Federico Lennois

Part 22

Chapter 223,812 wordsPublic domain

Il Manicomio di Bicètre dir si può uno dei migliori ospizii di folli che vanti l’Europa. E qui ci è forza di riconoscere il progresso che la scienza ha fatto in talune sue branche sul suolo della Francia, ed in particolare la scienza medica. La facoltà di Parigi e l’Accademia delle scienze hanno dato pressocchè in tutti gli anni insigni nomi che l’Europa ha rispettato, e i quali lustro hanno accresciuto al lor paese e molto lume alla scienza. Epperò gli stabilimenti sottoposti alla intelligenza ed alla filantropia di uomini dotti e filosofi, van commendati pe’ lieti risultamenti che vi si ottengono: ed in ispecialità i Manicomii, i quali, più che in ogni altra parte di Europa, si riempiono ogni anno di vittime infelici, sia di eccessi di passioni, sia d’immoderata ambizione, sia di abuso di piaceri, sia di disillusioni politiche, rendono in pari tempo bella testimonianza delle cure e delle sollecitudini con che son assistiti i dementi, di cui gran numero vengono restituiti, nel pieno uso delle loro facoltà intellettuali, alle riconoscenti famiglie. Abbiam detto che in Francia, più che in ogni altra parte di Europa, grande è il numero dei dementi.

Uno degli spettacoli più tristi ed avvilienti si è senza alcun dubbio quello delle misere creature _che han perduto lo ben dell’intelletto_; è questo uno degli argomenti più validi e atti a dimostrare l’umana fralezza e miseria: l’essere intelligente, che ragiona, che analizza, che comprende ed ama, che si ricorda e spera, che si spazia col pensiero nelle astruse regioni del calcolo astronomico, e che discopre i più riposti segreti di natura; l’ente sublime, perfezione del creato, immagine di Dio; eccolo messo a livello del bruto, eccolo caduto al di sotto di quegli animali su cui dianzi imperava col divino raggio della ragione. Il capo de’ dementi è come se fosse di continuo sottoposto all’impero de’ sogni, i quali non si aggirano che sovra sensazioni e non mai sovra idee: l’idea del tempo non è più ne’ dementi; siccome avviene ne’ sogni; qualche volta neanche l’idea del luogo. Ei parla senza intendere il significato delle proprie parole; ode sulle altrui labbra la lingua nativa e non la comprende, come se fosse uno straniero idioma; ei riguarda e più non riconosce quelle persone che poco prima, quando egli era ancora sano di mente, gli facean battere il cuore per piacere ed amore: le care ed ineffabili parole di _sposo, padre, figlio e fratello_, parole che eran tutta una vita di tenerezza, una storia di dolcissimi affetti, ora più non risuonano agli orecchi di lui che come suoni vuoti di sentimento. La sua vita non ha più nè passato nè avvenire; il sogno delle reminiscenze, sì caro all’anima, è finito! Ei più non ritroverà nella schiacciata memoria i giorni soavissimi della giovinezza, le immagini di quelle persone che gittavano nei suo cuore fiumi di amore: tutto, tutto è finito; il passato non è più per lui che uno sconcerto, un caos orribile; è l’immagine di una casa ricca di suppellettili e per dove è passato l’incendio: non vi è più che ceneri e tenebre.

L’insano non ha più avvenire: egli più non conta gli anni, le stagioni, i mesi, i giorni, le ore: a simiglianza di un lugubre sonno, la sua vita trascorre avvertita soltanto da una molesta sensazione al cervello e da un fuoco interno che gli serpeggia pe’ nervi. Solo, sempre solo, il demente non aspetta nessuno, nè è aspettato da alcuno; non pur la ragione questo misero ha perduto, ma il cuore eziandio con tutte le sue care affezioni di famiglia e di amici: la stessa voce dei figliuoli, che fa scuotere anche il cuor d’un cadavere, non tocca più quel muscolo cavo e inerte: il tenero padre, lo sposo amantissimo, il figlio affettuoso, lo sviscerato fratello, più non è che un bruto. La sua forza fisica si sviluppa, però che il morale è schiacciato: i muscoli guadagnano quello che perdono i nervi, l’animale acquista ciò che l’uomo abbandona. Gli è però che sovente la mazza del custode, il letto di forza, il bagno di sorpresa, la camicia di ferro, debbono inceppare l’esagerazione della forza muscolare che minaccia irrompere e scoppiare come ardente caldaia.

L’incessante avvicendarsi di prosperi e lagrimevoli casi, l’eccesso delle passioni, favorito da un’ardenza di temperamento, la mancanza del sentimento religioso nelle grandi sventure, il veder ruinata l’una dopo l’altra tutte le speranze di avvenire, la perdita di qualche troppo cara persona, la vergognosa caduta dalla stima de’ concittadini, un’amara ingiustizia sofferta, e tante altre innumerevoli cagioni possono determinare lo stato dell’insania più o meno intenso, più o meno capace di guarigione. La specie umana offre sì perpetuo contrasto di gioie e di dolori; l’avvenire si burla in tante guise della sorte degli uomini, che non sempre la loro ragione può resistere a’ colpi impensati: talvolta essa combatte con coraggio e con vittoria contro un improvviso assalto di mali, e poi soccombe alla durata di questi.

Abbiam detto che la demenza di Federico Lennois non era stata trovata incurabile, perciocchè sono da estimarsi generalmente incurabili quelle infermità in cui un organo è leso in modo da non poter più adempiere al suo particolare officio vitale. Ora, uno de’ pregiudizii più funesti all’umanità, osserva il profondo Pinel[10], e che è forse la deplorevole cagione dello stato di abbandono in cui vengon lasciati quasi dappertutto i dementi, è il risguardarsi il loro male come incurabile, e di riferirlo ad una lesione organica nel cervello o in qualche altra parte del capo.

«Io posso assicurare, soggiugne lo stesso autore, che nel più gran numero di fatti che ho raccolti sulla mania delirante divenuta incurabile e terminata da altra funesta malattia, tutt’i risultati dell’apertura dei cadaveri, comparati a’ sintomi che si sono manifestati, provano che questa alienazione ha in generale un carattere puramente nervoso, e non è l’effetto di nessun vizio organico della sostanza del cervello. Anzi, tutto annunzia in questi alienati un forte eccitamento nervoso, un nuovo sviluppo di energia vitale; la loro continua agitazione, le loro grida talvolta furibonde, la loro tendenza ad atti violenti, le loro veglie ostinate, lo sguardo animato, la loro petulanza, le loro vive risposte, un certo sentimento di superiorità nelle loro forze e nelle loro facoltà morali, dal che nasce un ordine novello d’idee indipendenti dalle impressioni de’ sensi, nuove emozioni senza nessuna cagione positiva, ed ogni specie d’illusioni e di prestigi».

La follia di Federico apparteneva a questa specie che vien detta puramente nervosa: egli ebbe nei primi giorni non pochi momenti di furore, i quali eran seguiti da una tristezza e da una immobilità spaventevole. Alcune volte egli si ostinava tenacemente a non prender cibo veruno di qualunque maniera, la qual cosa non fa che esasperare e prolungare gli accessi di mania: altre volte si gittava con avidità sul pasto e il divorava con tanta fretta che ad ogni boccone correa pericolo di strozzarsi. Era pertanto più frequente il caso in cui Federico rifiutasse con forza incredibile ogni maniera di alimenti. Questa ripugnanza era forse fondata sul sospetto che volessero avvelenarlo. Egli chiudeva ermeticamente la bocca, serrava i denti, e rendea vani tutti gli sforzi che si facevano per introdurre nel suo stomaco qualche sostanza alimentare. Ciò non pertanto, raramente finiva una giornata, senza che egli avesse mangiata la minestra della sera[11].

Tra le altre singolarità di questa mania era quella che il Lennois spingeva gridi altissimi ogni qual volta sentiva pronunziar la parola _ferro_, sia che questa parola avesse analogia col cognome Ferraretti, di cui l’immagine rediviva tanto lo avea perseguitato, sia che egli ricordasse la pena infamante, alla quale era stato condannato. I medici dell’Ospizio che conoscevano la sua storia, avean proibita l’applicazione assurda e pericolosa della catena, e si erano limitati a prescrivere per Federico il semplice corpetto di forza nei momenti dell’effervescenza del suo furore. La sola vista della catena destava tanta rabbia in quel misero che la sua vita ne era minacciata, per un colpo di apoplessia.

Tristo in vero era il caso di questo sciagurato; pel quale non si sapea se dovesse desiderarsi la guarigione o la continuazione della follia; imperocchè la prima il consegnava alla pena cui era stato condannato. Pazzo o galeotto; ecco il terribil dilemma a cui lo avevano ridotto le sue tristizie!

Oh se coloro i quali avean veduto un mese prima questo giovine in tutto lo splendore dell’umana felicità, lo avessero riguardato nella sua cella di Bicètre! Qual tremenda lezione per quelli che si coricano sulle rose dei piaceri comperati a prezzo d’ingiustizia, di tradimenti e di sangue! Collo sguardo fosco, bieco ed incerto, co’ capelli scompigliati, colla barba incolta e rozza, Federico si aggirava nella sua cella, come una belva nella stia, or parlando tra sè a voce bassa, or camminando, o fermandosi a vicenda, or mettendo alte grida di spavento e rincantucciandosi in uno spigolo della sua stanzetta. Gli abiti della demenza coprivano le sue membra; il capo era sempre piegato sul petto, le labbra semiaperte, le mani penzoloni, le ciglia aggrottate. La sua fisonomia era seria, ma non di quella serietà figlia del pensiero; sibbene di quella immobilità d’idiota. Federico Lennois, che era stato oggetto di ammirazione e di curiosità, ora era anche oggetto di curiosità, ma quale differenza! Prima, egli era additato come un figlio prediletto del genio, ed ora come uno strano fenomeno di umana miseria; prima egli era contemplato come un uomo raro, oggi come una rara belva.

Molte persone erano andate a visitarlo durante la sua trista infermità: non diremo che queste visite fossero dettate da premura di amicizia, da ricordo affettuoso, o da altra nobile e generosa cagione. Federico Lennois non aveva più amici; la curiosità, la semplice curiosità, mista forse ad un segreto compiacimento, richiamava quella gente intorno alla sua stia.

Era già passato un mese all’incirca ch’egli era a Bicètre, sottoposto ad un regime di cura di cui si aspettavano i più felici risultati, allorchè un avvenimento impensato sopraggiunse, il quale gittò l’intera Parigi nello stupore, per uno dei più strani casi che fosse mai avvenuto nella commedia della umana vita.

III.

LO SPERIMENTO

La cella dove era stato messo il Lennois era l’ultima di una lunga seguela di camerelle. Un gran terrazzo, da cui si scendea in uno spazioso giardino molto dilettoso, si apriva in questa sua cella, e serviva per que’ dementi i quali, venuti in più tranquillo stato, aveano d’uopo, per prescrizione de’ medici, di respirare l’aria fresca ed ossigenata degli alberi. Queste passeggiate, le quali non si permetteano che in certe ore del giorno, erano spesso feconde di felici risultamenti; imperocchè il moto regolare molto contribuisce a calmare quella specie di agitazione nervosa che accompagna sempre lo stato dell’insania.

In sul cominciamento della follia di Federico, simiglianti passeggiate non gli eran consentite, però che era troppo esasperato lo stato della sua fibra, a tal termine, da non poterglisi permettere libertà di movimenti, o almeno da non poterlo lasciare uscir fuori della sua cella. Ma posciacchè un mese fu scorso dalla sua permanenza a Bicètre, essendo di molto calmati l’effervescenza ed il furore, gli venne prescritta la passeggiata lungo i viali del giardino.

Sogliono per le prime volte i custodi accompagnare i matti in tali passeggiate per isperimentare se questi sono a bastanza rimessi e tranquilli, e per incuter loro un certo timore, nel caso che volessero spingersi ad atti di violenza. Ma di poi che si sono assicurati, per alquanti giorni, della disposizione più dolce e riposata degl’insani, li lasciano in loro libertà, restituendoli in certo modo a quello stato che faccia ricordar loro il tempo in cui non erano assoggettati alla guardia e alla continua ispezione di un uomo. D’altra parte, il giardino, in cui passeggiano i dementi di Bicètre, è circuito da alte mura, e ben difeso da ogni lato: i viali di giocondi arbuscelli son simmetrici e ordinati in guisa da offrire una comoda passeggiata, e senza veruna di quelle cose le quali potrebbero diventar dannose ad uomini privi d’intelletto. Egli è appunto come se fosse luogo destinato ad esser percorso da bambini i quali provino i loro primi passi: non vi è niente di tutto ciò che può formare oggetto di pericolo o di tentazione a quegl’infelici privi di ragione; nessun vivaio, nessuna fonte, nessun pendio: un ordine direm quasi ragionato regna in quel recinto ombroso ed ameno, dove le più ridenti aiuole di fiori spezzano un poco la monotonia dei lunghi viali.

Con prudenza e con avvedutezza si permette a’ dementi qualche volta il passeggiare a due a due o a crocchi; affin che possano _ragionar_ tra loro, o, per meglio dire, scambiar tra loro parole più o meno vuote di raziocinii. Simiglianti pratiche non sono del tutto infeconde di beni, e non rare volte, la mercè di esse, si sono sperimentate guarigioni credute impossibili o almeno difficilissime.

Durante l’estiva stagione, sogliono i dementi di Bicètre trarre a queste passeggiate nelle prime ore del mattino o verso il tramontar del sole, quando le aurette della sera incominciano a rinfrescare le calde esalazioni della terra. La primavera copriva di rose e di mammolette le aiuole del giardino e rivestiva di giovine fogliame gli arbusti de’ viali. La natura sembrava rinascere più bella e rigogliosa di vita: un nembo di profumi che parea venir dal cielo si riversava dai poggetti circonvicini seminati di aromatici fiori e di piante odorifere: schiere di giocondissimi augelli si abbatteano, quasi ebbri di felicità, su i rami degli alberi, mischiando i loro striduli e svariati gorgheggi, interrotti soltanto da qualche lontano colpo di schioppo tirato da qualche cacciatore de’ dintorni.

Questa soavità di natura parea che volgesse a più ragionevoli disposizioni le misere creature ritenute nel manicomio di Bicètre, le quali avresti vedute, in sull’ora prima del mattino, andarne a braccio l’una del l’altra lungo i viali; e tra loro così compostamente discorrere su svariati subbietti, nè più nè meno che se ragionato avessero nel pieno lume dell’intelletto. Ad alcuni di loro le fattezze del volto sembravano anche più rischiarate ed aperte; ad altri la fosca taciturnità cedeva il posto ad una sconnessa loquacità, la quale accennava per altro ad un ritorno a più miti sensi; era insomma nell’aria della rinata primavera qualche cosa che dolcemente ricercava le fibre di quegl’infelici, nei quali sembrava smuovere le antiche affezioni dell’animo.

E lo stesso avveniva per Federico Lennois, la cui demenza era caduta in una profonda ipocondria. Egli mostravasi docile e obbediente a tutto ciò che si volea da lui; mangiava poco ma compostamente; dormiva con calma; e, se la ciera allucinata e qualche strana proposizione non avessero testificato tuttavia la sua insania, si sarebbe potuto credere alla perfetta guarigione della sua mente. Ei più non vedeva Ugo Ferraretti in tutte le pallide sembianze; più non mettea spaventevoli strida alla vista o al nome del ferro; più non si ostinava a rimaner digiuno per tema di avvelenamento. I medici dello Stabilimento, i quali erano obbligati a dare all’autorità periodiche relazioni sullo stato di mente del condannato Federico Lennois, scriveano già esser vicina la costui guarigione.

Ci affrettiamo a far conoscere a’ nostri lettori che sir Eduardo Horms, riconosciuto innocente o almeno giustificato sulla morte di Giustino Victor, non aveva avuta altra condanna che quella di abbandonare tra un mese il suolo della Francia. Quest’anima nobile e generosa avea spronato la famiglia Victor e Luigia Aldinelli a presentare al re una supplica, affinchè la pena, cui era stato condannato lo sciagurato giovine Lennois, fosse stata scemata o commutata, nel caso che avesse riacquistata la ragione. Una tal petizione, presentata da coloro medesimi che avevano portato querela contro il Lennois, mosse vieppiù la clemenza del monarca, e la pena de’ ferri fu commutata in quella del perpetuo esiglio dal regno.

Allorchè la grazia sovrana fu letta a Federico, costui non diè segno alcuno d’intelligenza. Non ostante le speranze che i medici faceano concepire della sua prossima guarigione, ci era da scommettere che il perpetuo esilio non avesse a tradursi in una perpetua permanenza a Bicètre.

Due altri mesi all’incirca passarono senza novità veruna nello stato del Lennois, tranne che un giorno gli venne offerto alla vista un visitatore, che avrebbe dovuto fare su lui una qualche impressione, ma che ciò non pertanto non parve esser da lui riconosciuto. Questi era Maurizio Barkley, il quale, poscia che aveva adempiuto al suo debito di salvare un innocente amico ed ismascherare il delitto, era tornato a quella consuetudine dell’animo suo dolcissimo, affettuoso e perdonevole, ed oggi avrebbe voluto, a costo del proprio sangue, riaccendere il lume della mente di Federico, il cui miserevole stato gli moveva il cuore a pietà. E questa sua visita non era stata la prima; ma spesse volte egli era andato a chieder contezza del matto, ed aveva interrogato i medici, offrendo la sua borsa ai custodi, affinchè fossero stati inverso il misero infermo prodighi d’ogni maniera d’assistenza e di riguardi.

Maurizio aveva visitato benanche parecchie volte la famiglia d’Orbeil, la quale, benchè un anno all’incirca fosse passato dalla morte di Giustino, non sapea ritrovare altra consolazione, che nel ragionar di lui con quei pochi amici che traevano a vederla, fra i quali qual degno posto occupasse il Barkley non diremo: egli era l’uomo che si faceva amare da tutti per le carissime doti del cuore, e per quel culto onde venerava e serviva l’amicizia. Maurizio amava soprattutto e con molta particolarità il giovine Augusto, il quale si era mostrato sì caldo e appassionato amico di Giustino Victor.

Il mese di giugno volgeva al suo termine, quando accadde a Bicètre lo strano avvenimento cui abbiamo accennato nel precedente capitolo, e che ci accingiamo a narrare.

Il manicomio di Bicètre, siccome abbiam detto, è esclusivamente destinato agli uomini, come quello della Salpètriere alle donne: debbesi non per tanto far notare che all’ospizio di Bicètre, per particolari raccomandazioni o per altri motivi di eccezioni, si suole eziandio dar ricetto a qualche povera demente. Segregate dal corpo dell’edificio, havvi alcune stanze riserbate a queste eccezioni in favore del debil sesso; e queste stanze riescono colle loro finestre, guardate da inferriate, sovra il giardino dove i dementi sogliono trarre a passeggiare. Situate ad una certa altezza, queste finestre ricevono tutte le benigne e soavi esalazioni del sottostante giardino.

Un giorno, Federico Lennois era uscito pria degli altri suoi compagni, a passeggiar ne’ viali: egli era solo. Una dolce serenità era sparsa sulle sue sembianze, ridotte ora così pallide e smunte da non poterle più riconoscere: la pena con che Dio avea fulminata quella esistenza aveva in qualche modo rischiarata la fronte di quell’uomo, e ne avea cancellata la macchia onde il delitto l’aveva bruttata. Federico si accostava ogni giorno vieppiù alla sua guarigione.

Egli adunque stavasene tranquillamente passeggiando nel giardino, allorchè, levati per avventura gli occhi dal suolo, ove pel consueto li tenea conficcati, ebbe veduta, ad una delle stanze delle folli, una donna che si era avviticchiata a’ ferri della finestra, e che parea guardar lui con somma attenzione. La luce del sole che tramontava rischiarava interamente le fattezze di lei.

Non sì tosto Federico ebbe scorta quella demente, mise un altissimo grido, e si diede precipitosamente a fuggire, compreso da spavento grandissimo. Rientrato nella sua cella, egli tremava tutto come colpito da convulsione nervosa, ed era andato a rincantucciarsi dietro il suo letticciuolo, dal quale sito nessuna persuasione potè trarlo. I custodi e i medici non sapeano a che attribuire questo strano fenomeno; gli domandarono se alcuno oggetto avesse veduto che gli avea desto spavento, e Federico, senza rispondere, digrignava i denti, dava segni di paura, più si stringea ed afferrava a’ ferri del letto, ed il suo sguardo esterrefatto esprimeva un invincibile terrore.

Più non fu possibile d’indurlo a passeggiar nel giardino. Ma, a capo di qualche settimana, ad uno dei primi medici dell’ospizio venne un pensiero. Egli era certo che Federico avea veduto nel giardino qualche oggetto che gli avea fatto paura, o che gli avea ridestato una molto dolorosa rimembranza. «Il regno delle rimembranze è il supremo rimedio della follia, avea detto tra sè l’uomo della scienza: ei fa d’uopo richiamarlo nella mente degl’infermi; adopriamoci adunque a discoprire quale è stato l’oggetto che ha prodotto sì terribile impressione sull’animo del Lennois, e ripresentiamolo ai suoi sguardi, nella speranza di oprare su lui una crisi salutare.»

Condotto da questo acconcio e filosofico ragionamento, il medico non istette un gran pezzo a sospettare che forse una delle donne rinchiuse nelle attigue stanze, le cui finestre riescono sul giardino, avesse cagionata nel Lennois quella forte impressione di spavento. Bisognava indovinare qual si era di esse; il che nemmanco gli riuscì gran fatto difficile. Imperciocchè in quelle stanze non erano che solo tre donne, una delle quali era ammalata a letto con dolori alla gamba da non permetterle di muoversi e recarsi alla finestra; laonde una delle altre due esser dovea quella che ei Ricercava. Egli fece dapprima presentare agli sguardi di Federico la più giovine delle due; ma sembrò che costei non producesse nessuna impressione sul demente, il quale guardolla con indifferenza, e senza fare alcun segno di compiacimento o di dispiacere.

Ma qual differenza allorchè l’altra gli fu offerta alla vista! Avviticchiato a’ ferri del suo letto, Federico mettea tali strida che l’ospizio intero erane assordato, e cercava di nascondere il volto nelle materasse, quasi per non farsi riconoscere da quella donna. La quale, benchè non avesse ancora raggiunta l’età del dechinamento, chè non le si poteano dare più di un quarantacinque anni, portava non per tanto su tutta la persona le ruine dello sfacelo morale. Questa donna avea dovuto esser bella sopra modo; ciò si scorgea facilmente alla dilicata regolarità delle fattezze del volto, alla incomparabil forma e al colore degli occhi, alle chiome lunghissime, che ora in pieno disordine le cascavano giù pel collo e per le spalle.

Quando questa donna si vide alla presenza di Federico Lennois, rimase dapprima immobile nel mezzo della stanza: uno straordinario eccitamento lampeggiava ne’ suoi occhi; ella guardava il giovin demente, e si cacciava ambo le mani su per la fronte e tra i capelli, come se una dolorosa sensazione vi fosse di repente scoppiata; le grida di colui pareano ridestarle un molesto passato, che ella si affaticava di ritrovare tra le macerie della sua ragione.

Parecchi medici dell’ospizio erano testimoni di questa scena, da cui si riprometteano salutari effetti per entrambi gl’insani. Era chiaro che quella donna e quel giovine si erano dovuti conoscere, e che tra loro ci era stata per lo addietro una di quelle aderenze le quali non di leggieri vengon poste in oblio. Il medico che avea pensato a tale esperimento non istimò limitarsi a questo saggio: volle fare un altro tentativo.

— Federico Lennois, riconoscete voi questa donna? chiesegli ad alta voce.

Come tosto questo nome ebbe colpito l’orecchio della pazza, un sussulto la colse, e mise un grido, come se fosse stata ferita nel capo; si gittò a dietro le spalle i capelli che le eran tornati sulla fronte; gli occhi sembravano sghizzarle fuori dalle orbite; una vampa ardentissima le accendea la faccia.

— Federico Lennois! — ella mormorava digrignando i denti — Federico Lennois! Oh! oh! Mio figlio!