Federico Lennois

Part 18

Chapter 183,610 wordsPublic domain

Non faremo una minuta disamina dei lavori che erano esposti nelle sale del Museo: tardo e superfluo ciò sarebbe, dappoichè nei giornali di quel tempo si parlò a lungo di questa Esposizione, il cui grido (esempio raro) valicò le Alpi e si fece udire in Italia. Gli è vero che il Salone del 1829 non menò questo rumore che per un quadro, La _Preghiera_ (opera di genio italiano) e pe’ fatti singolari che questo quadro fe’ nascere, i quali verremo esponendo nella nostra presente narrazione. Ciò non di meno, il riverbero di quella gran luce, la quale venne soffusa dal sublime concepimento del Ferraretti, miseramente spogliato dell’opera sua, rischiarò parecchi altri corpi opachi, i quali, senza quello, sarebbero rimasti nelle più dense tenebre. Come sarebbero eziandio rimasti ottenebrati i creduti capilavori nascosti dalla fittizia muraglia che li copre in tempo di esposizione. Bensì, la figura istorica e fantastica fu interamente ecclissata e scombuiata; e a mala pena vien ricordato il quadro della _Morte di un Monaco_ del pittore Adolfo P..... il quale lavoro avrebbe forse richiamata l’attenzione del pubblico parigino, se la _Preghiera_ non avesse esaurito le sorgenti dell’universale ammirazione.

E questo è, a nostro credere, il più grande elogio che far si possa, in questa occasione, a’ Parigini: l’aver saputo estimare al suo vero punto di altezza un’opera italiana. È vero che essi credevanla francese, credendola prodotta dal pennello del Ducastel.

Non sì tosto furono schiuse le porte delle Gallerie del Museo artistico, una folla stragrande vi si precipitava, fermandosi poco alle prime tele e stivando fino alla soffocazione quella dov’era la tela rappresentante, la _Preghiera_. Già la voce di questo capolavoro era corsa in Parigi, precedentemente all’apertura dell’Esposizione: e tutti i cultori e dilettanti di pittura erano venuti ad ammirare l’opera del giovine artista, il cui nome era già sulle labbra di tutti.

Il Giurì avea fatto situare il quadro del Ducastel nelle più favorevoli condizioni di spazio e di luce. Tutte le altre tele di soggetti storici che erano nella medesima sala pareano fulminate dalla grandezza e sublimità del concepimento della _Preghiera_.

Un grido d’irrefrenabile ammirazione scappava dall’anima di tutti i riguardanti, non appena i loro occhi si portavano sulla singolar dipintura. E poscia era un susurro che non terminava mai, un mormorio di elogi infiniti che eran trovati sempre inferiori al merito del lavoro, il quale veniva esaminato con iscrupolosa attenzione in tutte le sue minute bellezze. La lingua francese, tanto ampollosa e esagerata nei suoi avverbi ed aggiunti, si trovava povera e meschina nello esaltare quell’opera maravigliosa. La Francia non avea veduto giammai un simile prodigio della arte: era la prima volta che il genio riempiva di luce inusitata le Gallerie del Louvre.... Quel quadro era un’emanazione dell’essenza purissima dell’anima prigioniera della vita, era una rivelazione della possanza della Fede a circondare una creatura di raggi immortali, e a torle dalla fronte tutto ciò che vi pone di scuro e di tristo l’umana fralezza.

Durante i primi giorni dell’Esposizione ci fu bisogno della forza armata per impedire che un disordine accadesse per l’immensa quantità di gente che fluiva da tutt’i quartieri di Parigi per la curiosità di vedere il già famoso dipinto. Quelli che erano una volta entrati, non volevano più uscire, incantati e rapiti in cielo dalle bellezze del quadro, e, anche volendo, non potevano tornar fuori, essendo stretti e pigiati in tutt’i versi. Intanto l’impazienza vincea quelli che aspettavano di fuora, i quali bruciavano dal desiderio di trovarsi al cospetto della magnifica tela.

I forestieri, ed in particolar modo gl’Italiani che erano a Parigi, mandavano già in tutta fretta ai loro rispettivi paesi la notizia del capolavoro di cui la Francia andava superba; e i fogli di tutta Europa consegnavano il nome di Ferdinando Ducastel alla venerazione dei contemporanei e dei posteri.

Tutta Parigi era ripiena di quel nome. Nei caffè, nei teatri, nelle case private, alla Corte, non si parlava che di Ferdinando Ducastel: e da tutti si chiedea con premura chi fosse costui, dove avesse studiato, quali le sue aderenze; se avesse fatto altri lavori, ed esposto altri quadri negli anni scorsi.

In un baleno si seppe che il quadro _la Preghiera_ era venduto allo scozzese Eduardo Horms, uccisore del giovine uffiziale Giustino Victor, avvenimento che pochi giorni addietro avea desto tanto rumore a Parigi. Il prezzo del quadro era portato alle stelle. Chi asseriva essere stato venduto per un magnifico feudo di Edimburgo, chi per un castello baronale con parco e poderi d’immensa estensione, e chi pel prezzo di un milione di lire sterline.

Il nome di Ferdinando Ducastel diventò alla moda: estimavasi felice chi poteva avvicinar questo artista, parlargli, stringergli la mano. L’albergo Mirabeau era giorno e sera assediato da visitatori.

Un’altra delle detestabili passioni del Lennois era appagata! Egli otteneva quel trionfo e quel grido ch’erano stati sempre nei sogni della sua vita.

Due mesi all’incirca erano passati dacchè il quadro _la Preghiera_ era esposto nei lunghi corridoi del Louvre, quando una mattina, una donna, giovine e bella, tutta vestita a bruno, restava lunghe ore al cospetto della tela del Ducastel, senza avvedersi di essere fatta segno alla universale attenzione: È impossibile rendere l’espressione delle sue sembianze: la sorpresa e il dolore si leggeano su quella bianchissima faccia.

Ella era rimasta gran tempo immobile dinanzi al quadro, immersa nei suoi pensieri. Urtata, stretta, sospinta dalla gente che traeva sempre in gran folla ad ammirare il gran dipinto, parea che niente avvertisse, e che il movimento che si faceva intorno a lei non colpisse i suoi sensi.

Questa donna si partìa poscia dal Louvre in gran fretta: sembrava uscita di senno: nei suoi begli occhi lampeggiava un’estrema risoluzione. Ella fermossi alla Piazza del Carrousel, e fece un passo come se avesse voluto ritornare indietro; ma questo pensiero durò un istante: attraversò correndo le Tuillerie, e, arrivata alla porta del Giardino, fe’ ristare una carrozza da nolo, vi si gittò dentro, e disse al cocchiere:

— Albergo _des Princes_.

III.

SOSPETTI

Mentre il nome di Ferdinando Ducastel menava tanto rumore a Parigi e fuora; mentre il trionfo, i plausi e la gloria gli sollevavano il cuore per troppa felicità, le tre famiglie che egli aveva immerse nel dolore e nel lutto rimanevano tuttavia sconsolate e misere. Riserbandoci di occuparci in appresso della famiglia di Orbeil a Auteuil, gittiamo uno sguardo all’Albergo _des Princes_ dove abbiam lasciata la sventurata Lucia, piangente sulla sorte del marito.

È il dopo pranzo di un giorno di settembre. La famiglia è raccolta in quel salotto in cui la prima volta Federico Lennois fu presentato alla moglie di sir Eduardo.

Ad un sofà, situato colla spalliera all’uscio del salotto, sono sedute due giovani donne, sulle cui sembianze si legge il dolore di una sventura scemata pertanto dal piacere di ritrovarsi assieme. Queste due giovani donne sono Lucia Horms e Emma Barkley di Gonzalvo.

Costei è tutta vestita a lutto per la morte del padre. L’abito nero rialza vieppiù la bianchezza abbagliante della sua carnagione: la sua veste, di un tessuto di estremo lusso, è ricoperta di punte d’Inghilterra, i suoi capelli le caggiono ancora in ricciaie di fulgido ebano sulle spalle e sembrano mal sopportare un piccolo cappello a larghi nastri ondati. La sua maravigliosa bellezza sembra accresciuta in grazia di un leggier pallore che le copre il viso.

Niente di più bello a riguardarsi che queste due giovani amiche. La più leggiadra pagina di un albo artistico sarebbe stata quella in cui fossero state riprodotte quelle due persone, le quali alla beltà naturale congiungeano tutto ciò che la eleganza e la ricchezza del vestimento possono aggiungere alle attrattive di una donna.

Alla dritta di questo sofà era un’ampia poltrona di raso cremisi, sulla cui morbida spalliera era disteso un uomo di circa trentaquattro anni. Una lunga barba gli rivestiva la mascella inferiore rafforzando la nobile e maschia serietà del bruno suo volto. Egli era vestito alla foggia inglese, ed anche tutto a nero: i suoi occhi, che avevano una forza straordinaria di sguardo e una espressione di profondo sentimento, erano fissi su Lucia Horms.

Quest’uomo era l’_esquire_ Maurizio Barkley.

Più lungi da questi tre personaggi, era un crocchio di donne e di fanciulli, Marietta e i suoi fratelli erano bellamente intrattenuti da alcune signore fiorentine che erano nello stesso albergo _des Princes_. Marietta, supponendo che Maurizio, Emma e Lucia avessero a parlare di cose importanti e segrete relative allo sventurato Eduardo, avea, sotto un pretesto, allontanato le signore forestiere, ed avea fatto il sacrificio della propria premura e curiosità di sentire quello che si diceva da quei tre.

S’immagini dunque ognuno su quali spine dovesse stare la vispa fanciulla, sendo costretta a far compagnia a quelle dame, mentre il suo pensiero era tutto ai ragionamenti a bassa voce che si teneano dalla sorella e dai due amici.

Innanzi tutto, fa d’uopo osservare che Maurizio e sua moglie si trovavano a Parigi da qualche mese, e quando le gallerie del Louvre erano già state aperte alla esposizione di arti belle. Non diremo dello smisurato dolore da cui furono compresi quei due nobili e generosi animi alla trista nuova dell’accaduto del 7 luglio, di cui Lucia avea scritto loro, e che gli aveva indotti a recarsi a Parigi, affin di mitigare l’acerbità del duolo di lei, e di cooperarsi al discoprimento dell’autore della lettera anonima, per cui il misero Eduardo era stato menato a bruttarsi di sangue, e trovavasi al presente segregato dalla cara famiglia.

— È strano! esclamava Maurizio, affissando al suolo lo sguardo con leggiero inarcamento di ciglia, e in sembiante di gran concentrazione mentale. È strano, ma è pur tal cosa da rafforzare i nostri sospetti. La malvagità umana scava profondamente nelle tenebre le sue male opere, e cova i più neri disegni. Da quanto voi mi dite, mistress Horms, e da quanto io mi accingo a dirvi, avremo forse da poggiare solidamente le nostre congetture, e potremo forse arrivare a discoprire un attentato dei più infernali. Indarno il perverso annoda le sue fila nel buio e nel mistero; la Giustizia, che veglia dall’alto a punire le colpe, fa lampeggiare alcuni fatti particolari che menano in sul cammino del vero. Quel che mi avete accennato, o Lucia, sulla prima visita del Lennois in questo albergo mi ha aperta la mente... Ascoltatemi bene.

Maurizio trasse la sua poltrona più dappresso al sofà, su cui eran sedute le due dame, e si chinò verso di loro, quasi per far velo del suo corpo alle sue parole, a fin di non esser udito dal crocchio di donne e di fanciulli poco discosto. La curiosità e la brama di scoprire qualche cosa che avesse potuto salvare Eduardo si leggeano sulle belle sembianze di Lucia e di Emma.

Marietta era su i carboni ardenti; non sapea che contegno prendere; bruciavala una voglia grandissima di andare a sentire quel che si diceva da Maurizio; era distratta, alienata, di pessimo umore; e, se non fosse stata trattenuta dal pensiero di dispiacere alla sorella, avrebbe piantato lì le vicine di albergo, i fratelli e la noiosa conversazione, e sarebbe andata a sedersi in terzo sul sofà che l’attirava. Ella dava gli occhi alle dame presso cui era seduta, e gli orecchi spingeva, appuntava dalla banda del sofà, per carpire almeno un brano di quei parlari, che le importavano molto più di tutte le frivolezze le quali formavano il subbietto dei discorsi del crocchio in cui si trovava.

— Quando io fui incaricato, diceva Maurizio, dal mio signore il Conte di Sierra Blonda a pormi sulle tracce del suo figliuol naturale Federico Lennois, cominciai, come dovete supporre, le mie visite dal sito ove questi era nato in povera culla: trassi però a Auteuil, fornito di tutte quelle indicazioni, datemi dal Conte, e che doveano servirmi a ritrovare il giovinetto. Quando io giunsi ad Auteuil, la madre di Federico non vi era più, nè si sapea di lei altro, tranne che la era sparita da quel circondario, dopo la morte della vecchia sua madre che l’avea maledetta. Nulla si sapea del giovinetto Lennois, e, per quante ricerche avessi fatte, non mi era riuscito di conoscere, se non che da vari anni egli era fuggito una notte dal tetto materno, menando seco un sacchetto di denaro che apparteneva alla madre. Questi indizi erano un niente per farmi rinvenire le orme del figliuolo del Conte; però pensai di fare una visita al Castello d’Orbeil, sapendo che la Zenaide era stata la nutrice del bambino Augusto d’Orbeil, figlio del Visconte. La famiglia d’Orbeil era a Parigi, perocchè essa non dimorava a Auteuil che nel tempo della bella stagione; ed allora eravamo nel mese di marzo. Ciò nondimeno la mia gita al castello non fu infruttuosa; dappoichè dalla gente ivi rimasta seppi che il monello Federico Lennois, fratello di latte del signorino Augusto d’Orbeil, era stato arrestato a Parigi come ladro e menato in una prigione di quella città. Ciò era quanto mi bisognava: non posi tempo in mezzo: animato dal piacere di compiere la mia dilicata incombenza, e di rendere più lieve il peso dei rimorsi al mio signore, volai di botto a Parigi, trassi a tutte le prigioni, dimandai di Federico Lennois, e, dopo non pochi stenti e indagini, giunsi a sapere che il nominato Lennois era fuggito dalla prigione dopo alquanti mesi, mercè un abile travestimento, e mercè l’aiuto di un suo compagno di carcere, cui si era accresciuta la durata della pena per una simile cooperazione ad isventare il castigo della giustizia.

Mi venne un pensiero; chiesi di parlare a questo delinquente; gittai dell’oro e tosto fui introdotto nella specie di tomba ove giacea questo sciagurato a nome Paolo Dumourier. È incredibile l’ostinazione che costui pose per molto tempo nel non voler rispondermi: le più larghe promesse e le offerte più generose non valevano a fargli rompere un silenzio che distruggea tutte le mie speranze di riuscita. Benchè da molti anni il Lennois fosse fuggito da quella prigione, quell’uomo straordinario, temendo forse non saprei quali pericoli pel giovinetto da lui salvato, si tenea chiuso nella sua taciturnità; sicchè io disperava di piegarlo giammai al mio volere. Quel giorno e molti altri appresso io spesi in visite infruttuose al Dumourier; il quale, per altro, sebbene ostinato a tacersi su quanto concernevasi al Lennois, parea non mi guardasse più col sospetto di prima e collo stesso grugno. Credetti necessario rivelargli la mia incumbenza, tacendo sempre il nome del Baronetto. Sembrò non dubitare di quanto io diceva; mi diresse varie interrogazioni, come per iscandagliare l’animo mio; mi affissava sempre con certi occhi che pareano volessero iscavare nel fondo della mia coscienza; e, alla fine, un bel giorno, mi ebbi il piacere di sentir da lui raccontata filo per filo la storia della fuga del giovinetto. Allora egli non credè dover porre più limite alla sua confidenza, e, stimandomi uomo sincero e leale, mi disse che Federico Lennois avea tolto in appresso il nome di Ferdinando Ducastel; aver saputo, da una lettera di lui, essere egli in Italia al servigio di un nobile Inglese. Questi ragguagli erano più che bastanti per darmi nelle mani il filo del laberinto; e col fatto, mercè di essi, io pervenni a ritrovare in Roma il figlio del Conte nell’artista Ferdinando Ducastel, che oggi ha ripiena la Francia col suo nome. Ma quello che ora serve grandemente a noi, sono le confidenze che il giovinetto Lennois facea nella carcere a Paolo Dumourier, e che questi mi comunicava fedelmente, ispirato forse da Dio, il quale sa così bene far servire le azioni e le parole degli uomini al compimento dei suoi imprescrutabili disegni. Il Dumourier mi disse adunque che Federico Lennois gli avea rivelata la storia de’ suoi primi anni passati a Auteuil, delle sue sofferenze fanciullesche, de’ tormenti fattigli patire da una madre snaturata, e della guerra dichiarata tra lui, Augusto d’Orbeil e Giustino Victor.

A questo nome Lucia mise un piccol grido di sorpresa: i suoi occhi scintillarono; il cuore le batteva con estrema violenza. Maurizio parea sempre concentrato nelle sue reminiscenze. Emma sembrava prendere viva premura al discorso del marito, ed aveva appoggiato il suo braccio al collo della diletta amica.

— Sì, me ne ricordo perfettamente; questi erano i nomi pronunziati da Paolo Dumourier; i nomi de’ due nemici del fanciullo Lennois. Uditemi, uditemi attentamente. Giustino Victor ammazzava un giorno per mera libidine di odio verso il Lennois, il costui cane, sola creatura che erasi mostrata con visceri umane verso quel misero fanciullo. Giustino Victor ammazzava quella cara bestia nel momento in cui Federico, ligato ad un albero, non potea sottrarlo a que’ barbari colpi. Il Lennois, siccome egli stesso confessò a Dumourier, vergava sulla tomba del suo cane un terribile giuramento di vendetta contro Giustino Victor.

Il volto di Lucia era divenuto ardente brace; il piacere di poter salvare l’amato consorte e smascherare l’iniqua trama del Lennois, le davano sussulti di gioia irrefrenabile.

— Basta, basta, esclamava ella, or tutto è chiaro; ben lo diceva il mio cuore no, non m’inganno: Federico Lennois è il reo: le sue parole, le sue occhiate, tutto conferma quello che ora voi avete palesato. E voi, Maurizio, voi siete sempre il mio salvatore, l’amico che la Provvidenza mi ha dato a conforto di tutte le mie sciagure. Io lo diceva alla sorella: Scriveremo a Maurizio Barkley, ed egli salverà Eduardo, salverà noi scoprirà il colpevole autore della lettera anonima diretta a mio marito. Sì, io lo diceva che voi Maurizio, giungete sempre in tempo nelle grandi sventure; non è vero, Marietta?

A questo nome la giovinetta balzò dal sito ove era, e, contentissima di essere interpellata e tolta alla noia di una conversazione che la teneva su gli spinai, volò presso la sorella maggiore, e si sedè al fianco di Emma.

— Verissimo, ella rispose incontanente e senza sapere di che si trattasse; che ci è sorella?

— Ci è, mia cara Marietta, che Eduardo è salvo.

— Salvo! gridò costei battendo le palme per un moto di gioia infantile. E i suoi begli occhi si riempirono tostamente di lagrime; e più non potè dir parola per la contentezza che l’affogava.

— Non ci abbandoniamo ancora alle nostre speranze, disse compostamente Maurizio; è un barlume che forse ci menerà allo scoprimento del vero; mi recherò a Auteuil; ho un’idea, ma niente è ancor certo, e Ducastel è oggi l’occhio dritto della nazione francese e del governo.

— Ferdinando Ducastel è un infame impostore, un assassino della gloria italiana, gridò una voce di donna che nissuno avea veduta starsi all’impiedi presso al sofà.

Non diremo la sorpresa da cui furon colti tutti gli astanti.

— Luigia Aldinelli, sclamò Maurizio, e corse incontro a lei: io vi aspettava qui, a Parigi; ma in quale stato!

In effetti: la misera giovine era sì bianca in volto e parea soffrir tanto, che Emma, Lucia e Marietta se le strinsero attorno, e circondaronla co’ segni della più sentita pietà.

Luigia Aldinelli era la donna che abbiam veduta restare immobile innanzi al quadro del Ducastel, e gittarsi quindi in una carrozza per trarre all’albergo _des Princes_.

Ella sapea che Maurizio Barkley era ivi.

IV.

IL CARNEVALE DI PARIGI

I tre mesi dell’Esposizione erano passati. Il dì 15 ottobre, le gallerie del Louvre chiudevansi con gran dispiacere del pubblico parigino, il quale parea non sazio ancora di ammirare ed estollere a cielo, con ogni maniera di ovazioni, il dipinto di Ferdinando Ducastel.

S’intende già che il Giurì avea decretato il premio di seimila franchi e la medaglia d’onore al quadro la _Preghiera_. È noto che il giurì si compone di membri nominati a squittinio segreto dagli artisti che espongono i loro lavori: a quelli aggiungesi dal governo un certo numero di persone appartenenti all’amministrazione delle Belle Arti e all’istituto. Il Giurì a tal modo composto decreta i premii a maggioranza di voti. Per essere eletto membro del Giurì, fa d’uopo non essere compreso nel novero de’ concorrenti; oltre a ciò, è necessario o l’aver ottenuto qualcuno de’ premii delle passate esposizioni, o il formar parte dell’Istituto.

Le altre secondarie ricompense di medaglie di prima, seconda e terza classe furono accordate, pel salone del 1829, al bel quadro del Barone Gérard, che rappresentava _la incoronazione del Re Carlo Decimo nella Cattedrale di Reims_; al dipinto di Adolfo P..., rappresentante _la morte di un monaco_; ad un _Combattimento navale_ del Vernet, e ad un gran numero di paesaggi e dipinture di animali, nel quale genere i Francesi si esercitano con preferenza.

Dietro un magnifico rapporto del direttore delle Belle Arti, il governo accordò a Ferdinando Ducastel la croce del merito come a colui che si aveva ottenuti gli onori del Salone del 1829.

Siccome suole intervenire allo sbucciare d’una inattesa celebrità; le biografie del Ducastel col suo ritratto piovevano ne’ giornali di Parigi. Tuttavolta queste biografie erano foggiate in gran parte dal capo de’ giornalisti i quali creavano su lui romanzi più o meno verosimiglianti. Leggevasi in quelle biografie come il Ducastel avesse arricchito co’ suoi lavori i più famosi templi d’Italia, come il suo nome si fosse già renduto celebre in mezzo a quei tanti valorosi di cui l’Italia va superba; come avesse venduto per istraordinarie somme altri suoi quadri, i quali, se non dello stesso altissimo merito della _Preghiera_, erano parimente preziosi gioielli di arte da estimarsi dagl’intenditori. Su i suoi natali o sulla sua fanciullezza, questi giornali serbavano un discreto silenzio; perocchè il Ducastel non gli avea ragguagliati su questo, per ragioni troppo facili ad esser comprese.

Il compratore intanto del quadro, lo scozzese sir Eduardo Horms, era tuttavia ritenuto sotto il processo dell’assassinio sulla persona di Giustino Victor. La villeggiatura autunnale avea mandato nelle campagne circostanti a Parigi i ministri della giustizia: si aspettava il mese di novembre per la riapertura delle Corti.

Ferdinando Ducastel, ebbro di gloria, più non pensava alla vittima della vendetta, e libava con sommo diletto tutti i piaceri che gli procurava il suo nome. Pertanto, un giorno egli ebbe a fremere allorchè videsi avanti Augusto d’Orbeil, cui a mala pena potè riconoscere, tanto questi parea sopraffatto dal dolore per la perdita del suo amico.