Part 4
_All'amoroso rosignuol contesa;_ Le isole, che _..... l'una all'altra_ _Sorridon liete;_ La luna e la terra, che: _..... nelle notti,_ _Si scambiano un saluto alternamente_ _Con favella di luce;_
ma perchè riuscissero poetiche qui, avrebbe da ogni parola dovuto trapelare la meraviglia, che a dispetto d'ogni legge naturale, il fiore e l'augello, le due isole, i due astri non si costringano in amplesso, ingenerando negli uditori il convincimento, che malgrado tutte le belle promesse, dopo la prima giornata di viaggio, il poeta sarà uomo e la Maria sarà donna, e la categoria morale violata preparerà la sua vendetta e la loro rovina. Allora avremmo biasimato l'aberrazione pur commiserando quei traviati, come nella _Mirra_ dello _Allobrogo feroce_ (che fu allobrogo solo ne' versi del Foscolo) per quanto s'inorridisca delle brame incestuose è pur forza compatire la vittima infelice della Nemesi. Ma così, come l'Aleardi li ha rappresentati: primo, l'impedimento, rimanendo troppo nel vago, sa del capriccio irragionevole; e, secondo, la rassegnazione sa d'impotenza. Il poeta non ha sentito: non v'è strazio di sorta in lui.
Non v'è di che stupire. L'amore è abnegazione, oblio di sè: come può dunque amare un autolatra? Chi non vede che sè solo dappertutto, non può provare alcuna maniera di affetto. E questo è il caso nell'Aleardi anche per l'amor filiale: più lo decanta, più ne ostenta, e meno ci commuove. Se fra' cani ci fosser de' verseggiatori, forse a qualche o bracco o levriere o barbone od alano o mastino o molosso potrebbe condonarsi il dire:
_..... ne la deserta_ _Mia cameretta ancor sento il celeste_ _Tuo profumo di santa;_
ma per la _genitura_ o meglio progenitura di Giapeto, un figliuolo che fiuta od annusa la madre è una immagine ridicola, ed un profumo di santa non si sa cosa sia. Nè mi si citi la Novella sesta della seconda giornata del _Decameron_, dov'è detto: -- «Il figliuolo, quantunque molto si maravigliasse, ricordandosi di averla molte volte avanti in quel castello medesimo veduta e mai non riconosciutola, pur nondimeno conobbe incontanente l'odor materno e sè medesimo della sua preterita trascuraggine biasimando, lei nelle braccia ricevuta lagrimando teneramente basciò.» -- Che _odore_ in questo brano non indichi cosa che agisce sull'olfatto, è chiaro. La Crusca registra lo squarcio come esempio di odore nel senso d'indizio o sentore; e dopo -- «conobbe incontanente l'odor materno» -- aggiunge parenteticamente -- «cioè la raffigurò.» -- La spiegazione letterale non parmi soddisfacente, ma non importa. La brutal metafora del Boccaccio non era da prendersi per ingemmarne una lirica.
VII.
La passione è femmina, il concetto è maschio; quella vuol esser fecondata da questo per produrre un portato poetico. L'animo dello scrittore il paragono ad un areme, un gineceo, un serraglio; i suoi affetti mi rappresentano le odalische; ed il concetto figura il pascià che gitta il fazzoletto a qual più gli aggrada. Nella Real Casa dell'Annunziata di Napoli, (_di squallida risorta ampliata_, come vi dice una lapide insulsa, che ricorda il celebre: _L'un era padovano e l'altro laico_) dove con pochissima carità si diseducano le projette, v'era e v'è forse ancora una usanza singolare: stretta clausura tutto l'anno, ma il giorno della festa del luogo, le porte si spalancano o spaparanzano (come s'esprime energicamente il dialetto partenopeo, con parola, che secondo il Manzoni, la lingua Italiana gl'invidia). Chiunque voglia entrare e visitare il brefotrofio, padrone. Le educande, in gran montura, stanno impalate lì come tanti capi di merci in vendita; e se alcuna mi dà nel genio, posso scegliermela e sposarla su due piedi e crearne una madre-famiglia: non c'è memoria che un'esposita avesse rifiutato un pretendente per quanto laido, scontraffatto, decrepito e scostumato, che una cosa anelano esse tutte più che lo Ebreo la venuta del Messia: di liberarsi dalla bolgia, dalla tomba, in cui gemono; in cui sono oppressi i polmoni, depressi gli spiriti; dove non si può nè respirare nè sperar bene. Appunto quelle innocentine somigliano alle disposizioni dell'animo nostro, che si precipiterebbero col più scapestrato concetto, pur di uscire da' muti claustri della mente, e vivere nella luce e nello splendore della parola. Ogni componimento implica un concetto, che n'è l'anima, ch'è il pensiero il quale in esso risiede e s'incentra, facendone un microcosmo. Sparito il concetto, ogni poesia sfigurerebbe; la più zeppa e ridondante d'immagini vaghe sarebbe soltanto un mucchietto di preziose gemme. Perchè le gioie si spietrino; e, come nel mito indiano sotto la mano prepotente della divinità, divengano membra di sommo splendore e fattezze d'impareggiata avvenenza e vita: bisogna che il signor concetto sopprima con un colpo di stato l'autonomia delle singole parti ed immagini, subordinandole ad una unità superiore. Allora il componimento addiventa un tutto organico, acquista coscienza e significato. Il Carteromaco, nel sesto canto del _Ricciardetto_, ha un bel paragone che qui quadrerebbe:
_Come il pittor ch'a mosaico si dice,_ _Dev'esser il poeta a mio parere;_ _E quegli è riputato il più felice,_ _Che meglio accoppia pietre bianche e nere_ _E rosse e gialle: e poi di tutte elice_ _Una fera, una donna, un cavaliere._ _Così deve il poeta, se sa fare,_ _Di varie cose il suo poema ornare._
Le pietruzze variopinte son le immagini singole, il concetto è appunto quella figura che risulta dal compaginarle. Il concetto pare dunque la più capace affermazione in cui si concreti il sentito dal poeta: se lo scrittore avesse male o deficientemente sentito, la riflessione genitrice del concetto, mancherebbe di sustrato, di un objetto sul quale esercitarsi. Nè mi si opponga il trovarsi qualche rara volta alti concetti senza punto sentimento, puta, nelle liriche di Giovambattista Vico. È vero, quindi nol nego. Ma non essendo stati sentiti, anzi solo pensati, que' concetti non si trasformarono di scienza in poesia; commuovono forse l'intelletto ma non la fantasia. Ed occorre non dimenticar mai, che scienza e poesia, quantunque spesso coincidano, sono essenzialmente due. Esaminiamo un po' qualche concetto de' componimenti di Aleardo Aleardi.
Chi non ripensa frequentemente un'_Ora della sua giovinezza_, divenuta momentosa per l'intera esistenza? Od anche le ore più volgari della prima età? Il trovarsi oppresso e stanco dalla ricchezza di contenuto della vita; il guardarsi indietro vagheggiando l'insulso tempo infantile, quando e' si vegetava; è umana cosa. Accade talvolta momentaneamente alle anime più robuste, vieppiù spesso alle fiacche ed imbecilli. Questo rimpianto, manifestato sotto forme adatte ad esprimere ciò che può esser solo un sentimento passaggiero, un accesso acuto, ha la sua ragion d'essere come ogni sentimento, e ci appaga negl'Idilli, nelle Romanze, nell'Elegie, che so! Se vien adoperato umoristicamente, meglio ancora. Ma non puole affermarsi con serietà in un lavoro a pretensioni e proporzioni colossali, che appena l'approfondisci, salta agli occhi quanto ha in sè di buffo, di ignobile, d'antipoetico, di gretto. Ed è così facile il cadere nell'indeterminato e nel declamatorio! -- «Gli animi della fanciullezza» -- scriveva il Leopardi -- «sono, nella memoria di ciascheduno, quasi i tempi favolosi della vita; come, nella memoria delle nazioni, i tempi favolosi sono quelli della fanciullezza delle medesime.» -- In quel modo che il popolo Romano a' tempi di Augusto non poteva rimpianger sul serio il Regno di Saturno, in quel modo che il collegio de' cardinali non brama sul serio d'esser ricondotto a' tempi degli apostoli; ciascun di noi non vagheggia sul serio com'ideale l'adolescenza, neppure i più scontenti della propria vita posteriore. Che, badate, particolarmente poetica, non è la giovinezza in sè, bensì quel grande sperare che si fa in essa ed il cui risolversi in fumo è tanto tragico. Dunque non m'hai da diffonderti troppo ne' particolari, non hai da infilzarmi prolisse querimonie da donnicciuola; anzi devi sapermi evocare splendidamente ma sobriamente con qualche immagini potenti, quell'epoca di beata inscienza ed incoscienza; farneticare di ciò che avrebbe potuto essere, che saresti potuto divenire; e poi con un tratto, con una parola, richiamarmi, revocarmi al presente amaro, nudo, sconsolato. Così mi seduci; t'impossessi dell'animo mio; e non mi lasci campo di riflettere e dirti: -- «Che diamine! Non t'avvilire! Sii uomo!» -- Aleardo Aleardi, invaso dalla stanchezza della virilità, rimpiange la quietitudine dell'animo puerile, il babbo, la mamma; racconta come una fiata, cavalcando a diporto, gli paresse di vedere co' proprî occhi ricombatter la battaglia di Rivoli; come, nel tornare a casa, pensasse alla Polonia; e, giunto alla tomba d'una fanciulla scannata dal ganzo, le imponesse di apparire per dargli notizie dell'insurrezione di allora (MDCCCXXXI); e come la donzella emergesse dal sepolcro per dirgli:
_..... la vergine polacca...,_ _Or che ti parlo è già meco sotterra;_
e come quindi una femmina vestita tricolore, _velata tutta d'iridi sacre_, nientemeno che l'Itala Musa in persona, intervenisse e sclamasse:
_No. T'inganni, fanciulla. Ella è sepolta,_ _Ma non è morta. Un popolo non muore;_
affermando cosa che ogni alunno di ginnasio dovrebbe saper falsa, chè di popoli ne son morti tanti tanti; e come poi quest'_Itala Musa_ si mettesse a baciucchiar lui, che da quel giorno ha sempre cantato.... non dice però se da basso, tenore, baritono o soprano.
Maledetta! debbo di nuovo chiedere scusa al leggitore per una facezia di cattivo gusto! Ma lo scherno s'impone a chi si vede imbandir prosuntuosamente queste... via, scavizzoliamo una parola blanda: questo pasticciotto insulso. Non basta il più saldo proposito di rimaner serio, quando si leggono ridicolaggini. L'Aleardi non s'abbandona ingenuamente alle reminiscenze giovanili, cheh! non racconta alla buona fatti accaduti o possibili; le sue invenzioni stravaganti e pretensiose debbono voler dire qualcosa; e noi abbiamo il diritto di appurare che significhino tante bizzarrie? che simboleggia quella visione? perchè invece di entrare nel caffè a dare un'occhiatina alle gazzette, scappa ad evocare una monella uccisa dal damo? eccetera. Ahimè, tutto ciò non significa, non dice nulla nulla; è un pretesto per descrivere gl'inverni irlandesi, una personificazione battezzata dea Vittoria, e che so io! un puro pretesto per isciorinare cognizioni di nomenclatura botanica e versi e versi e versi, ed informarci ch'egli è _l'enfant chéri des dames_, che fa girare il capo alle signore, ma che soprattutto la Musa travede per lui:
_Mesto crebbe e virile il nostro amore;_ _E di te indarno ingelosir le belle_ _Creature, che un dì mi seminâro_ _Di vipere e di fior la primavera_ _Della mia vita; e stettero per anni_ _Del mio riso signore e del mio pianto._
Che malora sia l'_Itala Musa_, non so troppo, io. Forse il nostro casto verseggiatore avrà davvero incontrato ed abbracciato in sul far bruzzo qualcuna vestita tricolore; ma cosa fosse quest'una, il dirò con una parola, quantunque m'abbiano a leggere occhi più sicuramente pudichi de' suoi.... Eppure, no; meglio una perifrasi.... E nemmanco di questa c'è bisogno: ci siamo intesi.
Nelle _Prime Storie_ il poetino suppone gl'Italiani immemori e svergognati, visto ch'e' ne ha mendicato invano un po' d'attenzione: quindi cerca consolazione tornando alla Musa e vuol cantare, non però dei vieti e vuoti numi d'Olimpo: altri tempi! La Grecia non favoleggia più, anzi compie grandi gesta (si vede!) e noi com'essa abbiamo per Ippocrene la patria. Speriamo e cantiamo. La Musa, comincia a cantare; e per iscegliere un tema _palpitante d'attualità_, parafrasa il Genesi, ciarla delle repubblichette Italiane, delle crociate, della scoperta delle Americhe, eccetera. E quanti popoli furono indarno! La civiltà segue il corso del sole: ma prima dell'egemonia americana, e non si sa perchè, dovrà sorgere e tramontare un nuovo periodo egemonico Italiano. Sfido io a pescare un concetto in questo guazzabuglio, in questo cibreo di volgarità e d'amenità. L'autore voleva rifare poeticamente la storia universale? Dunque, bisognava cavarne una somma, identificarla in personaggi ne' quali il pensiero filosofico diventasse vita, dando alle grette scrupolosità d'esattezza, bando alle inimmaginose nomenclature. Già, se vi limitate a riversificarmi per la millesima volta le storielle della mitologia biblica, non filosoferete, nè poeterete. Invece, infondendo nuovo contenuto al mito, potrete produrre splendide creazioni, come l'_Inno ai Patriarchi_ di Giacomo Leopardi; o per iscegliere un esempio che non sembri all'Aleardi una caricatura, come _Il Prigioniero_ di Francesco De-Sanctis, che senza dubbio è il _non plus ultra_ di quanto può fare chi non è nato poeta.
Che serve esaminare ad uno ad uno questi titoli d'una pretesa infondata? Quando l'Aleardi accusa l'_Itala Musa_ d'esserglisi prostituita, è un calunniatore; e basta dimostrar falsa una parte del suo racconto, uno de' documenti presentati, perchè ragionevolmente non sia più da credergli in nulla. Due sole parole sul _Canto politico in morte della Contessa Marianna Giusti, nata Marchesa Saibante_, dedicato _Al Venturo Pontefice_, perchè le ingiuste contumelie e facili e senza pericolo e codarde quindi e plebee, contro la canizie veneranda del pontefice vivente mi cagionano un tal disgusto, che avrei preferito passare senza ragionarne. Qui era balenato all'Autore un gran concetto. Egli chiede alla morta: -- «Perchè morire? ora che riacquistiamo una patria! esser cittadina d'un gran popolo, non è meglio forse, che diventare abitatrice del cielo?» -- Quanta profondità in questo ingenuo pensiero! come esprime acconciamente le idee moderne dell'uman genere adulto, che pago della sua sfera, conscio del suo significato, rinunzia volontariamente ad ogni speranza oltremondana! l'uomo si sente dappiù del santo, del dio, parti del suo spirito; la vita con le sue vicissitudini vien anteposta alla beatitudine immobile. Somiglia il concetto del _Prometeo_ del Goethe, che in quel frammento del francofortese rimane troppo astratto e filosofico, non si anima in tutto, non acquista vita piena e salda. Ebbene, di questo gran concetto che inciampava, messer Aleardo Aleardi non s'è nemmeno accorto! anzi giunge a tale eccesso di platealità da mandare la sua morte in cielo a pregare per l'Italia, come farebbe ogni scolaretto, come si legge su tutte le lapidi, come han fatto millantamila altri imbrattacarte prima di lui; eccetera, eccetera.
VIII.
Bastino codesti esempli: quando esaminassi tutti i canti, dovrei perennemente ripetermi. Vi è però, giustizia vuole ch'io 'l confessi, una maniera di componimenti, nella quale Aleardo Aleardi riesce egregio, poichè vi si può fare ammeno di concetto e di sentimento, vi basta un'emozioncella momentanea, un pensiero isolato. Intendo parlare di quelle, che volgarmente si chiamano _poesie d'occasione_; che i francesi denominano _fuggitive_; ch'egli addimanda, con un epiteto abbastanza incongruo, _volanti_; e che suppergiù corrispondono agli _Epigrammi_ degli antichi.
Ho già notate alcune gentili strofuzze per una Maria Wagner; e non tacerò delle stanze per le venete, che mandano all'emigrazione i loro vezzi. Le misere hanno sentito
_..... come un lamento_ _Di nota voce languida per fame,_ _Che vereconda dimandasse a stento_ _La carità d'un obolo di rame._
Ed in questi versi e' s'avverte qualcosa di strascinato, che s'attaglia stupendamente al pensiero espresso e fa sentire la languidezza ed il ritegno col quale la voce chiede; ma perchè _obolo di rame_? tanto vale un obolo di rame quanto un obolo di argento, come tanto pesa un chilogramma di ferro, quanto un chilogramma di penne. Le Venete hanno udito; e commosse pregano un barcaiuolo di recare que' pochi giojelli scampati alla rapina tedesca sull'altra riva del fiume: _Riva gioconda e pur riva d'esilio_; e di rammentare agli esuli che Venezia aspetta. Convien far la tara a queste esagerazioni: se le Venete ci avessero mandate tutte le gemme, tutta l'oreficeria loro, gli emigrati sarebber divenuti tanti signoroni; ma, preso con discrezione, il pensiero è semplice e vero, e nelle poche quartine e' ci ha momenti indovinati e riboccanti di poesia. Esempligrazia, quando parla del
_..... cor degli stranieri,_ _Bersaglio eterno all'Itale vendette,_
l'Aleardi dice meglio e più sull'odio fra la razza germanica e la schiatta latina, esprime vieppiù robusta e vivacemente l'astio accumulato dalle sofferenze, che non faccia con prolisse filastrocche nel _Canto politico_, ne' _Sette Soldati_ ed altrove. Nondimeno anche qui non mancano dissonanze. Le Venete han la parola:
_A noi meschine, in questi dì supremi_ _Fra la speme e lo spasimo ondeggianti,_ _Non si confanno anelli o dïademi,_ _Perle non si confanno o dïamanti._
strofa tollerabile, quantunque la smania dell'antitesi e del parallelismo vi giunga fino al bisticcio: _speme e spasimo_, _diademi e diamanti_, scherzi aliterativi, artifiziucoli, che la passione traboccante e sincera non comporta forse, ma che qui dove si tratta soltanto di formulare un'emozioncella in modo spiccato, facile a ritenersi, musicale anzichè poetico, sono forse non immeritevoli d'indulto. Approvo anche la dieresi, sebbene di solito _diamante_ sia trissillabo, e nello italianizzar vocaboli greci che cominciano per _dià_, come _diavolo_, _diadema_, si soglia restringere la particella in una sola sillaba, facendo dell'i una _j_ consonante; così Dante: _Che questi lasciò un diavolo in sua vece._ Ma l'Aleardi fa seguire immediatamente quest'altro tetrastico:
_Abbiam catene in cambio di smaniglie,_ _La fune al collo in cambio di monili;_ _Le nostre fronti gocciano vermiglie_ _Sotto un serto di rie spine servili;_
che è pura rettorica: immagini false e quindi inefficaci e poi vengono questi versi:
_Noi pur, se giova, taglierem le chiome;_ _E, con le trecce de' capelli neri,_ _Tenderem corde da avventar saette;_
elle sono rettorica pretta. Care, non fate, che non giova. Vi svisereste senza scopo. Solo gl'indigeni della Nuova-Zelanda adoprano saette, ora; nel secolo dei cannoni rigati e de' fucili ad ago. All'Aleardi, strano fenomeno, sembra prosaico il caratteristico, ch'è il vero poetico, e quindi s'attuffa nei luoghi comuni. Anch'egli Francesco Dall'Ongaro (altra bella cima e cara gioia!) ne' suoi _Stornelli_ (che non sono altrimenti _stornelli_, anzi _rispetti_) fa offrire dalle livornesi il sacrificio di questa bellezza muliebre. La Maria Antonietta (dice egli) aveva giurato (_credat Judaeus Apella, non ego_) tornando, d'imbottirsi le materassa e gli origlieri con le trecce delle livornesi; e queste rispondono, ricordando come in altri secoli le loro capellature servissero a tender gli archi, e promettendo d'impiegarle ora a fasciar le ferite ai volontarî. Reminiscenza del Tasso: ma non si comprende, come nel caso dell'Erminia e di Tancredi, la necessità di ricorrere a tali fasciature poco igieniche e molto disadatte: manca pezze, bindelli e sfilacci?
_Altezza, queste trecce, o brune o bionde,_ _Le abbiam già tronche un dì di propria mano,_ _Per tender gli archi e risarcir le fionde_ _Ai difensori dell'onor toscano._ _Or fascerem le margini profonde_ _Ai volontarî del lombardo piano...._ _Ma voi non ci godrete ore tranquille,_ _Vi pungeranno, Altezza, al par di spille...._
Ma questa freddura è roba vecchia, vieta, stantia, rancida, barba di cassone e di scaffale, fritta e rifritta, trita e ritrita, detta e ridetta le mille volte e meglio assai da scrittori precedenti, e con più spirito, Per esempio, il secentista Antonio Muscettola ha composta una canzone concettosa intitolata, _La chioma recisa_, dedicata al signor Mario Rota, in cui scrive:
_IV. Già di recisa chioma_ _Fabricarsi mirò bellico arnese,_ _Perchè fusser difese_ _L'eccelse rocche sue, l'antica Roma;_ _Et or nove armi architettando Amore,_ _Troncò quel crin per saettarmi il core._ _XI.... Et, o beata sorte,_ _Se la crudel che mi ferì sdegnosa,_ _Divenuta pietosa_ _Di mia vicina irreparabil morte,_ _Troncasse del suo crin le fila vaghe_ _Del sen trafitto per fasciar le piaghe._
Le tre ottave _Alle Donne Milanesi_ sono indovinate, meno la seconda. Il componimento venne recitato in una festa data a Milano nel MDCCCLX, da signore veneziane abbrunate, che presentavano dei mazzolini di fiori alle lombarde e che invece di darsi in ispettacolo con simili commedie, avrebber servito meglio assai la patria standosene costumatamente in casa a rinacciare o far conserve od insegnare a compitare a' figliuoli. Come è ben sentito il verso onomatopeico, che rappresenta l'austriaco, _Ululando la lingua di Lutero!_ magnifico e caratteristico in bocca d'Italiane cattoliche. L'ultima ottava poi è un capolavoro tecnico e poetico: quanta gentilezza nella chiusa:
_E voi, lombarde memori sorelle,_ _Se mai trovate tra i soavi odori_ _Qualche stilla rimasta per incanto,_ _Badate, o pie, non è rugiada, è pianto._
Nel madrigale _A Re Vittorio Emmanuele_ finalmente, col quale Venezia serva è supposta accompagnare un bucchè, la personificazione è così spontanea e ben riuscita, che non oso condannarla; l'antitesi è così gentile e ben trattata, così franco e ben maneggiato il verso, che neppure un pedante osa chiedere da quando in qua le parti sono invertite e le spose mandino ramiglietti (mi si perdoni il napoletanesimo autorizzato da un esempio del Tansillo) mandino ramaglietti agli sposi, ed un napolitano stesso leggendo non pensa all'equivoco osceno che nel suo dialetto offre l'ultimo verso e quella parolaccia _mazzo_. Quando si giunge a preoccupare un napolitano fino al punto di non fargli avvertire una porcheria, è tutto dire. _C'est un joli rien_, come dicono oltr'Alpi. Per questi nulla, per queste inezie solo, aveva disposizione e capacità l'Aleardi: ed è veramente da rimpiangere ch'e' non ne abbia scritto in maggior numero.
Nulla? inezie? Sbaglio, ho mal detto. Non è mica la mole che fa il merito d'una poesia, anzi la perfezione: e parecchi rimangono immortali per siffatte gemme epigrammatiche. L'impressione momentanea ha dritto ad essere espressa dal vate; e molti poeti non possono, per idiosincrasia loro, ammucchiare i pensieri, le immagini, i sentimenti che quotidianamente si presentano alla fantasia, ammucchiarli, dico, ne' magazzini della memoria pe' casi in cui occorrano; se non li esitassero subito, li perderebbero. Così pure alcune frutta bisogna coglierle e mangiarle; la dimane non sarebber più commestibili. Così pure alcune pietanze vogliono esser trangugiate calde; a Napoli dicono: _friggi e servi_. Aggiungerò che l'eccellenza si raggiunge più agevolmente in queste bagattelle, che ne' lavori di lunga lena. S'è sempre freschi; non s'è sopraggiunti da quelle stanchezze micidiali, che inducono spesso a buttar giù l'opera di anni od a lasciare interrotte minacce di lavori ingenti; non si rischia di riuscir mediocre in qualche parte, che sbagliata fa scomparire il rimanente quantunque ottimo; non si è costretti a sacrificare, ad eliminare mille bellezze, che non servono per lo schema concepito. Maestro del genere è l'Arouet: e dire che il signor di Ferney se n'è compiaciuto equivale al ragionare la bontà del genere; l'istinto inconscio d'un tanto genio è infallibile.
_Chè intelletto divin, celeste ingegno,_ _Nulla a caso giammai forma e dispone._ (Adone. VI. 8.)