Federico Lennois

Part 16

Chapter 163,749 wordsPublic domain

«Non aspettai un gran tempo, e vidi entrare nella stanza, dov’io era seduto fumando e facendo tranquillamente il mio chilo, il garzone; ma egli non era solo: venivangli appresso un ispettore di polizia e due gendarmi, i quali m’intimarono di seguitarli.

«Mi si legarono le mani, si rovistarono le mie tasche; il taccuino e quant’altro aveva addosso mi fu tolto; venni gittato in una carrozza seduto tra i due gendarmi e coll’ispettore di fronte. Arrivammo a non so qual luogo di giustizia: subii un interrogatorio; peraltro io era sorpreso di non vedere il volto del forestiero, ch’io immaginai mi avessi, per una funesta casualità, riconosciuto e denunziato all’autorità. Ma qual fu la estrema mia maraviglia nel sentirmi accusato di falsità! Que’ biglietti sulla Banca di Parigi eran falsi! Protestai la mia innocenza. Confessai di esser ladro ma non falsario; raccontai fil per filo e genuinamente il furto che io avea fatto al creduto forestiero, il quale era il vero falsario, o almeno quegli che potea dar contezza della falsità. Non fui creduto e, siccome io non potetti rispondere alle diverse interrogazioni che mi vennero fatte, risguardanti la pretesa falsità di che io era accagionato niente meno che contro lo Stato, imperocchè erano polizze sulla Banca di Parigi quelle che erano falsate, fui gittato in questa prigione dove sto da oltre sei mesi, senza sapere quale sarà il mio destino. E così, bel ragazzo, tu vedi in che modo singolare io sono stato punito la prima volta che in realtà non ho rubato niente (perchè quelle carte non aveano un valor positivo e legittimo) mentre da tanti anni che rubo ho saputo sempre ingannare l’autorità. Sarebbe mai vero che Dio NON PERMETTE GIAMMAI SULLA TERRA L’IMPUNITÀ DEL DELITTO?»

Questo che avea raccontato Paolo Dumourier sembrò fare una profonda impressione sul piccolo Federico, e massime l’ultima osservazione che era sfuggita dalla coscienza di quel ladro. Il rimanente della notte fu speso in gran parte nella più confidenziale conversazione; e Federico si credè in dovere di narrare anch’egli il successo pel quale si trovava in prigione.

Paolo Dumourier, benchè esercitasse il vergognoso mestiero di ladro, e benchè cresciuto senza verun principio di onore, non avea però l’animo interamente corrotto e malvagio: era in fondo del suo cuore qualche cosa che il facea battere per coloro che soffrono per ingiustizia o per mera altrui crudeltà. Quest’uomo, che rubava freddamente la borsa al suo vicino, si sarebbe forse spinto nel fuoco per salvar qualche innocente senza pensiero di guadagno e di mercede. Vi sono alcuni misteri nell’anima dell’uomo che tutta l’umana scienza non basta a spiegare. Talvolta, per trovare un eroe, non è necessario il cercarlo tra gli uomini elevati dalla religione, dalla nascita, dall’educazione o dalla scienza: basterebbe scendere nelle più abbiette regioni della società, ed anche in quei luoghi di pena che la Giustizia umana dischiude all’usurpazione, alla violenza, all’assassinio.

I martirii narrati da Federico, le sevizie incredibili alle quali assoggettavalo sua madre; la beffarda crudeltà dei giovanotti del castello di Orbeil; la barbarie della morte del cane Astolfo, e, da ultimo, il suo imprigionamento, aveano mosso a pietà il cuore del Dumourier, il quale francamente avea significato i suoi sentimenti pietosi al garzoncello Lennois, manifestandogli nel medesimo tempo una sincera affezione.

Federico dunque trovava un amico là dove giammai non avrebbe potuto sperarlo. A tal modo la Provvidenza confonde la stolta ragione umana e i suoi mali argomenti. L’uomo si spigne con frenetica ardenza verso un bene da lunghi anni sospirato, l’abbraccia con islanci di matta gioia; e subitamente dal seno di quel creduto bene scaturisce il disinganno, il disgusto, e non poche volte la sventura. Un altro, pel converso, cade nella voragine di ogni male, credesi giunto all’imo della sciagura e della miseria; niente potrebbe farlo più infelice; ed ecco, sorge da quella voragine un raggio di luce che allieta l’animo, una speranza che addormenta il dolore, una contentezza incredibile che disarma la disperazione, che volge la bestemmia in dolce rendimento di grazie, e che opera una di quelle salutari trasformazioni onde si redime un’anima.

Parecchi mesi passarono senza che alcuna novità fosse venuta a interrompere la monotonia della prigione. Paolo Dumourier avea giurato a Federico Lennois un’amicizia a tutta prova; ma questi, mostrandosi grato all’amico, non avea, nella singolar tenacità dell’animo suo, posto in obblio lo stolto giuramento che gli faceva un dovere di odiare gli uomini.

Eppure, Dumourier lo amava davvero, lo amava senza pensieri secondarii, lo amava perchè leggeva sulla fronte del fanciullo un’anima non comune, e perchè il povero Dumourier era stato sempre solo, poi ch’ebbe perduto un fratello dell’età di Federico. Il ladro accresceva il piatto del fanciullo, aggiugnendovi un poco del proprio; il facea dormire il più comodamente che fosse possibile, e mostravagli tanti testimoni di affezione, che Federico ne era tocco e felice, e si abbandonava qualche volta al piacere sovrumano di amare un uomo intelligente e sensitivo.

Benchè non di frequente avvenisse, pur tuttavia Federico apriva il suo cuore a Paolo Dumourier, e nelle lunghe notti invernali, palesavagli i suoi sogni infantili, i pensieri che spesso il visitavano; e questi pensieri erano sì alti e sì belli ch’ei sentivasi battere il cuore e non sapea donde gli venissero. Diceagli come ei sarebbe stato felice di essere, per esempio, una celebrità di qualsivoglia maniera; com’egli sentivasi nato per qualche cosa di non comune e prosaico, e come un segreto presentimento avvertivalo che un giorno egli avrebbe riempiuta la Francia col suo nome.

Dumourier sorrideva a queste parole del giovinetto, e tanto più se gli affezionava quanto più scorgeva in lui elevatezza di aspirazioni e nobiltà di animo.

Un giorno, Dumourier, abbracciato Federico Lennois, gli disse di botto:

— Ebbene, mio piccolo grand’uomo, sai a che cosa ho pensato?

— A che cosa?

— A salvarti.

— Come! a salvarmi!

— Sì, a farti libero, a farti fuggire da questo carcere. Ho combattuto qualche mese con siffatto proposito; perchè, dicoti il vero, mi piange il cuore al pensiero di perderti e di non rivederti forse mai più; ma mi son detto che l’amicizia non debb’essere egoista, e che non bisogna, per soddisfare al proprio cuore, astenersi dal rendere un gran servigio. Chi sa! forse ci rivedremo, forse no; il domani è scuro come questo antro maledetto nel quale hannoci sepolti, scordandosi al tutto di noi. IL DOMANI È SEMPRE QUEL CHE NOI MENO IMMAGINIAMO.

Federico ascoltava con somma attenzione questo straordinario linguaggio del ladro, e sentivasi pulsare il cuore per sentimenti di riconoscenza e di amore.

— Voi dunque potreste farmi uscire da questa prigione? chiedeva al Dumourier spalancando due occhi pieni e rotondi, perciocchè il suo volto, per la estrema sottigliezza in cui era venuto, era tutt’occhi.

— Ben lo potrei, rispose il ladro con un sorriso di amorevolezza, che andò a colpire il fondo del cuore del garzoncello.

— E in che modo? dimandò questi.

— Non occorre dirti tutto quello a cui ho pensato. Soltanto voglio farti una semplice interrogazione: Mi amerai tu un poco quando io ti avrò renduto alla libertà?

Federico si fe’ rosso come brace e mormorò sotto voce:

— Cercherò di provarvi un giorno la mia riconoscenza.

— Ascoltami bene. Hai tu veduto il figliuolo del nostro carceriere? Hai tu osservato ch’ei ti rassomiglia a capello, per la statura e pel volto, tranne che quel fanciullo ha una faccia stupida e selvaggia, mentre la tua è nobile ed intelligente? Spesse volte suo padre lo mena da noi ed il fa restare qui qualche tempo. È certamente il cielo che ha fatto questo prodigio di rassomiglianza per salvar te, e per fare che io nobiliti la mia vita con una bella azione. Avvenga che può, ecco il proponimento che ho formato. La prima volta che quel fanciullo tornerà da noi e resterà qui, ti spoglierai in un attimo dei miseri cenci che ti coprono, mentre io svestirò il fanciullo de’ suoi panni. Tu te ne vestirai al più presto, e uscirai fuori della prigione, imitando la voce e l’andatura del figlio del carceriere. Tu hai senno ed abilità; saprai con destrezza raggiungere la porta maggiore ed illudere i custodi, i quali sono da molto tempo avvezzi a veder entrare ed uscire questo fanciullo. Una volta che sarai fuori di questo carcere, non indugiare ad abbandonare Parigi. Ho pensato anche ad un poco di denaro che ti sarà necessario ne’ primi giorni della tua fuga. Non sì tosto sarai libero, ti recherai al _Boulevard_... numero 13 bis: entrerai nel fondo di una specie di cantina posta alla dritta di un angusto cortile; scenderai alcuni gradini, e in una fossetta, solidamente ricoperta da una pietra, troverai qualche centinaio di franchi in oro che io solea conservare per le inattese emergenze. Hai ben capito?

Federico restò trasognato e stupefatto; affisava con istupore grandissimo quell’uomo straordinario, credendo che il detto da lui fosse un’amara burla; ma le sembianze del ladro eran questa volta gravi e solenni, e sulla sua fronte pallidissima raggiava la contentezza di una nobile azione.

— E che ne sarà di voi? dimandò Federico. La giustizia non vi chiederà conto della mia sparizione?

— Non penso a questo. Ho tante volte meritato il gastigo per turpi azioni, che ora son contento di meritarlo per una buona; e tante volte ho trovato l’impunità alle mie colpe, che ora spero trovarla alle mie virtù. Ad ogni modo, io sono risolutissimo di salvarti, e ci riuscirò, purché mi secondi con destrezza e senza titubare.

La fortuna non poteva meglio favorire l’ardito proponimento del Dumourier. Non passarono due o tre giorni; e l’occasione si presentò mirabilmente propizia.

In pochi minuti il travestimento era operato. Dumourier avea ligata la sua cravatta alla bocca del figliuolo del carceriere, e il tenea fermo per le braccia; mentre Federico, vestito coi panni del fanciullo, ingannava la vigilanza delle guardie, passava con gran disinvoltura per tutti gli usci delle carceri, e riusciva a raggiungere sano e illeso il sito indicatogli dal suo salvatore.

V.

FEDERICO PITTORE

Tutto accadde appuntino siccome era stato ne’ desiderii del Dumourier e di Federico.

Con somma sorpresa mista di piacere costui ritrovò al sito indicato il danaro, di cui il ladro gli facea dono; e in questo singolare avvenimento la logica del piccolo Lennois era sconcertata: chè egli non potea persuadersi come da un uomo che rubava per mestiero fossegli stata fatta sì bella azione, senza veruna mira d’interesse. Se Federico fosse stato più grandicello e più atto a ragionamenti sodi e imparziali, avrebbe di leggieri riconosciuto il suo torto nel giudicare troppo prestamente degli uomini e nel crederli tutti incapaci di bene; ma egli era in quell’età in cui i giudizii son figli delle prime impressioni; e queste avevano lasciato tale impronta d’odio nel cuore del giovinetto, da non poter più cancellarsi per qualsivoglia salutare effetto di virtù.

Federico si ritrovò nel medesimo stato in cui era quando giunse a Parigi, colla sola differenza che la prima volta lacero e scalzo egli aveva addosso un sacchetto di monete di rame, ed ora, vestito un poco più decentemente, aveva nella tasca dei suoi calzoni una decina di napoleoni, moneta al tutto nuova per lui. Aggiunger fa d’uopo che cinque o sei mesi di prigionia aveano accresciuto cinque o sei anni sulle spalle del fanciullo, per modo che egli aveva ormai l’aspetto di un giovinetto a sedici anni: un’ombra di barba eragli già spuntata in sul basso del volto.

Bisognava abbandonar Parigi al più presto, secondo il consiglio e le raccomandazioni di Dumourier. La sua ulteriore permanenza nella capitale poteva esporlo ad una seconda cattura, dalla quale non avrebbe potuto facilmente liberarsi, e che avrebbegli precluso il cammino ad ogni impresa, ad ogni ventura. Ma come abbandonar Parigi? Dove dirigersi? Che via prendere? Federico fermò di affidare al caso il pensiero della sua sorte futura. Spesse volte è questo il miglior partito, cui un uomo si possa appigliare, e che non raramente è fecondo di lieti successi.

Dumourier gli avea dato alcune indicazioni per isfuggire alle ricerche della Giustizia, e gli avea consigliato cangiar tostamente di nome.

— Fatti chiamare, per esempio, Ferdinando Ducastel: questo è un nome come gli altri, ed ha il vantaggio di non essere conosciuto che da noi due.

— Ferdinando Ducastel! pensò Federico; ed è questo un nome inventato?

— Perfettamente inventato, soggiunse il ladro; possa questo nome portarti la buona ventura!

— Ed io mi chiamerò Ferdinando Ducastel, esclamò il giovinetto; d’ora in poi il maledetto nome di Federico Lennois rimarrà sepolto in questa prigione.

— Grazie del buon augurio! avea detto il ladro ironicamente: spero almeno che non rimanga sepolto con me.

Ecco in qual modo Federico era divenuto Ferdinando Ducastel; ed ecco il perchè tanto gli premea che il suo primo nome non fosse trasparito a Parigi, dove potea esporlo a pericoli ed a rischi.

Noi non vogliamo tener dietro passo a passo alla storia di questo giovinetto, e ci terremo contenti di aver narrato le principali avventure occorsegli nella prima sua età, e le quali abbiamo estimate necessarie alla intelligenza e allo sviluppo del dramma che abbiam preso a raccontare. Or non faremo che accennar di volo quelle cose che servir debbono all’appicco della presente narrazione, per ritrovare il nostro protagonista al punto in cui il lasciammo alla fine della prima parte, vale a dire, al momento di aver compiuta la sua turpe vendetta sull’infelice Giustino Victor.

A Federico non riuscì di abbandonar Parigi che dopo un quindici giorni dalla sua fuga dalla carcere. Un Inglese lo tolse a’ suoi servigi, il menò seco a Marsiglia, e di là imbarcollo per l’Italia.

Da questo tempo incominciò una vita novella pel Lennois. L’Inglese, suo padrone, ricco e splendido, viaggiava da gran signore, e profondeva il danaro a larga mano. Egli è facile intendere che Federico non si facea scrupolo alcuno di rubare il Milord il meglio che fatto gli venisse: il suo scopo era di accumular quattrini per crearsi una posizione indipendente e scegliersi un’arte, un mestiero che più gli convenisse. Nelle lunghe ore di ozio che spesso egli godeva, aveva imparato a leggere e a scrivere: il suo maestro era stato una bella cameriera sua compatriotta, la quale era benanche ai servigi del viaggiatore Inglese, e che in breve tempo diede a Federico un corso compiuto di educazione. Questa cameriera, vivace, destra, insinuante e facile ad abbandonarsi alle tendenze del proprio gusto, avea fatto di quel fanciullo un uomo, nella speranza di formarsene più tardi un marito. Con siffatto proposito nell’animo, Maddalena Bonnefille (tal era il nome di questa donna) dava mano ai furti del suo diletto Ferdinando, e lo spingea, con ogni maniera di seduzione, ad innamorarsi di lei.

Ma tutt’altra idea era nell’animo del Lennois, il quale nudriva il più profondo disprezzo per questa donna, e avea sempre scolpito nel cuore il giuramento che avea fatto sulla tomba del suo cane.

Noi non faremo certamente il torto a’ nostri lettori di far loro credere che Federico Lennois fosse un gran malvagio, solo per serbar fede ad un giuramento inetto e fanciullesco. La costanza in qualsivoglia cosa non è nel sangue francese. Federico era malvagio, perchè tale lo avean fatto le circostanze della sua vita, la mancanza di ogni educazione intellettuale e morale, e l’influenza d’una società corrotta fin nelle visceri.

L’Inglese avea, come la maggior parte dei suoi compatriotti, un gran gusto per le arti, e massimamente per la pittura. Egli spendea di belle somme per quadri antichi e moderni; e la sua casa o albergo era sempre assediato da artisti, da rivenduglioli e da altra gente barattiere di tavolette, d’incisioni e di costumi. Federico si mischiava sempre in cosiffatti negozi, e si faceva pagare i dritti di mezzano: alcune volte comprava egli stesso qualche quadro di alcun pregio (però che egli avea una straordinaria attitudine naturale alla pittura), e il rivendea, pel doppio del valsente, al suo padrone. E questo continuo traffico con dipintori, con negozianti di quadri e restauratori finì col porre nell’animo di Federico la voglia di studiare l’arte. E vi si pose con animo fermamente deliberato, con ardore, con desiderio di apparare bene e presto. Al che inducevalo eziandio e spronavalo il suo medesimo padrone, il quale, come vide i primi sforzi del suo valletto e la sua grande bramosia di apprendere, il provvide di maestri, di disegni, di lapis, di matitatoi e pennelli; e si compiaceva oltremodo de’ progressi del giovinetto.

Federico avea ottime naturali disposizioni per ogni maniera di disciplina. In tutto il tempo che egli stette al servigio dell’Inglese, il quale molto lo amava ed avea per lui somma indulgenza, egli imparò con facilità l’italiano e l’inglese. Fenomeno strano e singolare, questo giovine offriva in sè la più curiosa contraddizione di gusti, di tendenze, di passioni. Il suo cuore era corrotto e depravato: nessun sentimento virtuoso e nobile il faceva battere, tranne quello d’una sfrenata voglia di elevarsi e di far parlare di sè. Nudriva nell’animo un pensiero costante di far rumore, di spandere il suo nome: non sapeva il come nè con quali mezzi; ma era deciso di afferrare la prima congiuntura. Pensava in sulle prime di gittarsi al teatro; imperciocchè sentiva che sarebbe riuscito un buon artista drammatico; la sua persona, la sua voce, l’arte di simulare che egli aveva appresa alla perfezione, erano altrettante raccomandazioni per un attore: e forse egli si sarebbe col fatto posto in sulle assi d’un proscenio, se i lusinghieri elogi ond’erano accompagnati i suoi primi passi nella pittura non avessero deviato i suoi pensieri dal teatro, ponendogli in cuore la più viva speranza di gloria.

Maddalena intanto vedeva con estrema gioia gli avanzamenti del suo amante nella pittura; udiva con giubilo le lodi onde veniva incorato, e non rifiniva di spingerlo a sposarla; imperciocchè la scaltra donna prevedea che crescendo Federico negli anni e nei meriti avrebbe disdegnata una donna, già matura, e che non poteva neanche offrirgli quello che forma la più grande attrattiva per un giovin cuore, la novità del possedimento della donna che si ama. Maddalena Bonnefille sperava nel sentimento di gratitudine ond’esser dovea preso il cuore dell’amante.

Ma un bel dì la benda cadde dagli occhi della sciagurata! Federico, il quale più non potea sopportarla, non seppe porre un freno al suo disprezzo e alla sua avversione, e apertamente le disse che egli non volea saperne di nozze; ch’era stanco di lei, e che se ella non ponea fine alle vessazioni di amore con che lo tormentava, avrebbe abbandonato il paese dove si trovavano. La Bonnefille pianse, si disperò, si scaraffò i capelli, giurò di vendicarsi: una parola trasse l’altra, ed avendo ella dato a Federico gli epiteti di ladro e peggio, costui, salito in gran furia, le colpì la guancia e la caricò d’ignominiosi epiteti.

Il giorno stesso la Bonnefille rivelò all’Inglese tutte le peccata domestiche del Ducastel; e questi veniva ignominiosamente cacciato da quella casa.

Un tal fatto era accaduto a Genova. Federico avea allora diciassette anni ed avea fatto grandi progressi nella pittura: risolvette di percorrere l’Italia a fin di studiare su i capilavori di cui è ricca questa terra. Egli aveva accumulato un denaro bastante per qualche anno. D’altra parte, ei cominciava oggimai a vendere le sue dipinture ed a prezzi non del tutto scoraggianti.

Federico volea visitare, innanzi tutto, la sede della maggior gloria artistica italiana, Roma, la città dei monumenti colossali; sperava attinger colà maggiore ispirazione. Lunga permanenza ei fece a Roma, essendovi rimasto per circa tre anni. A dispetto di tutt’i suoi studi, egli non era riuscito che un mediocre pittore. Dicemmo altrove i difetti della sua maniera, difetti i quali in verità non erano riconoscibili che dall’occhio esperto di un valente artista; imperciocchè Federico avea abilità (comune quasi a tutti gli artisti francesi) di dare ai suoi lavori tali artificii che colpivano a prima vista per elevatezza di stile, per vigoria di tinte e per risalto dei primi piani. Ma questo orpello e questa vernice non potevano che abbagliare per un momento; e tosto doveano i suoi quadri cadere sviliti innanzi alla grandezza del genio italiano. Però gigante sorgea nell’animo di Federico l’ignobil passione dell’invidia, nutrita giorno per giorno dal rumore che menavano in presso che tutte le città d’Italia i lavori di un Marsigli, di un Guerra, di un de Vivo, tra i Napolitani, e di cento altri nomi che in quel tempo si contendeano il primato dell’arte in Italia. A Roma, dove traggono i più eletti ingegni artistici della penisola, il Lennois o il Ducastel trovava dunque un pascolo quotidiano al tossico d’invidia che gli rodeva il cuore; e quanto più ei vedeva riuscir vani ed infruttuosi i suoi lunghi sudori stemperati sulla tela, quanto più trovava ribelli il cuore e la mano allo impulso della volontà, perciocchè Dio non soffia l’alito del genio ne’ cuori malvagi, tanto più egli si arrovellava contro sè medesimo, e malediceva la sterilità dei suoi concepimenti, e la terra, formicolaio di geni che egli calcava, e pensava talvolta di torsi una vita che gli riusciva importabile. Nelle logge del Vaticano, in quelle gallerie dove un Raffaello, un Michelangelo, un Giulio Romano respiravano ancora nelle sublimi produzioni de’ loro pennelli, in quegli asili dove tutto è grande, Federico si sentiva schiacciato, come il serpe dal piede della Donna Immacolata.

Non potendo pareggiare il merito degli artisti suoi contemporanei, egli erasi appigliato al facil partito di screditarli colla più bassa calunnia. Finto, ipocrita e insinuante, ei visitava gli studii dei pittori, stringeva a costoro la mano, lor si dichiarava ammiratore entusiasta, chiedeva il permesso di vederli a lavorare, e sperticava lodi infinite anche ai meno saliti in rinomanza. E non sì tosto si partia da qualcuno di loro, ivane dicendo il più gran male del mondo, affastellava bugie, inventava storielle, accagionavali di sfacciati plagii, e improvvisava originali a quelle pretese copie. Non si facea scrupolo di fare scrivere vilmente articoli di biasimo contro le più colossali riputazioni: in somma, egli si dava, per uccidere la fama degli altri, più gran fatica che per crearsi la propria.

Così stando le cose, e vivendo egli in Roma di malissimo animo da circa tre anni, occorsegli un giorno un fatto singolare, che diede per poco altra direzione ai suoi pensieri.

Egli era in sua casa un bel mattino, dando le ultime pennellate ad un gran ritratto ad olio del cardinal L.... quando al suo sguardo si offrì un forestiere che dimandollo se fosse lui il nominato Federico Lennois. Lasciamo immaginare ai nostri lettori qual dovette essere la sua sorpresa nel sentirsi interpellato, con un nome, che egli credea sepolto nella prigione di Parigi. Impallidì siffattamente, che lo straniero ne fu per poco inquieto, e dissegli che non si smarrisse d’animo, perciocchè, lungi dallo avere ostili intenti contro lui, amichevole era lo scopo della sua visita.