Ferraretti; questa tela ricoperta da un panno.
Ugo fu scosso, si turbò, arrossì.
— Ah! questa tela... è un quadro, su cui lavoro da sei mesi: esso è tutta la mia vita, tutta l’anima mia, tutto il mio amore; ma sono appena a metà dell’opera.
— Ah questo certamente sarà un capolavoro, esclamò il Lennois, ed io sarò felice di poterlo ammirare nel suo nascere.
È tempo di far notare ai nostri lettori che sin dal primo entrare di Federico Lennois nello studio dell’artista italiano, avea quegli balestrato uno sguardo sulla tela ricoperta, divorato dal desiderio di vedere ciò che vi si contenesse: ma non avea creduto prudente e discreto il richiederne a prima giunta il Ferraretti.
— Un capolavoro!... Oh, lo sarà lo spero.
Questo grido, scappato involontariamente dalla intuizione del genio, fece allibir d’invidia il Francese.
— Su, su, togliete quel panno, disse questi mal contenendo l’amarissima curiosità che il divorava, e si appressava al cavalletto per iscoprire il quadro; ma Ugo il rattenne.
— Un momento, signor Ducastel, io sono pronto a soddisfare alla vostra curiosità; ma debbo avvertirvi che è questa una gran prova di amicizia che vi do... Nessun al mondo ha finoggi veduta quella tela.
— Ah! esclamò il Lennois, cui un pensiero d’inferno attraversò l’anima nera; nessuno ha veduto il vostro quadro!
— Nessuno l’ha veduto, ed io ho le mie ragioni per nasconderlo per ora ad ogni occhio mortale... Laonde giuratemi, signor Ducastel, che non paleserete ad anima viva l’esistenza di questo quadro.
— Ve lo giuro sulla mia vita, rispose cupamente Federico.
Ugo sollevò il panno che copriva la tela...
Egli era pallido come per morte.
Invece il volto di Federico Lennois era divenuto una vampa di fuoco; i suoi occhi erano ardentemente fissi in sulla tela: un pensiero intanto gli annebbiava la vista:
— «Questo quadro sarà mio... Lavora, lavora, Ugo Ferraretti e, poi muori... io raccoglierò il frutto delle tue fatiche. Tra pochi mesi il mondo saprà che l’autore del quadro _la Preghiera_ è... Ferdinando Ducastel.»
VIII.
IL DISEGNO DEL LENNOIS
Egli è mestieri che disveliamo qual si era lo scopo di Federico Lennois nel trarre a visitare l’artista della _Casa di Satana_.
Federico era a Pisa da alquanti mesi; egli avea già percorso le principali città d’Italia, non tanto, come egli diceva, per vaghezza di studiare i capilavori di arte, di cui è sì ricca questa terra, quanto pel bisogno incessante di distrazioni ch’ei sentiva, per isfuggire al suo più mortale nemico, sè medesimo. Un’inquietudine perpetua seguitava questo giovine in qualsivoglia paese. Diremo altrove qual si fu la prima tempestosa giovinezza, e quali sciagure la colpirono.
A Pisa, siccome a Milano, a Roma, a Napoli, a Firenze, Federico prendea contezza dei più rinomati artisti del paese, e andava a visitarli, annunziandosi loro ammiratore: spesse volte facea delle compere per ispecularvi sopra: tal’altra fiata si poneva per qualche tempo appresso ad un pittore per meglio apprendere l’arte. Ma nè l’ammirazione, nè l’interesse, nè la brama di apparare guidavano i passi di lui nelle dimore degli artisti. Altra passione, assai differente, ve lo menava, passione ignobile, rarissima appo gl’Italiani, L’INVIDIA.
Federico non era cattivo dipintore; egli avea studiato sotto abili maestri, e qualche volta si potea dire che una scintilla di genio era in lui; ma la mezzanità, morte delle arti e degli artisti, la mezzanità, che genera la presunzione, la cattiveria e l’invidia, la mezzanità era tutto il retaggio di Federico. Comechè si sforzasse di dare alle sue tavolette energia, grazia e naturalezza, lo stento e l’artificio vi trasparivano sempre. Era nelle sue figure qualche cosa che a prima vista colpiva per vivacità di colorito, per risalto de’ _primi piani_, per una certa originalità di concetto; ma quando l’occhio del perito si riposava sul quadro, vi trovava tanti difetti e sconcezze, quanti pregi e grazie vi si erano scorti in sul primo riguardare. Niente del bello stile italiano, quantunque in Italia egli avesse studiato: nulla della semplicità che è tutto il mistero del genio.
Veggendo poco valutati i suoi lavori, a’ quali erano sempre messi avanti anche i più mediocri di pittori italiani, arrovellavasi contro di questi; e scagliava su le più orrende bestemmie e imprecazioni. Col germe dell’odio grandemente sviluppato nel seno, simili giuste preferenze non poteano che sempre più esasperare l’animo di lui e farvi nascere le più crudeli passioni. Dapprima ei si ficcava negli studi degli artisti per cercare di scoprire qualche segreto di cui valersi per dar merito a’ suoi lavori. Destro, sottile, ipocrito, spiritoso, insinuante, di bella e pulita corteccia, di linde maniere, egli trovava facile e gradita accoglienza dappertutto, e si faceva un gran numero di amici, i quali tutti ei tradiva, svelando all’uno i segreti dell’altro, dicendo a questo un gran male di quello, e burlandosi di tutti. Federico si studiava di screditare i più abili e rinomati, di gittare l’ironia, lo scherno, la maldicenza, la calunnia sulle opere più insigni; ed avrebbe voluto aver la possanza della distruzione, per annientare in un sol momento tutti i prodotti del genio italiano.
Egli spendea danaro per corrompere i più accreditati giornali d’Italia: faceva scrivere articoli virulenti contro le più lodate dipinture degli artisti italiani: egli stesso non si facea scrupolo di farsi il proprio elogiatore. Ma le lodi comprate non fruttano gloria, siccome la satira calunniosa non può che per un momento offuscare il vero merito. Il pubblico condanna le bugiarde voci de’ giornali, e dispensa l’encomio o il biasimo nella bilancia della giustizia.
Dopo qualche mese della sua dimora in Pisa, Federico avea conosciuto il suo degno compatriotta Giacomo Paillard. Ogni mattina quegli traeva a casa di costui, e vi s’intrattenea alquante ore. Il Paillard era informato di tutta la cronaca del paese; sapeva i fatti più segreti delle famiglie, facea baratto di quadri con tutto il resto d’Italia. Egli aveva alcune superficiali cognizioni di pittura, ma conosceva da professore la storia sul merito, sull’autore, sulla data e sulla scuola d’un quadro. Il Paillard ritoccava, ristaurava, impastava, imbrogliava, vendea lucciole per lanterne; dava del nuovo per vecchio; improvvisava celebrità; dava dei fratelli all’Urbinate, al Tiziano, al Coreggio; prodigalizzava e toglieva il genio a suo pieno piacimento: facea di tutto insomma per carpir quattrini dalle tasche de’ merlotti, siccome soglion fare questi francesi che vengono a speculare in Italia.
Non potevano meglio riscontrarsi due arnesi della stampa di Federico e del sig. Paillard: l’avarizia e l’invidia si erano abbracciate in un solo intento, la morte del genio.
Federico avea veduti i quadri di Ugo Ferraretti ed era rimasto colpito dalla straordinaria bellezza di que’ dipinti: erasi tosto informato del loro autore, e la sua gioia fu grande quando seppe che il Ferraretti vivea nella più squallida miseria. _L’Addolorata_, la _Vergine Assunta_ e la _Natività del Signore_ erano tre quadretti inapprezzabili: era in essi qualche cosa del bel secolo di Leone X. Federico non potea saziarsi di ammirare la finezza, il colorito, il partito di pieghe, l’espressione e la soavità de’ volti. Benchè il rivendugliolo gli avesse detto che que’ quadretti eran copie e ne avesse additato gli originali, Federico trovava in quelli l’impronta del genio. Egli aveva già veduto a Firenze l’originale della _Natività del Signore_: ed era convinto che la copia del Ferraretti valea più del dipinto del Naldini.
Federico comprò i due quadri dal Paillard, ed avrebbe anche comprata l’_Addolorata_, se questa non fosse stata già venduta, per contratto, alla Casa Righetti di Livorno. Il Lennois avea il suo proponimento: avvicinarsi al Ferraretti, cattivarsi l’amicizia col fare mostra di generosità, e trar profitto dalla miseria di lui comprandone il pennello. Federico volea far servire il Ferraretti come istrumento della gloria, i quadri di Ugo avrebbero un giorno portato il nome di Ducastel.
Federico non indugiò a mandare ad effetto il suo disegno, e noi l’abbiamo veduto presentarsi alla _Casa di Satana_ e divenire in un momento l’amico del Ferraretti, il quale non potea giammai supporre quale anima si nascondesse sotto le avvenenti forme del Francese.
È facile il comprendere come esultasse il cuore del perfido Federico nel vedere il quadro la _Preghiera_, e nell’udire dalla bocca del suo autore che nissun occhio mortale aveva affisato quella dipintura.
Le ardenti parole pronunziate dal Ferraretti quando gli si parlò di gloria davano chiaramente a divedere com’ei lavorasse dietro l’impulso di questo fervidissimo desiderio: laonde era impossibile di ottenere da lui, per qualsivoglia somma di danaro, la compra di quella creazione, la quale non potea mancare di eccitare il più grande entusiasmo e di procacciare al suo autore una gloria non peritura. Però Federico non si fermò alla idea di comperarsi i dritti di autore; ma concepì il nero disegno di rubare il quadro del Ferraretti, come prima questi vi avesse dato le ultime pennellate. L’idea del furto congiungeasi naturalmente all’idea della morte di Ugo, la quale, per la gracilissima salute di lui, non parea mica distante.
Noi oseremo spingere il nostro sguardo nelle profonde latebre del cuor di Federico per leggervi tutta la perversità che vi si ascondeva. Egli aveva fatto il seguente crudelissimo disegno:
Non abbandonar mai Ugo Ferraretti e stargli d’accanto in tutti i giorni, in sino a che avesse terminato il suo quadro. Vegliare attentamente sulla sua salute: non fargli patir difetto di niente; circondarlo di allettamenti fino al termine del quadro. Badare con ogni circospezione a tener nascosto quel dipinto ad ogni anima viva, per modo che, morto il Ferraretti, nissuno al mondo avesse potuto dire che quel quadro era del giovine artista Pisano. Mostrarsi amico sviscerato del Ferraretti per poter avere accesso in sua casa ad ogni ora del giorno e della notte. Allontanare dalla _Casa di Satana_ qualunque persona la quale, venuta in intrinsechezza, avesse potuto discoprire l’esistenza del quadro, e finalmente, data l’ultima pennellata alla grande opera, porre ad arte tutti i mezzi infernali per accelerare la fine del giovin pittore senza commettere un aperto assassinio!
Era questo il diabolico proponimento del Lennois, e tutto sembrò sorridere alle sue speranze; tutto corrispose fatalmente alla sua aspettativa.
In poco tempo la più stretta intrinsechezza fu tra i due giovani artisti. Federico non sapea dividersi da Ugo, e questi contava i momenti quando l’amico non era al suo fianco. Federico si sedeva da costa al Ferraretti allorchè costui lavorava al suo quadro; gli preparava la tavolozza, gli approntava i pennelli, gli stemperava i colori, gli riscaldava il caffè col latte, solita colezione del giovinetto artista. E, quando questi avea dipinto per due o tre ore, il Lennois facea chiudere il quadro in luogo riposto, e seco menava il suo amico a spasso nella città, a pranzo in qualche elegante osteria o in altri luoghi di diporto e di svagamento. Ugo sembrava più rimesso in salute, e la piccola tosse che solea tormentarlo era sparita. Ma la tristezza non era scemata in lui, alimentata da un amore infelice e da sinistri presentimenti.
Ugo avea giurato a Luigia Aldinelli (che ne lo avea richiesto, per ragioni che diremo in appresso) di non rivelare ad alcuno l’affetto che avvinceva, nella massima purità, i loro cuori; epperò il giovinetto si era sempre astenuto di aprire il suo animo all’amico e disvelargli le angosce di un amore senza speranze. In ogni cinque o sei giorni, Ugo diceva al Lennois ch’ei si recava in campagna per far visita a un suo parente; e coloriva a tal modo le sue gite alla Cascina, dov’egli attingeva novelle ispirazioni pel quadro sublime della _Preghiera_, e dove ei beveva a gran sorsi il veleno di un amore tanto più infelice quanto più puro e incontaminato. Le soavissime e care sembianze di Luigia Aldinelli lasciavano la loro impronta incancellabile nella mente del giovine artista, il quale riproducevale in tutta la loro purezza sulla tela.
Ugo avea fatto un mistero a Luigia Aldinelli del quadro ch’ei stava facendo, però che egli voleva, a suo tempo, procurarle una dolce sorpresa. Era in quel quadro tutto il cuore dell’artista, colle sue fervide speranze nel Cielo, col suo amore straziante, colle sue solitarie passioni.
Circondando il malinconico giovinetto con tutti gli allettamenti della vita Federico volea fargli prendere a poco a poco il gusto e l’abito dei piaceri, per poterlo indi spingere ad ogni eccesso, quando giungeva il tempo di spingerlo alla tomba. Era questo il pensiero del perfido Lennois. Profittare della debil salute di Ugo Ferraretti per ammazzarlo cogli stessi piaceri della vita.
Ugo si era dato con trasporto a questo nuovo genere di vita. Il poveretto avea diciotto anni, avea sensibilità eccessiva, un cuore amantissimo, ed aveva la fibra di un tisico, vale a dire estremamente pieghevole agli accessi ed alle commozioni di ogni sorta. D’altra parte, fino a quell’età, l’infelice non avea provato che le sole torture della vita; è facile dunque immaginarsi con quale ardore ei si lanciasse in quella nuova esistenza ricolma di tanti piaceri. Oltre a ciò Ugo sentiva il bisogno di distrarsi dal pensiero di un amore che gli rodeva lentamente il cuore. È noto eziandio che coloro i quali portano nel loro petto il germe fatale della tisi, sono più facili degli altri ad abbandonarsi a’ piaceri; quasi che un presentimento segreto gli avverta che debbono affrettarsi a godere, essendo ben corta la loro carriera.
Ed il giovane Ferraretti si abbandonava a’ piaceri della sua età, e correva però al precipizio che gli schiudeva la perfida mano dell’invido francese.
Il quadro la _Preghiera_ era pressochè finito; epperò la vita del suo autore doveva eziandio accostarsi al suo termine!
IX.
IL CARNEVALE DI PISA
Era giunto il tempo di carnevale.
La bella strada di Lung’Arno si animava di cocchi ripieni di mascherate, di canti e suoni popolari, di giocose brigate, di festevoli compagnie. In ogni casa era un divertimento; i ricchi spendeano a mano franca; i poveri vendeano o impegnavano le loro masserizie; le donne si abbandonavano con gioia alla danza, gli uomini anche più seri faceano mille follie. Tutti insomma dimenticavano le cure, le faccende, i pensieri e si davan tempone, non conoscendo altro dovere che il divagamento, altra legge che il piacere.
La vita umana è così breve! il piacere così raro! la ragione così fiacca! le passioni così prepotenti! Vi è tanta seduzione negli occhi delle donne, ne’ bicchieri di sciampagna, negli accordi melodiosi d’una musica inebbriante!
Durante tutto il carnevale, Federico aveva spinto l’amico Ferraretti a’ divertimenti di ogni sorta: la mattina al quadro; la sera all’osteria, al giuoco; al ballo. In pochi giorni Federico avea renduto il giovine Ugo esperto in ogni maniera di danza; e questi vi si abbandonava con quell’ardore che a nulla riflette.
In mezzo al fascino de’ veglioni, Ugo avea per poco dimenticata la sua Luigia: egli vedeva ogni sera tante belle donne, che gli sorrideano e lanciavano occhiate da renderlo matto di amore! Egli non avea più, per così dire, il tempo di pensare alla sua Luigia; tranne quando lavorava al suo quadro, il quale, essendo quasi finito, non richiedea più che qualche mezz’ora al giorno. Alcune volte, quando Ugo ritiravasi a casa trafelato e stanco per lunga veglia, l’immagine di Luigia se gli affacciava al pensiero e gli rimprocciava la sua dimenticanza, il suo abbandono: spesso lo avvertiva di starsi in guardia contro le insidiose suggestioni dell’amico... Ma il sonno, che si abbatteva immediatamente su quella spossata organizzazione, cancellava la cara immagine, e ne riproduceva di meno pure e modeste alla febbrile fantasia del Ferraretti.
Nel porsi a letto, Ugo sentiva ogni sera un calore febbrile, il quale era succeduto da brividi irresistibili d’intenso freddo. Una smania indicibile, un affannoso eccitamento il tormentavano e il faceano balzare sulle materasse: il sonno era pieno di larve: eran vaghe e scinte donne che trescavano; giovinotti che lo invitavano al piacere; era una confusione di colori, di luce, di fiori, di suoni; un turbine incessante nel quale ei si avvolgea senza tregua e fino a che cadea spossato e infranto.