Part 15
«Che cosa farò colà? Povero fanciullo di dieci anni, di fiacca salute, senza un parente, un amico, un conoscente, e nella piena ignoranza di tutto? Strana e tremenda posizione! Ma che dico mai, nella piena ignoranza di tutto! Non ho io ricevuta la più valevole ed efficace lezione che può un uomo ricevere entrando nel commercio sociale, la sventura? Che bisogno ho io di saper leggere e scrivere per guardarmi dal mio più feroce nemico, l’uomo? Oh quanto ho imparato nei miei dieci anni di vita! Quanto mi hanno insegnato le mie sofferenze!... Checchè avverrà di me, il terribile mio giuramento emmi ognora presente all’animo... Ogni passo, ogni parola, ogni pensiero sarà volto al male di questo nemico che mi affianca e che si dice mio simile... Ho inteso parecchie volte a parlare di una forza superiore che colpisce il misfatto, che schiude le prigioni a’ perversi, che condanna nel capo gli omicidi, ma... io saprò ridermi di questa forza... L’ipocrisia, l’astuzia, la durezza di cuore, la falsa amicizia, il sorriso traditore non uccidono forse, senza che le leggi possano colpirli?.. Ed io saprò sfuggire ai rigor delle leggi: l’ipocrisia sarà il mio pugnale e il mio usbergo.»
Povero insensato fanciullo! Egli non pensava che l’ipocrisia non può sfuggire all’occhio sempre vigile di chi, dall’alto de’ cieli, scruta i cuori nelle più scure loro latebre! Ma nissuno avea fatto risuonare all’orecchio di lui quella parola che schiude all’anima un mondo mille volte migliore di quello in cui vive materialmente il corpo: quella parola che annienta i sofismi dell’empietà e sperde i mali calcoli del malvagio: nissuno avea susurrato all’animo di quel fanciullo il solenne e immenso NOME DI DIO! È vero che qualche volta, quando il miserello, accovacciato nel suo covile e non potendo abbandonar gli occhi al sonno, vedea, tra le sconnessure del suo pagliaio, rilucere le auree stelle del firmamento, e partire da alcune di esse una luce sì bella, come uno sguardo di pietà sul derelitto da tutti gli esseri, ei sentiva che lassù nel cielo era la protezione a’ deboli, il conforto de’ sofferenti. Ma simiglianti salutari pensieri si perdeano poscia nella fitta notte della sua ignoranza; e l’idea della Divinità era per lui così vaga e confusa come l’idea di morte pe’ bambini di tre o quattro anni.
Le tenebre erano già cadute sulla città dominante; ma gli ultimi riverberi del sole coprivano d’un manto di porpora la collina Rercy, e il giorno durava ancora su i bastioni esterni che sono a fianco e fuori del muro di cinta di Parigi. Federico Lennois si avanzava verso la capitale, facendo strani comenti e chiose a’ pensieri che abbiamo accennati.
Veggendo il flusso e riflusso della gente su i pubblici passeggi esterni, Federico incominciò a sospettar di ladri. Egli aveva sotto al braccio il suo sacchetto di monete, e questo poteva adescare al furto; perciocchè era probabile che si estimasse un sacchetto di monete d’argento. A seconda che si facea bruno nell’aria, più si accresceva la paura di Federico; così che andava guardingo e sospettoso, scansando i crocchi di gente, e tenendosi sempre ad una certa distanza dalle facce dubbiose.
Moltissimi infatti il guardavano con certi occhiacci minacciosi pel piccolo tesoro ch’ei portava. Federico cominciava a temer seriamente: avrebbe volentieri nascosto in qualche parte la sua pesante fortuna: ma dove? Neppure un palmo della terra ch’ei calpestava gli apparteneva; tutto gli era straniero e ignoto.
Era già sera avanzata quando egli entrava in Parigi.
L’estremo caldo cacciava gran parte della popolazione fuori delle case. Avendo camminato senz’alcuna guida o direzione, il garzoncello era entrato nella gran città dalla parte del sud-est. L’aspetto delle vie tortuose, sporche e meschine de’ sobborghi S. Marcello e S. Ettore, rendute anche più tetre per l’elevatezza delle case, non era tale da pareggiar l’altezza e la magnificenza delle immagini che si era formata il monello di Auteuil. Le strade peraltro erano piene di gente, benchè non ancora Federico si fosse inoltrato nel seno della capitale, nelle strade frequentate delle alte classi, su i _boulevards_, abbaglianti per mille magazzini.
Tratto da stupore, da curiosità, da vaghezza naturale, il fanciullo Lennois camminava sempre attraverso quella infilzata di stradelle, ristando ad ogni passo, levando il naso in aria; e tenendo sempre stretto in mano il pesante sacchetto pel quale sentiva addolorate le braccia e i polsi. Per mala ventura egli avea preso quel cammino che mena agli accessi meridionali dell’Hotel-Dieu.
Federico avea camminato per molte ore senza che gli fosse accaduto nulla di sinistro. Duravano la folla e il movimento... Ma a poco a poco la gente si diradava; qualche rara bottega era aperta; il rumore delle carrozze diventava rarissimo. Pienamente rassicurato su i suoi timori di ladri, Federico non vi pensava più, nè badava a’ moltissimi che si fermavano mentr’ei passava, e davano uno sguardo d’amore al sacchetto.
Federico si trovava nel centro dell’isola della città, quartieri di operai e di giornalieri di bassa mano. Qui egli cominciò un poco a pensare a quello che si avesse a fare, e al come, al dove passar la notte... Non era prudente l’andare a locanda, dove facilmente la fanciullesca sua età e il benedetto sacchetto avrebbero potuto indurre alcuno a rubarlo; bisognava intanto passar la notte in qualche parte sicura e comoda. A chi rivolgersi? A chi dimandare?
Mentre ei stava pensando a tali cose, si sentì afferrare per la goletta della camicia da una mano ossuta e vigorosa; era un guardia municipale.
— Dove porti cotesto sacchetto, ladroncello? gli chiese questi con modi per niente gentili,
— È roba mia, signor uffiziale.
— È roba tua!! Oh sì davvero, signor milionario, ciò si vede soltanto a guardare i vostri abiti!
Federico non aveva mai pensato che, portando per vestimento un paio di calzoni laceri e di colore interamente perduto, e un cencio di camicia di antico servigio, era ben fondato il sospetto che il denaro ch’ei portava non gli appartenesse. Assorto nell’idea di esser rubato, non avea giammai sospettato che avrebbe potuto egli stesso esser preso per ladro; il che forse era peggio. Nè il meschino, sopraffatto e sbalordito in quel momento, ebbe abbastanza giudizio di rispondere ch’ei recava a qualcuno quel danaro.
— Generale, vi giuro che questo denaro è mio, soggiungeva il poveretto alzando i titoli al guardia municipale per lusingarne la vanità e cattivarsene la benevolenza.
Un poderoso e bene assestato scapezzone fu la risposta del _Generale_, il quale, senza tampoco brigarsi di aggiungere un’altra sola parola al già detto, tenendo sempre stretta nel pugno la goletta del monello, gli fece svoltar cammino, e il menò al più vicino posto di guardia.
Prima che si fosse proceduto alle debite interrogazioni sul fanciullo, si aprì il sacchetto per esaminare il contenuto: poscia venne tolto dalla vista del piccolo arrestato.
— Chi sei tu, furfantello? dimandò un uomo di aspetto autorevole.
— Io mi chiamo Federico Lennois.
— Tu dici che quel sacchetto _era tuo_?
— Mio, illustrissimo signore.
— E dove il portavi a quest’ora?
Era ben difficile rispondere su due piedi a quest’ardua e inaspettata domanda; però Federico si smarrì alquanto e titubò a rispondere.
— E così? Possiamo sapere dove portavi quel rame?
— Il portava meco per ispenderlo qui, a Parigi, e per divertirmi un poco.
Tutta la rispettabile udienza ruppe in uno scroscio di risa impossibile a reprimere. Passò un cinque minuti innanzi che si fosse calmata l’ilarità di quei signori. Il povero Federico non sapea più che contegno assumere, e sperava che quel riso avesse fatto piegare a più miti sentimenti coloro che egli estimava suoi giudici.
— Di dove sei tu?
— Sono di Auteuil, Illustrissimo.
— Che fa tuo padre?
— Non ne ho, Illustrissimo.
— E tua madre?
— Mia madre è la più ricca contadina di quel villaggio.
— Ed ella ti ha dato quel denaro per venire a divertirti a Parigi, non è vero?
— La cosa è appunto siccome voi dite, signore Illustrissimo.
— Va benissimo; noi manderemo ad Auteuil per informarci del vero. Intanto, tu resterai in buona compagnia stanotte, e potrai sollazzarti a tuo bell’agio.
L’uomo che avea parlato fece un cenno, e Federico Lennois tornò ad essere acchiappato per la goletta della camicia da due robuste guardie.
Si camminò per un buon tempo: si svoltarono molte strade e stradelle, per insino a che si giunse ad uno spiazzato ampio e scuro, rischiarato soltanto dalla limpida e stellata volta del cielo. Un vasto edificio di sinistro aspetto terminava l’orizzonte di questa piazza. Qualche fiacco lume vacillava nell’interno di quell’edificio che avea di strani coltrinaggi alle finestre.
Il portone di questo brutto palagio era guardato da sentinelle, siccome il vasto cortile, nel cui mezzo erano varie panchette su cui eran seduti parecchi soldati.
Le due guardie menarono Federico nell’interno del cortile: fu chiamato un uomo, ed indi un altro uomo, e indi un terzo il quale dimandò del nome del garzoncello e lo scrisse sovra un gran libraccio ricoperto da vecchissima carta pecora. Fatta quest’operazione, le due guardie che aveano menato il piccolo Lennois a quel luogo, il consegnarono ad uno grosso e paffuto, il quale non avea del militare che il solo berretto.
— Andiamo, speranza di capestro, disse quest’omaccio a Federico, dandogli una spinta, _en avant, marche_.
Federico non sapea dove fosse e quel che si volesse da lui: fu spinto a salire alquante branche di scale, a ciascuna delle quali era un cancello e un custode.
— Alla camerata di _filosofia_[5], disse quell’uomo con un sorrisetto tutto particolare, ad un altro di orribile grugno, il quale afferrò pel braccio il nuovo arrivato, il menò per uno stretto corridoio, e, datogli un urtone alle spalle, il fece entrare in un lungo stanzone, dove erano assiepati un gran numero di lerci fanciulli e giovanetti.
Una sola lampada sospesa alla volta di questo camerone rischiarava le più stupide e feroci sembianze di adolescenti.
Un _hourra_ di saluti osceni accolse il nuovo ospite.
Federico restò immobile allo stesso luogo dove lo avea spinto il suo conduttore, nè sapeva ancora in che mondo si fosse.
IV.
UN AMICO
La trista persuasione di essere nelle carceri non tardò a gittare il piccolo Lennois in uno stato d’abbattimento, di dolore e di rabbia impotente. Egli non si era sottratto alle sevizie della donna che si dicea sua madre che per cadere in una serie di sciagure forse maggiori: non avea cercato la felicità del proprio dominio, che per perdere al tutto ogni libertà; non era fuggito dalla crudele schiavitù di Auteuil che per piombare in una prigione di Parigi!
Il primo periodo della sua vita era passato nelle lagrime della più sventurata fanciullezza; e il secondo periodo incominciava con un’aurora vie più fosca e minacciosa. L’odio, di cui egli si era alimentato a Auteuil, ribolliva con accrescimento di calore nel suo petto; imperciocchè pareagli che la più nera ingiustizia governasse il mondo, e che il far del male al prossimo fosse la suprema legge e l’unico scopo del consorzio civile. La sua mente era gittata in un cosiffatto disordine di idee e in tale antagonismo di verità che l’animo suo ne rimase affetto per tutta la vita.
Egli era restato come fulminato dalla sorpresa a tal termine che il vocìo e il baccano che si fece attorno a lui nel suo entrare in quello stanzone, gli susurravano all’orecchio come uno strano ronzìo; guatava all’intorno con sembiante stupefatto; e nel suo capo stordito correva una idea come se si fosse trovato sospinto improvvisamente in quell’inferno, di cui aveva inteso a parlare nei giorni della sua infanzia.
Gli urli, i fischi, gli sberleffi, gli urtoni pervennero finalmente a trarlo da quello stato d’insensataggine in cui parea caduto. Sul bel principio il fiochissimo lume che era in quel camerone non bastava agli occhi del monello per fargli discernere bene le persone e gli oggetti che stavangli attorno: ma a poco a poco le pupille si fecero a quella scarsezza di luce insino a che tutto il quadro fiammingo si svelò agli sguardi di lui. E non era al certo un quadro racconsolante che apre il cuore e pone il sorriso in sulle labbra. Tutto all’incontro, ci era da sentirsi venir la pelle di oca, da gelare il sangue fine agli accessi del cuore, da sentirsi scombuiar l’animo come per morte.
Erano ivi alla rinfusa gittati su anguste asserelle di letti un mezzo centinaio di omicciattoli da dieci a quindici anni, con certe facce, con certi occhi che avresti giurato non appartenere a razza europea. Vi erano di quelli, la cui capellatura increspata e ritrosa parea volesse fuggire da un capo sconcio e privo d’intelletto; altri che aveano i sopraccigli così malamente piegati in sulle orbite degli occhi e così stretti in sulla glabella, da farli assimilare ad una striscia nera incollata sul basso della fronte; alcuni fanciulli che gittavano un puzzo insopportabile da tutta la loro persona, e che facevano un’armonia strana e curiosa nel tirar su il moccio, il quale minacciava di fluire a grondaie dalle pinne del naso; altri che non aveano fronte di sorta alcuna, a tale che gli avresti presi per scimie; altri che avean il capo conformato come quello del cane, del gatto e d’altro animale men nobile e comune. Aggiungi a queste singolari avvenenze certi discorsi che non gli avresti uditi in bocca ad uomini usciti dalle galere; certi gesti che avrebbero superato la più erotica fantasia. E questa generazione di adolescenti fu la prima società nella quale si trovò lo sciagurato Federico Lennois, cui parea che un incomprensibile destino spingesse al male e al delitto.
Federico era la faccia più signorile, l’intelligenza più limpida, la coscienza men turpe che stesse in quell’assemblea di piccoli demoni: onde è chiaro che egli dovesse essere il più infelice di tutti quei bastardelli già imbestiati dal vizio e dalla fisica sofferenza.
Gittato nel mezzo di quella bolgia di Dante, senz’altra raccomandazione che un calcio, Federico non indugiò a prendere un partito; perciocchè egli avea una di quelle anime che non si lasciano facilmente schiacciare dalla sventura, ma vi resistono con una certa voluttà di coraggio, e finiscono col disprezzarla e non più sentirla... Egli andava a porsi in un angolo di quel camerone, risoluto a tener broncio alla sua sorte nimica: volgea di tempo in tempo una occhiata di disprezzo profondo su i suoi compagni di prigione, e si sarebbe fatto mozzar la lingua piuttosto che scambiare un motto con alcuno di loro. Era qualche cosa in fondo all’anima sua, che gli dicea, non valer quella mano di birbe idioti l’onore d’una sua parola: una superiorità, di cui egli stesso non sapea rendersi ragione, gli facea una legge di non accostarsi in modo alcuno con quei turpi rampolli del vizio ignobile e strisciante, i quali non aveano nessun pensiero, nessuno scopo, nessuna ambizione, e che facevano il male soltanto perchè nelle loro vene correva un sangue infame.
Era pertanto impossibile che que’ piccoli manigoldi lo avessero lasciato tranquillamente segregato nell’angolo scuro del camerone. Parecchi seguitavano a burlarsi di lui, e maggiormente s’indispettivano quanto meno colui sembrava far caso delle loro beffe: vari altri, più insolenti, se gli buttavano addosso fingendo di ruzzar tra loro: e da ultimo, non si pose più freno allo insulto, e apertamente si dichiarò la guerra contro il novello _collegiale_. Federico era stanco di sopportare quelle proditorie offese; la sua faccia divenne gialla per rabbia e per sete di vendetta; balestrò un occhiata di sangue intorno alla camera per trovare un arma qualunque; e, non veggendone alcuna, si gittò come leone sull’asse d’un letto; imbrandì col taglio quell’arma strana e terribile, e fece piovere colpi disperati sulle teste di quanti gli vennero sotto. A molti il sangue solcava la fronte e le guance.
I custodi lo afferrarono e lo trasportarono ad un’altra prigione più trista, più scura, più umida: un antro di quattro palmi, in fondo al quale giaceva un essere umano.
Era un uomo di circa trent’anni: pressocchè tutto il volto era coperto da una barba così bionda che pendeva in rosso: la guardatura era torva e sinistra, e le sopracciglia raggrottate, il capo abbassato sul petto: la pallidezza estrema del volto addimostrava la tristezza dell’animo e il decadimento del corpo. Ciò non di meno, era nelle fattezze di quest’uomo, in ben considerandole, qualche cosa che parlava in suo favore, e che non respingeva al tutto una simpatia di pietà.
Nell’entrar che fece il piccolo Federico in quello speco, quest’uomo era gittato interamente all’ombra sovra un paglione; non dormiva, nè era desto, perciocchè si trovava in quello stato d’indolenza sonnacchiosa e di apatia brutale, in cui cadono sovente gli uomini che non hanno niente più a sperare o a temere.
Quando la porta fu chiusa dietro il piccolo compagno che il caso gli metteva a fianco, quell’uomo non si mosse dalla sua giacitura, e soltanto fece udire un suono come d’un grugnito.
Passò qualche tempo prima che i due compagni di carcere si fossero scambiata una parola. Ma non era possibile durar nei silenzio per lunga pezza. Comechè molta distanza di età fosse tra loro, la necessità di trovarsi congiunti in quel luogo di pena, l’istinto della società che è in tutti gli uomini, il bisogno di udire la voce umana, che è pure un gran bisogno, in ispezialità nella sventura, doveano alla perfine avvicinare moralmente i due esseri che erano così stranamente riuniti. D’altra parte, abbiam detto che l’aspetto del carcerato, quantunque miserando e repulsivo a prima vista, non poteva mancare, dietro un’attenta osservazione, d’ispirare un senso di fiducia; siccome l’aspetto di Federico, il quale la crudel sorte della sua fanciullezza e i maschi pensieri che nudriva avean fatto più grande della sua tenera età, non poteva che eccitar la compassione e forse un sentimento di riguardo, se si portava una critica attenzione alla gentilesca finezza dei suoi lineamenti.
Egli avvenne però che, dopo un’oretta, i due compagni di prigione si avean comunicato i loro nomi, ed erano divenuti, come dicesi, intrinseci amici. Quell’uomo si chiamava Paolo Dumourier, di Parigi; era accusato di falsità di firme: il suo caso era strano e curioso a un tempo: così raccontollo al Lennois che attentamente l’udiva:
«Una sera, prese a dire Paolo Dumourier, io vagava tristamente in uno di quegli spazi assai estesi al settentrione della riviera della Grève: non mi era riuscito nessun affare durante tutto il giorno, sì che io sentiva la rabbia del rubare; giacchè tu devi conoscere, bel fanciullo, che è per noi una giornata nefasta quella in cui non ci vien fatto di toglier la borsa a qualche merlotto. Non era da perdere interamente la speranza di qualche bottino, perciocchè non era tardi, e da poco le ombre della sera erano cadute su i quartieri di Parigi... Infatti, passando d’accosto a una bottega, scorsi un uomo ben vestito e di aspetto onesto il quale facea delle compere, e poco di poi il vidi porre le mani in tasca e cavarne un portafogli da cui trasse un biglietto di banco, e il consegnò al mercante che gli avea venduto alcune mercanziuole di qualche pregio... Arrivai a intravedere che quel biglietto di banco era compagno di altri molti parimente contenuti in quel portafogli, e sentii battermi il cuore al pensiero della bella ed onorevole impresa che la sorte mi offriva. Quel signore, che all’aspetto e alla vestitura parea forestiero, poscia ch’ebbe pagato le sue compere, partissi celeramente insaccando il portafogli in uno de’ tasconi di fianco del suo lungo soprabito bigio. Egli prese la via Pelletier, ed io gli tenni dietro, studiando il modo d’impadronirmi di quel prezioso taccuino. Camminammo lunga pezza e passammo per vari quartieri; io nol perdetti giammai di vista.
«Giugnemmo al teatro dell’_Ambigu-Comique_: l’amico si fermò al posto dello spaccio de’ biglietti. Un felice pensiero mi surse in mente. Ratto come il baleno, mi accostai anch’io, e vidi ch’egli aveva preso un biglietto di platea: io aveva in tasca alcuni franchi; li gittai tosto sulla tavola dello spaccio, e dimandai pur io un biglietto di platea.
«Non abbandonai un istante il mio forestiero; me gli posi appresso, e fui avventurato a segno da potermi sedere a fianco di lui e propriamente alla sua dritta, dov’egli aveva insaccato il portafogli. Una metà del colpo era fatto, giacchè il resto non dipendeva che dalla destrezza della mia mano, della quale io era più che sicuro. In effetti, non passò un terzo d’ora, ed il sospirato portafogli era venuto ad alloggiare in una delle tasche de’ miei calzoni. Si comprende benissimo ch’io mi affrettai di abbandonare il mio posto e il teatro.
«Non sì tosto in istrada, accelerai il passo, infilzai una infinità di strade, e dopo una mezz’ora io era ben lungi dal teatro della mia illustre impresa.
«Arrivato alla mia momentanea abitazione sul _baluardo_ che si estende a guisa di riviera, lungo il lato occidentale del fossato della Bastiglia, la prima cosa ch’io feci fu di aprire il portafogli per conoscere a che somma ascendessero le polizzette che vi si conteneano. Erano nove biglietti, ciascuno della somma di mille franchi al latore sulla Banca di Parigi. Io era dunque possessore di novemila franchi! Io mi sentiva bruciar le tempia e ribaltare il cuore dal piacere... Era il più bel colpo che avessi mai fatto nella mia carriera di ladro! Feci quella notte un sonno dolcissimo, e, allo svegliarmi in sulla dimane, formai mille proponimenti per l’avvenire. Io avea conservato un poco di danaro contante in fondo d’una specie di cantina; pensai cambiare un paio di quei biglietti per ammucchiare un po’ di oro e conservarlo assiem coll’altro... Io non portava nè la barba nè i baffi, stimai però, pria di tutto, esser conveniente trasformare alquanto le mie sembianze per non essere riconosciuto, nel caso lontanissimo che mi fossi avvenuto nel forestiero della scorsa sera: mi applicai però sulle labbra un paio di basettoni posticci, ed uscii in cerca di novelle avventure. Ma, per la contentezza, quella mattina io voleva generosamente refocillare il mio stomaco, e mi recai al primo ristoratore del _Boulevard Mont-martre_; comandai le più squisite delicatezze di pesci e di vini; mi detti un’aria di milord, mangiai come un Inglese, e bevetti come un Tedesco. Finita la mia colazione, cacciai, con alquanta circospezione, il mio portafogli; ne cavai una di quelle gioie di polizze, e la posi nelle mani del garzone, dicendogli che mi avesse dato il resto in oro, tenendosi la giusta estimazione dell’aggio di questo metallo. Tutti gli astanti mi squadravano con moltissima attenzione; la qual cosa io sopportava con mala voglia, ed aspettava con impazienza che il garzone mi avesse arrecato i miei luigi, per isvignarmela prestamente: perocchè mi sembrava in tutte le facce, che io vedeva, di riconoscere quella del forestiero, cui aveva involato i novemila franchi.
«Il mio vestimento non corrispondeva alla splendidezza ond’io avea pagato il mio scotto: epperò questa visibile contraddizione poteva generar qualche sospetto; ma la fredda compostezza della mia fisonomia, l’aria singolare che mi davano i miei novemila franchi, allontanavano presto le occhiate de’ curiosi, o se alcuno continuava a ragguardarmi, era con quella specie di rispettosa ammirazione con la quale si sogliono guardare gli uomini ricchi.
«Era più d’un quarto d’ora ch’io aspettava il mio denaro; e il garzone non tornava: feci chiamare il padrone del luogo: e questi mi disse che il garzone era ito dal più vicino cambista per ridurre la polizza in contanti; e che però avessi avuto la bontà di aspettare altro poco, non potendo quegli di molto indugiare. Mi accorsi peraltro che, quest’uomo, mentre diceami ciò, aveva in sul labbro un certo sorrisetto beffardo che non mi andò a sangue e che mi dette una vaga apprensione, la quale pur troppo doveva essere giustificata.