Federico Lennois

Part 19

Chapter 193,666 wordsPublic domain

Federico non vedea il figlio del Visconte che dal giorno in cui questi e Giustino erano venuti a fargli visita all’albergo Mirabeau. Non ostante l’assuefazione che egli aveva a dissimulare l’animo suo, Federico non avea potuto nascondere un movimento di spavento alla vista dell’amico di Victor; lo accolse però con alquanto freddezza, e cercava sempre di addentrarsi nei pensieri di lui ed iscoprire se avesse qualche sospetto sul vero autore della morte di Giustino. Ma Augusto se gli mostrò come prima confidente e affezionato: le lagrime gli scorreano in abbondanza dagli occhi udendo a parlare del diletto infelice suo amico. Egli disse al Lennois che tutta la famiglia era tornata a Parigi fin dal principio del mese d’ottobre; che Isalina sua sorella era gravemente inferma per effetto dell’orrendo colpo che aveva straziato il suo cuore; che il Visconte suo padre e la Viscontessa sembravano inconsolabili; e che la voce di un amico, come lui Ducastel, avrebbe potuto scemare l’intensità di quel dolore. Da ultimo, Augusto gli disse che era soprammodo compiaciuto della fama e degli onori che gli avea procacciati il quadro la _Preghiera_, e il pregava di accettare le sue vive congratulazioni. Federico, rassicurato su i suoi dubbi e sospetti, si abbandonò con più franchezza alle false proteste di amicizia, e promise che sarebbe al più presto andato a riverire la famiglia d’Orbeil.

Nissuna novità avvenne fino allo spirar di quell’anno 1829.

Giungeva intanto il tempo in cui Parigi, zeppa di forestieri e dei suoi più prelibati abitanti di ritorno dalla villeggiatura, sembra più che in ogni altra stagione dell’anno, compresa dal delirio del divertimento. Dal dì delle strenne a quello delle Ceneri è una continuazione di balli, di concerti, di mattinate musicali, di veglie; di mascherate, di feste pubbliche e private, di berlingamenti d’ogni maniera. Tutte le più serie faccende si differiscono a quaresima.

Gli uomini più gravi per età, per senno e per cariche si mettono nel carro dei piaceri e si lasciano strascinare con faciltà e con garbo; la contradanza invade il regno della politica e dei negozi. Insomma, in fatto di divertimenti, Parigi non si fa pregar due volte.

Carnevale aveva annunziata la sua ricomparsa. Le _petites maitresses_, le _grisettes_ e le _lorettes_ si accingevano a far valere il loro impero. L’Opéra, la Renaissance, Mabil, Renelagh, Musard, Grignon, Deffieux, Sévres, ed altri cento luoghi pubblici aprivano le loro sale alla matta allegria.

In questo tempo dell’anno Parigi non conta poveri; tutti hanno da spendere per divertirsi; il piacere mette a contribuzione volontaria il milione di abitanti di questa capitale. Nel carnevale, Parigi non si dà tanto pensiero di dettare le solite sue leggi a tutta Europa su le giubbe e sulle cuffie; essa ne lascia la cura ai direttori di giornali di mode, e non s’incarica neanche di far valere la sua supremazia... in materia di pasticci.

Lo sciampagna, di cui la Francia va superba e con ragione (perciocchè è una delle pochissime cose di cui può andar superba) inonda le mense dei ricchi e non isdegna di mostrarsi in su quelle de’ modesti borghesi. Carcerato a piccole frazioni, in milioni di bottiglie, esso rompe i suoi ferrei ceppi, manda ai palchi delle stanze i suoi turaccioli, e caccia fremendo la bianca sua spuma che vien raccolta con delizia dalle labbra delle galanti parigine.

I balli pubblici si aprono alla brillante gioventù francese, che vi accorre in isvariate fogge di travestimenti da maschere, a capo dei quali signoreggia quello prediletto di tutte le prostitute di Parigi, il _débardeur_[6].

Non sì tosto il clarinetto o il violoncello fanno udire le prime battute delle quadriglie carnovalesche al Vauxball e al Prado, il _débardeur_ si abbandona con frenesia alle tante mattezze che lo han renduto sì celebre. La passione della danza è personificata da questo tipo della maschera francese.

Tutti gli stabilimenti pubblici, dove si balla sotto l’ispezione di un sergente di città, sono ingombri da tutti quei che non passano i trent’anni. Due franchi non mancano a nessun parigino di venti anni. A Parigi, un uomo che ha venti anni e una buona salute trova sempre i mezzi di divertirsi; anzi la sua giocondità cresce a ragione inversa del suo denaro. Possedere venti anni a Parigi è lo stesso che possedere ventimila franchi di rendita: gli è vero che i primi, al contrario di ogni altra proprietà, perdono di valore accrescendosi; ma nel momento in cui si posseggono, la felicità non è men positiva e inebbriante di quella che deriva per alcuni dal possedimento di grandi ricchezze.

Nel carnevale, i teatri di Parigi sono assiepati di gente a segno che si vendono a carissimi prezzi i posti nelle quinte; sicchè veggonsi gli uomini della più alta sfera respirare la stessa aria che respirano le cantanti, i mimi, le ballerine e le _ratus_[7].

Sono più di centoquarantasette anni dacchè a Parigi si balla pubblicamente; e ogni anno si è accresciuto il numero dei ballanti e de’ luoghi dove si balla. Nell’anno 1830, a cui siam giunti colla nostra narrazione, Parigi contava all’incirca duecento sale da ballo dove si poteva essere ammesso, pagando.

Il giorno 2 febbraio 1716, per la prima volta il pubblico parigino fu invitato al ballo dell’_Opéra_. Da quel giorno in poi Parigi ha ballato ogni anno senza interruzione e ogni maniera di danza, da’ passi di grazia a quelli di forza, dalla campestre contradanza[8] allo sfrenato _cancan_.

La gran sala dell’_Opéra_ era affollatissima oltre l’usato nella sera della penultima domenica di carnevale di quell’anno 1830. Le fulgidissime lumiere gittavano torrenti di luce sulla folla che si agitava nel turbine del piacere.

Era questo il ballo della _buona società_ parigina: banchieri, agenti di cambio, ricchi proprietarii, leoni e leonesse, tigri, colombe e _sorci_[9] pullulavano in quella sala assordata dai melodiosi concerti dell’orchestra.

Non istaremo a descrivere la magnificenza, lo splendore ed il brio di questo ballo pubblico: quelli dei nostri lettori che non sono stati a Parigi in uno di questi incomparabili veglioni non se ne possono giammai formare un’immagine corrispondente alla realtà. Diremo soltanto che colui il quale venisse improvvisamente gittato nel mezzo di una di queste sale nell’ora più allegra e rumorosa, crederebbe certamente di essere il gioco di un sogno ingannatore; imperciocchè tutto ciò che l’umana fantasia può crearsi di più seducente è tradotto alla lettera e realizzato. I racconti delle fate, le maraviglie delle novelle orientali, i delirii di un voluttuoso, le immagini che si affacciano al cervello di un uomo assopito dall’_atchic_ turco, non potrebbero dare un’idea del gran ballo in maschera dell’_Opéra_ a Parigi.

I Francesi ballano con grazia, con disinvoltura; e questo è incontrastabile, ed in questo noi riconosciamo reverenti ed umili la loro superiorità. Ma il più gran poeta epico è italiano, Dante; il primo scultore e architetto in tutto il mondo è italiano, Michelangelo; il più gran ristauratore delle scienze naturali è italiano, Galileo; il più profondo politico de’ mezzi tempi è italiano, Macchiavelli; il primo che abbia rischiarato colla filosofia la storia, è italiano, Vico; quegli che scoprì un nuovo mondo è italiano, Colombo. Ma a qual paese appartiene chi insegnò pel primo all’Europa il vero modo di _valsare_?

In su la mezzanotte una gran folla verso l’uscio maggiore della sala attestava l’entrare di qualche personaggio ragguardevole. In fatti, l’uomo che da alcuni mesi era sulle labbra di tutt’i Parigini, il già celebre artista Ferdinando Ducastel, era stato incontanente riconosciuto sotto un ricchissimo travestimento orientale. Una schiera di amici e di curiosi lo aveano circondato; un susurro accompagnava i suoi passi attraverso la sala: egli era l’ammirazione degli uomini e il sospiro delle donne.

Ducastel non lasciò verun divertimento che gli offriva l’allegra serata. Circondato, corteggiato, festeggiato, ei nuotava nella felicità e se ne saziava con una specie di avidità, quasi per vendicarsi della nimica sorte che lo avea ricolmo di sventure nella sua prima giovinezza.

Tra le maschere che attorniavano il Ducastel notavasi un _dèbardeur_ di una insolenza incredibile: questi facea sempre tutti gli sforzi possibili e usava benanche di una certa violenza per istar sempre al fianco dell’artista: urtava, premea, tirava gli altri pel braccio; faceva insomma cose da matto per non perdere il suo posto allato al Ducastel: era tollerato, perchè sotto al suo mascherino si vedeva una bocca sì cara ed un mento così pallido e gentile, da non poter appartenere se non ad una leggiadra donnina: e due occhi, neri come le tenebre, lampeggiavano da’ due fori del mascherino.

Ferdinando Ducastel non poteva a lungo rimanere indifferente a questa straordinaria premura e ostinazione del _dèbardeur_ a starglisi allato. Allorchè, per l’ora avanzata della notte, si diradò alquanto il cerchio de’ suoi amici, e che gli riusci d’involarsi a’ curiosi che l’assediavano, prese per mano il _dèbardeur_ ed il menò in disparte. Quella mano era di una morbidezza e di una bianchezza rarissima.

— Vuoi tu dirmi, mia bella, a che debbo attribuire il piacere di averti sempre al mio fianco? chiese Federico al suo grazioso persecutore.

— Non è la prima volta ch’io sono al tuo fianco, rispose questi con voce simulata e in purissimo idioma e accento italiano.

Federico fece un atto di sorpresa, e cercò di riconoscere le sembianze dell’incognita sotto il mascherino.

— Tu non sei francese? dimandò con turbamento e in buon toscano.

— No, io sono italiano, rispose il _dèbardeur_.

— Tu vorresti darmi a credere di essere un uomo, come se la leggiadria della tua persona non ti tradisse. E dimmi, dove mi hai conosciuto per la prima volta?

— Laggiù, in Italia, disse la maschera.

Federico affissava gli occhi con estrema curiosità su quella parte del volto del _dèbardeur_, la quale era discoperta; ma quella porzione del viso non gli ricordava nessuna antica fisonomia.

— Quanti anni ha che mi conosci?

— Sono circa tre anni.

Questo breve dialogo fu interrotto dalla folla che venia su a gran flutti. Gli amici di Ducastel lo aveano ritrovato, e questa volta a forza lo strascinavan seco loro. Egli ebbe appena il tempo di dire al _dèbardeur_,

— Alle cinque in punto da Very; verrai?

— Immancabilmente.

E si perdettero entrambi in mezzo alle maschere.

Alle cinque, in fatti, il _dèbardeur_ si fece trovare alla porta d’ingresso del rinomato trattore Very.

Federico era solo: ei si cacciò il braccio della misteriosa maschera sotto al suo, e chiese a uno de’ garzoni del luogo:

— _Un cabinet particulier._

Entrambi furono introdotti in uno di quegli stanzini, dove tanti oltraggi riceve il pudore, e dove un garzone non può entrare senza esser chiamato dalla discreta corda del rispettivo campanello.

Una tavola con due posate era imbandita.

Il _dèbardeur_ era stanco a morte, ma non avea appetito.

Federico mangiò per due.

Il mascherino era sempre sulla faccia del misterioso compagno di cena. A dispetto delle istanze e delle preghiere del Lennois, quegli non avea voluto smascherarsi. Poche parole si erano scambiate tra loro durante la cena.

Federico si versava frequentemente da bere lo sciampagna e il Reno, e offrivane alla sua bella italiana, la quale sfiorava col labbro i bicchieri.

In sul finir del banchetto, Federico avvinacciato si alzò.

— Or voglio assolutamente conoscere chi tu sei, egli disse, e contemplare tutto il tuo leggiadro visino. È inutile ogni tua resistenza, o bella italiana; giù la maschera!

E la sua mano si portava verso il volto del _débardeur_ per istrappargli il mascherino; ma questi si alzò, afferrò il braccio del Lennois, e pacatamente gli disse:

— Un momento, signore, un sol momento, e il vostro desiderio sarà appagato.

— E che si ha da attendere, vezzosa pallidetta? dicea barcollante il Lennois cercando di svincolarsi per chiudere nelle sue braccia la bella incognita e strapparle il mascherino.

— Ditemi prima: non avevate, voi in Italia nessun amico?

— Che cosa vuoi ch’io mi ricordi ora, rispondeva l’ebbro Lennois. A quest’ora, con tanto sciampagna in testa, e col riverbero dei tuoi occhi che m’incendiano il cuore?

— Non vi ricordate di nessun amico a cui foste ligato per parecchi mesi?

— Al diavolo tu e gli amici! Faresti meglio a dirmi qualche parola di amore, o il più amabile dei _débardeurs_! E ti ostini sempre a non farmi vedere il tuo volto d’angelo, su cui ardo di stampare i miei baci?

— Or ora farò il tuo volere.... Versami da bere; versami del _rosso_, che voglio fare un brindisi alla tua salute e alla tua gloria, illustre artista!

— Ben pensato; sì, fammi un brindisi... e poi...

Con mano vacillante per l’ebbrezza versò del _bordeaux_ nel bicchiere del _débardeur_, e versò da bere anche per sè.

L’incognito alzò il bicchiero, con ferma voce intuonò questo brindisi già noto a’ nostri lettori:

Per passar lungamente e felici Questo sogno che vita si appella, Sempre a mensa restiam cogli amici, Esultiam tra l’amore e il bicchier. Viva il vino e Clorinda la bella; Da noi lungi ogni tristo pensier!

È impossibile a rendere l’espressione del volto di Federico a seconda che colui pronunziava questi versi. La ebbrezza sembrò sparire in un momento: ei diventò pallido come un morto.

— Come sai tu questi versi? Dove gli hai uditi? chiedeagli con voce soffocata.

— Dalla Valdelli, a Pisa! ti ricordi? rispondeva impassibile la maschera.

— Dalla Valdelli; a Pisa! ripeteva Federico, tu dunque mi conoscesti in casa della Valdelli? Ah? indovino, tu sei sua sorella, la cara Giannina!

E la sua mano si levava di bel nuovo alla maschera del _dèbardeur_; ma questi afferrò di bel nuovo e con forza quel braccio.

— No, io non sono sua sorella, come tu non sei l’autore del quadro la _Preghiera_.

A simili parole il viso di Federico diventò come quello di un demente.

— Donna, uomo o demonio, chi sei tu? Parla, o ch’io...

L’incognito si tolse il mascherino e disse:

— Riconoscimi infame; io sono... Ugo Ferraretti!

Federico mise un grido straziante, e cadde sulla sedia come colpito dalla folgore.

Intanto il _dèbardeur_ canticchiava lentamente:

Viva il _rosso_ e Clorinda la bella; Vada a monte ogni tristo pensier!

V.

LUIGIA ALDINELLI

Il _débardeur_ altri non era che Luigia Aldinelli.

Pria che spieghiamo un tal mistero a’ nostri lettori, sentiamo il dovere di rischiarare alcuni particolari della vita di questa giovinetta, la quale occupa di presente un posto così importante nella nostra narrazione.

Luigia Aldinelli, siccome è noto a’ nostri lettori, era figlia naturale del Baronetto Edmondo Brighton. Non è nostro intendimento il tesser la storia di quest’altra seduzione, dappoichè abbiam già raccontato altri traviamenti di questo genere, e ne abbiam vedute le molte funeste conseguenze. È mestieri tuttavolta, per la chiarezza del nostro racconto, far conoscere in che modo la sventura travagliò fin da’ primi anni la vita di Luigia, e come su lei sembrava che il cielo avesse voluto far cadere la espiazione della colpa de’ suoi genitori. E questo non è mica raro nel mezzo degli uomini; e non pochi fatti della storia umana ne confermano in questa verità, che spesso hanno i figliuoli a patire le pene meritate da’ falli dei padri.

L’origine della famiglia Aldinelli rimonta agli sventurati tempi delle civili discordie dei Guelfi e Ghibellini. Nota è la storia di Antonio Bandinelli in Firenze, barbaro guelfo, il quale perseguitava con odio inflessibile il nominato Lanucci non pur per ispirito di parte politica, ma per altre particolari ragioni, cui per brevità tralasciamo di menzionare. Costretto a difendere la propria vita contro un impensato assalto del Bandinelli, il Lanucci era rifuggiato a Pisa, dopo aver lasciato immerso nel proprio sangue il suo avversario. Ma il guelfo non era morto; e un giorno il Lanucci si vide fulminato da una sentenza di bando e di confisca di tutti i suoi beni. Non potendo più rientrare nella sua patria, Firenze, il Lanucci continuò a starsene a Pisa, presso un suo affezionato amico per nome Belfiore, il quale aveagli offerto la propria casa ad asilo di sicurezza. Una breve sala divideva le camere da letto dei due amici. Una notte un fioco gemito partì dalla stanza ove dormiva il Belfiore. Il Lanucci accorre, ed oh spettacolo d’orrore! un pugnale era conficcato nel seno dello sventurato: pochi istanti ei visse e non ebbe nè il tempo nè la forza di rivelare il suo assassino. Il Lanucci, compreso da pietà e da dolore senza fine, cadde sulle spoglie esanimi del diletto amico, e quivi rimase lungo tempo privo di sensi. Trovato sul cadavere dell’estinto, egli ne vien creduto l’assassino, e menato in carcere, non ostante le più alte proteste d’innocenza. Un processo s’istituisce contro di lui; la sua disperazione vien creduta un’astuzia per farsi credere innocente; tutto ciò ch’ei dice non distrugge le prove del supposto delitto. Una condanna di morte è pronunziata sul suo capo. Rassegnato a’ voleri del cielo, lo sventurato Lanucci si prepara all’estremo supplizio. Suona l’ora di morte: egli avanza con maestà verso il palco di esecuzione; la scure è per troncar la sua vita, quando un alto mormorio e grida di letizia fermano il colpo fatale. Un corriere è giunto da Firenze a briglia sciolta: l’assassino di Belfiore è stato scoperto: egli era uno scellerato emissario del Baldinelli il quale, essendosi, di soppiatto e col favor delle tenebre, introdotto nella dimora della sua vittima, avea scambiato le stanze, e, cacciatosi in quella in cui dormiva il Belfiore, aveva immerso un pugnale nel petto di costui, credendo immergerlo in quello del Lanucci. Lo stesso Bandinelli avea confessato il delitto e dichiarata l’innocenza dei suo avversario.

Da quel tempo in poi esecrato fu in tutta la toscana il nome de’ Bandinelli, i quali, per quest’odio che un tal nome attirava loro addosso, si videro costretti alla più deplorabile miseria; ed uno di essi, per isfuggire alla sorte comune, ritiratosi in un villaggio sulle sponde dell’Arno, aveva cambiato il suo nome in quello di Aldinelli, togliendo e sostituendo alcune lettere.

E questa fu l’origine della novella famiglia toscana, ultimo rampollo della quale era Luigia. Sua madre fu vittima del più sleale tradimento fattole dal milionario Conte di Sierra Blonda. Una funesta casualità avea fatto incontrare Stefania Aldinelli col ricco Inglese. Bella sovra modo, ella gli avea ispirato una di quelle passioni le quali ne’ cuori depravati fruttano le più nefande opere. Ahi! perchè la virtù deve esser tante volte posta al cimento dalla luce dell’oro! perchè questo metallo ha tanta possanza di rendere ribelli ad ogni legge ad ogni dovere i cuori meglio formati! Il Conte avea giurato di sposar Stefania; ma un tal giuramento non servì che a compiere la seduzione obbrobriosa sulla sventurata e onesta donzella.

Poco tempo dopo del segreto nascimento di Luigia, Stefania maritossi con un Ridolfi di Firenze, e die’ alla luce un altro figlio, il quale ebbesi nome Carlo. Il marito di Stefania morì alcuni anni dopo la nascita di questo fanciullo. La madre amava di pari amore entrambi i suoi figlioli; ma non così il fratello amava la Luigia, cui egli opprimea co’ più rozzi mali trattamenti. Non ostante la viva tenerezza materna, che le facea scudo, Luigia vivea la più sventurata fanciulla del mondo, in conseguenza di quest’odio fraterno che pesava su lei, e che ogni dì vieppiù si accresceva, a seconda che la ragione e le passioni di Carlo si sviluppavano.

Venne a porre il colmo alla sventura di Luigia la morte di sua madre Stefania. Strazianti di tenerezza furono gli addio di queste due donne che tanto si amavano: Addolorava le ultime ore di quella vita di madre il pensiero che la diletta figliuola sarebbe rimasta quindi innanzi sotto il potere dello snaturato fratello, il quale dameno di una schiava trattavala. Il perfido Ridolfi promise alla moribonda genitrice di avere per la sorella sensi più umani: ma il suo cuore smentiva ciò che il suo labbro pronunziava, e l’avvenire giustificò le giuste materne apprensioni. Innanzi di spirare, l’amantissima madre donava alla figlia un prezioso anello, antica ed unica eredità della famiglia Bandinelli, trasmessa da padre in figlio; e le soggiunse di non mai dipartirsi da quell’anello, il quale rappresentava in terra il legame che dovea ricongiungerle in cielo. Luigia il baciò mille volte e sel pose al dito per non più separarsene. I nostri lettori han già veduto questo anello al dito della figura inginocchiata dipinta nel quadro del Ferraretti.

Luigia restò sola col fratello, il quale possedeva alla Cascina, poco discosto da Pisa, alcuni poderi lasciatigli dal padre. Non avendo alcun negozio che l’obbligasse a rimanersene a Pisa, egli volle ritirarsi alla Cascina, e seco menò la disgraziata Luigia, alla quale ingiunse di lavorare per procacciarsi il pane; che egli intendeva darle solamente il tetto sotto cui dormiva; ma che, in quanto alle altre necessità della vita, ella dovea provvedersene colle proprie fatiche.

La fanciulla si pose al duro stato cui dannavala il cielo. Umile, dolce, rassegnata, ella non proferì giammai una parola di sdegno contro il suo tiranno, e accettò con cristiana virtù la croce che le veniva imposta. A Pisa, per natural talento, e quando ancor vivea la madre, ella solea prendere sommo diletto a formare immaginette di cera, le quali spesso riuscivano sì gentili e perfette, che sua madre ne iva superba; e le amiche e le vicine pregavanla sovente di regalar loro qualcuna di queste fatture della Luigia; al che costei, dolce e amorevole quanto fosse mai fanciulla al mondo, prestavasi con buonissima voglia, e porgeva a dritta e a manca tutto ciò che le venia richiesto.

E via via lavorando sempre per diletto, ella giunse a tal perfezione di artista, che molte cospicue donne pisane la fecero pregare di voler far loro il piacere di ornare i loro salotti con qualcuna delle sue belle immaginette; e queste commissioni non finiron per qualche tempo, e con esse di bei regalucci che rendevano la sua sorte alquanto meno trista.

Or di questa sua virtù l’onesta fanciulla si valse per lucrarsi il pane che il sordido fratello le dinegava. Ella lavorava alla Cascina le sue immaginette di cera, le quali eran poscia vendute a Pisa, a Livorno, a Firenze, ed in altre città della Toscana. Nè del prodotto delle sue fatiche ella era padrona; imperciocchè suo fratello mettea le mani sul denaro che le proveniva, sotto il pretesto che egli spendea di bei quattrini per alimentarla e vestirla. Con tutto questo, non cessavano i disumani trattamenti verso di lei: anzi, quando più ella mostravasi buona, ubbidiente, rassegnata, tanto più il Ridolfi la caricava di asprezze tali, che peggiori non ne avrebbe sofferte una schiava in una delle piantagioni dell’America meridionale.