Federico Lennois

Part 21

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Grandissimo fu lo stupore di tutti nel sentire la novella infamia del Ducastel e la storia del giovine artista pisano Ugo Ferraretti. I sospetti dell’Aldinelli apparvero come evidente certezza agli occhi di Maurizio Barkley, però che questi si ricordava delle confidenze fattegli dal ladro Dumourier e rammentava avergli costui rivelato quanto il Ducastel raccontava su l’ardente sete di gloria che il tormentava, e per ottener la quale avrebbe commesso anche un delitto.

Non c’era dubbio: Ducastel era il ladro del quadro del Ferraretti, siccome era il vero autore della morte di Giustino Victor! Per una delicatezza che Lucia ed Emma seppero apprezzare, Maurizio non avea voluto manifestare a Luigia che il creduto Ferdinando Ducastel era il fratello di lei, Federico Lennois. Questa rivelazione avrebbe forse potuto mettere nell’animo generoso dell’Aldinelli qualche scrupolo nocivo allo smascheramento delle turpitudini di cui si era bruttato il Lennois.

Lungamente si ragionò intorno al modo di ottenere il desiato smascheramento, dapprima del furto del quadro, e indi della trama commessa a danno del giovine Victor, e per la quale sir Eduardo era privo di libertà e minacciato da grave processo criminale. Bisognava anzi tutto trovar modo onde i sospetti fossero addivenuti realtà. Dopo non pochi ragionari, fu convenuto di prendersi del tempo per aspettare dalle circostanze qualche novella prova dei delitti del Ducastel, e sorvegliare intanto i passi e la condotta di costui.

Luigia avea confessato di conservar la maschera del cadavere dell’infelice artista di Pisa. Questa confessione ispirò a Maurizio Barkley il disegno dell’inganno che i nostri lettori hanno veduto operarsi dall’Aldinelli al ballo dell’_Opéra_.

Il risultato di quella scena avea pienamente confermato i sospetti di Luigia e de’ suoi amici. Or più non trattavasi che svelare in modo nobile e dignitoso la verità, e colpire della meritata infamia l’autore di sì nera usurpazione.

Una mattina, due giorni dopo della scena nello _stanzino particolare_ di Very, tutta Parigi accorreva a leggere ne’ caffè e nei gabinetti di lettura un articolo della _France Artistique_ così concepito:

«Nel momento in cui tutta la Francia si rallegra di salutare in uno dei suoi figli un emulo delle più colossali riputazioni artistiche: nel momento che tutta Parigi si contende l’onore di stringer la mano a Ferdinando Ducastel, cui il Giurì ha decretato il premio del _Salone_ di quest’anno, una grave rivelazione ci vien fatta da persona, il cui carattere ci vieta revocarla in dubbio. Ci piange il cuore nel segnar queste righe, ma ci sentiamo nel dovere di parlare, prima che ne parlino i giornali italiani e gettino su noi la riprovazione e lo scherno.

«Si cessi dignitosamente dal profondere ovazioni ed incensi a Ferdinando Ducastel. _L’autore del quadro_ LA PREGHIERA _non è Ferdinando Ducastel, ma sibbene un giovine artista italiano, morto l’anno scorso, per nome Ugo Ferraretti_. Le prove incontrastabili di questa usurpazione saranno date a’ Tribunali competenti dalle persone che vi hanno interesse».

Mentre con grandissimo stupore e sdegno si leggea questo inatteso articolo della _France Artistique_, giornale di somma riputazione, si seppe che il Ducastel era gravemente infermo, e che, poche notti addietro, venia trasportato quasi morto al suo domicilio, essendo stato soprappreso da un colpo improvviso in una delle stanze segrete del _trattore_ Very.

_Parte Quinta_

I.

ET SIC REPENTE PRAECIPITAS ME

Richiamiamo i pensieri de’ nostri lettori a meditar con noi pochi momenti su i terribili versetti delle Sacre Carte. Vuota e sterile è ogni narrazione, quando nessuna utilità ne deriva allo spirito, al cuore, alla ragione.

Noi detestiamo le futili novelle, che altro scopo non si propongono all’infuora di quello di un semplice passatempo. La vita umana è così breve! Il tempo così prezioso!

La pagina che fa ritornare la mente sulle eterne verità della morale non sarà discara, neanche a coloro i quali sono meno avvezzi a meditare. Una segreta e inesplicabile dolcezza è ascosa in quei pensieri che ci ricordano il nulla della vita, l’immancabile punizione della colpa, e la costante verificazione di que’ detti registrati nel Libro della Sapienza.

Che che ne dica l’empio, lo scettico, il mondano, l’anima sente alcune volte un bisogno d’innalzarsi sopra tutte le miserie di ogni maniera che la circondano, l’inceppano e la sviliscono: nobilissima immagine dell’Infinito che la creò, essa avvedesi pure che infinite sono le aspirazioni che l’agitano incessantemente e le danno quello stato d’increscimento, di noia, di tristezza, il quale è il più gran testimonio della sua momentanea soggezione all’argilla ond’è rivestita.

Una delle ragioni per cui il malvagio vive in piena sicurezza dell’impunità, si è perchè egli non comprende in che modo l’occhio di Dio vede tutto _et non intelligit quoniam omnia videt oculus illius_. Egli o nol comprende, o nol crede, o giammai non vi ha pensato, o non il ricorda, o giammai non gli fu detto; imperocchè, se innanzi agli occhi della mente egli avesse un tal pensiero o non farebbe il male, o si fermerebbe in mezzo del perverso cammino, o si pentirebbe con salutare ritorno alla virtù. Ma, per trista ventura, egli interviene il più delle volte che le passioni, per la violenza dei loro eccessi, offuschino in tal guisa il lume dell’intelletto, che questo travede le più lucenti verità, e più non ritrova quegli eterni ammaestramenti che rendono l’uomo avveduto sulle conseguenze del mal’operare.

Parimente comune e pernicioso si è ne’ malvagi il credere che Dio non si ricordi de’ loro delitti. Eglino esclamano nel loro cuore: Le tenebre mi circondano; le pareti mi coprono; nessuno mi vede; di chi avrei sospetto? L’Altissimo non si ricorderà de’ miei delitti. _Tenebrae circumdant me, et parietes cooperiunt me, et nemo circumspicit me; quem vereor? delictorum meorum non memorabitur Altissimus._

Noi non sapremmo a bastanza richiamare l’attenzione dei nostri lettori sopra alcune verità morali, la cui profonda convinzione allontanerebbe o almeno scemerebbe il numero delle colpe, e massime di quelle che vengono commesse nelle tenebre e nel mistero. In tutte le nostre narrazioni abbiam cercato dimostrare come le medesime fila onde l’empio tesse la sua rete di misfatti, sono quelle appunto di cui si vale l’Altissimo per confonderlo, umiliarlo e punirlo. Abbiam detto, e mai non cesseremo dal ripetere, che L’IMPUNITÀ SULLA TERRA NON È PER NESSUNO.

A queste considerazioni veniam tratti nel presentare il nostro protagonista Federico Lennois in tutt’altro stato di quello in cui sinora lo abbiam veduto.

Come fugace ed efimera è la felicità del perverso! Come un niente la distrugge! Il mattino egli leva alto il capo e borioso; una turba di parassiti adulatori il circonda, applaude alle sue parole, lo invita a satollarsi di piaceri; il sorriso, la festa e il tripudio lo accompagnano dappertutto: la sanità, la giovinezza, la gioia brillano ne’ suoi sguardi: egli è il padrone e il despota della società; le donne strisciano umili ai suol piedi; diresti che egli abbia in pugno l’avvenire, e che sfidi la più inesorabile delle leggi di natura, la morte. Vedete a vespero questa bella esistenza: l’elce orgogliosa è caduta al suolo schiantata da impetuoso rovaio: il superbo padrone non è che il più umile dei suoi schiavi, l’altiero dominator dei cuori non ha più intorno a sè una voce che il racconsoli: la giustizia di Dio è passata sul suo capo! _Vidi impium superexaltatum..... Transivi, et ecce non erat!_

La notte stessa in cui Federico Lennois fu trasportato all’albergo Mirabeau quasi privo di vita, una febbre, accompagnata da forte delirio lo avea colto, minacciandolo di una letale malattia di cervello. Non gli mancarono aiuti ed assistenza di ogni maniera: perocchè egli era ancora, per tutta Parigi, il Ferdinando Ducastel, il benemerito e acclamato autore del quadro la _Preghiera_. Anzi, non sì tosto si fu sparsa, al dì vegnente, la novella del sinistro accidente onde era stato colpito il giovine artista, reduce dal ballo dell’_Opéra_, una immensa folla fu veduta assiepare il cortile del portone dell’albergo Mirabeau; chè universale era il dolore che si provava da quasi tutti i Parigini nell’udire il Ducastel sì improvvisamente e gravemente ammalato. Nissuno sapeva ancora la fine dell’avventura del _débardeur_; imperciocchè Luigia Aldinelli, la quale aveva fatto accompagnare il Ducastel alla sua casa, non avea rivelato ad alcuno il segreto che uccideva quel ribaldo.

Intanto, in tutto il rimanente della notte, e in quasi tutta la giornata del domani, Federico, siccome abbiam detto, fu in preda del delirio, durante il quale dicea cose sì strane e maravigliose che tutti gli astanti ne eran sorpresi e addolorati. Egli non facea che nominar sempre Ugo Ferraretti, di cui l’immagine parea perseguitarlo.

Alcune volte egli si poneva a sedere in mezzo al letto; girava intorno alla camera lo sguardo smarrito e demente; i capelli gli si sollevavano sul capo; e gridava si togliesse a viva forza dal suo cospetto Ugo Ferraretti e Giustino Victor; e si ricopriva il volto con ambo le mani per sottrarsi alla vista di quelle due larve implacabili.

Coloro tra i suoi amici, i quali erano stati testimoni di questo inesplicabile delirio, e che poscia lessero l’articolo della _France artistique_, ebbero pienamente a convincersi della verità di quell’articolo, il quale, siccome i nostri lettori avran compreso, era stato l’opera di Maurizio Barkley e di Luigia Aldinelli.

In un baleno Ferdinando Ducastel era caduto dal seggio di gloria su cui con tanta albagia si era seduto, usurpandolo al modesto italiano. Parigi disama colla stessa facilità onde ama. Ducastel era gittato nel fango, e non potea dire come Tolomeo agli Ateniesi, i quali ne aveano atterrate le statue: «Voi non potete atterrare le virtù per cui quelle statue mi furono erette».

Quell’articolo della _France artistique_ fu riprodotto da quasi tutti gli altri giornali, e da quelli stessi che maggiormente eransi allargati in sulle lodi del Ducastel. La efimera gloria di questo artista e la sua vergognosa caduta formavano il subbietto di tutte le conversazioni. Si dicea tra le altre cose, esser falsa la voce della morte del giovin pittore di Pisa, Ugo Ferraretti; esser costui ricomparso a Parigi, mascherato da _débardeur_ al ballo dell’_Opéra_; essersi fatto invitare a cena dallo stesso Ducastel, nel mezzo della quale essersi tolto il mascherino ed aver mostrato il suo volto all’artista francese, il quale non avea dovuto al certo provar gran piacere in questo riconoscimento. Diceasi che Ugo Ferraretti erasi recato all’albergo Mirabeau per rinnovare le sue _proteste di amicizia_ al ladro di quadri. Erano insomma tali e tante le voci e le ciarle che sopra questa singolare avventura buccinavansi in Parigi, che, secondo il solito, moltissima favola vi si innestava; e la verità era soffocata da un diluvio di commenti e di variazioni senza fine.

Intanto, il governo, fatto arrestare il Ducastel, benchè ammalato, procedeva alla disamina di un fatto sì grave; mentre dall’altra parte, il processo sulla morte di Giustino Victor si ricominciava alle Corti con alacrità, e il Lennois era chiamato a comparire in questo novello giudizio; ma lo stato della sua mente non permetteva ch’ei si fosse presentato a’ tribunali, tanto più che, essendo disparsa la febbre, la ragione non gli era tornata.

E col fatto, questi colpi non eran tali da fargli rimanere a sesto il cervello; imputato di due accuse infamanti, arrestato e chiamato a comparire in un doppio giudizio, Federico Lennois non si sentiva neanche la forza di difendersi. Egli era nella certezza che Ugo Ferraretti era ancora vivo, e questo fatto terribile e inesplicabile confondea la sua ragione a tal segno da metterla all’uscio della pazzia.

Accrescea lo scompiglio della sua mente il pensiero del come si fosse potuto discoprire la sua trama su Giustino Victor. Una sola persona era stata complice di questo delitto, Maddalena Bonnefille, la quale non era a Parigi da oltre quattro mesi, essendosi recata col resto della Compagnia in altra città della Francia. Oltre a ciò, perchè tradirlo? In che modo i tribunali aveano potuto venire a conoscenza dell’antica inimicizia che era tra lui Lennois e il Victor?

Certo si è che Federico si vedea _repente precipitato_ all’imo della sventura e della ignominia! Il suo volto più non era riconoscibile; una pallidezza di morte era sulle sue sembianze abbattute; i suoi occhi scolorati e foschi esprimeano l’incipiente follia.

Nessuno amico era più al suo fianco. Tutti erano spariti giustificando l’unica sentenza del Saggio. Il genere umano, al quale egli avea _giurato odio eterno e irreconciliabile_, l’abbandonava e lo lasciava a faccia a faccia colla sua coscienza.

Era scorso qualche mese dacchè Federico Lennois rimanea confinato nella sua prigione, non potendo presentarsi in giudizio per lo stato della sua salute e per la poca connessione che si scorgea nelle sue idee; allorchè un mattino, però che fu trovato un po’ meglio dai medici, ei venne obbligato a comparire alla sbarra dei rei al cospetto della riunita corte Criminale.

Una folla stragrande, ivi attirata dalla singolarità del fatto e dal nome del Ducastel, ormai celebre per l’originalità dei suoi misfatti, ingombrava la sala; e alle tribune destinate al Corpo diplomatico si vedeano moltissime dame cospicue, tra le quali Emma Barkley di Gonzalvo.

Un lungo mormorio annunziò la comparsa dell’accusato.

Egli avea l’aspetto di un cadavere, e non era possibile riconoscere in lui quel giovine che un mese fa, colmo di vita e di gloria, era oggetto di ammirazione e di invidia.

Il suo sguardo era rimasto ostinatamente conficcato al suolo; e soltanto per rispondere ad una interpellazione del Presidente, egli levò gli occhi, e li balestrò attorno a lui.

Sulla medesima scranna ov’egli sedeva, un altro uomo era seduto, le cui sembianze troppo gli eran note.

Questi era Eduardo Horms; il volto del giovine scozzese era smagrato e pallido; ma la nobile rassegnazione della virtù si leggea nel composto raccoglimento del suo sguardo.

Incominciò la discussione sulla morte di Giustino Victor.

Federico rimase stupefatto nel sentir leggere l’atto di accusa, disteso con una sagacia da sbalordire.

Un uomo si alzò a deporre contro di lui.

Era questi di oltre a quarant’anni: una lunga barba tra il biondo e il bianco gli copriva due terzi del volto; era vestito alla maniera degli operai di Parigi, con una di quelle vesti che si domandano _blouses_: alto, complesso, di fattezze maschie e vigorose.

Quando il Presidente lo ebbe chiamato per nome, il cuore di Federico Lennois fece un balzo come se avesse voluto scoppiare.

Quel nome era di Paolo Dumourier.

Un’orrenda confusione era nel cervello dello sciagurato Lennois: le idee e le rimembranze vi si sbaragliavano come l’arena mossa dal vento. Egli più non capiva ciò che si diceva dal Presidente e dall’accusatore.

Federico Lennois si credea soggiogato da un sogno crudele.

Maurizio Barkley aveva incontrato nelle strade di Parigi Paolo Dumourier, uscito di carcere per aver compito i suoi anni di pena, ed avea riconosciuto in lui il carcerato, che lo aiutò a scoprire le orme di Federico Lennois. Non fu difficile a Maurizio di farsi riconoscere e d’indurre il Dumourier a venire a dichiarare in tribunale tutto ciò che il Lennois gli disse riguardo a Giustino Victor, non meno che sulla brama immoderata che quegli si avea di rendersi celebre in qualsivoglia maniera. Il Dumourier fece dapprima qualche opposizione, la quale subitamente venne ovviata da generosa ricompensa promessagli da Maurizio, il quale gli avea detto quelle deposizioni esser necessarie per salvare un innocente e restituirlo alla libertà.

La deposizione del Dumourier fu semplice e genuina; ma un grido di sorpresa si levò nella sala, quando si udì che il Ferdinando Ducastel, accusato d’omicidio e di falsità, e nel tempo stesso quegli che avea ripiena la Francia un mese fa col grido della sua fama usurpata, non era altri che un tal Federico Lennois, quattordici anni fa chiuso in carcere come ladruncolo, e scappato per via di travestimento dalla prigione.

Questa rivelazione gettò una luce grandissima su tutte le accuse onde veniva accagionato il Ducastel; i sospetti divenivano certezza, le supposizioni realtà. La lettera anonima scritta a Eduardo Horms, e per la quale questi avea creduta infedele sua moglie, fu trovata dello stesso carattere di Federico Lennois, il quale, per una di quelle cecità di cui Dio si serve per confondere i rei, non avea pensato di fare scrivere quella lettera da altra mano. L’antica nimistà tra Giustino Victor e lui fu comprovata, non solamente dalle sue stesse dichiarazioni fatte a Dumourier, ma da due possenti testimoni, ritrovati dalla sagacia di Maurizio Barkley, vale a dire da Augusto d’Orbeil, che Federico a sua sorpresa vide nel numero degli accusatori, e da una copia del giuramento da lui Lennois segnato sulla tomba del suo cane, e col quale il monello d’Auteuil giurava di spargere il sangue dell’uccisore del suo cane Astolfo, che fu per lo appunto Giustino Victor.

Semplice e naturale era stata l’induzione per la quale Maurizio Barkley, secondo le confessioni da Federico fatte a Dumourier, era andato a ricercare ad Auteuil questa incontrastabile prova della trama del Lennois. Quel giuramento, che noi ponemmo sotto gli occhi dei nostri lettori nella terza parte di questo racconto, era malamente scritto e zeppo di mende ortografiche, dappoichè, sebbene, come dicemmo, Federico apprendesse a leggere e a scrivere da Maddalena Bonnefille, quando era al servizio dell’Inglese, dobbiam peraltro far osservare che ei già quasi da sè solo avea imparato a Auteuil ad accozzar le lettere in modo da potere formare una scritta qualunque.

Schiacciato dal peso delle accuse, Federico non avea risposto una sola parola in difesa, e pareva compiutamente straniero a quel processo che gittava sul suo capo l’infamia e la minaccia di morte.

A questo giudizio vituperante si congiungeva quello del quadro.

Luigia Aldinelli si presentò innanzi ai giudici, terribile accusatrice del Lennois, e vendicatrice del giovine italiano Ugo Ferraretti. Ignara dell’idioma francese, ella si fe’ intendere per via d’interprete, e narrò la trista istoria de’ suoi amori col giovine artista, e i costui lavori; e disse come questi desse opera ad un quadro, su cui facea passare le medesime sembianze di lei e lo stesso vestimento. Dichiarò che il Federico Lennois non l’avea giammai veduta, e che però non gli era possibile il ritrarla sulla tela. Da ultimo narrò l’astuzia di cui si era servita al ballo dell’_Opéra_, il terrore del Lennois e le parole che questi pronunziava durante il delirio, da cui fu preso per effetto di quella scena rappresentata in casa del ristoratore Very.

Molti altri testimoni vennero a confermare ciò che l’Aldinelli diceva riguardo alle parole del Lennois, quando era colto dal delirio, le quali tutte confermarono il suo delitto.

Parlò da ultimo Eduardo Horms, e, dopo aver difeso la propria causa con l’energia che dà la persuasione del vero, disse come, essendosi recato a Pisa per ritrovare nel Federico Lennois un fratello, questi gli avea mostrato il quadro la _Preghiera_, vendendoglielo per la somma di cento mila franchi, di cui la metà avea già ricevuta. Non tralasciò di far notare a’ giudici le precauzioni onde quel quadro era conservato dal Lennois, e che attestavano la paura con cui si conserva una cosa rubata.

Straordinaria singolarità offriva in questo processo la presenza di tre figli di uno stesso padre, separati per sì opposte condizioni, e di cui due erano sì forti e terribili accusatori dell’altro.

Una condanna di galera a vita colpiva Federico Lennois nel momento in cui Dio il fulminava in quei mezzi medesimi di cui questi si era servito per oprare il male.

Uno scroscio di risa d’idiota accolse la lettura della terribil condanna.

Federico Lennois era demente!

Egli avea giurato _sulla sua ragione_ odio irreconciliabile all’uman genere, E LA SUA RAGIONE FU SCHIACCIATA.

II.

IL MANICOMIO DI BICETRE

L’inatteso discoprimento del vero essere che si nascondea sotto il nome di Ferdinando Ducastel; lo strepitoso giudizio sul quadro la _Preghiera_, e quello su la morte del giovine uffiziale Giustino Victor; la condanna fulminata contro l’autore del doppio tradimento; e da ultimo la demenza che avea colpito il Ducastel, formavano ampio soggetto di ragionamenti nella capitale della Francia, mentre, dopo esatta verifica della follia, il Lennois era stato trasportato al Manicomio di Bicètre.

È noto che, prima del regno di Luigi Filippo, l’ospizio di Bicètre era quello che raccoglieva, oltre i dementi, i condannati di ogni maniera. Oggi sembra che l’ospizio di Charenton sia più specialmente destinato a ricettare i condannati, innanzi di trarre a patire la pena loro inflitta. Tuttavia Bicètre è stimato il miglior manicomio per gli uomini, siccome la Salpetrière per le donne: salubrità di aria, di spazio, esimii professori addetti alla cura de’ maniaci, e ottimo trattamento rendono questi luoghi fecondissimi di felici risultati a pro dei miseri sofferenti.

Pochi giorni addietro Federico, ora forsennato, avea riuniti in sè tutti gli elementi della felicità: giovinezza, salute, dovizie e gloria; ciò non pertanto, siffatti elementi appoggiati sulla colpa, eran rovinati con un sol soffio di Dio, e l’uomo che li possedea, fatto segno primamente all’invidia di tutti, or più non era che un misero oggetto di pietà. Forse il Lennois condannato ai ferri non avrebbe desta quella commiserazione che destava il Lennois pazzo; perciocchè le sventure che vengono dal cielo soglion muovere l’altrui compassione più di quelle che son prodotte dagli uomini.

A qual genere di follia apparteneva la sua? Noi cercheremo di darne una rapida e precisa idea. Lo stato di fiaccamento nervoso a cui lo avea ridotto l’ultima infermità sofferta, l’avvicendarsi di tante impensate accuse, il veder quasi risorti gli estinti che si levavano per lacerargli la coscienza e per ismascherare i suoi delitti alla Giustizia; la certezza d’una irreparabile ruina e di una vergogna incancellabile; tutto ciò avea cagionato quello sconcerto d’idee, il quale si era venuto accrescendo poco a poco, ed avea preso l’aspetto ed il carattere di follia, nel momento in cui la sentenza venia letta e che il condannava alla catena de’ galeotti.

Lo scroscio di risa che era scoppiato sulle labbra del Lennois quando il Cancelliere ebbe posto fine alla lettura della sentenza, avea fatto fremere e raccapricciare gli astanti.

E quello scroscio di risa non si era estinto che dopo un bel pezzo; egli rideva ancora, quasi di un riso di convulsione, quando, ammanettato, era messo in una carrozza e trasportato provvisoriamente all’ospizio dei folli.

Molte accurate disamine furono fatte dalle autorità per accertarsi che il Lennois non avesse usato un’astuzia per sottrarsi alla pena cui era condannato; e queste disamine, eseguite dai più abili professori della Facoltà di Parigi, avevano comprovato la realtà del fatto, dichiarando che positiva era la demenza del condannato, ma che essa non apparteneva a quella specie che dir si può incurabile: essere però suscettivo di guarigione il caso del Lennois. Questo avea determinato le Autorità a mandarlo all’ospizio di Bicètre, affinchè, guarito, avesse potuto scontar la pena, inflittagli dalle leggi.