Part 14
Ricevuto il divieto di ripresentarsi al castello, la Zenaide, non potea vivere senza rivedere di tempo in tempo il suo Augusto. Perdeva le intere giornate, appiattata in una siepe che divideva il parco dalle circostanti campagne, nella speranza che il fanciullo, nelle sue corse ed emigrazioni, fosse passato per quel sito. Ma il più delle volte, era tempo inutilmente sprecato; perciocchè Augusto prendeva col suo aio altra direzione, sia che scorrazzasse per gli andirivieni del parco, sia che uscisse a cavallo fuori di Auteuil.
Il dolore e la collera di Zenaide in questi casi superavano qualsivoglia immaginazione. Ella ritornava, in sulla sera, alla sua casipola, scapigliata come una furia: i suoi occhi schizzavan fuoco; le sue labbra eran pregne di veleno.
Il primo oggetto che le si offriva alla vista era il suo Federico, il quale tremava tutto nel vedere sulle sembianze della madre la ferocia del dolore. E quest’oggetto non faceva che aizzare la collera di lei a tal punto, che ella scagliavasi come demente sull’infelice creatura, e, quando a questa non riusciva di sottrarsi a’ furori di quella belva, era cosa da pianger di pietà, tante e sì forti erano le battiture che piovevano sul miserello. Alcune volte la ribalda femmina, toltosi dal capo scompigliato uno sdentato pettine di ferro, perseguiva il meschinello in tutt’i versi; e, acchiappatolo, gli conficcava nelle spalle o ne’ reni gli acuminati denti di quello strano supplizio. Altre volte, cacciatosi quel miserello sotto i piedi, gli andava pestando il corpicino, nè più nè meno che se fosse stato un cane o un gatto morto.
Egli è vero che il fanciullo fuggiva molto lungi, allorchè vedea la mamma invasa dalle furie: la notte ei non ritornava sotto il tetto dov’era la sua crudele nemica, e andavasene a dormire sotto un pagliaio che venne poscia addimandato il covile del monello. Quivi il freddo, la paura e la fame torturavano a muta e talvolta tutt’insieme lo sventurato, il quale piangea, piangea di un pianto che avrebbe scosso i fusti degli alberi. Nissuno, nissun vivente, nissun essere umano veniva a sollevare quel povero fanciullo dalle incomprensibili crudeltà della genitrice; nissuno gittava uno sguardo di compassione su quell’innocente che soffriva per una di quelle imperscrutabili ragioni che rimangono ascose nella infinita saggezza della Giustizia Divina.
Iddio solo udiva il pianto e i gemiti dell’infelice, e Dio mandava una consolazione su quel dolore, una gioia su quell’esistenza, un amico a quel derelitto.
In una notte placida e serena, Federico erasi addormentato sulla stoppia del suo covile. Egli avea pianto lungo tempo innanzi di comporre gli occhi al sonno... La stanchezza del dolore lo avea tolto momentaneamente alla sofferenza.... Durante il sonno, ei provava indistintamente una sensazione dolcissima di calore che gli scorrea con tutta soavità per le vene, come se una mano pietosa gli avesse ricoperto il corpo con un grosso panno di lana... Federico sentiva una voluttà che mai non avea gustata nel breve periodo di sua vita, giacchè egli avea dormito sempre in sulla nuda terra o sulla paglia, senza altra coperta che la logora travatura della stanza materna o l’aperto e stellato palco dei cieli... Egli era questa volta così felice nel suo sonno che dormì per lunghe ore, e insino a tanto che i raggi del sol nascente vennero a colpirgli la fronte. Qual fu la sorpresa del fanciullo, allorchè, nello schiudere le palpebre, si vide disteso in sul corpo un bel cane, di razza inglese, il quale avea gli occhi drizzati verso di lui con tal guardatura, che era ripiena delle più tenere dimostrazioni di affetto!
Federico non potè astenersi dal gittar le braccia attorno al collo del cane e stringerselo al petto, come avrebbe fatto con un caro fratello! Oh come battea di contentezza il cuore di quel fanciullo! Come le lagrime gli sgocciolavano per le guance!... Eppure, in mezzo alla sua gioia, Federico aveva un palpito di timore, che quel cane non fosse appartenuto a qualche vicino abitante del contado, e che però gli venisse tostamente strappato dalle braccia... Onde non si saziava di premerselo al seno, di coprirlo di baci, d’accarezzarne la bionda schiena; e il cane parea sì contento di quella corrispondenza di affetti, da non cessare un momento di agitar la coda in segno di soddisfazione; e guardava sempre negli occhi di Federico con una sì lampante significazione di amore, che meglio non avrebbe saputo un innamorato guardar l’amante.
Il fanciullo temea giustamente che la madre, veggendolo protetto e amato da quella cara bestia, non gliela avesse rapita o uccisa o in altra maniera fatta sparire; però tornando quella mattina con gran batticuore alla casa della mamma, ei tenea sempre l’occhio sul suo amico, quasi che avesse da lui implorato di non abbandonarlo giammai e di proteggerlo dal materno furore. A pochi passi dalla temuta dimora, il miserello gittò un altissimo grido nel veder la mamma che venivagli incontro con baleni di sdegno nelle feroci pupille.
Federico fu, come altre volte lo era stato parimente, ligato a un ginepro e ivi abbandonato dalla spietatissima donna, la quale solea lasciarlo in quel martirio per ventiquattro ore; dopo il quale tempo davagli un boccon di cibo, così per farlo sopravvivere ai tormenti, e per riserbarlo ad altri castighi e vessazioni. Ma questa volta il tapinello non rimase lungo tempo ligato al tronco dell’albero, imperciocchè il cane, con mirabile esempio di fedeltà e di amicizia, tanto si adoperò co’ denti, che pervenne a spezzar la fune e a sciogliere il fanciullo dai barbari ceppi.
Mentre il cane faceva l’estremo di sua possa per islegar Federico, questi piangea di tenerezza; e, quando si vide libero, saltò addosso a quell’impareggiabile amico, e gli disse tante cose e gli dette tanti baci, e si stemperò in tanti affetti che poco mancò non ne svenisse.
A contar da quel giorno, il cane, cui Federico avea dato nome di Astolfo, diventò siffattamente l’amico dello sventurato fanciullo, che questi non ebbe più in certo modo a temere gli strazii che la madre gli facea soffrire. Zenaide era più istizzita dacchè vedeva il figliuol suo spalleggiato dalla bestia, la quale supplivagli di quell’amore, di cui ella avealo defraudato. Non poche volte, la perfida tentò di uccidere il maledetto Astolfo, ma questo parea protetto dal cielo, e scampò alle insidie che tendeagli la malvagità di quella donna, la quale, quanto più sentivasi accrescere i trasporti di amore pel suo figliuol di latte, già fatto grande, altrettanto sentiva ringagliardirsi l’odio per Federico, cui, per altro, ella non aveva il coraggio di uccidere d’un colpo.
Ben presto, a questo nemico possente e incredibile si aggiunsero due altri non meno congiurati a danno dal monello, Augusto d’Orbeil e Giustino Victor.
La fiamma del rossore, dello sdegno e dell’odio incendiava il volto di Augusto, quando gli si diceva che egli era fratello di latte del guitto monello di Auteuil, del figlio di mamma Zenaide. Augusto sentivasi grandemente umiliato da questo confronto, e colpì una mattina la guancia d’un suo domestico per avergli detto, per casualità, quell’amara parola.
Tutte le volte che il nobil giovinetto si avveniva in Federico Lennois, non facea passar l’occasione di mostrargli il suo profondo disprezzo; anzi, sovente andava cercando l’opportunità di far cadere su quel poverino lo sfregio e l’insulto.
E in questo egli avea per complice fedele il fanciullo Giustino, il quale veniva a passar nel castello le vacanze di collegio.
Spesse volte i due giovanetti amici con altri fanciulli compagni di collegio di Giustino Victor traevano appositamente alla volta della casipola di Federico, per prendersi lo spasso di sbeffeggiare ed insultare questo infelice. Con una codardia indegna in un giovinetto, Augusto valendosi dell’ascendente grandissimo che esercitava sull’anima di Zenaide, comandava a costei di applicare al figliuolo una leggiera _lezione di educazione_; com’egli dicea per celia... Allora la perfida, per far piacere al suo caro figliuol di latte, correva addosso a Federico, e, con un ramo d’albero secco, davagli su e giù pel corpo, insin a tanto che la nobil comitiva di fanciulli era sazia di ridere. Alcuna volta riusciva al misero Federico di gittarsi in un fosso, per sottrarsi a queste brutali e proditorie violenze; ma in questo caso ei correva il rischio di rimanere in quel fosso per lunghe ore, aspettando che qualche contadino, il quale si fosse trovato a passar di là, avesselo aiutato a risalire sul terreno.
Menzionammo altrove alcuni dei fatti relativi a quest’odio che il figlio del Visconte e il fanciullo Victor aveano spiegato contro il così detto monello di Auteuil. Dicemmo come un dì la frusta del giovinetto d’Orbeil, tagliò la faccia del Lennois, però che questi non era stato in tempo a scostarsi al passare di quello a cavallo; e come, in altro dì, la parola _ladro_ era uscita dalle labbra di Giustino Victor, e aveva ferito il cuore più che l’orecchio del disgraziato ma onesto figliuol di Zenaide; e da ultimo, accennammo l’inaudita perfidia del Victor e l’immenso dolore del Lennois, quando colui diè morte al carissimo cane che era tutta la vita e lo amore di Federico.
Le battiture, il freddo, la fame, gli strazi corporali di ogni sorta eran da estimarsi un niente a paragone del dolore che provò l’infelice nel veder sotto i suoi occhi il tenerissimo Astolfo battuto a morte da Giustino Victor. E Federico non potea correre in aiuto del suo amico, perciocchè la madre lo avea ligato all’albero di martirio! Oh... Federico da fanciullo divenne uomo in quel momento. L’immensità del dolore avea fatto sparire la fanciullezza! Per la prima volta, un’orrenda bestemmia era corsa sulle sue labbra: egli avea maledetto l’uman genere; erasi vergognato di essere uomo; e il suo cuore formava il giuramento di vendetta...
Questo tristo avvenimento accadeva il dì 7 luglio dell’anno 1815.
E, quattordici anni dopo, il dì 7 luglio 1829, Giustino Victor, mortalmente ferito da Eduardo Horms, CADEVA VITTIMA DELLA GIUSTIZIA DI DIO.
Se l’uomo nel corso di sua vita facesse attenzione a certe maravigliose coincidenze di date, riconoscerebbe sempre più l’opera della Divina Giustizia in quegli avvenimenti che soglionsi credere figli del caso.
Federico guardò per lunga pezza con occhi asciutti e come idiota il cadavere del suo Astolfo; i grandi dolori annientano ogni senso di vitalità e inaridiscono le sorgenti delle lagrime; appunto come le grandi bufere lasciano le campagne in uno stato di stordimento e di stupefazione.
Quella comitiva di nobili fanciulli, non così tosto videro morto il fido compagno di Federico, sciolsero questo disgraziato dal fusto dell’albero, affinchè si fosse a suo bell’agio abbandonato alla tenerezza verso il cane.
E, scioltolo, e veduta la sua faccia stupida e selvaggia, come se non avesse compreso niente di quanto era avvenuto, si diedero a ridere a sganascio, e poi, a pigliarlo, a voltarlo e rivoltarlo in tutt’i versi, a fargli un mondo di sberleffi sul muso; e, da ultimo, poi che se l’ebbero rimandato dall’uno all’altro, come una palla di zimbello, gli dettero una spinta e il fecero cader bocconi sul corpo dell’animale disteso in sul terreno.
Gli occhi della bestia erano aperti in tutta la loro ampiezza, per effetto del supplizio a cui l’aveano sottoposto que’ piccoli manigoldi: quegli occhi pareano affisar Federico con angosciosa espressione, come se avessero voluto dirgli: «Non duolmi della mia morte e del dolore che mi han fatto soffrire; ma soltanto mi accuora di doverti abbandonare e lasciare alla balia de’ tuoi inesorabili nemici. Dio possa aiutarti e confortarti!»
Nel cadere sull’estinto animale, Federico era uscito dallo stato di stupefazione in cui lo avea gittato l’atrocità del dolore: egli aveva abbracciato quel gelido mucchio di carni; e questa volta faceva piovervi sopra un fiume di lagrime: e anch’egli guardava negli occhi immobili del suo amico, e parea comprendere il loro muto linguaggio.
Non sappiam dire quanto tempo quel misero fanciullo rimase a piangere e a singhiozzare amaramente sulle spoglie del suo Astolfo, la cui voce più non risuonava armoniosa e cara agli orecchi di lui.
Che cosa è l’esistenza di un cane pel comune degli uomini? La sua vita non ha più importanza che il passaggio di un’ombra attraverso lo sguardo; e la sua morte non è avvertita dagl’immondi insetti che divoreranno la sua carogna gittata in mezzo alla strada. Eppure l’esistenza di quel cane Astolfo era stata la gioia di quell’esistenza di fanciullo, e la sua morte operava una di quelle crisi che decidono del destino di un uomo. Dal dì della morte del cane, Federico rinnegò ogni buon sentimento nell’anima, e fermò freddamente di essere un malvagio ed un nemico spietato della razza umana, appo la quale, ne’ suoi dieci anni di vita, egli non avea trovato un sol raggio di amore e di carità.
Con grandissimo dolore ei fa d’uopo convenire che la maggior parte degli uomini cattivi e nemici della società non sarebbero stati tali senza un concorso di funeste emergenze che farebbero giurare sulla esistenza del destino se non si conoscesse che, nel mirabile magistero del mondo morale, il male è un elemento indispensabile per la grandezza dell’umana natura, però che è desso quello che rialza agli occhi di Dio l’uomo giusto e virtuoso. Nonpertanto è cosa che richiama la attenzione del pensatore il considerare come un’infinità di circostanze si accumulino intorno ad un uomo per renderlo malvagio: la natura e la società par che si mettano di concerto per fargli rinnegare ogni principio di virtù. Centomila soccombono; un solo trionfa: questo uno è un eroe, un santo.
E questo concorso di circostanze appunto aveva costretto il disgraziato Lennois nell’aurora della sua vita. Qual maraviglia s’ei riuscì cotanto scellerato? Da altra parte, è nostra opinione che l’uom cattivo è talvolta una vittima dall’alto indicata ad espiazione di antichi falli di famiglia; però che è scritto nelle sacre pagine che Iddio punisce ne’ più tardi nepoti i delitti di violenze e d’ingiurie all’altrui stima ed onore. La maldicenza è il vizio più comune e universale della presente società, e massime in Francia, dove il così detto _spirito di conversazione_ altro non è che una sottile e perpetua guerra all’altrui nome.
Per una parola di offesa all’onore altrui Iddio PERSEGUITA LE INTERE FAMIGLIE.
E le sventure onde fu colpita la prima giovinezza di Federico non furono forse che espiazione di vecchie colpe di questo genere.
Dopo essere stato qualche ora a piangere e a gemere sulla compassionevole sorte del cane, Federico scavò profondamente il terreno a poca distanza dal covile ov’egli solea giacere, e seppellì quelle spoglie a piè di un alto frassino. Con cura estrema e con somma amorevolezza ricompose il terreno sul cadavere di Astolfo, come se lo avesse ricoperto di morbida coltre; ne raggiustò la superficie, e v’incastrò solidamente una pietra, sulla quale incise col ferro queste stolte ed empie parole:
«Qui riposa il solo essere che mi ha amato, e il solo che io ho amato ed amerò sulla terra: il mio cane Astolfo. Giuro sulla mia ragione odio irreconciliabile all’uman genere, e giuro di adoperarmi in tutta la mia vita a fargli del male. Giuro ancora sulle ceneri del mio amico di spargere il sangue del suo crudele uccisore. Oggi 7 luglio 1815. Federico Lennois».
Poco altro tempo il figliuol di Zenaide rimase colla madre sua, dopo la morte di Astolfo. Una inaudita crudeltà di lei spinse il giovinetto, già stanco di sofferenze, a fuggire da quel luogo di dolori.
Un giorno la Zenaide era appostata, secondo il solito, alla siepe del parco, aspettando il momento in cui fosse passato il suo caro Augusto in compagnia di Giustino Victor. Volle il caso che Federico si trovasse in sulla via la quale doveva esser battuta dal figlio del Visconte; eglino eran vicini ad incontrarsi. Alla vista dei suoi implacabili nemici, ed in particolar modo di Giustino che gli aveva morto il cane, Federico sentì accendersi di una fiamma di sdegno prepotente. Senza pensare a quel che si facesse, abbrancò da terra il manico di una zappa, e con una benda di furore in su gli occhi, si scagliava contro Giustino: e già era in sul punto di fulminarlo con quel formidabile istrumento, quando la Zenaide, credendo che il figliuolo si avventasse contro Augusto, gittò un alto grido di spavento; saltò come scoiattolo su per la siepe ed il fossato che la circuiva, e piombò su Federico appunto nell’istante in cui gli avversari erano a pochi passi di distanza. La Zenaide afferrò pei capelli il disgraziato giovinetto, e, strascinandoselo quasi bocconi per terra, lo menò sino alla sua casupola. Qui cominciò la più pietosa tragedia. Quella fiera stizzita, dopo aver chiuso tutti gli usci del suo abituro, ritornò ad afferrar pei capelli quel miserello, lo sbattè al suolo, e ivi, balzata in piedi sul corpo di lui, sfogò la sua ferocia di tigre insino a tanto che Federico non gridò più. Il sangue uscivagli in copia dalla bocca!
Questo immanissimo fatto pose il colmo alle sofferenze di Federico: egli era stanco di essere vittima di tanta barbarie.
Fin dal momento che Giustino aveagli detto quelle amare parole da noi menzionate nella prima parte di questo racconto: «Ohè, figlio di mala donna, non rubare le fragole di questo podere, chè te le farem vomitare col sangue», Federico avea messo da banda ogni scrupolosità in quanto ad usurpazione della roba altrui, e si era dato a rubare tutto ciò che gli veniva fatto, non risparmiando la stessa Zenaide, a cui sovente involava qualche coserella (però che molto ricca e avara ella era); la quale, discoperto alcune volte il furto, regalavagli un buon numero di busse e di gastighi di ogni maniera. Laonde, fermato in cuor suo di postergare i luoghi testimonii dei suoi martirii, studiò il modo onde rubare una buona somma di denaro alla perfida madre. Parecchi giorni si adoperò in tale tentativo; e vennegli fatto di scoprire il sito dove colei tenea nascosto del denaro.
Il cimento era terribile, e il rischio mortale. A dispetto di ogni paura il colpo fu tentato e coronato di lieta riuscita, perciocchè in una notte un pesante sacchetto di danaro fu involato dal destro fanciullo.
Alla dimane Federico, senz’altra provvisione che il suo sacchetto, abbandonava Auteuil, mettendosi tra i piedi la via di Parigi.
Ma qual fu la sua dolorosa sorpresa nello schiudere il sacchetto che conteneva il suo tesoro, e trovarlo zeppo di monete di rame!
III.
LA PRIMA SERA A PARIGI
Quel sacchetto di rame era sempre qualche cosa di meglio che il puro niente, e forse quel denaro era bastante per un paio di mesi.
Giunto in un luogo rimoto, Federico si sedè sovra una grossa pietra di campo: e si pose a numerare i suoi pezzi di rame.
La somma ascendeva a centoventi franchi e cinquanta centesimi.
Era sempre una fortuna pel povero monello di Auteuil.
Nessun accidente era venuto a turbare il pedestre cammino di Federico fino a Parigi. Solamente l’estremo caldo della giornata (che era in su lo scorcio di luglio) avea gittato in uno sfinimento di forze il giovinetto, cui le tante sevizie fattegli soffrire dalla madre aveano già guasta e mal ridotta la salute.
Ciò nulla di meno, noi non tenteremo di dipingere la felicità di Federico nel vedersi libero dai materni furori e padrone di sè medesimo. Egli respirava con gioia l’aria aperta dei campi; non era abbastanza contento di spaziar lo sguardo intorno a sè, sicuro di non aver più a temere la vista della sua tiranna od a rincontrare la comitiva del castello di Auteuil.
Durante il suo lento viaggio, egli si era fermato non poche volte, sia per riposarsi e prender lena a proseguire il lungo cammino, sia per rifocillare lo stomaco, cui la barbara Zenaide aveva assuefatto ad una involontaria dieta, insopportabile a quella età di attività organica e di sviluppo; sia per la natural curiosità che dovevano eccitare in un fanciullo, il quale non si era mosso giammai dal villaggio nativo, la varietà delle amene campestri vedute che circondano la Capitale della Francia.
Strani pensieri e un mondo di visioni passavano pel capo del garzoncello in quel suo solitario viaggio. Poche altre ore, ed egli entrava nella città, di cui nella sua infanzia aveva inteso a parlare come di una regione incantata, dimora di fate e di genii, ed alla porta di ingresso della quale, la Felicità, coronata di fiori, accoglieva e abbracciava i novelli arrivati, ammettendoli alle delizie dei suoi dolcissimi arcani.
Parigi, la bella, la ricca, la splendida, la bianca, la nitida, l’aurea, la serica, la cara Parigi, la città del lusso, delle gioie, dei divertimenti, dell’obblio dei mali, stava per offerire tra poco agli attoniti sguardi del fanciullo le sue centomila maraviglie: i filari dei suoi eleganti e ben costruiti palagi, asili del piacere, del lusso e delle civili maniere; le sue strade, i suoi selciati marciapiedi, i _boulevards_, specchio di nettezza, formicolari del più giocondo popolo del mondo: le sue piazze di cui ciascheduna racchiude un monumento di storica solennità, i suoi tanti teatri sempre zeppi e affollati da tutte le classi della società; i suoi diciannove ponti, ligamenti che congiungono le diverse membra di quel corpo pieno di vita e rigoglioso d’esuberante salute; le brune acque della Senna, arterie turgide di quella mole di organizzazione architettonica di vari secoli e che sembra l’opera di un _fiat_ istantaneo.
E già, verso il declinar del giorno, Parigi incominciò a far udire agli orecchi di Federico il suo gran mormorio confuso e indistinto, lontano riverbero di centomila cocchi che serpeggiano tra le sue strade, mischiando un popolo di cavalli nella immensa varietà dei loro indifferenti padroni.
È uno spettacolo bizzarro e curioso quello che si osserva nelle strade principali delle primarie capitali di Europa. Una popolazione di nobili e generosi animali strascina sul dorso una infinità di macchine morbidamente imbottite in cui si dondolano un gran numero di esseri umani i quali spesso non hanno altro merito tranne quello che lor deriva dai cavalli che li strascinano. Per una parte delle popolazioni di queste capitali, il moto non ci sarebbe senza i cavalli.
I primi rumori di Parigi colpivano appena le orecchie di Federico, e i primi lumi delle sue stelle di gas si mostravano già nel lontano orizzonte agli occhi di lui, quando egli, che sentivasi battere fortemente il cuore per violente commozioni che gli cagionava l’aspetto della gran città, si mischiò alla folla dei bevitori che sedevano a diversi crocchi presso una bettola di campagna. Era di lunedì, giornata che forma continuazione e appendice della domenica per gli operai di Parigi, i quali traggono in gran folla alle barriere, e si danno, in quelle attigue osterie, ad un rombazzo senza fine nè freno. Federico si sedè anch’egli sovra una panca; fecesi arrecare del pane, del formaggio e del vino, e via via, mangiando, e rimirando da lungi la sospirata capitale, ravvolgea nel suo capo i seguenti pensieri, che la malvagità gli ispirava. La malizia non è forse luce pericolosa?