Part 20
Luigia era venuta a quella età, in cui la donna non ha d’uopo soltanto di esser nutrita e ricoperta di panni; bensì sente un bisogno nel cuore, il quale, ove rimanga non soddisfatto, sparge un velo di malinconia sull’anima, intristisce la vita e rendela quasi importabile; massimamente quando nella prima età le dolcezze d’un affetto materno sono state all’improvviso tronche dalla mano di morte. Luigia videsi abbandonata nella più tetra solitudine del cuore; e però a Dio si volse quell’anima candida, e, spesse volte, nelle sue notti lagrimose, sognò la ineffabile quiete del chiostro. Ed un bel dì ebbe il coraggio di aprire l’animo suo al fratello, e rivelargli la tendenza ch’ella sentivasi per la vita monastica. Si crederà impossibile che a questa semplice manifestazione di un sì pio desiderio, il ribaldo avesse risposto portando la scellerata sua mano sulla guancia della misera, e soggiungendole che, se una altra volta simigliante idea le fosse venuta nel capo, ed ella avesse ardito palesarla, egli avrebbela sottoposta a così severo castigo da farnela pentire per sempre e da cacciarle dal capo la voglia di prendere il velo. Si capisce che non era mica avversione al chiostro che spingeva il Ridolfi a mostrare tanta asprezza alla sorella, ma sì bene l’interesse e la brama di non perdere il considerabile profitto che traeva dalle fatiche di lei. La Luigia intanto, comechè sofferente e misera, cresceva sì bella che il suo viso rassembrava a quello di una madonnetta, e di quelle che han renduto sì celebre il pennello del Leonardo da Vinci. Le sue sembianze pallide e fine, i suoi occhi neri a forma di mandorle, la folta massa dei suoi capelli di ebano le davano tanta poesia; che al vederla si sarebbe detto esser nata quella donna per ispirare le più grandi passioni.
Un avvenimento sopraggiunse, il quale, invece di rendere meno trista e dura la sorte di Luigia, non fece che accrescerne i triboli e la schiavitù. Questo avvenimento fu la venuta di Maurizio Barkley a Pisa, apportatore del tardo frutto del pentimento del Baronetto Brighton. Il Barkley ignorava in quali mani stesse la sventurata figliuola di Stefania Aldinelli; epperò si rivolse primamente al Ridolfi per aver contezza di lei. S’immagini ognuno il contento che dovè provare quell’ingordo al sentire che indi innanzi l’Aldinelli non era più povera, e nel vedersi tra mani una polizza di duemila scudi. Essendo Luigia minore di età, il Ridolfi amministrar doveva ciò che le apparteneva: egli adunque firmò le ricevute e incassò il denaro. Maurizio vide l’Aldinelli; e il costei dolcissimo aspetto il commosse; chiese al fratello minuta relazione della vita di lei; e questi improvvisò un tenor di vita come giammai non fu goduto da donna nel mondo. Ciò non di meno, l’aria di mestizia che copriva le sembianze della fanciulla smentiva le bugiarde parole del Ridolfi, e Maurizio non istette lungo tempo ad accorgersi che l’Aldinelli soffocava nella più umile rassegnazione i più crudeli trattamenti.
Ed ora più che mai la tapinella non potea neanche sognare la vita del chiostro: imperocchè sapeva che il fratello aveva ora più che mai interesse a ritenerla presso di sè, a cagione della nuova fortuna che le era sopraggiunta, e di cui ella non godea che poco o niente.
Carlo Ridolfi non tanto temea le tendenze di lei a chiudersi in un convento, quanto un matrimonio che avrebbela per sempre tolta alla sua tutela, ed avrebbe fatto passare ad altri i begli scudi che una incognita e misteriosa mano non mancava di mandarle ogni mese. Laonde non è a dire con qual severità egli guardassela, e come le proibisse di cacciare il piede fuori delle mura della casa, per tema che la bellezza di lei non avesse attirata l’attenzione di qualcuno e lo avesse indotto a sposarla.
Un marito, come vogliasi brutale e geloso, non avrebbe usate maggiori violenze e crudeltà sulla persona della moglie, di quelle che usava il Ridolfi in sulla infelice sua sorella uterina. Ogni dì era lo scoppio d’un insano furore, che veniva cagionato da’ sospetti di lui; e ogni dì crescevano le contumelie, le sofferenze, i rigori a tal termine che la vita della meschina ivasi rendendo insoffribile; quando, a sopraccarico di sventure, un giorno il fratello le dichiarò di averle trovato un marito, e che si fosse apprestata ad accogliere le _dolci_ catene del matrimonio. Questo marito che il Ridolfi le proponeva altri non era che un suo compagno di dissolutezze, ruinato da debiti, e con cui il Ridolfi, volendo assicurar per sempre i suoi vantaggi sull’assegnamento della sorella, avea patteggiato di dividerne gli scudi mensuali. Luigia si armò del più gran coraggio, e solennemente significò che sarebbe morta piuttosto anzi di accondiscendere a così fatta unione. Ingiurie, violenze, battiture furono la natural conseguenza di questo suo ardimento, per cui maggiormente si ribadirono le catene della sua schiavitù.
Oh! la trista condizione, a cui la società pone la donna! Il servaggio è tutto ciò che le si concede sotto sembiante di protezione! Le leggi, fatte dagli uomini, non hanno occhi per le domestiche tirannie; e la donna, questo essere così caro, capace di tanto amore e di tanti nobili e ignoti sacrifici, non è spesse volte che la più misera delle creature, senza ricevere neanche il premio di un compianto.
I tesori di sensibilità che erano sepolti nel cuor di Luigia erano serbati a spendersi in un amore nobilissimo e puro. Spesso Iddio riunisce sulla terra la sventura e il genio, e Luigia rappresentava la prima, come Ugo Ferraretti il secondo.
Alcun tempo dopo la morte della madre del Ferraretti, Ugo si piaceva a vagare nelle più solitarie campagne, ove il traeva natural vaghezza di malinconici pensieri, e quel rincrescimento di ogni umano consorzio, il quale suol tener dietro alle grandi pene del cuore. E gli intervenne però che, avendo un bel dì protratta la sua passeggiata insino a poche miglia da Pisa, trovossi in quella parte della campagna che si domanda la Cascina. Vinto dalla stanchezza, egli si era seduto sovra una specie di collina rivestita della più fresca vegetazione, quando, volgendo a caso gli occhi attorno a sè, ebbe veduta non molto lungi, in sul terrazzo di una sottoposta casina, una fanciulla, la cui pallidezza, congiunta a beltà singolare, fecegli battere il cuore a tal modo, che mai per lo addietro non avea provato. Ed allorchè l’Aldinelli, chè era dessa per lo appunto la fanciulla, ebbe levati gli occhi, quasi chiamata da misteriosa voce, Ugo Ferraretti restò compreso di sommo piacere e maraviglia dall’angelica espressione di quello sguardo, il quale era tutta una storia di virtù e di pianto. La sventura riunisce presto i cuori e forma quelle prepotenti passioni, cui niuna forza basta a distruggere.
Da quel dì Luigia ed Ugo si amarono, e segretamente sel confessarono: le loro notti furono visitate da immagini di paradiso; i loro giorni non furono contati che dalle ore in cui si vedeano. Luigia sapeva, con quell’astuzia che dà l’amore, ingannare la vigilanza del suo tiranno: pertanto alcune volte ella era costretta a nascondersi agli occhi del suo diletto, ovvero a mostrarglisi a traverso il breve spiraglio d’una maniera di carcere, sottoposto al rialto su cui veniva il Ferraretti a passar le lunghe ore, le quali eran per lui rapidissimi istanti. Ben si comprende che un tale amore, nutrito soltanto dalla simpatia di quelle anime, dovea restare nelle più fitte tenebre; ed ecco perchè la Luigia aveva richiesto al suo innamorato di non palesare ad anima viva la loro corrispondenza, per tema che la voce non fosse arrivata agli orecchi del Ridolfi, e avesse costui distrutto per loro ogni speranza di più rivedersi.
Ugo, come altrove dicemmo, non avea detto giammai parola a Luigia del quadro cui lavorava, e che era il più schietto ritratto delle adorate sembianze di lei. E mai nol mostrò a nissuno, temendo che il segreto del loro amore venisse discoperto, a grande offesa della pace dell’Aldinelli.
Vittima del disegno infernale di Federico Lennois, il Ferraretti, immerso con lui in ogni maniera di svagamenti e di piaceri, aveva, se non dimenticata, abbandonata la sua Luigia, la quale quanto di ciò dovesse soffrire, ben può immaginarsi. Supponendo da prima che il giovine artista fosse travagliato da qualche malattia, aspettava con impazienza angosciosa alcuna novella di lui; ma non tardò ad assicurarsi che, ben lungi dall’esser confinato a letto, egli scorrazzava per la città, in cerca di biscazze, di osterie e di altri simiglianti luoghi di dissipazioni: seppe altresì che a compagno di divertimenti egli aveva un tal Ferdinando Ducastel, anche pittore e francese.
Luigia Aldinelli avea subornata una di lui fantesca, la quale in ogni due giorni rendevale conto di quanto operava il Ferraretti; ed una sera, ella veniva informata che, vestiti da maschere, i due compagni traevano alla festa della Valdelli, la cui pessima riputazione fece raccapricciare il cuore dell’onesta donzella. Il dolore e la disperazione le dettarono un proposito ardito, e di cui non son capaci che le donne le quali amano profondamente. Verso le quattr’ore della notte, ella avea fatto sembiante di dormire per illudere la vigilanza del suo Argo, si gitta dal letto, si veste in fretta, e al buio perfetto esce dalla sua casa, corre attraverso i campi, giunge a Pisa un po’ prima della mezza notte, si provvede dell’abito di un dominò, e si caccia in mezzo alla folla che ingombrava le sale della Valdelli. Il suo cuore fu lacerato dalla gelosia veggendo il suo amante non dipartirsi un momento dal fianco di quella donna. Un quarto d’ora di valzer ballò il Ferraretti con la bella cantante, e quell’ora fu un ora d’inferno per la misera Luigia. Ella vide poscia entrar la coppia nel salotto dov’era imbandita la cena; e, gittatasi sovra un sofà il quale aderiva con la spalliera ad un coltrinaggio del salotto, udiva ogni cosa e vedeva tutto ciò che ivi accadeva. Ella fu testimone della orribile crisi sopravvenuta al suo amante, e i nostri lettori ricorderanno il grido straziante che fu messo da lei nel momento che il Ferraretti soccombeva all’eccesso dell’eccitamento del valzer.
È noto il rimanente di quello che operò l’Aldinelli alla morte del suo amante. La maschera di cera che ella traeva dal volto del cadavere, a ricordo del più sventurato amore, dovea servirle a strumento di vendetta contro il perfido Lennois. I nostri lettori avranno compreso che sotto il mascherino del _débardeur_ era la maschera di Ugo Ferraretti, da cui era interamente coperto il volto dell’Aldinelli.
Or più non ci rimane a dire tranne che, minacciata di morte dal perfido Ridolfi, e stanca di mali trattamenti e di violenze, ella si era sottratta dalla casa del fratello, ed era venuta a Parigi, ove sperava trovare in Maurizio Barkley consiglio e protezione.
Diremo ciò che ella fece a Parigi, e la ragione per cui, veduto il quadro all’Esposizione del Louvre, e riconosciute le sue sembianze nella creduta opera del Ducastel, ella non avesse indugiato a far palese la nera falsità di cui si era renduto colpevole l’artista francese.
VI.
SMASCHERAMENTO
Abbiamo detto che dopo la morte di Ugo Ferraretti, Luigia si era sottratta alla tirannide del fratello. Ella era fuggita nel colmo della notte, provveduta di una piccola somma che per ispecial favore il Ridolfi le avea conceduta sulla parte dell’eredità del Baronetto: ella erasene andata dapprima a Pisa in casa di una tenerissima amica di sua madre, la quale approvò la condotta di lei; chè troppo conte le erano le crudeltà del sordido fratello, e le promise di serbare il più gran segreto sulla permanenza di lei in sua casa.
E qualche tempo Luigia rimase in sicurtà appo questa amica, lamentando un dolore, cui lo stesso tempo non potea mitigare. Ella passava gran parte della giornata a lavorare; ma di notte non dormiva, chè dava sfogo all’affanno che le pesava sul cuore; e bagnava i suoi guanciali con disperate lagrime, e abbracciava nei trasporti del suo delirio l’immagine del suo estinto Ferraretti. Qualche volta, ella si metteva a sedere nel mezzo del letto, tenendo tra le mani la maschera del suo diletto, sulla quale venivano a cadere i morti raggi della notturna lampada.
Questo ella non facea di giorno, perciocchè avea promesso all’amica di non abbandonarsi alle crudeli angosce di rimembranze sterili e funeste. Tuttavia, quando si alzava il mattino, le profonde occhiaie scavate sulle gote e l’estremo pallore del volto rivelavano abbastanza in che modo avesse passata la notte; di che la tenera amica rimproveravala con uno di quegli sguardi più eloquenti di qualunque discorso.
Luigia amava Ugo Ferraretti con quell’amore che tanto più è vivo ed intenso, quanto meno nutrito da speranze. La morte del giovine artista lungi dallo spegnere questa fiamma, l’avea alimentata col fuoco della disperazione. Un solo era ormai il desiderio di questa misera giovinetta: ricongiungersi, morendo, al suo caro. Qualunque ragionamento che le si faceva per indurla a dismettere la tristezza che l’opprimea, le riusciva molesto e fastidioso; dappoichè ella sentiva che non era nelle sue facoltà lo strapparsi dal cuore una passione in cui avea riposta la sua vita; nè potea persuadersi a dimenticare l’estinto Ferraretti, però che ella dicea lui non esser morto, ma sibbene partito per una regione, a cui tra poco ella stessa andarne dovea: dicea di amare, non il corpo, ma l’anima di Ugo, la quale, sendo immortale, non era soggetta ad estinguersi e consumarsi; sapeva insomma trovare di tali argomenti ed arzigogoli da pascersi di lugubri fantasime sino a caderne inferma, e sino alla minaccia di follia.
Non passarono molti mesi dalla sua dimora in Pisa, che discoperto venne da Carlo Ridolfi il suo asilo: questa novella arrecò dolore grandissimo all’amica di Luigia, la quale comprendeva ormai la necessità di doversi dividere dalla cara e sventurata giovinetta, che a tal modo sarebbe rimasta abbandonata in balìa del suo dolore, ovvero restituita novellamente in potere del dispotico fratello.
Una mattina, due ceffi di uomini, nell’un de’ quali riconobbesi Carlo Ridolfi, e nell’altro colui che doveva impalmar la Luigia, si presentarono a casa della costei amica, chiedendo con maniere rozze e bestiali, lor venisse renduta quelle donna, a cui dettero epiteti infamanti e osceni. Soggiunsero che se di buona voglia la non si fosse renduta loro, avrebbero, per via della autorità e delle leggi, costretta la consegna di lei. La amica di Luigia, con coraggio superiore al suo sesso, rispose che non avrebbe giammai acconsentito a consegnar nelle loro mani l’onesta fanciulla, figliuola della più diletta amica ch’ella s’avesse, e che, se le leggi e l’autorità glielo avessero comandato, avrebbela tosto restituita a chi di dritto; facendo pertanto conoscere a tutti le sevizie, le estorsioni e i mali trattamenti di ogni maniera, ond’egli, il Ridolfi, opprimeva la sventurata donzella. Non sappiamo se furon queste ultime o altre le ragioni che indussero que’ due ceffi a desistere per un momento da ogni violenza; certo si è che, bufonchiando tra i denti vituperevoli parole e forse alcune bestemmie, si partiano di malissima voglia, e in sembiante di chi mediti estremi propositi.
La Luigia intanto, la quale tutta tremante e spaurata avea udito, a traverso di un muro soprammattone, il colloquio della sua amica con que’ due ribaldi, e che si era veduta libera, almen pel momento, dalla violenza di coloro, pregò subitamente la dolcissima amica di volerle permettere che si allontanasse da quella casa, in cui non potea rimanersi in sicurtà. Alla qual persuasione, comecchè a contraggenio, dovette affarsi la buona donna, e, dandole ogni ragione di consigli, di raccomandazioni e di aiuti, si separò da lei, sul cui capo genuflessa implorò la benedizione di Dio.
Luigia Aldinelli trasse a Livorno, dove era stata raccomandata, in qualità di esimia lavoratrice d’immaginette, ad un vecchio ed onesto scarpellino di questa città. Da due oggetti l’Aldinelli non si era mai divisa, dall’anello di sua madre e dalla maschera di Ugo Ferraretti, la quale era per lei tutto ciò che può attaccare una donna alla vita, perocchè su quella parlante immagine affisava la miserella per lunghe ore gli sguardi, e vi beveva un dolcissimo tossico, e vi si confortava con le più ardenti speranze di essergli congiunta nel cielo. Ma parea che un fato incomprensibile si piacesse a perseguitar questa misera; giacchè una lettera della sua amica da Pisa avvertivala che suo fratello, nella massima rabbia di vendetta, accingevasi a venire a Livorno per istrapparla alla quiete; se non alla felicità della presente sua dimora. La Luigia era stanca di tali persecuzioni; e, volendo porsi a salvamento da ogni ulteriore violenza, pensò di scrivere al solo amico che ella si avesse nel mondo, Maurizio Barkley. Aspettando la costui risposta dall’Inghilterra, si era intanto ritirata in un sobborgo di Livorno, rimoto e solitario, ove menava miserissima vita, o dove con ansia aspettava che l’operaio scultore livornese, a cui era stata raccomandata, le avesse fatto ricapitare la sospirata lettera del Barkley. La quale non tardò ad arrivarle; perciocchè Maurizio giammai non mettea tempo in mezzo nel venire a soccorso de’ sofferenti e de’ miseri. In quella risposta, ripiena delle più calde dimostrazioni di amicizia, Maurizio le facea sapere che, per un funesto avvenimento accaduto al fratello di lei, Sir Eduardo Horms, egli dovea recarsi immantinente a Parigi; epperò le ingiungeva di non frapporre alcun indugio ad imbarcarsi sul primo vapore diretto a Marsiglia, e trarre a dirittura alla capitale della Francia; dove egli si sarebbe trovato immancabilmente all’Albergo _des Princes_, strada _Richelieu_. Il generoso e nobile Maurizio avea messo nella sua lettera una cambiale a vista sovra un banchiere di Livorno, per la somma di mille franchi. Le lagrime della riconoscenza irrigarono le pallide gote di Luigia; ed ella volse al cielo i suoi begli occhi in atto del più fervido ringraziamento. — E si partia tosto da Livorno, dopo avere scritto una tenerissima lettera di addio alla sua amica di Pisa, e dopo aver ringraziato lo scultore di Livorno per le cure ed assistenza prestatele durante la sua permanenza in questa città.
Luigia Aldinelli giungeva in Parigi verso il mezzo del mese di settembre dell’anno 1829, vale a dire, due mesi all’incirca dacchè le gallerie del Louvre si erano aperte all’esposizione di quell’anno.
Smontata appena dalla diligenza, ella si era fatta condurre all’albergo _des Princes_ per chiedere di Maurizio Barkley, ma le venne detto che questi era uscito fin dalla prima ora del mattino, e non si sapea a che ora fosse di ritorno. Luigia, straniera ed ignorante di tutto e di tutti in quella vasta capitale, non sapendo che cosa farsi di quelle lunghe ore che la dividevano dal momento in cui avrebbe riveduto l’amico Barkley, si era fatta condurre in carrozza a passeggiare pei _Boulevards_. Arrivata presso le Tuilleries, vide una gran folla che pareva trarre verso un luogo, quasi mossa dalla curiosità di qualche spettacolo; però ne chiese, come meglio potè al cocchiere, il quale disse che quella folla traeva ai corridori del Louvre aperti alla pubblica mostra di Belle Arti.
Per cercare una distrazione ed una occupazione Luigia si condusse appresso agli altri in quelle sale, e vide che tutti sembravano convergere verso un sol punto, dove forse era esposto il quadro del più gran merito. Ben s’intende che la curiosità, spinse l’Aldinelli ad immischiarsi in quella folla, e trarre assiem con gli altri nella gallerie in cui era esposto il quadro la _Preghiera_.
Non tenteremo di dipingere l’immensa sorpresa da cui fu colta la giovinetta nel portare i suoi sguardi su quella tela nella quale parea palpitare l’anima ed il genio del Ferraretti. Ella non prestava credito agli occhi suoi, tenendo come illusione della fantasia quel dipinto; le sue proprie sembianze eran quelle ivi ritratte; quello il suo vestimento; l’anima sua quella che si vedea negli occhi rivolti al cielo; quello in fine l’anello che splendea al dito dell’inginocchiata: non ci eran dubbi! Quel ritratto era il suo, e l’autore di quel ritratto altri non poteva essere che Ugo Ferraretti, il suo amante. Però ella gittò incontanente gli occhi sul nome posto a piè del quadro; e la sua meraviglia ed il suo dolore furon smisurati nel leggere un nome francese a vece del vero italiano. Quel nome erale noto: esso era quello dell’amico dell’estinto Ferraretti, di colui che gli aveva forse accelerata la morte coll’immergerlo nelle più pericolose orgie. Il lampo della verità balenò alla mente di lei quando le ricorse al pensiero averle il suo amante parecchie volte accennato vagamente che ei stava sopra un lavoro di qualche lena; e questo era certamente il quadro che ora colpiva gli occhi suoi; e questo, senza dubbio alcuno, era stato involato dal perfido francese, dopo la morte dello sventurato giovine artista italiano. Una simile infamia metteva un incendio nell’anima di lei, sicchè ella non sapea staccare i suoi sguardi da quella tela; e la sua faccia, or bianca come per morte, or soffusa di rossore, esprimeva a vicenda la sorpresa, il dolore, la rabbia e una certa commozione di piacere. E cosiffattamente era ella tutta sospesa col pensiero e cogli affetti in sul quel quadro, che punto non si avvide della straordinaria ammirazione di cui ella stessa era divenuta l’oggetto, in simil guisa che tutti gli astanti compresi da stupore, guardavan lei ed il quadro, ed eran vivamente colpiti dalla strana rassomiglianza tra essa e l’immagine dipinta. Nè badò al mormorio che le si facea dattorno e che vieppiù si prolungava, richiamando sempre l’attenzione degli spettatori e de’ nuovi arrivati. E poscia che qualche ora fu rimasta al cospetto della creduta tela del Ducastel, Luigia si partì dal Louvre in gran fretta; un pensiero le saettava il cervello: smascherar subitamente tanta infamia e tanta impostura, e restituire alla memoria del Ferraretti gli onori che un ladro esimio involavagli. Arrivata alla piazza Carrousel, ella voleva ritornare indietro per andare a cancellare pubblicamente l’infame nome del Ducastel sotto quella tela, e restituirvi quello di Ugo Ferraretti a cui si apparteneva; ma si trattenne temendo di non ruinare per imprudenza lo smascheramento dell’impostore. Fra pochi istanti ella dovea riveder Maurizio Barkley; onde fermò di parlarne a costui e prender di concerto le risoluzioni su ciò che si avesse a fare. Gittatasi però novellamente in carrozza, ella era tornata all’albergo _des Princes_, dove venne introdotta nell’appartamento di Lucia Horms, nel momento in cui Maurizio Barkley, Emma, Lucia e Marietta erano in conversazione intorno alla sorte di sir Eduardo Horms.
Ella era giunta, inosservata da que’ quattro, nel punto in cui Maurizio aveva sulle labbra il nome di Ferdinando Ducastel, chiamandolo _l’occhio diritto della nazione francese e del governo_. I nostri lettori ricorderanno che Luigia avea gridato queste parole:
— Ferdinando Ducastel è un infame impostore, un assassino della gloria italiana!
Luigia Aldinelli fu accolta come sorella da que’ cuori sì nobili e affezionati: la più gran simpatia nacque subitamente tra quelle donne e la sventurata sorella di sir Eduardo. Lucia abbracciò con estrema tenerezza la cara cognata, delle cui sventure Maurizio le avea parlato. Un diluvio d’interrogazioni fu rivolto a Luigia: nel modo più succinto ella dovette compendiare il tristo racconto della sua vita, che rischiarò il mistero di quelle parole che ella aveva proferite mostrandosi in quel crocchio di famiglia.