Part 13
— Saliamo sulla casa maledetta, gridò un arlecchino.
— All’assalto di Satana, gridarono parecchi altri.
E tutti si avviarono a salire sull’abitazione.
Si picchiò all’uscio da scala a colpi di mazze e di randelli. Federico fu spaventato, ma, non si perdendo d’animo, andò a dischiudere la porta.
— Alto là, signori, non vi inoltrate... qui, in casa, è un moribondo.
Cessarono di repente il fragore e le grida.
— Un moribondo! esclamò una voce, vogliamo vederlo.
— Non posso permettervi l’ingresso; la vostra presenza, le fogge de’ vostri abiti, le strane maschere che coprono i vostri volti, potrebbero distogliere i suoi pensieri e farli deviare dal cammino del cielo, al quale in questo momento debbono esser drizzati.
— Lasciamo dunque che muoia in pace, disse un brighella; andiamo, amici; questo luogo non fa per noi, puzza di cimitero.
— Andare a scegliere la _Casa di Satana_ per morirvi dentro, osservò un pagliaccio; che razza d’idea!
E tutti se le svignarono quatto quatto per le scale, timorosi di far strepito. Tanto è vero che la morte incute rispetto anche a’ più baldanzosi e sfrenati.
Il martedì, ultimo giorno di Carnevale, era anche l’ultimo della vita dello sventurato giovine Ugo Ferraretti.
Federico Lennois non l’aveva abbandonato nella notte del lunedì... Vinto dalla stanchezza e dalle veglie, ei si era abbandonato sovra una scrinata poltrona, dove il sonno l’avea colto.
Quando si destò verso l’alba del martedì, Ugo aveva una insolita fiamma negli occhi.
Dio, Dio, ti ringrazio, mormorava più col pensiero che colle labbra, l’ho veduta, l’ho veduta! questa grazia mi è stata concessa! ora sì che muoio contento: niente altro ho a desiderare.
Federico non poteva udir queste parole che il moribondo pronunziava con voce sì debole da non colpir neanche i propri orecchi... Veggendolo muovere le labbra, il Francese suppose che quegli fosse preso dal delirio, e procurò di richiamargli le idee ad uno stato più naturale.
Ugo non parlò più; ma sulle sue sembianze era sparsa una soavità che di rado si osserva su i volti de’ vicini a trapassare.
Verso le vent’ora all’italiana, Ugo proferì distintamente questa parola;
— Un sacerdote.
Lo scellerato Federico finse di non averla intesa: il ribaldo temea che un ministero di Dio discoprisse il quadro, sia per proprie osservazioni, sia per la stessa rivelazione dell’infermo.
Ugo ripetè parecchie volte con ansia quella parola; ma Federico si mostrò distratto, occupato.
Il moribondo congiunse le mani, rivolse le pupille al cielo, e si pose a pregar colla mente.
Le ventiquattro ore suonavano al gran Campanile, quando Ugo Ferraretti fece uno sforzo, come se avesse voluto alzarsi dal letto; guardò attorno alla camera con occhi spalancati; mise un gran sospiro... o singulto; e voltò le spalle a Federico Lennois, il quale, per vincer la noia di quelle lunghe ore, leggeva sbadatamente un romanzo francese.
Dopo un paio d’ore di assoluto silenzio, Federico trasse alla volta del letto dell’infermo, il chiamò per nome, le scosse,.. indi mise un grido di gioia feroce. UGO FERRARETTI ERA MORTO!!
Il domani, giorno delle ceneri, il corpo del Ferraretti era disteso nel suo medesimo letto di dolori, senz’altro apparato funebre che quattro candele messe a’ quattro angoli del letto.
Nessun vivente era in quella casa abbandonata.
Federico Lennois era sparito nella notte portando seco il quadro la _Preghiera_.
Poche ore prima che i becchini fossero venuti per trasportare il cadavere al suo asilo, una donna era entrata in quelle stanze dov’era il morto.
Questa donna, giovane e bella, portava sul suo volto l’impronta della disperazione.
Ella avea tra le mani parecchi oggetti, qualche cosa come un vasetto ripieno di cera liquefatta ed altro recipiente con gesso.
Ella si accostò al cadavere, lo covrì di baci e di lagrime; indi applicò una forma di gesso sul volto dell’estinto, e vi gittò la cera.
LA MASCHERA di Ugo Ferraretti era fatta: il suo volto era riprodotto!
Quella donna guardò lungo tempo le bianche sembianze del cadavere; pianse a lagrime dirotte; s’inginocchiò alla sponda del letto e pregò.
Era ella in quel momento il quadro vivo della PREGHIERA.
Era Luigia Aldinelli.
_Parte Terza_
I.
I DUE BAMBINI
Prima che riprendiamo la nostra narrazione al punto dove la lasciammo alla fine della prima parte, cioè, alla morte del giovin francese Giustino Victor, e pria che proseguiamo a raccontare le tristizie del Lennois, è mestieri che facciam conoscere ai nostri lettori qual si fu la prima giovinezza di questo malvagio, e quali sventure ad un tempo e turpitudini l’accompagnarono.
Lasciamo alquanto avvolta nel mistero la storia della sua nascita. Solamente dir dobbiamo che la natura sembrò aver posto il marchio della sua riprovazione su questo fanciullo, sulla cui schiena era una larga macchia nera, la quale vi restò incancellata; anzi vennesi rabbuiando sempre più a guisa di nero scudo.
Federico era figlio della colpa. La dimora del Baronetto Edmondo Brighton a Parigi, e propriamente nelle vicinanze di Auteuil, non poteva esser feconda che degli stessi errori, i quali avevano contrassegnata la sua permanenza a Cadice, a Siviglia, a Bajona, a Glascovia e a Pisa.
Zenaide era stata la più bella giovinetta dei dintorni di Auteuil. La domenica, quando ella si recava colla mamma alla chiesa, tutti gli scapestratelli del villaggio e tutti i signorotti parigini, che traevano a diporto in quelle amene campagne, avevano qualche alloccheria a rivolgerle, cui ella rispondeva pressocchè sempre regalando un sorrisetto a ciascheduno... Ella si vestiva sempre con un’attillatura superiore al suo stato e alla sua nascita, perciò che suo padre non era stato che un operaio dabbene ma povero, il quale avea per lungo tempo servito, in qualità di scardassiere, in uno dei lanificii di proprietà della famiglia di Orbeil... Zenaide, camminando a fianco della mamma, non facea che voltarsi addietro ogni momento per dare orecchio ai galanti che mai non mancavano di seguitarla... La vanità e per essa la ingordigia del denaro dominavano nel cuore di questa disgraziata fanciulla; ella sognava sempre uno stato che potesse abilitarla a sfoggiar di abiti, una fortuna che le procurasse tutti gli allettamenti della vita... Ella sdegnava di accomunarsi colle altre sue compagne, alle quali si estimava superiore per la sua bellezza e per gli sguardi signorili che questa le attirava. Zenaide avea disprezzato i migliori matrimoni di giovani operai, perchè le sue mire erano più in su... Egli è certo che la sua rara bellezza avrebbe potuto innalzarla; ma il suo cuore non corrispondeva al suo volto; e il grido delle sue male tendenze allontanava ogni buon proponimento.
I giovanotti di Parigi se le faceano d’attorno nel solo intento di burlarsene: i regalucci piovevano, e Zenaide era sempre la più scontenta figliuola del mondo; imperocchè quei piccoli presenti non faceano che darle il gusto dell’ozio senza attutire la sua smodata brama di danaro.
A diciotto anni, quando una donna possiede singolar bellezza, si crede dispensata dal pensare a quelle cose che sole rimangono, quando i diciotto anni e la bellezza saranno passati; e reputa inutili tutte quelle doti morali, senza le quali la donna è debil canna che si piega allo spirar di ogni vento, e si frange all’urto del più lieve uragano. E Zenaide non poteva sfuggire agl’incessanti pericoli, in cui la gittava la sua giovinezza, piena di tristi passioni e sgovernata di freno morale.
La virtù della donna è più fragile del filo d’erba che cresce sull’altezza di un colle esposto al tempestar dei venti... Uno sguardo, una parola, e quella virtù non è più, e una vita d’innocenza è travolta in una vita di rimorsi. Ma Dio pose a guardia di quella virtù uno scudo di adamante, il pudore. Meschina di colei che gittò lungi da sè questo usbergo, e che porse compiacente l’orecchio a’ melliflui detti della seduzione!
Il Baronetto Edmondo Brighton, andando un giorno a caccia con parecchi suoi amici nella _Pianura dell’Usignuolo_, presso Auteuil, vide la bellissima Zenaide, e fu preso d’amore per questa fanciulla. L’amore nel petto di quest’uomo era odio alla virtù dell’oggetto che egli amava. Edmondo era straricco, e gittava il denaro con una facilità incredibile.
La pioggia d’oro sorprese e ingannò la Danae novella. L’antico mito si riproduceva in una casipola d’Auteuil!
Zenaide non fu veduta per molti mesi ne’ soliti luoghi dov’ella usava, e poi la si vide con un puttino tra le braccia, un bambinello di un mese, così leggiadro e gentile, che le vicine le diceano, in baciandolo su e giù per tutto il volto, ch’ei rassembrava un figliuol di principe, di duca o di altro nobil personaggio. E poi, queste medesime vicine che aveano tante volte baciato e ribaciato il bambinello, e dette le più care parole alla Zenaide, quando la sera raccoglievansi in crocchio, teneano presso a poco questa conversazione:
— Margherita, sai tu donde sia piovuto alla Zenaide quella bella creatura?
— Non farmi mo la stordita, Paolina; non ti ha ella detto che si è maritata?
— È vero, ma che so! cotesto marito, io non l’ho mica veduto; e tu, Margherita?
— Io neanche l’ho veduto... Dio ci guardi dal pensar male del prossimo; ma è noto a tutto il paese che la Zenaide non è poi la più riservata figliuola del mondo.
— Venirci ad imbeccare questa storiella di marito!... Per me, non ne credo niente... E che nome ha cotesto marito di paglia?
— Ella dice che si chiama Francesco Lennois; che è un gran benestante di campagna, e che, dopo averla sposata, l’ha menata non so dove, onde noi non l’abbiam veduta per qualche tempo.. Che te ne pare, eh?
— Gesù e Maria!... che scandalo! Per me, mi guardi il cielo dal pensar male del prossimo; ma voglio mettere su il più bel paio di orecchini che tengo, per sostener che quel bambino...
— Avrà la buona ventura, se è vero quel che dicono, che i bastardelli hanno la miglior sorte in questo mondaccio.
Tali cose buccinavansi tra quelle donne, e di questo passo trottava la conversazione con isvariate annotazioni, chiose e comenti non del tutto conformi a’ precetti della cristiana carità.
La Zenaide intanto avea dato giù a vista, ed il suo volto, per lo addietro vera miniatura leggiadrissima, ora si rassomigliava piuttosto ad una di quelle immagini che veggonsi per istrada e che la pioggia e il tempo hanno tutte scolorate e impallidite.
Ella avea presentato alla gente del paese, in qualità di marito, un certo Francesco Lennois, uomo di circa cinquant’anni, e che alla pronunzia sembrava un Avergnese.
Non sapremmo dire chi fosse questi e che parte rappresentasse nella trista e vergognosa commedia. Si tiri un velo di carità su gli errori delle passioni, e si guardi alle funeste conseguenze cui mena l’obblio de’ più sacri doveri.
Pochissimo tempo dopo la nascita di quel bambinello, cui si era dato il nome di Federico Lennois, un gravissimo avvenimento arrecò sventura nel Castello d’Orbeil. Un arresto politico venne fulminato contro il Visconte: fu un prodigio la sua salvezza. Sotto un abile travestimento, egli era pervenuto a raggiungere la frontiera della Svizzera, per involarsi alla persecuzione del nuovo governo francese. Frattanto, il giorno dopo della fuga di lui, la Viscontessa, che era stata presa da spavento grandissimo per la vita del consorte, fu assalita da dolori di un parto prematuro, e, tra convulsioni che minacciarono di ucciderla, mise al mondo una creatura, alla quale fu imposto il nome di Augusto.
La Viscontessa rimase per oltre un mese in uno stato che fece temere pe’ suoi giorni. Il difficile e intempestivo parto avea necessitato la mano del chirurgo: la vita del figlioletto e della madre fu salva dall’abilità dell’uomo dell’arte.
Il bambinello, tratto a stento dal seno materno, non potea ricevere i primi succhi vitali dalla stessa genitrice, pericolosamente inferma; era mestieri d’una balia... Si sapeva al Castello d’Orbeil che la figliuola dello scardassiere, Zenaide, si era sgravata di fresco: fu però mandata a chiamare e invitata a nutrire il fanciulletto Augusto. Ella accettò subitamente la proposta, e il puttino le venne abbandonato tra le braccia. Ella sel menò seco alla sua dimora, dov’era eziandio il proprio figliuolo.
La prima parola che la Viscontessa pronunziò, dappoi che fu nello stato di esprimere i suoi pensieri, fu il desiderio di vedere il pargoletto suo figliuolo. Fu mandato a chiamar Zenaide col bambino; e costei, dopo un’ora, era con questo al castello d’Orbeil.
La madre si stemperò in baci e in lagrime di tenerezza sul bianco visino della creatura, su cui l’aria pura della campagna aveva operato salutari effetti. E poscia il fanciullo fu riconsegnato alla nutrice, che si affrettò di abbandonare il castello d’Orbeil. Si sarebbe detto che Zenaide avesse fretta di togliere il figlio dalle braccia della madre.
Quando la balia era tornata al Castello per presentare il bambino alla Viscontessa, lasciava leggere sul suo volto un’agitazione e come un sentimento di paura. Ma nissun badò a lei, e tanto meno la madre, che, abbandonandosi alla sua tenerezza inverso quell’angiolo di figlio, era tutta assorta nel piacere di abbracciare e baciare la carissima prole, la quale poco mancò non le avesse costato la vita.
Passò qualche anno — La Zenaide veniva di tempo in tempo al Castello d’Orbeil, e vi s’intrattenea per lo più parecchi giorni col fanciullo Augusto, il quale crescea bello e gentile come un amoretto. La Viscontessa non sapea saziarsi di accarezzarlo, di stringerselo al seno e covrirlo di baci, e largamente ricompensava le cure onde Zenaide circondava quella creaturina, prodigalizzandole, per così dire, gli affetti d’una madre.
E nel fatto, non potea dirsi che i testimonii di amore che la nutrice mostrava inverso il figliuolo del Visconte fossero dettati in lei dal desiderio di lusingare l’amorevolezza della madre e di cattivarsene le buone grazie, profondendo carezze e baci senza numero al piccol pargoletto; imperciocchè bisognava veder la Zenaide quando era sola nella sua abitazione co’ due bambini, di cui l’uno erale figlio e l’altro figliuol di latte.
Torceremmo volentieri i nostri sguardi dallo spettacolo che ci offriva quella donna snaturatissima, se non sentissimo il dovere di non trascurare alcuni fatti che saranno di non poca importanza per la nostra narrazione.
Zenaide viveva sola in una meschina casupola poco discosta dal sito ove scorgemmo il platano della mendica. Dopo che la sciagurata fu caduta ne’ lacci della seduzione del Baronetto Edmondo, la vecchia madre aveala maledetta, e, separatasi da lei, era ita ad abitare in quel tugurio, su cui il gran platano stendea l’ombra della sua vigorosa vegetazione. La buona donna era tutto il giorno occupata a lavorare in una delle fabbriche del castello per trarre innanzi la vita alla meglio.
Zenaide adunque vivea sola co’ due bambini, entrambi sì belli e gentili che i loro visini erano vere calamite di baci. Nati quasi ad un tempo, essi parevano perfetti gemelli, se non che il bambino Augusto avea la fibra più forte e valida del bambino Federico. Ma se poca differenza era tra loro in quanto alle naturali fattezze, grandissima differenza, una inconcepibile barbarie di donna, ponea tra le sorti di que’ due innocenti.
Oh noi non comprendiamo come si possa far del male ad un bambino! Fa d’uopo aver rinunziato alla natura di essere umano, per torturare l’innocenza e la grazia, congiunte alla debolezza e all’impotenza della difesa. Maledetti son da Dio i tiranni dell’infanzia: costoro piangeranno a lagrime amare nella loro vecchiezza, e non gusteranno giammai la dolce consolazione di sentire i loro bianchi capelli carezzati dalle vezzose manine di cari pargoli. Dio non concede la soavità di un’amorosa corrispondenza filiale se non a coloro che ebbero viscere di uomini per l’infanzia, e che le prepararono assistenza e piaceri.
Zenaide era tutto amore e sollecitudine pel figlio della Viscontessa, ed era tutto odio e tirannia pel proprio figlio! Con un’atrocità senza esempio, ella lasciava piangere per fame acutissima il piccolo Federico, giacente quasi nudo sul suolo smattonato e umido, mentre nutriva il piccolo Augusto, tenendoselo ben caldo avviluppato nelle proprie vestimenta. Qualche volta la scellerata spingea l’eccesso della crudeltà fino a torsi entrambi i bambini nelle braccia; e allora, dava a poppare al figliuolo di latte sotto gli occhi medesimi dell’affamato figlioletto, che colle manine cercava di strappare Augusto dal seno materno. E quando la perfida Zenaide si stancava di udire gli urli del bambino, lo scagliava lungi da sè sul terreno, dove il meschinello giacea per lunghe ore e finiva coll’addormentarsi con quel sorriso ineffabile che è l’amore degli angeli nel cielo.
L’aspetto di un bambino addormentato ha qualche cosa che accheta le tempestose passioni e parla all’animo un misterioso linguaggio di dolcezza e di carità. Quella certa velleità di dispotismo che è insita a ogni uomo si calma alla vista della più gran debolezza, e sottentra un sentimento di protezione e di aiuto. Il pensare che un bambino abbandonato per poco a sè stesso sarebbe l’essere più infelice e morrebbe per ignoranza de’ pericoli e per mancanza di soccorsi, debbe per necessità muover la pietà e l’affetto.
Ma la vista del suo Federico addormentato non facea che esasperare la ferocia di sua madre, la quale si sdegnava quasi di trovare nelle sembianze del fanciullino la serenità e l’obblio del dolore, congiunte al celeste candore della innocenza.
Una sola volta al giorno, la Zenaide dava a poppare al figliuoletto, mentre ad ogni ora del giorno e della notte porgeva il seno ad Augusto, che però veniva grassotto e vermiglio come que’ putti che si pongono ai canti di un apparato di festa.
La sera, il piccolo Augusto, sazio felice e soddisfatto, si addormentava nello stesso morbido letto, ove dormiva la Zenaide; ed il piccolo Federico, gittato in misera cesta, non potendo, per istimolo di fame e per freddo, prender sonno, assordava l’aria co’ suoi gridi, pei quali la perfida madre, per dormir placidamente, si determinava a ligargli un fazzoletto alla bocca.
Ci piange il cuore a raccontare di simili atrocità senza esempio, e che ripugnano all’umana natura; laonde più non diremo delle incessanti sevizie onde veniva tormentata, nei primi albori della vita, quella esistenza di uomo.
Il tempo ci schiarirà forse il mistero di questa incomprensibile tirannia di madre, come anche ci mostrerà la soluzione del grande assioma morale, nascosto in tutt’i fatti della vita: LA PUNIZIONE ACCANTO ALLA COLPA.
II.
LA FANCIULLEZZA DI FEDERICO
Una vita che si annunziava con questi foschissimi albori non poteva certamente essere la più lieta e felice; e i giorni che seguitarono alla prima infanzia del Lennois non furono che conseguenti nella sventura e nel pianto.
Il fanciullo Augusto, fatto grandetto, rientrò sotto il tetto paterno e fra le braccia dell’affezionatissima sua genitrice. Egli era bello assai di volto, ed era, siccome dicemmo altrove, una miniatura delle sembianze inglesi; ma insin da quella tenerissima età dava manifesti indizii di alterigia e di disprezzo per quelli che non aveano la ventura di nascere in un serico letto.
La Zenaide, quando il figliuolo della Viscontessa fu rientrato nel castello d’Orbeil, non faceva passare un sol giorno senza andare a rivedere il fanciullo che ella aveva allattato con tanto amore. Ella non volea giammai dipartirsi dal sito ov’era quell’angioletto del suo cuore, il suo amatissimo piccolo Augusto: chiedeva in grazia alla Viscontessa di permettere che ella guidasse ancora il fanciullo nelle vaste camere del castello e tra i viali del parco; che nol perdesse giammai di vista; che gli stesse tuttodì addosso cogli occhi e coll’anima. «Imperciocchè, ella diceva, io l’amo tanto, questo fanciullo, più che s’ei fosse figliuol mio, e non so partirmi da lui un sol momento. Quand’io sto dall’altra parte del parco, il mio pensiero è al castello d’Orbeil, e non riposo che quando ritorno qui dove è l’amor mio, il mio piccolo Augusto, tanto caro e leggiadro, con quella faccia di serafino, con quegli occhi di sultano!»
E via via così parlando, la Zenaide dicea tante cose, che erano una maraviglia di amore a sentirla: e la Viscontessa era qualche volta gelosa di queste eccessive dimostrazioni di affetto, avvegnacchè i suoi sensi materni ne fosser lusingati a dismisura. Però ella non sapea vietare all’affettuosa nutrice il giusto sfogo di una tenerezza che suole apprendersi ai cuori di quelle donne che han dato ad un bambino il primo alimento vitale. Se non che, la nobile moglie del Visconte ammiravasi talora che la Zenaide, la quale si sfacea di affezione pel suo figliuolo di latte, abbandonasse il proprio figliuoletto per intiere giornate e non mai ne parlasse, e mai seco nol menasse al castello, o in modo alcuno significasse sollecitudine e attaccamento pel sangue proprio. Di questo la Viscontessa richiedeala sovente, ma la Zenaide parea mal portasse inchieste simiglianti, alle quali dava sempre vaghe risposte, or dicendo che il fanciullo Federico venia su un pessimo furfantello, il quale non madreggiava per niente in quanto al cuore; or certificando che il figliuoletto non pativa di alcuna mancanza per l’assenza di lei, essendo accomandato a buone mani; or, per ultimo, svoltava destramente il discorso e usciva di palo in frasca con istorielle e ciance da nulla.
Ma, vuoi caso o tendenza naturale o altro motivo, il fanciullo Augusto, a seconda che cresceva negli anni, addimostrava un disamore grandissimo per la sua balia, e noia e disgusto per l’affezione di lei. E questo disamore crebbe a modo, che, dispotizzando egli la madre sua, la quale teneramente lo amava, ottenne da lei di non permettere più l’ingresso nel castello a _mamma Zenaide_, essendo ormai indecoroso a un nobil fanciullo il sentirsi stretto al seno di una villica.
È impossibile descrivere l’acerbità del dolore da cui fu presa la Zenaide alla inaspettata nuova del divieto che le veniva inflitto per ricompensa del suo amore. Poco mancò non ne morisse, perciò che tutta l’anima sua erane straziata... Ella pianse a lagrime disperate; si arruffò i capelli, si lacerò le vesti, e per isfogare la rabbia e il dolore, corse... a battere e a tormentare il suo Federico!
Non ci è cosa che più squarci un cuor sensitivo ed ecciti sdegno grandissimo, che l’udire le grida di dolore messe da un fanciullo innocente sottoposto a barbare battiture. La pietà si muove nei petti più feroci, e non vi ha chi non si slanci a togliere quell’innocente dalle mani spietate che il torturano. Ma nella solitaria campagna dove abitava la Zenaide col suo Federico, non era chi udir potesse le alte strida che il miserello spingeva al cielo, allorchè la madre il tempestava di colpi con un grosso randello, non il rilasciando se non quando quell’infelice creatura si accasciava per isfinimento di dolore. Quella disumana era diventata una tigre assetata del sangue proprio; era qualche cosa d’orribile a vedersi!... Quanto più intenso era l’amore di quella iena per Augusto d’Orbeil, tanto più crudele era l’odio suo per Federico Lennois.
Chiediamo perdono a’ nostri lettori, se siamo costretti a porre sotto i loro occhi uno spettacolo disgustante e pietoso a un tempo. Oh come vorremmo, ne’ nostri racconti, evitare di avvenirci in codeste situazioni che fan fremere i cuori ben temperati; ma, nello svariatissimo dramma delle passioni che si agita sulla scena del mondo, la virtù, per mala ventura, non è la felice protagonista; è la scelleratezza quella che più tiene il campo dell’intrigo. Lo spettacolo della umana degradazione ha i suoi effetti salutari come lo spettacolo del più elevato innalzamento dell’anima per grandi e generose virtù.