Part 12
Da queste notti ambasciose Ugo si alzava a stento: tutte le membra gli dolevano; il capo gli pesava come se fosse stato ripieno di gran massa di piombo; le braccia gli cascavano inerte, e le ginocchia si ricusavano al movimento.
Un’apatia invincibile s’impadroniva di lui, per modo che non avea la forza neanche di vestirsi. Qualche volta ei rimaneva mezzo vestito e seduto sulla sponda del letto per due o tre ore, senza poter muoversi e senza sentirsi forte abbastanza da levarsi e vestirsi: rimaneva immobile in quella positura, fino a tanto che arrivava l’amico Lennois. Allora il volto di Ugo si animava; una certa vita si appalesava in lui; l’immagine dei piaceri della veglia davagli forza a sopportar la fatica de’ piaceri che lo aspettavano la sera.
Veggendo il Ferraretti a tal segno prostrato di forze, Federico sentivane contento, però che si avvicinava il tempo in cui doveva estinguersi la vita di Ugo. Il carnevale non doveva finire prima che questi fosse finito.
Era l’ultima domenica di carnevale. La neve scendeva a lenti fiocchi sulla terra e si ammonticchiava sulle alture delle case. Ugo Ferraretti si alzò ben tardi: la sua faccia era così bianca che sembrava un riverbero del letto di neve ond’eran ricoperte le campagne circostanti alla _Casa di Satana_. Egli non avea potuto chiuder l’occhio in tutto il corso della notte precedente; chè le larve de’ suoi estinti fratelli e quella della madre di fresco trapassata aveano popolata la diserta sua camera da letto. Oltre a ciò, una civetta era venuta a posarsi sulla ringhiera del balcone e non avea cessato di fare udire il suo funebre canto, quasi che avesse sentito colà il fetore d’un morto. Ugo avea desiderato con ansia la luce del giorno, e, quando questa ebbe fugate le tenebre, la pesantezza dell’aria esterna e la densa nebbia che avviluppava le strade facevano ancora durar la notte. Ma in sull’alba Ugo si addormentò; e il suo sonno durò fino alle undici; fu un sonno febbrile visitato da spaventevoli fantasmi.
Alzatosi, Ugo die’ le ultime pennellate al suo quadro la _Preghiera_. E non sì tosto fu compiuto questo sublime lavoro, la campana della Torre pendente annunziò esser giunto il giorno a metà del suo corso, e chiamava i fedeli all’ultima Messa che si celebrava nella Cattedrale. Ugo voleva assistere al divin Sacrificio, ma la forza gli mancava; le ginocchia piegavansi sotto di lui; e, al di fuora la neve copriva di candide stelle le regioni dell’aria.
Federico neanche giungeva, e Ugo si sentiva infelice senza il suo amico: la solitudine era per lui oggimai la miseria, la febbre, le larve di morte, la tisi; il canto della civetta gli rintronava tuttavia nelle orecchie.
E stette così fino a sera... Quando la luce si perdè nel cielo, essa rinacque più viva e rossa nelle case e nelle strade, le quali rifulsero di mille falò, di mille fiaccole e fanaletti, di mille nicchi accesi in sulle ringhiere dei balconi e sulle soglie sporgenti delle finestre. Carnevale spasseggiava sulle vie di Pisa, e il suo lungo mormorio arrivava sino agli orecchi di Ugo Ferraretti... Allora una specie di rabbia nervosa afferrò l’infelice artista: egli avrebbe voluto slanciarsi nel mezzo della folla festante, mischiar le sue grida a quelle dell’ebbra gioventù che berlingava ne’ baccanali del carnevale: avrebbe voluto satollarsi di piaceri fino a morire nell’ebbrezza: avrebbe voluto immergersi fino alla gola nella più sbrigliata intemperanza, per non trovarsi più a faccia a faccia coi proprii pensieri, cogli orribil pensieri di un tisico.
Disperate lagrime solcavano le guance di Ugo; lagrime di debolezza, di delirio... Pochi mesi fa, quel caro giovine avrebbe con indifferenza e forse con disprezzo e pietà gittati gli occhi su quelle lontane scene di sollazzi e di piaceri, ed avrebbe trovato nella religione quella felicità che ora ei dimandava alle larve ingannatrici del mondo. Ma pochi mesi fa, il Francese non avea calpestata la soglia di quella casa!
Mezz’ora all’incirca era stato Ugo Ferraretti inchiodato a’ cristalli del suo balcone, quando il campanello dell’uscio di scale suonò stridulamente. Ugo fece un balzo sopra se stesso e corse ad aprire.
Era il suo amico Ducastel, il quale sfoggiava per lusso ed eleganza di vestimento.
— Il quadro? dimandò questi nell’entrare, perciocchè vedendo sì mal ridotto il misero giovine, temè non fosse morto innanzi di dare le ultime pennellate al quadro.
— Finito, interamente finito, rispose Ugo, e si affrettava ad accendere un lume ad olio.
Il volto di Federico si rischiarò, e dal suo petto si sprigionò un gran sospiro.
— Io vi aspettava con impazienza, Ferdinando, disse Ugo, mentre il Lennois gittava gli avidi occhi sulla tela: era inquieto, però che in tutta questa giornata io non vi ho veduto.
— La gran neve che è venuta giù... e poi, questo benedetto carnevale uccide il tempo... visite, amici, inviti... Ma tu hai una cera terribile questa sera!... Andiamo su, a divertirci, voglio menarti al ballo in maschera di Clorinda Valdelli, la cantante.
— Ah! Clorinda Valdelli! davvero! Voi mi portate in sua casa!
— Sì, sì, le ho parlato di te; ella brama di conoscerti, e sono arcisicuro che sarai ben accetto.
— Andremo in maschera?
— Certo; ho lasciato laggiù nella carrozza due dominò uno rosso e l’altro nero; il primo per te, il secondo per me.
— Vi sarà molta gente?
— Un diluvio di belle donne; la più brillante gioventù di Pisa; affogheremo nello sciampagna, e ti dico in confidenza che noi saremo della _partie carrèe_.[4]
— Che significa?
— Lo saprai... Dimmi un poco, hai dormito abbastanza la scorsa notte?
— Niente; la tosse mi ha impedito... Ho avuto una notte orribile... ho sofferto... assai... assai...
— Tanto meglio!... voglio dire, tanto peggio; perchè stanotte non si dormirà; il giorno ci sorprenderà dalla Valdelli; ma vestiti, su, fa presto; voglio presentarti a lei prima che giunga la folla degl’invitati e degli adoratori.
Dopo mezz’ora, Federico Lennois presentava Ugo Ferraretti a Clorinda Valdelli, cantante ricchissima e amica dei piaceri.
La Valdelli era una donna a trent’anni, assai bella, ma di costumi non al tutto irreprensibili. La cronaca dei salotti non la risparmiava; e sulle attinenze di costei correvano alcune voci le quali aveano molto fondamento di verità, e non erano lusinghiere per la sua fama.
La società che la Valdelli ammetteva nelle sue sale non era certamente la più scelta; il bel sesso che vi figurava apparteneva a quel genere di donne che non fanno troppo sospirar gli amanti. Le scene fornivano il lor contingente, erano mogli e sorelle di artisti, cantanti in prospettiva, ballerine di passaggio o in permanenza; insomma vi accorreva quella classe di donne, ottime per una festa di carnevale.
Ci era un profluvio di uomini: le maschere confondeano le condizioni; ed era meglio così, imperciocchè queste non erano tutte alte e onorevoli; la confusione e il pericolo vi dominavano, e la padrona di casa non si mostrava molto scrupolosa in fatto di ricevimenti. Era da scommettere che due terzi delle persone le quali si trovano nelle sue sale non erano conosciute da lei. Questa noncuranza è comoda per chi riceve e per chi è ricevuto: ma spesse volte bisogna esclamare in mezzo al brio della festa: _Badate alle tasche_.
La festa era splendidissima, se si considera la quantità dei lumi, lo sfoggio delle maschere e il gran numero di gente che ingombrava il salotto da ballo. Nelle stanze attigue si giuocava, si fumava, si beveva; e ciascuno trovava a soddisfare il proprio gusto.
Carnevale era nel suo seggio in quella casa: il divertimento era la legge che vi dominava. Tutta la scioperata gioventù studentesca di Pisa e dei dintorni era raccolta nelle sale della Valdelli, la quale distribuiva a dritta e manca i tesori de’ suoi sorrisi. Ma al ballo essa non volle per compagno che il giovine Ugo Ferraretti: ella stessa si offrì a ballar con lui in tutta la serata. Si sarebbe detto che ella avesse giurato di stancarlo a morte, perocchè volle provar con lui la contradanza, il valser, la galoppa, il cancan.
Dalla Valdelli si ballò il _cancan_ francese, e nessuno ricusò di ballarlo: lo sciampagna era in terzo tra le coppie.
La Valdelli era vestita alla polacca: la sua bella persona spiccava sotto i vivaci colori di questo _costume_; e la sua folta capellatura le cadea sulle spalle, uscendo dal grazioso berretto.
Dai suoi sguardi partivano scintille infiammate. Ugo si sentiva scoppiare il petto.
Ogni sorta di maschera era ivi: ogni paese sembrava che fosse rappresentato dal suo _costume_ particolare... Il vocio, il rumore, le chiacchiere, gl’intrighi, la musica, la danza, la varietà dei colori e delle fogge, la stranezza delle larve di cera; tutto ciò produceva un effetto singolare e dava il capogiro, la vertigine, l’ebbrezza.
Ugo parea sostenuto in vita dalla forza del piacere. La Valdelli non lo lasciava un solo istante, ella scambiava occhiate significative con Federico Lennois: Ugo Ferraretti era la vittima designata. Egli doveva morire sotto l’affanno di un valsero.
Un dominò nero, che aveva in testa un berretto di velluto con una larga penna scarlatta, era sempre dappresso alla coppia di Ugo e di Clorinda Valdelli. Questo dominò parea che non prendesse parte alcuna alle comune letizie: esso affissava costantemente quella coppia, e sembrava seguitar cogli occhi con perplessa ansietà i loro vorticosi movimenti nel valsero, o voler carpire le loro parole nelle contradanze.
Una volta questo dominò si avvicinò al Ferraretti, e, nel momento in cui la Valdelli era intenta a rispondere ad alcune maschere che le avevano presentato dei confetti e dei fiori, sottovoce gli mormorò nell’orecchio queste parole.
— Voi v’immergete in tutte le delizie del ballo; e la vostra Luigia piange pel crudele abbandono in cui la lasciaste.
Ugo fu scosso, si voltò subitamente; afferrò il braccio di quel dominò, ma questi giunse a distrigarsi, e disparve in mezzo alla folla.
Ugo rimase come colpito da un fulmine, ma fu strascinato al valsero dalla sua inesorabile compagna: era giunto il momento del più gran delirio. Quel dominò intanto non si lasciò più vedere.
Il valsero durò circa un terzo d’ora. Il colpo fatale era dato al misero giovinetto: egli si sentiva affogare, e più non potea respirare.
Verso le tre dopo la mezzanotte, la Valdelli menò Ugo Ferraretti in un salottino, dov’era imbandita una mensa con quattro posate.
Federico Lennois era seduto a fianco di una bionda giovinetta sorella della Valdelli.
Clorinda invitò il Ferraretti a sedere al suo fianco. Le due coppie erano l’una di prospetto all’altra.
Ogni maniera di squisitezze era su quella mensa, tra vaghi mazzolini di fiori, nitidi cristalli e rilucenti doppieri di argento indorato.
Rinunziamo a dipingere la folle gaiezza del banchetto. L’ilarità attuffava la ragione. Un residuo di modestia fu soffocato ne’ vapori dell’ebbrezza.
Ugo si trovò la Valdelli nelle braccia. Egli sentivasi ardere e divampare il petto.
Lo sciampagna fremea nei bicchieri, come il sangue nelle arterie di quei quattro commensali.
Dieci bottiglie disparvero in un baleno. Ugo ne aveva bevuto tre egli solo...
Le sue labbra erano lividissime.
La Valdelli cantava:
Allor che ne’ be’ vortici D’un valse ei mi stringea, E che il suo sguardo elettrico Quest’anima accendea; Rapita in ciel credeami Nell’estasi d’amor.
Oh, suora mia quell’aere Tutto spirava amore: Stretta al suo seno e trepida, Scoppiar sentiami il core. Quell’ora sì incantevole Oh se tornasse ancor!
Questi versi finirono di gittare lo scompiglio nelle menti.
Federico Lennois si alzò, colmò un gran bicchiere di poderoso vino, e intuonò con voce stentorea il seguente brindisi:
Per passar lungamente e felici Questo sogno che vita si appella, Sempre a mensa restiam cogli amici; Esultiam tra l’amore e il bicchier, Viva il vino e Clorinda la bella, Da noi lungi ogni tristo pensier!
E, dopo aver vuotato di un tratto il conico cristallo, e riempiutolo, ripigliò:
Di letizia sia colmo ogni core, Brilli il nappo qual vivida stella, E lo sguardo sfavilli d’amore D’ogni dama pel suo cavalier. Viva il vino e Clorinda la bella. Si disperda ogni tristo pensier!
Ugo Ferraretti fu obbligato dal Lennois e dalle donne a ripetere questo brindisi; ma egli avea del tutto perduta la voce, si alzò barcollando; fece uno sforzo violento per cantare... ma un orribile urto di tosse il colse... e, invece delle parole di letizia, cacciò dalla bocca un rivo di sangue!
Un grido straziante fu udito nella stanza contigua... Ma quel grido fu perduto nel rumore della danza che si continuava ancora nel salone.
Ugo Ferraretti era ricascato sulla sua sedia, privo di sensi e bianco come la salvietta, che stringea convulsivamente tra le mani.
Federico Lennois guardava con occhi asciutti l’infelice sua vittima; e un sogghigno di trionfo balenava sulle sue labbra, mentre canticchiava con beffarda ironia:
Viva il _rosso_ e Clorinda la bella; Vada a monte ogni tristo pensier!
X.
UN’ALTRA MASCHERA
Ugo Ferraretti, dopo il terribile accidente da cui fu colpito a casa Valdelli, era stato trasportato in casa sua più morto che vivo.
La Valdelli volea mandare un suo domestico per assistere lo sventurato giovine, ma Federico Lennois pregolla di astenersene, perciocchè egli avrebbe pensato a tutto ciò che era necessario pel disgraziato amico.
Nella mattina del lunedì Ugo parve più rimesso e tranquillo: qualche cosa di soavemente sereno era nelle sue sembianze; e l’anima sua era tutta staccata dalle mondane passioni, e rivolta al Cielo.
Egli non avea proferita nessuna parola; ma i suoi occhi eran fissi con amore sul perfido amico, il quale non lo aveva neppur per un momento abbandonato, temendo che alcuno entrasse nella camera dell’infermo e discoprisse l’esistenza del quadro. Federico era seduto alla sponda del letto di Ugo, e con ansia contava i momenti di quella vita, la cui fine egli aveva sì barbaramente affrettato.
Verso il mezzo giorno, Ugo fe’ segno al suo amico che se gli fosse più avvicinato, però che la sua voce era quasi perduta; accennò di voler bere, e, dopo di aver rinfrescate le sue labbra con un sorso di acqua, così parlò al Francese:
— Ferdinando... sta sera o... domani... io più non sarò...
— Speriamo, mio caro Ferraretti, interruppe il ribaldo con doppia significazione; una di conforto al moribondo e l’altra per sè medesimo.
— Ora io più non ispero che congiungermi ai miei carissimi, soggiunse Ugo; la vita... mi abbandona... tra qualche ora io forse non potrò più parlare.... Ascoltami bene, amico mio.... Un’ultima.... grazia.... ti chiedo.... fa che il mio corpo riposi a fianco di quelli dei miei genitori... e de’ miei fratelli... là nel nostro Camposanto, da me... tante volte visitato, e dove le lagrime che io versava sulle fosse a me care faceano forse sbucciarvi quei malinconici fiori... ch’io mi piaceva di cogliere... e di recare alla mamma... Dì, Ferdinando, mi darai questa ultima prova della tua amicizia?
— E ne dubiti? rispose il falso amico, fingendo di nettarsi una lagrima.
— Ed io voglio... mostrartene la mia gratitudine, ripigliò Ugo con affannoso parlare... Quel quadro...
— Ebbene? esclamò con occhi infiammati il Lennois.
— Quel quadro... io l’affido a te... esso è tuo.
— Mio!!!
— Sì esso è tuo... è l’unico contrassegno di amicizia, ch’io possa darti... Tu lo venderai; ma non qui... vendilo in qualche altro paese d’Italia.... Vorrei che lo vendessi al Principe T... a Roma, il quale vien generalmente riputato esimio protettore e conoscitore di arti belle... Mi dice l’animo che quel quadro sarà... trovato un capolavoro... che il mio nome sarà pronunziato con rispetto dagl’Italiani... Oh perdona, perdona, mio Dio, se un pensiero di vanagloria è in me in queste ore supreme... della mia vita... Ma è questo il compenso che tu dai ai miei corti giorni, visitati da tanto dolore, da tante privazioni, da tante sofferenze!
— Sì Ugo disse Federico prendendo con ipocrito viso di amicizia la gelida mano dell’artista, il tuo quadro è un capolavoro... esso è destinato a valicare i secoli portando il tuo nome sulle ali della fama... Possa tu vivere ancora lunghi anni! ma se al dolore di perderti mi riserba il cielo, sii sicuro che in tutti gli istanti della mia vita mi adoprerò a far noti il tuo genio e le tue sventure... Sì Ugo, illustre artista tu sei, e il tuo quadro la _Preghiera_ empirà del tuo nome il mondo civile... abbiti piena e sincera la mia ammirazione... Ma spetta a tutti quelli che han mente e cuore il lodar te degnamente: spetta a’ posteri, delle cui lodi tu ancor vivo godi gran parte col pensiero. Ugo Ferraretti, tu devi e con ragione superbire dell’opera tua...
Strascinato dall’entusiasmo d’una perfetta simulazione, il Lennois riprese come chiaroveggente nel futuro:
— Vedi.... vedi... quella schiera infinita di ammiratori che si accalcano intorno alla tua tela e se ne partono plaudenti col cuore e colle labbra... Odi quel concerto di elogi che si ripetono di giorno in giorno, di anno in anno, di secolo in secolo... Vedi quella turba di mezzani pittori ed anco di non pochi abili, che si affrettano a copiare la tua magnifica dipintura, degna di aver posto accanto alle tavolette del Caracci, dello Zingaro, del Guido. Oh, le immagini ch’io presento al tuo pensiero, Ugo Ferraretti, non son mica esagerate fantasie di una troppo condiscendente e affettuosa amicizia; no, il quadro ch’io ti fo non è caricato, ed è forse dammeno del vero... Ugo Ferraretti qui alla sponda del tuo letto, in quest’ora solenne, nel silenzio di questa camera, io ti proclamo un genio immortale, e bacio questa mano che creava quel prodigio dell’arte.
È incredibile come questa serpe sapesse imitare la colomba, e come il suo linguaggio si vestisse di tutt’i tuoni dello schietto entusiasmo figlio della più cordiale amicizia. Non trascuriam poi di dire che era, d’altra parte, convintissimo dell’alto valore e de’ meriti singolari del quadro di Ugo.
— Basta, basta, mormorava con voce appena sensibile il tradito italiano, basta... non più... la gioia mi soffoca... Iddio mi ha fatto la grazia di farmi terminare il mio lavoro... Oh se io potessi rivedere per l’ultima volta...
— Chi mai? dimandò il Francese raggrottando le ciglia.
— Quella giovinetta che prega... Tra poco forse pregherà per me! Ed io l’ho abbandonata, posta in obblio!... Oh se io potessi rivederla un solo istante, io morrei, contento!
Federico non poteva comprendere il senso arcano di queste parole, e le reputò dettate da un cominciamento di delirio.
— Sì, Ugo, diletto amico, quella donna pregherà... pregherà sempre..... pregherà per farti ottenere quella gloria nel cielo che già ti sei conquistata in sulla terra; e con quella pregheranno tutti gli uomini che leggeranno le pagine crudeli della tua biografia... Oh, quando l’Italia e il mondo sapranno che un genio moriva nella più squallida miseria: che un Francese gli mitigava il più scellerato abbandono; quando si saprà che in una strada solitaria di Pisa, in una casa maledetta, l’autore della _Preghiera_ esalava gli aneliti estremi, senza che un sol Pisano fosse venuto a confortare gli ultimi momenti, il mondo ripeterà con Dante Allighieri:
_Ahi, Pisa vituperio delle genti_... . . . . . . . . . . . . . . . . . . _Non dovei tu i figliuoli porre a tal croce_.
— No Ferdinando... Iddio benedica il mio paese, com’io lo benedico, interruppe il moribondo. Non più, non più parole di vendette e di odio... Un figliuolo non dee giammai svillaneggiare la madre sua, e, quali che sieno i torti di questa non debbe giammai nel petto di quello venir manco l’amore e la gratitudine. Maledetto è da Dio chi svilisce e maledice la terra nativa. Sono cinque secoli che Pisa piange per l’amaro verso del fiorentino Allighieri.. Il Redentor degli uomini comanda il perdono: bellissima e santa legge che allarga il cuore e lo fa degno di ricevere il divino perdono... Si, mio Dio, Dio d’infinita misericordia, perdona le follie cui mi sono abbandonato e che mi hanno accelerata la morte... Perdonami siccome io perdono col cuore a tutti quelli che hanno fatto del male, e specialmente al francese... Giacomo Paillard.
Federico si avea sentito ribalzare il cuore a queste ultime parole, come se Ugo avesse detto: _e specialmente al francese Ferdinando Ducastel_.
Il francese Federico Lennois, nato a Auteuil, uccideva abbracciando la sua vittima e facendoglisi credere sviscerato amico; appunto come il francese Daniele de’ Rimini, nato a Baionna, assassinava il Conte di Sierra Blonda riconfermandogli un affetto caldissimo a tutta pruova.
Per rimuovere il malanimo contro i Pisani che le calunnie del Lennois han potuto far nascere ne’ nostri lettori, ci diamo premura di dire che allo spuntar del giorno del lunedì e in tutto il corso della giornata come anche il domani, non pochi tra conoscenti del Ferraretti e altri della festa della sera precedente, si erano presentati ad informarsi della salute del giovine pittore e a far profferte larghissime di servigi e di assistenza; ma Federico avea, con isvariati pretesti, allontanate le officiose persone, per rimaner solo appo il letto del moribondo, a fine di non far nascere ostacoli al compimento del suo divisamento infernale.
Ugo era caduto nell’abbattimento: le parole che avea proferito gli aveano fatto crescere l’affanno, in tanto che ora si sentiva affogare: volle essere posto a sedere in mezzo al letto, e Federico il sollevò adagiandone la schiena debolissima a un batuffolo di guanciali.
Sembraci superfluo il dire che Federico, dal dì che si era fatto intrinseco del giovine artista non risparmiava danaro e per procacciargli sollazzi e piaceri, arma di cui lo scellerato si era servito per cacciarlo alla tomba, e per rifornirlo di que’ comodi che rendono piacevole la vita, e di tutto ciò di cui il meschino sembrava patir difetto. Egli spendeva di buonissima voglia il suo denaro, però che sapea che, alla morte dalla sua vittima, i quattrini gli sarebbero rientrati in saccoccia con larga mano di guadagni per la vendita del quadro.
A capo di alcuni minuti, Ugo ricercò novellamente la mano del Lennois e gli disse con estrema lentezza:
— Ferdinando... dal ricavato della vendita del mio quadro... tu.... mi farai la grazia... di pagare quattro mesi di pigione al padrone di questa casa... Non voglio che... la memoria di me venga macchiata in qualsivoglia modo... Me lo prometti?
— Lo giuro, mio carissimo, vivi tranquillo!
— Morrò tranquillo! mormorò il misero.
E più non parlò insino a sera.
Come prima si fe’ bruno nell’aria, cominciò a farsi udire indistintamente il rumor delle mascherate per le vie; il brighella, il dottore, l’arlecchino e il pulcinella francese andavano per le strade buffonando, e cantando, e dicendo lepidezze più o meno argute, e facendo tanta baldoria da parer demonii e peggio. A seconda che passavano per una strada, una folla di sfaccendati, di lerci, di monelli, di donne del popolo traevano dietro a loro, menando a tondo tutti quelli che incontravano, di tal maniera che qualche baruffa non mancava di rendere più vivace il divertimento.
Questa mascherata avea percorso rapidamente parecchie vie e stradelle e ronchi, fermandosi or qui or là, a tenore dello spasso che si promettea, quando un uomo di mezzo alla folla gridò:
— Alla Casa di Satana.
— Sì, sì, alla Casa di Satana.
E tutti accolsero con grandi urli e fischi questa proposta, e si diedero a correre, come il turbine mosso dal vento, verso la strada dove era quella casa.
— Che cosa è questo rumore? dimandò Ugo colpito dal gran frastuono che si facea sotto la sua abitazione.
— È una mascherata, rispose Lennois.
— Ah! una mascherata... mi ricordo... un festino, non è vero?... un banchetto... O mio Dio, mio Dio! il tuo perdono!...
Il rumore cresceva a dismisura, era un concerto di voci altissime, di canti spropositati e osceni, di grida stonate.