Part 17
Avremo spiegato il tutto ai nostri lettori, quando avremo detto che quello straniero era semplicemente Maurizio Barkley. Questi avea quella stessa incombenza che aveva adempiuto verso Daniele de’ Rimini, Eduardo Horms, e le altre due figliuole del Baronetto. Soltanto molti anni di ricerche, lunghi stenti e una incredibile pertinacia di proposito, aveano potuto menare il Barkley al discoprimento del Federico Lennois sotto il fattizio nome di Ferdinando Ducastel. È inutile il soggiungere che Maurizio era latore d’una somma di denaro per questo figlio del Baronetto e di una promessa di assegnamento mensuale, siccome per gli altri quattro fratelli.
Fin dalla sua infanzia, Federico sapea di non aver padre; e quando il nome di bastardello, lanciatogli in faccia da Augusto d’Orbeil e da Giustino Victor, veniva a colpire il suo orecchio, comechè ei non ne intendesse perfettamente il significato, davagli pertanto un’idea vergognosa relativa ai suoi natali. Più tardi, ei comprese il tutto; soltanto ignorava il nome di colui che gli avea dato per madre una tigre. Maurizio serbò come sempre, il segreto di Edmondo, e, contentissimo di aver discoperto un’esistenza che tanto gli premea, si allontanava dal giovine artista, per trarre dove il chiamavano i rimorsi e i timori del suo padrone ed amico.
Federico si trovò gittato in un’altra sfera di pensieri. Egli che si credea solo ed abbandonato da tutti gli esseri, rinveniva, quasi caduto dal cielo, un protettore, e forse un padre, che gli mandava, forse da lontane terre, danaro e promessa di aiuto e di assistenza. Un pensiero volò per la mente di Federico Lennois, lo stesso che avea fatto battere il cuore a Daniele de’ Rimini, un pensiero che gli facea correre per le vene un fuoco e gli ponea ne’ polsi la febbre: egli era forse nato nobile e ricco! E quando pensava alla Zenaide, la quale tenea nascosto, egli n’era certo, qualche rotoletto di oro, si riconfermava nel pensiero che suo padre esser doveva un alto personaggio. Ma come e perchè questo tardo riconoscimento? perchè il paterno suo affetto eragli nato dopo vent’anni? Ecco ciò che imbrogliava la testa del Lennois, e ciò che egli sperava il tempo avrebbegli rischiarato.
Certo è che ormai egli era ricco, o almeno agiato a segno da non aver più d’uopo del pennello per vivere; vedea lampeggiar nel futuro una speranza di gloria o qualche cosa di simile che gli sorridea e davagli sprone a gittarsi con fidanza in balìa della sua sorte.
Dopo non guari dalla visita di Maurizio, Federico abbandonava la città di Roma e traeva a Napoli, dove spese qualche anno più negli svagamenti e nell’ozio che negli studii. Tuttavolta ei non trascurava di coltivar l’arte sua, e di malignare gli artisti che in quel tempo, vale a dire negli anni 1825-29, in gran copia fiorivano in questa capitale, dove le arti belle han trovato mai sempre di valenti ed operosi cultori, comechè pochissima protezione nelle alte classi e nel governo. A Napoli, Federico ebbe agio di ammirare gli stupendi lavori della Scuola Napolitana, diffusi in quasi tutti i templi della metropoli, e abbondanti sovrammodo in quello archivio di gloria domandato il Museo, monumento che riverbera i suoi raggi di gloria sulla schiera de’ genii immortali che ivi son raccolti.
Federico visitò in appresso la Toscana. Firenze, la bella città, la patria dell’Allighieri, offrì all’invido sguardo del Francese i suoi mille monumenti, che parlano al cuore e alla fantasia, e che danno a questa città a giusto titolo il nome di sede della civiltà italiana. Nella capitale della Toscana, Federico fu di bel nuovo visitato da Maurizio Barkley, il quale gli arrecò l’ultima porzione del retaggio paterno, e gli svelò il segreto della sua nascita, il nome del genitore, e la notizia della costui morte a Manheim.
Da Firenze, Federico venne a Pisa. E qui ci fermiamo, avendo già, in altri capitoli, discorso abbastanza di ciò che ei fece in questa città d’Italia, la quale doveva essere per lui sorgente d’una efimera gloria, comprata coi sudori e con la morte dello sventurato Ugo Ferraretti.
A Pisa egli ebbe la visita di Eduardo Horms. È noto ai nostri lettori il risultato di questa visita, la quale finì col convegno datosi scambievolmente a Parigi per l’anno susseguente.
Pria di chiuder questa parte del nostro racconto, è mestieri far notare che dopo la morte del Ferraretti, Federico si era ritirato a Pisa, dove tenea nascosto a tutti gli sguardi il frutto del suo tradimento, il quadro la _Preghiera_.
_Parte Quarta_
I.
DILUCIDAZIONI
Andiam debitori verso i nostri lettori di parecchi rischiarimenti che ci affrettiamo a dar loro, pria di riprendere le fila della nostra narrazione.
In che modo Federico Lennois avea mandato ad effetto la sua truce vendetta sullo sciagurato Giustino Victor? Chi era quella donna che avea rappresentata la parte di Lucia Horms? Di chi era quella casa alla strada D... numero 8?
Insin dal giorno in cui Federico ritrovò e riconobbe a Tolone (dove si era recato per riscuotere il denaro della vendita d’un suo lavoro) il giovin compagno di Augusto d’Orbeil, e che Giustino gli ebbe detto che ritornava a Parigi per impalmare la sorella del suo amico, Federico avea conceputo il nero proposito di vendicarsi dell’assassino del suo cane, in quel medesimo giorno in cui quattordici anni fa il Victor avealo ammazzato. Federico non avea dimenticato questo dì nefasto: egli l’avea segnato col ferro in sulla pietra che chiudea la tomba del suo fido compagno: egli avea maledetto il 7 luglio: ed ogni anno ritornava a maledirlo, rinnovando nel suo cuore il terribile giuramento di Auteuil.
Tutto parea favorire il suo tristo proponimento: l’incontro a Tolone avvenuto alcuni mesi pria del 7 luglio; la facilità di aver nelle mani ad ogni momento il giovine uffiziale di marina; il non essere stato Federico riconosciuto nè da Giustino nè da alcuno della famiglia d’Orbeil; l’amorevolezza ond’era trattato al castello; e da ultimo la confidenza in cui egli era entrato col giovine fidanzato d’Isalina. Ma, comechè egli avesse designato il 7 luglio a giorno di sua vendetta, non avea pertanto trovato ancora il modo di eseguirla.
La prima volta che Federico vide Lucia Horms ebbe subitamente il pensiero di farne strumento di tal vendetta, perciocchè i mali pensieri nascono con faciltà negli animi de’ tristi. Avvicinar Giustino a Lucia era facil cosa, e più facile eziandio il persuader quello ad eccitar la gelosia dello Scozzese, marito di costei. I Francesi prendono sempre sommo diletto a tormentare i mariti; e questo deriva dalla ragione che presso di loro il matrimonio è considerato sotto un aspetto tanto leggiero, che le infedeltà coniugali formano quasi sempre il soggetto dei romanzi, de’ drammi, delle commedie e di quelle mostruosità che si chiamano _vaudevilles_. Metter la fatua vanità d’un giovin francese alla prova della gelosia d’un _bourreau_ (carnefice), siccome hanno la gentilezza di nominare i mariti, significa invitarlo a nozze, dargli uno spasso carissimo, farlo felice. Però Federico era sicuro del fatto incitando il Victor a corteggiar Lucia.
L’inferno parea arridere alla vendetta del perfido Lennois. Avendo stabilito in suo pensiero di preparar l’agguato a Giustino e a Eduardo Horms (che egli detestava parimente perchè possessore del segreto del suo nome, e perchè sperava frodargli il quadro, di cui avea già ricevuto la metà del valsente), e, fermato il disegno delle lettere apocrife, egli trovava una insormontabile difficoltà nel modo d’ingannar Giustino e Eduardo sulla condiscendenza di Lucia. Come Giustino non conosceva i caratteri della napolitana, era facile far credere scritta da lei la lettera che ei gli avrebbe spedita a Auteuil: siccome era agevole eccitare i gelosi sospetti di sir Eduardo, il quale già ravvolgea per la mente foschi pensieri, mossi in lui dalle svenevoli galanterie dell’uffiziale di marina.
Abbiam dettò che l’inferno pareva arridere a’ disegni del Lennois; ed in fatti, la difficoltà di trovare il modo onde ingannar gli occhi di Giustino e di sir Eduardo lo avrebbe forse fatto desistere; almeno per qualche tempo, dal suo proposito, quando una strana casualità si offrì a vincere ogni malagevolezza.
Essendo andato Federico una sera al teatro delle _Variétés_, pochi giorni innanzi del 7 luglio, fu estremamente sorpreso di scorgere in una delle attrici la Maddalena Bonnefille, che egli non avea più riveduta da sette anni, e da quel dì che abbandonò il servigio dell’Inglese. Ella era ancor giovane e bella, però che non potea contar più di un trentaquattro anni; era riuscita una attrice di molto merito; e la sua bellezza, rialzata e strebbiata dall’acconciatura teatrale, non mancava di attrarle i sospiri dei leoni di Parigi e di qualche vecchio conquistatore di ballerine.
Nella mente di Federico lampeggiò un pensiero che poteva esser fecondo del più felice risultamento, in quanto al disegno che egli avea formato.
Il domani, verso le dieci antimeridiane, ora molto mattutina per una donna di teatro, Federico si faceva annunziare in casa della Bonnefille.
Contro la sua aspettativa, egli fu ricevuto in un modo che lo sorprese. Maddalena corse, in veste da camera, ad abbracciare l’antico suo amante; il prese per mano, il menò nel salotto, e, al tutto dimentica dell’offesa che avea ricevuta dal giovine Ducastel, fu verso lui prodiga di tante dimostrazioni di amicizia e di affetto, che Federico, dovè, a suo dispetto, convenire che talvolta la generosità si annida nelle più corrotte nature. Di leggieri s’intende che Federico usò ogni artificio di simulazione per farsi credere un’altra volta innamorato di lei; promisele e protestò un attaccamento a tutta prova, e finì col richiederle un testimonio di amicizia in una delicata faccenda. La Bonnefille dichiarò ch’ella era avventurata di potergli essere utile a qualche cosa; che avesse fatto assegnamento su lei per qualunque emergenza, sendo ella disposta a provargli l’amor suo per via di ogni sacrificio. Allora Federico le significò quel che si voleva da lei, e dissele esser d’uopo che ella rappresentasse una parte in una privata commedia che egli intendeva di fare. Trattavasi nè più nè meno, che d’uno scherzo di quel genere che i Francesi chiamano _mistifications_: le avrebbe dato spicciolata relazione di una donna di cui ella doveva imitare perfettamente la vestitura e la voce; giacchè, per felice combinazione, la statura era la stessa. Le avrebbe indicato il sito e il giorno in cui ella dovea rappresentar questa parte.
Maddalena accettò con piacere un tale incarico, e tanto più volentieri ch’ella seppe in seguito trattarsi di un convenio amoroso a mezza luce, dov’ella sarebbe forse riuscita a illudere perfettamente la vista e l’udito del giovine amante. Tuttavolta, un vago timore le si apprese all’animo, quando seppe che c’era per lo mezzo un marito geloso, a cui precisamente il malo scherzo era da farsi e che dovea creder lei sua moglie. Federico rassicurolla su queste apprensioni, dicendole che ei sarebbe stato presente alla commedia non visto che da lei; e che le avrebbe, con segni concertati avanti, rivelato il momento, in cui ella doveva abbandonare il campo, e sottrarsi con pronta fuga allo sdegno del nuovo Otello. Ordinata questa astuzia, la quale avea presentato non piccola difficoltà, restava a trovare il sito, ovvero la casa in cui la trista commedia dovea rappresentarsi. Ma ciò non poteva generare un serio imbarazzo, giacchè è noto esser Parigi una città comodissima per ogni maniera di garbugli amorosi; imperciocchè vi sono quartieri che offrono case, dove la morale soffre frequenti naufragi; però, dopo qualche giorno di ricerche, riuscì al Lennois di trovare nella strada D... una casa sfittata; e questa, visitata da lui e trovata comodissima al suo intento, ei destinava a teatro della prava impresa.
Il 7 luglio, giorno designato alla vendetta del Lennois, era spuntato.
Un messo partiva all’alba per Auteuil, presentatore dell’apocrifa lettera di Lucia Horms a Giustino Victor: mentre un’altra lettera, anonima, era consegnata a Eduardo Horms a Parigi, nel momento che questi usciva dallo albergo _des Princes_, per sue faccende.
La trama infernale ebbe, siccome è conto ai nostri lettori, la sua piena riuscita. Il nobile e appassionato sir Eduardo, involontario istrumento e vittima anch’egli della perfidia del francese Lennois, si recava, con la morte nell’animo, alla maledetta casa di convenio, dove volea con gli occhi propri accertarsi del temuto vero, e lavare nel sangue dell’adultero la macchia che si faceva al suo onore. Tutto era stato diabolicamente ordinato in guisa dal ribaldo Lennois, che non pure il virtuoso Scozzese, acciecato di gelosia, ma lo stesso Giustino fu tratto in inganno dalla simulata voce, dal portamento e dalle vesti della scaltra commediante, la quale spinse a tal segno la simulazione, che imitò finanche la dilicata riserbatezza e il nobil pudore di una donna onesta, ma traviata dalla passione e dai pretesi mali trattamenti del marito.
Un’orrenda tragedia avveniva. L’offeso marito facea rintronar l’aere di quella casa con lo scoppio d’una pistola, e Giustino Victor cadea col petto squarciato, vittima miseranda degli alti decreti di Dio.
E qui ritorniamo ad osservare che tutte le volte che un colpo impensato e terribile annienta a sera un’esistenza che nel mattino era sfolgorante di vita, di giovinezza e di felicità, è mestieri riconoscere in questo fatto una di quelle tremende lezioni, con cui l’Onnipotente punisce quelle colpe che sfuggono alle leggi degli uomini.
Non sì tosto l’ombra del marito si prostese all’uscio della camera dov’eran Giustino e la creduta Lucia, la commediante, già istrutta di quello che aveva a fare, messo un gran grido fuggiva nel momento in che si udiva lo scoppio dell’arma a fuoco.
Federico era stato occulto testimone dell’accaduto. Un riso feroce avea contratto le sue labbra, allorchè avea visto disteso in sul suolo il misero Giustino; e, nel momento in cui questi era per esalar gli ultimi aneliti, facea risuonare agli orecchi di lui le parole: _Oggi è il 7 luglio, Giustino Victor; ricordati di Federico Lennois, del monello d’Auteuil_.
Una delle tre funeste passioni che dominavano il cuore di Federico era appagata, la vendetta: due altre rimanevano, del pari orrende e dannose, l’invidia e l’ambizione. Vedremo più tardi a che menavanlo queste turpitudini dell’anima sua, e fin dove Iddio segnava il termine alle nequizie di lui.
È mestieri intanto rivolgersi allo sventurato sir Eduardo, il quale, nel piacere indicibile che avea provato riabbracciando la moglie innocente, avea per poco dimendicato che un sangue del pari innocente era stato versato dalla sua mano, e che la giustizia degli uomini avrebbe dimandato conto ed espiazione dell’omicidio.
Era chiaro che Eduardo era stato ingannato; ma chi era l’autore della funesta commedia che era costata il sangue d’un uomo? Ecco ciò che imbrogliava la ragione del misero, e facea delirar per dolore quell’anima candida e virtuosa. Ei sapeva di non aver nemici di sorta, e che nel breve tempo da che era di belnuovo a Parigi, poche aderenze avea contratte; siccome era sicuro di non essersi attirata la nimistà di alcuno la prima volta che egli avea visitata questa capitale. Come spiegar dunque un fatto che non avea alcuna ragione plausibile, e che pareva uno scherzo crudele del destino? Egli rileggeva la lettera anonima che gli era stata consegnata; la facea leggere a sua moglie, la quale raccapricciò d’orrore, si stemperò in amarissime lagrime, pensando al vituperio che si volea gittar sul suo onore. Non potremmo esprimer con parole adequate lo spavento misto di dolore onde fu presa la nobil donna al racconto minuto che fecele il marito di quanto eragli occorso. Ciò che più confondea le menti di entrambi era il pensare chi fosse quella donna che tanto bene avea simulato per arte o per mera casualità le vestimenta e la voce di lei Mistress Horms: nessuna congettura potea reggere, nessuna supposizione; c’era da perdere il senno. Un lampo tuttavia rischiarò la mente di Lucia; i biechi sguardi di Federico Lennois, le sue significative maniere, l’aria di tristizia che lo accompagnava; tutto ciò ritornava alla memoria di lei e le metteva nell’animo un vaghissimo sospetto, ch’ella non si arrischiava di aprire al consorte; giacchè ella stessa non sapea rendersi conto d’una nefandezza senza motivi di un odio senza ragione tranne che, pensava tra sè fremendo, quegli, per mala ventura innamoratosi di lei, non avesse avuto l’animo di porre ad un pericolo di morte il marito, o indurlo ad un atto di separazione, che avrebbe agevolata la via al malo intento di esso Lennois. Queste erano impertanto semplici supposizioni, ed anche tali da non doverci dar peso e comunicarle al marito. La notte passò in veglia crudele. In sull’alba, un ordine di arresto era scagliato contro sir Eduardo Horms, scozzese, dimorante da pochi giorni a Parigi, uccisore del nobil giovinetto Giustino Victor, uffiziale della Real Marina di sua Maestà il Re Carlo X, uno dei prodi della spedizione di Morea.
Fu forza obbedire alla legge. Sir Eduardo si staccò con nobile rassegnazione e con coraggio dalla sventurata Lucia, e fu tradotto innanzi alle Autorità competenti per essere interrogato sul funesto accaduto.
Si comprende facilmente che lo stesso Federico aveva fatto denunziare il delitto alla giustizia.
Tutta Parigi fu commossa al domani dal miserevole caso. L’avvenimento era in diversi modi raccontato e spiegato nei crocchi e dai giornali; e un giorno intero trascorse in comenti, in chiose e interpetrazioni sull’assassinio della strada D... Il giorno vegnente, tutto era dimenticato: e il nome di Giustino Victor non si ritrovava più che sulle labbra de’ suoi inconsolabili amici.
La notizia di questa morte miseranda era corsa a Auteuil con la rapidità del baleno. Lasciamo all’immaginazione de’ nostri lettori la dipintura del dolore d’Isalina d’Orbeil e di tutta la sua famiglia. Per qualche giorno la giovinetta fu creduta morta.
Dagli occhi di Augusto eran cadute lagrime abbondanti di angoscia disperata, perciocchè qual fratello egli amava il Victor.
Il nero disegno del Lennois era al tutto compiuto. Tre famiglie, da lui abborrite, erano immerse nel lutto e nel dolore.
Egli si accingeva intanto a raccogliere i frutti del suo tradimento di Pisa: il giorno dell’apertura della Grande Esposizione si avvicinava.
II.
IL SALONE DEL 1829
Ogni anno Parigi invita i suoi abitanti ad ammirare le opere di pittura e di scultura, le quali sono credute degne di essere presentate agli sguardi d’una colta nazione. Ogni anno il giurì decreta il premio al migliore de’ lavori esposti, e distribuisce gran numero di medaglie a’ più valorosi concorrenti. Per tre mesi consecutivi il pubblico parigino accorre in folla, sia nelle Gallerie del Louvre, dove per lo passato si tenea l’esposizione, sia nel Conservatorio, alla sala de’ _Minuti-Piaceri_, sia al palazzo delle Tuillerie, sia al palazzo Reale. I parigini accorrono sempre in folla dovunque li chiama un novello spettacolo, di qualunque maniera si sia; e per essi è indifferente lo assistere così ad una di quelle scene che si chiamano _sommosse_, come trarre ad una pubblica mostra di belle arti.
L’annuale Esposizione è dunque pe’ Parigini uno spettacolo come ogni altro, un divertimento come qualunque altro, un motivo per aggrumolarsi in un luogo e far folla e rumore, per vedere ed essere veduti, per avere di che discorrere par qualche giornata.
Ma queste pubbliche esposizioni, comecchè incuoranti gli artisti e feconde di belle opere, quantunque commendevoli sotto ogni aspetto e onorevoli per lo Stato, che schiude il campo a nobil gara d’ingegni, non potranno giammai far nascere sul suolo della Francia quella scintilla divina che crea i Raffaelli, i Michelangeli, i Tiziani.
Le sublimi arti della pittura e della scultura non si innalzano che coll’innalzamento dell’anima sul plasticismo della creta. Quanto più il pensiero dell’artista si sublima e sorvola alla terra, tanto più il suo concepimento è ispirato, e l’opera sua è immortale.
La Fede innalza l’anima e crea il genio.
La storia e i misteri della religione di Cristo aprono il campo alla vasta ispirazione, e fanno scaturire dall’argilla tesori di celesti bellezze che sfidano il soffio onnipossente dei secoli.
Gli artisti italiani sono grandi e immortali perchè ispirati.
Iddio ha benedetto e fecondato di genii le terre della penisola. Ma che diremo della Francia? Essa non ebbe mai sommi artisti ed opere di arte veramente grandi e immortali.
I soggetti storici profani, le imitazioni mitologiche, le dipinture erotiche non innalzarono giammai un nome al di sopra della mezzanità. Tutto ciò che tende a corrompere la morale e i costumi non vive che una vita efimera; imperocchè dal fondo dell’umana coscienza si leva sempre un grido di riprovazione e di biasimo su tutto ciò che non è conforme a’ dettami della eterna legge di virtù.
Un vasto ingegno del nostro secolo, cosmopolita più che francese, il signor di Chateaubriand imprendeva in ampie proporzioni nel suo Genio del Cristianesimo a far rilevare la superiorità degli autori e artisti cristiani su i profani. Il libro del signor di Chateaubriand è un monumento onorevole innalzato alle bellezze della poesia cristiana, in un tempo in cui la tirannide sacerdotale e gli eccessi della corte papale aveano scrollata e fatta cader la fede da’ cuori. D’altra parte, l’Enciclopedia e le empie sette dell’ateismo beffardo aveano preteso dimostrare la sterilità del dogma cristiano e la sua impossanza a fecondare il genio. Ciò fu solennemente smentito, dapprima dal ragionar matematico del gran Pascal, cui Voltaire avea regalato il nome di _pazzo sublime_, non potendogli contrastare la elevatezza della mente, e quindi dal signor Chateaubriand, il quale trasportò nel secolo decimonono, purificate dalla luce cristiana, le forme antiche e la poesia di Omero.
È indubitato che l’arte e la poesia profana mancano di una delle più grandi bellezze, di cui son ricche l’arte e la poesia cristiane, quella cioè dell’ineffabile incanto che spargon sull’anima i pensieri della sua immortale natura, d’una vita migliore dopo il passeggiero esilio in questa valle di lagrime, d’una Provvidenza che regge con eque mani le sorti degli uomini. Il vago dell’infinito predomina nella poesia cristiana: la mente è sollevata dalle basse regioni del fango della terra: l’uomo chiamato ad alti e nobili destini, sembra sdegnare tutto ciò che lo assimila al bruto. La sventura e la morte stessa sorridono e si cingono il capo di rose imperiture. Non vi ha che la religione cristiana la quale sparga un incanto fin sul sepolcro.
Il filosofo di Ferney scrisse mille volumi; e una sola volta egli fu sublime, quando accattò un subietto di tragedia a quella religione, che egli avea schernita. La _Zaira_ di Voltaire è la più grande confutazione delle opere di questo autore.
Le grandi bellezze de’ nostri poeti, le opere immortali de’ pittori e degli scultori italiani, i poemi che hanno illustrato la letteratura tedesca e slava, van debitori al genio e alle credenze della nostra religione, feconda madre e ispiratrice di tutte le fonti del vero e del bello.
Il genio artistico è soltanto italiano e cristiano.
Le gallerie del Louvre si aprivano, il 15 luglio, alla grande Esposizione di belle arti. Il così detto Salone del 1829, siccome suolsi dimandare l’annuale Esposizione, fu uno dei più splendidi e ricchi di opere di pregio. I più abili e rinomati dipintori e scultori francesi mandarono al Louvre i prodotti di lunghi mesi di studi e di meditazioni. Ogni genere vi facea sua mostra: ma il paesaggio la vincea sulla figura istorica.