Part 3
Ma un vero credente forse temerebbe che quel suo cristianesimo rettorico e sbiadito voglia conferir tanto poco alla sua salvezza eterna quanto poco giova al suo merito letterario. Quel dio, così spesso apostrofato, non è persona, anzi personificazione; e neppure: è una mera occasione, un pretesto, per rammodernare in fragorosi versi il cianciume delle immagini bibliche. Una vecchia protestantaccia importunava sempre la fantesca cattolica, acciò ne andasse al tempio ed ascoltasse i sermoni del pastore. La domestica v'andò una domenica per arrendevolezza; e si sciroppò la predica, attenta e devotamente. A casa poi la padrona l'accolse con una sfuriata d'interrogazioni. -- «Neh, ch'è una gran bella cosa? Neh, che vi si parla benissimo e pertinentissimamente di iddio?» -- La servetta, dopo aver ascoltato un pezzo, poi rispose: -- «Ne parlan molto, ma nol mostran punto». -- L'Aleardi nomina sempre dio; ma non cel mostra mai. Ma non ha la più remota idea dell'ardente religiosità ed appassionata, che cerca sfogo irreperibile nella penitenza, nelle stravaganze de' riti, nella preghiera; che guasta tante belle ginocchia e consuma tanti animi gentili sul genuflessorio o nel confessionile; che fa piangere; che fa sperare e sperare e disperare; che ci fa vedere il nostro ideale morale come una personalità distinta da noi, o amico perdonevole o giudice inesorabile. Egli non ha mai provato e neppure intelletto cose siano la paurosa preoccupazione dell'eternità, gli scrupoli severi, quei dubbi che schiantano il cuore, gl'imperativi categorici, i delirî sublimi di san Tommaso d'Aquino o di santa Teresa d'Avila, che udivano esterrefatti parlare i Cristi di legno, che si accorgevano con isbigottimento d'essere stati rapiti al cielo. Cheh! la religione dell'Aleardi non è neppure una cosa eterna, come la concepisce e pratica certa brava gente che va puntualmente a sentir messa la domenica e tutti i giorni crocesegnati nel calendario; che mangia di magro mercoledì, venerdì e sabato; che obbedisce al decalogo ed ai precetti di santa madre chiesa: ma nei quali dio non vive. Questa religione rifredda, alla Don Abbondio, desta almeno il riso o il disgusto: è cosa da commedia, è cosa scurrile; ma lo scurrile è categoria del comico ed il comico è forma di poesia. Invece il cristianesimo dell'Aleardi sembra un abito stanco, una vuota consuetudine di professarsi cristiano, com'usa pur troppo da molti in Italia, quantunque in fondo non si sia più cristiani che turchi o scettici od hegeliani e s'ignorino affatto gli spasimi e le voluttà del sentimento religioso, e non si pratichino neppure i riti del culto. Da questa disposizion d'animo può solo emergere l'ironia, e quando l'autore non sa o non può ironizzare, e vuol fingersi cristiano come Vincenzo Monti si fingeva pagano, rimarrà sempre nel declamatorio e nel rettorico.
V.
Nè diversamente accade all'Aleardi quando ragiona d'amor patrio o di libertà.
-- «Come, come? cos'ha detto? Forse abbiamo franteso. Il patriottismo, il liberalismo non sarebbero passione in Aleardo Aleardi? E le sue persecuzioni? E l'esilio? E Iosephstadt? Ed i tempi passati.... _su lo strame De le prigion, col trave Del patibolo in faccia?_» --
Io non dico dell'uomo: che importa dell'uomo a me ed a voi? Ma dall'Aleardi poeta anche l'amor patrio si ostenta sol per dare un qualche spicco alla personalità del poeta, rassomigliando alla foglietta d'argento che l'orafo sottopone ad un mediocre plasma di smeraldo acciò sfolgori quanto una vera gemma. Il patriottismo del cittadino rimane sterile per lo scrittore: ne parla, nol mostra. Cos'è l'Italia per lui? Si scartabellano senza frutto i canti in cerca d'un concetto della patria, della libertà, espresso in una immagine ammodo: per l'autore, come per quei filosofanti medievali, sono meri _flatus vocis_. Leggi la famosa canzone del Petrarca: _Italia mia, benchè il parlar sia indarno_; leggi la invettiva dantesca: _Ahi serva Italia di dolore ostello_; leggi le _Fantasie_ di Giovanni Berchet; leggi fin que' miseri epigrammuzzi di Vittorio Alfieri; ed innanzi alla tua mente starà chiara e viva un'immagine di questa tua patria; ognuno di que' sommi me l'ha rappresentata com'e' l'ha sentita, come la sua fantasia gliela raffigurava o presente o futura. Ma non sente, non ha viva in sè l'Italia nostra, colui che parlandone a Gesù Cristo in paradiso, la chiama:
_La terra tua, però che là su un_ (ahi!) _sacro_ _Colle, di voti e di laureti adorno,_ _La verginella ebrea,_ _Che ti fu madre, un giorno_ _La poveretta casa deponea._
Ma che? tutta l'istoria e la gloria nostra non è dunque nulla per l'animo di costui? La bellezza di questa terra, la virtù di questo popolo, sono cose tanto estranee alla sua coscienza, che per raffigurarmi l'Italia ei dà di piglio alla casa della Madonna? E se almeno fosse un picchiapetto, un bigotto, un uomo religioso; e ci credesse davvero alla alleata casa! se fosse di quelli che, andandovi in pellegrinaggio, piangendovi di tenerezza, stimano gloria maggiore per la patria l'esserne depositaria, anzichè di tutti i trofei romani! Ma, nossignori, rettorica pretta! e' se ne ride e tutt'al più concede con lo Astigiano che sia _Pur men risibil delle antiche dee_. Quanto alla cacofonia del _su un_, so che potrebbe tentare di scusarla, citando il _Furioso_ (Canto II. Stanza XLI.)
_Che nel mezzo, su un sasso, avea un castello_ _Forte e ben posto e a meraviglia bello._
Allora si pronunziava e taluno scriveva _s'un_; contrazione che non so quanto si ammetterebbe adesso.
Pure queste parole dolcissime _Italia_ e _Libertà_, per quanto sia vuoto di sentimento chi le pronuncia, possedevano e posseggono una strana virtù: di strappar lacrime agli occhi, di strappar plauso alle mani; come il nome della diletta che circonfonde per noi d'un'aureola le più schifose creature. La più stupida uscita contro i tedeschi, procaccia agli attori una sfuriata di battimani: ed insomma la popolarità della _Francesca da Rimini_ di Silvio Pellico per tre quarte parti si deve alla fragorosa apostrafe all'Italia. Ogni strimpellator di violino che scortichi pe' caffè l'Inno di Garibaldi è sicuramente applaudito e raccoglie soldi assai nel vassoino; prima, perchè ricorda agli acculattatori delle panche una persona che loro è simpatica; poi e soprattutto perchè sanno di fare un dispetto ai questurini. Ed il ripeter sempre _Italia_ e _Libertà_, ha procacciato il favor popolare all'Aleardi; ha coperto d'un pampano la sua nudità poetica.
Riguardo poi all'ostentarci di continuo il martirio di quei pochi mesi di prigionia.... cazzica! io non sono tanto offeso esteticamente dal modo in cui se ne parla, quanto moralmente dall'udir tanto baccano per tanta parvità di materia: _much ado about nothing_. Ma venne osservato già da un pezzo, come ne' rivolgimenti politici chi meno si lamenta è sempre chi più perde; e viceversa chi fa più bordello è sempre chi meno ha sofferta. Noi, giovani della nuova Italia, educati negli esilî all'odio aperto od in patria all'odio coperto delle tirannidi; avvezzi a considerare come avvenire inevitabile e desiderabile gli ergastoli ed i patiboli sortiti da' nostri maggiori; noi, che tutti, tranne pochi dappochi e gl'impediti da forza superiore, abbiamo indossato o la tunica del soldato o la camicia del volontario; noi, consueti a non calcolar mai per ostacoli le minacce ed i pericoli; noi, che s'è mostrato di essere uomini e di meritare d'esser liberi; noi, ci perdoni l'illustrissimo signor commendatore Aleardo Aleardi; non siamo, noi commossi da chi guaisce quasi femminetta per breve carcerazione o non lungo sbandeggiamento, consolato da stipendî malguadagnati. Forse nell'epoca slombata anteriore al milleottocenquarantotto, nell'epoca frustata da quel Giuseppe Giusti che il signor commendatore Aleardo Aleardi fatuamente chiama il _suo povero Beppe_, forse allora si scroccava un brevetto d'eroe, di martire, mercè d'una visita domiciliare o d'una detenzioncella preventiva. Ma ora!... Quanti hanno sofferto viemmaggiormente; e, quel che più monta, operato qualcosa; ed illustri non ci rompono gli stivali col raccontarcela sempre daccapo magnificando; oscuri, non pensano neppure a farsi valere! E che direbbe il signor commendatore Aleardo Aleardi se avesse vissuto come Luigi Settembrini metà della vita fra 'l carcere e la galera e settantadue ore in confortatorio? sempre uomo ed allora e prima e dopo? Ed il Settembrini di tutto parla e fors'anche (anzi senza forse) non di tutto tutto a proposito; ma degli anni e delle ore in cui fu eroe, mai. E che direbbe il signor commendatore Aleardo Aleardi se a lui giovanetto fossero toccate dalla polizia austriaca le vessazioni che il pittore leccese Gioacchino Toma sofferse dalla borbonica e mercè le quali rischiava di crepar di fame? Autodidatta, egli era venuto da Tricase a Napoli pedestremente per amor dell'arte e campava facendo l'ornamentista il giorno e studiando il nudo la sera: sbandirlo dalla metropoli era un precludergli ogn'avvenire artistico ed un togliergli ogni mezzo di sostentarsi nel presente. Ed ha penato con impassibilità, s'è onestamente ingegnato, ha preso le armi nel momento opportuno, ha pugnato con coraggio, senza poi mendicare il riconoscimento delle sue spalline insurrezionali. Ed il Toma non chiacchiera mai corampopulo de' suoi fatti, non si dipinge da protagonista ne' suoi quadri; ed è uomo che dopo aver pennelleggiato quel capolavoro dello _Esame rigoroso del Sant'Uffizio_, perchè sente altamente dell'Arte, perchè sente pudicamente di sè, teme d'aver mal fatto, appoggia la tela con la superficie dipinta rivolta al muro, la guarda di tempo in tempo dubitando sempre e finalmente, sforzato dagli amici e dal bisogno, la porta di contraggenio all'Esposizione, dove la intera Napoli la ammira. Non tutti siamo da tanto, nè per valore nè per modestia: sappiamcelo! Ma tutti o sommi o minimi, o scrittori od artisti, riguarderemmo come insultante una legge sul tenore dell'Ateniese, che il commendatore Aleardo Aleardi sembra rimpiangere, la quale vietasse agli scrittori od agli artisti di avventurarsi in battaglia. E se mai legge analoga ricevesse l'approvazione de' due rami del Parlamento e venisse sancita e promulgata dal Re, non ci casca un dubbio al mondo, che malgrado la nostra devozione al Parlamento ed al Re, la trasgrediremmo.
Ben inteso che ho parlato sempre non dell'Aleardi uomo, anzi dell'Aleardi poeta. Dunque non ha sentito nè la religione, ned il patriottismo. Vediamo se per avventura abbia sentito l'amore.
VI.
L'amore è per le letterature de' popoli moderni quel che la vôlta è per le loro architetture. E l'uno e l'altra acquistarono valore per l'Arte appo i Romani e signoria presso che esclusiva nel Medio-Evo. Allora la vôlta divenne principio e norma di ogni costruzione artistica, anche nelle contrade dalle quali il clima e la natura del materiale in uso avrebbero dovuto apparentemente escluderla. Inesauribile nelle forme e nelle combinazioni; pieghevole ad ogni scopo, ad ogni bizzarria; capricciosamente complicata nel gotico e nel barocco; miracolosa nelle cupole, ne' ponti, negli acquedotti; perchè cominciasse a perdere del suo d'impero, conveniva che questo matto secolo decimonono desse di piglio a due materiali sin'oggi trascurati dall'arte edificatoria: al ferro ed al vetro, rivaleggiando con lo Atlante dell'Ariosto e con le fate de' conti popolari.
Parlavamo di amore. Non v'ha passione più spontanea, più universale, più comprensibile: ogni uomo, che sia uomo, ogni animale, che abbia anima, debbe averla sentita o sott'una o sott'altra forma; se finanche le cieche forze di natura sembrano sciogliersi in rapporti amorosi! -- «Niuno effetto ovvero accidente, qualunque ei si sia, è tanto universale e comune a tutte le cose. Perciocchè egli non è cosa nessuna in luogo nessuno, nè tanto bassa e ignobile, nè così alta ed eccellente, la quale non abbia in sè qualche amore; anzi quanto è più nobile ciascuna cosa e più perfetta, tanto ha senz'alcun fallo più perfetto amore e più nobile.» -- Così Benedetto Varchi. Foggiandosi l'amore diversissimamente, secondo le più minute e nascose parti della personalità amante e dell'amata, esso è inesauribile nelle sue modificazioni: e quindi, tanti poeti, tanti amori. Sel sanno e conscii di quanto lor giovi quest'affetto, non possono pensarvi senza entusiasmo e riconoscenza, -- «sono innamorati dell'amore; -- _Applaudissez du moins pour l'amour de l'amour_, conchiude una volta Teodoro di Banville. Hanno adoperato le più vaghe parole ed efficaci per rappresentarcelo vivamente; hanno sfruttato le cave delle metafore e degli epiteti per caratterizzarlo. L'hanno chiamato fiamma, catena, sospiro, piaga, luce, guerra, martoro, follia, raggio; ed ognuno di questi termini indica ed implica già di per sè ed _in nuce_ un concetto della passione; sebbene col tempo, pur troppo, rimettendo della efficacia primitiva, siano precipitati nell'uso volgare della lingua, e sappiano del rettorico quando lo scrittore indifferentemente li adopera. Ed Aleardo Aleardi in busca di novità chiama l'amore.... voi non vorrete credermi, ed è pur così.... chiama l'amore: _assillo!_ Dunque non è per lui la fiamma divoratrice del vivicomburio; nè la piaga onde sgorga il sangue e la cancrena si diffonde; nè la catena obbrobriosa, fatale e pur cara; ned il martirio immeritato e sofferto imperturbatamente, grazie alla buona speranza che lo allevia; ned il raggio implorato che dissipa gli errori della tenebria; no! chêh! anzi una delle innumerevoli noje della vita, seccatura inevitabile che ci sforziamo di scacciare come l'importuno tafano, bestemmiando la santa volontà di messer domineddio. L'amore è un disturbo della nostra pace; distrae Narciso che si specchia al fonte, e sparpaglia e fa diventar frenetica con le sue punture la povera mandra umana che rumina tranquillamente all'ombra. Nè si scusi l'Aleardi allegando il tropo esser tolto di peso dall'ode terza d'Anacreonte tejo. Perchè rubare quando non si sa utilizzare il furto? In quello scherzo umoristico dello amico di Policrate samio, un puro paragone simile, fatto di volo, sta bene; ma chi ne fa una metafora e l'adopera sul serio, non sa quel che si faccia. E la passione amorosa che in Omero esiste appena come accessorio e sotto la forma quasi brutale d'affetto conjugale; che l'Erissimaco di Platone confessa con istupore di non trovare encomiata da alcuno de' tanti innografi; che in Virgilio, quantunque essenziale d'importanza, è puramente episodica nella composizione: diventa dalla poesia provenzale in poi fondamento e condizione d'ogni poesia. Sembra che ormai l'ideale possa incarnarsi solo in forme femminili; e che la via fatta, o prosperamente od indarno, per raggiungerlo, l'Iliade combattuta e l'Odissea sostenuta, possa ritrarsi unicamente dipingendo le vicende di un amore. Diceva il Goethe: -- «Rassomiglio le donne a patere d'argento, in cui noi poniamo frutta d'oro. L'idea, ch'io ne ho, non l'astraggo dalle parvenze effettive, anzi m'è innata, od è sorta in me dio sa come. I caratteri femminili, che ho rappresentati, se ne sono avvantaggiati: sono meglio sempre che nella effettività... La donna è l'unico vaso, che rimanga a' moderni, per versarvi la loro idealità. Degli uomini non c'è, che farne. Omero ha tutto preso anticipatamente in Achille ed Ulisse, nel più forte e nel più saggio.»
Questo modo di concepir l'amore apparterrebbe al più basso comico, al buffonesco. Quando il monaco medievale raffigurava nella miglior passione umana il demonio tentatore e si crocesignava scorgendo una bella ragazza, era ridicolo; ma latitava pur sempre uno strazio altamente serio in fondo a quell'apparenza comica: tutto il fàscino della tentazione, tutto l'intenso desiderio del frutto vietato, tutta l'ebbrezza d'una gioia momentanea fruita a prezzo d'eterni tormenti. Quando l'alverniate Sebastian-Rocco-Nicolò Chamfort definiva l'amore: -- «scambio di due capricci e contatto di due epidermidi» -- era ignobilmente prosaico; eppure si ravvisa qualcosa di tragico in quest'uomo costretto dal ragionamento e dall'esperienza a negare la maggior dolcezza della vita. Epperò quel comico spontaneo e questo comico dottrinario serbano una certa dignità. Invece il comico del concetto implicito nella espressione aleardesca, risiede nell'incapacità del subjetto, il quale si dimostra disadatto a gustar l'amore. È una comicità nauseosa, come quella dell'eunuco innamorato delle sultane che attuffa nel bagno o conduce al talamo del padrone, nelle _Lettere persiane_ di Carlo di Secondat, barone della Brède e di Montesquieu.
Ho detto _è_, doveva dire _sarebbe_, se fosse sentita ed enucleata, il che non è. Meno forse d'ogni altra cosa l'Aleardi concepisce l'amore: qui proprio non ha mai barlume di vera tenerezza o di vera disperazione, qui dove l'infimo degli scrivacchiatori coglie spesso qualche felice momento. S'egli ostenta d'essere amato, non commette un'indiscrezione scusabile dall'affetto sovrabbondante, anzi una calcolata scimmieggiatura di Vittor Hugo per propalare che una signora _comiffò_ il chiama: _mio poeta_. Se impreca ad una ritrosa, non accade pel crepacuore della passione insoddisfatta, anzi per tradire, imitando Giacomo Leopardi nell'_Aspasia_, dispetto e meraviglia che una donna abbia potuto non istimarsi onorata e beata d'esser prescelta ad appagar le voglie d'un tanto vate. Ripeto, tutto questo tornerebbe sublimemente disgustoso, se il comico ne fosse sentito e svolto: ma l'autore parla con la massima serietà e senza evidenza.
Non sente l'amore. Descrivendo due amanti, i quali godono: -- «quel soave fin d'amor, che pare All'ignorante vulgo un grave eccesso,» -- il signor Aleardi ha osato chiamare i momenti di voluttuosa ebbrezza:
_........ ore di cielo,_ _Che ne l'inferno echeggiano.......;_
e peggiora nell'ultima edizione questo pessimo brano, correggendo:
_Ore di ciel, che il ciel condanna._
Corpo di Bacco! ed io crederei che questo uomo abbia potuto amare mai? Oh quegli cui una gentile desideratissima è stata quandochessia benigna una ora; quegli che almeno con la fantasia cupidamente ha bramato un'ora di felicità; sente nel ritrarla, non casca in freddure, in concettini, in antitesi; non pensa ned al cielo, ned all'inferno: quel presente è tale che spreoccupa del futuro.
-- «Ma l'Aleardi ha forse voluto manifestare la sua riprovazione per gli amori illeciti, che ne offendono il senso morale....»
-- Poverino! Davvero? E gli uomini dal senso morale conturbato, gli uomini ripieni di santo sdegno contro il peccato, a' tempi nostri il rivelano coi bisticci; come un secentista, come il cappuccino nel _Campo di Wallenstein_, del quale lo Schiller coadjuvato dal Goethe compilò la parlata sulle opere di Abramo da Santa Chiara? Che tanfo da don Pirlone! L'Aleardi ha voluto mentire una riprovazione che non sentiva, e non gli è riuscito. Non potremmo che commiserarlo se davvero sentita l'avesse: Dante era un carattere moralmente severissimo, come non ce n'è più, e colloca Francesca col cognato nella bufera infernale; eppure piange al vederli, eppure gliene duole, eppure s'impietosisce fino a cadere in deliquio: condanna e non impreca, perchè la mente gl'impone di condannare, ma il cuore scusa; invidia que' meschini, ma la fantasia, ritraendogliene la dolce colpa, lo invaghisce di essa.
Ma lasciamo Dante: i paragoni sono odiosi. Il Nostro dichiara di amare ardentemente non so che Maria, ed in pruova le propone.....
-- «Cosa? Badiamo, veh, di moderare le espressioni!....» --
-- Non c'è da moderar nulla; non fu mai vista più moderazione in alcun amadore. Le propone di andarsene soli scorrazzando senza saper dove......
-- «Scarrozzando?» --
-- No, scorrazzando, a piedi.
-- «E non sarebbe meglio prender la ferrovia e scapparsene per un mesetto a Parigi, ch'è il luogo più acconcio per godersi lietamente la luna di miele di qualsivoglia amore?» --
-- Crederei, ma i giudizî differiscono. Le promette di raccogliere muschio e fargliene un guanciale, senza federa; di _suaderle il sonno cantando la sua canzon più bella_; e di meriggiarle accanto sotto _all'odorosa tenda d'un'acacia tardiva_ perchè non diventi mora....
-- «Vedi bàlia e ninna-nanna! non sarebbe meglio andare all'albergo e farle preparare un buon letto sprimacciato, magari a due piazze?» --
-- A parer nostro, ma i gusti variano. Caso sopravvenisse un temporale; _di freschi allori le farà ghirlanda_; acciò vada: _rispettata dai fulmini le chiome_......
-- «O non sarebbe meglio aprire il paracqua?» --
-- Secondo gli usi odierni, ma i costumi cambiano. Quando poi la Maria avrà sete le
_..... corrà pei solchi,_ _L'onda del ciel nel calice dei fiori._ _Che dio prepara all'uccellin che migra...._
-- «E quando l'avrà fame?» --
-- Una creatura tanto eterea non ha mai fame; ad ogni modo _le frangerà il suo pane sovra un desco di rose e di viole_;
-- «Magro pranzo e desco incomodo!» --
-- Quistion d'abito. Malgrado la etereità, pure a queste offerte seducenti, la Maria va
_..... celando, con la man di neve,_ _L'esistenza che in porpora la tinge._
-- «La _man di neve_? scommetterei che il _braccio eburneo_ e le _labbra coralline_ son poco discoste. Una ciliegia tira l'altra». --
-- Zitto, che adesso viene il bello. L'amante per assicurar lei che tituba, le dice:
_Rea non sarai: però che sempre è mesta_ _Quella letizia che di colpa odora._
-- «Odore di colpa? somiglierà all'odore di becco, m'immagino. Un amante chiama reato e colpa lo scopo dell'amor suo? Mi burli? O che nuovo modo di sedurre? che nuova razza d'amanti è codesta?» --
-- Una esotica, rinvenuta dall'Aleardi, che han fatto probabilmente commendatore in grazia della preziosa scoperta zoologica, e non già, come si buccina dalle male lingue, in mercede de' versi scarabocchiati nell'albo del ministro Natoli. Egli prosegue: -- «Al fondo non ci separa che un pregiudizio stolto. La progenie umana
_ai capricciosi_ _Moti del suo pensier diede il superbo_ _Nome di legge._
Ma non importa: rispetteremo lo stolto pregiudizio, perchè... lo rispetteremo. Vivremo come fratello e sorella, placidamente insieme. _Mia non sarai. Fidati_». -- E descrive gli amori di due isolette vicine, consorti, ma separate da mare profondissimo: _Si guardan sempre e non si toccan mai_; della luna e del globo, che fanno all'amore, quantunque
_...... una infinita_ _Lontananza di freddo aer le parte:_ _Si guardan sempre e non si toccan mai,_
e conchiude:
_Così noi due, soletti pellegrini,_ _In vicinanza coraggiosa e monda,_ _Malinconicamente esuleremo;_
sicchè nojaltri lettori si finisce col fargli l'atroce ingiuria di credere che la Maria potesse fidarsi daddovero! Chieggo scusa dello scherzo, che convengo esser di pessimo gusto. Ma sfido io di rimanere in contegno leggendo questa robaccia e ricordando che pur c'è chi l'ammira _bona fide_.
Chiunque ha un po' di mondo sa che nella vita si dànno casi analoghi; due infelici, due miserrimi possono trovarsi in una posizione falsa siffatta; ma se amano veramente, sinceramente, uno strazio catartico, una tragica colluttazione debbe verificarsi negli animi loro. Et, od il travaglio interno, cresciuto al punto -- «che sostener nol può forza mortale» -- gentilmente uccide i travagliati; oppure, vincendo ogni ritegno, sforzandoli a violare i dettami della coscienza, apparecchia la necessità della espiazione. Tale sarebbe il caso d'un fratello e d'una sorella che si amassero d'amore non fraterno, come il Renato e l'Amalia di Francesco-Augusto, visconte di Chateaubriand. Ma una rassegnazione placida, come questa dell'Aleardi, che non fa presentire nessuna catastrofe, è non meno psicologicamente assurda, che poeticamente incapace di soddisfarci. Verso la fine dello squarcio che ho riassunto si notano alcune descrizioncelle indovinate, almeno come intenzione: la rosa,