Part 2
L 'Aleardi non giunge mai a percepire chiaro e spiccato il fantasma, ad infondergli autonomia, perchè tra 'l fantasma contemplato e lui contemplatore s'inframmette sempre un'altra immagine: quella della sua propria riverita persona. Non ci ricorda l'attore interamente assorbito dal personaggio, anzi il burattinajo che ti dimena sugli occhi de' fantoccini di legno, e quasi gli dolesse di dar campo all'illusione, caccia di tempo in tempo la propria zucca sul palcoscenico. Sembra preoccupato da paura che l'opera faccia dimenticare il poeta; e s'interrompe, al meglio, e si lascia cader la maschera per rettificare il vostro abbaglio, caso aveste supposto daddovero in iscena altri che lui. Siffatta relazione fra l'autore e le sue creazioni è giustificata nell'umoristico, quando lo scrittore intende appunto ad uccidere la poesia, riducendola a fantasmagoria col dimostrare la nullità intrinseca, la dipendenza del fantasma dal suo capriccio; ma dovunque è serietà diventa incompatibile. Pare che di ciò l'Aleardi non abbia sospetto: per lui, temi e concetti non sono qualcosa d'essenziale, anzi lo svariato scenario che il farà figurare, innanzi al quale ei potrà pavoneggiarsi ora in una, ora in altra veste. L'universo esiste soltanto per suscitargli un'emozione ch'egli esprime con più civetteria che poesia. Il Giusti scriveva ad un amico celiando: -- «sa, che l'Io è come le mosche; più lo scacci, più ti ronza d'intorno, e per questo non ti maravigliare se _io_ comincio dal mio signor me.» -- L'Aleardi comincia e finisce da sè. E sì, pretende che l'ammiriate, com'egli si ammira; registra ogni suo moto, ogni gesto, ogni atteggiamento, quasi che importassero molto; ed esagera ed ostenta e vuol che guardiate attraverso una lente magnificativa tutte le miserie di una vita prosaica, d'un animo comune: tepidi amorazzi, peccadigli che non son delitti, le solite lacrimette, le solite orazioncelle. Questo per mostrarsi uomo di carattere, dopo detto _Che l'angoscia profonda ha il suo pudor_, dopo affermato di sdegnare l'indiscreto verso _Che pubblica gli affetti intimi al volgo_. L'effetto non può non essere comico. Scartabellando il suo volume sei indotto in tentazione di credere che nelle brigate le belle signore invitate da lui per la contraddanza gli rispondano: -- «Tropp'onore, mio poeta;» -- che scarrozzando col virginia in bocca alle Cascine, tremi per l'_olimpia febbre de' carmi_; e che pappandosi il mezzo sorbetto la sera, innanzi al Caffè d'Italia su' deschetti in via Santa-Trìnita, ad ogni cucchiaino rimastichi qualche _acre reminiscenza del passato pianto_.
L'idea, ridicolamente eccessiva, della sua importanza come poeta, si manifesta in modo presso che io non dissi scandaloso nelle dediche premesse ad ogni singolo componimento, dove la forma epigrafica le dà spicco e la scusanda del verso è svanita. Citerò qualche esempio caratteristico.
_A. Te._ _Nina. Sarego-Alighieri-Gozzadini._ _Che. Comprendi. Più. Che. Non. Dico._
Il rivolgersi ad una donna, ad una giovane sposa, accennando in nube ad una secreta intelligenza, è una impertinenza tanto fatta, una incontrovertibil pruova di fatuità indelicata. Inoltre il poeta sembra alludere ad un senso profondo, remoto d'ogni sua parola, senso intelligibile soltanto a pochi eletti: ed oltre i miracoli espressi ne' versi, ci ha le mirabilia taciute, i portenti rimasti chiusi nell'animo di lui ed i quali non gli è dato manifestarci, senza dubbio perchè: -- «quantunque v'ha di meglio nel cuore, non n'esce mai» -- per dirla col Lamartine, ingegno della stessa tempra, ma di ben altre proporzioni. Bella frase! gentil pensiero! se non che l'ammetterlo per vero equivarrebbe ad una sentenza capitale contro la poesia. Il contrario è vero, come dice Ludovico Börne: -- «In quella forma che ogni spirito trova la propria glorificazione in un corpo, anche ogni pensiero vede nella parola la sua perfezione». -- Certo, qualche volta, si pruova una giusta renitenza a pubblicare od anche scrivere de' versi che rivelano alcune parti o piaghe segrete dell'animo nostro. Il Musset, parlando in una lettera confidenziale di certe stanze ad una suora della Carità che lo avea accudito, dice: -- «I versi per suor Marcellina, io li finirò uno di questi giorni, l'anno prossimo, fra dieci anni, quando mi piacerà e se mi piacerà. Ma non li pubblicherò mai e non voglio neppure scriverli. È già troppo l'averteli recitati. Ho detto tante cose a' gonzi e ne dirò loro ancor tante, che ho pure il dritto, una volta in vita mia, di comporre qualche strofa per uso mio particolare. La mia ammirazione e la mia riconoscenza per quella santa ragazza non saran mai impiastricciate d'inchiostro da' rulli del torcoliere. Cosa fatta capo ha; non toccar più questo tasto. La Signora Di-Castries m'approva, asserendo: che giova aver nell'animo un cassetto segreto, purchè vi si nasconda solo roba salubre.» -- Benone, ma non bisogna andar decantando il contenuto del ripostiglio occulto; nèd il Musset pretese mai d'essere ammirato per que' versi alla Marcellina che nessuno avea visti. Chi si vanta di ciò che non mostra, induce a credere di non aver che mostrare; appunto come uno che non ispendesse mai e parlasse delle sue ricchezze le farebbe credere immaginarie.
_Pongo. Sul. Sepolcro._ _Di._ __Carlo Troja__ _Questo. Canto._ _Che. Vivendo. Ebbe. Caro._
Non appurandosi altro di questo Carlo Troja (da non confondersi col grande istorico napolitano) che l'aver egli ammirato i versi d'Aleardo Aleardi, e' ci si para davanti come un uomo il quale non abbia fatto altro vita natural durante (vita bene spesa affè!); come una ristampa peggiorata di quel Jacopo Boswell; che per la prona ammirazione verso Samuele Johnson s'è lucrata una ridicola immortalità fra gl'inglesi, tanto che Tommaso Babington Macaulay chiama spiritosamente _lue boswelliana_ ogni venerazione inconsulta, irragionata, inintelligente.
_A. Giuseppe. Garibaldi._ _Aleardo. Aleardi._
Da pari a pari. Narrano che Goffredo Augusto Bürger visitasse una volta il Goethe, col quale non s'era per anco incontrato personalmente, e che per farsi conoscere gli dicesse: -- «Voi siete il Goethe, io sono il Bürger;» -- ma soggiungono che il Goethe gli voltasse le spalle, lasciandolo in asso.
La fatuità non è l'orgoglio, rimpicciolisce: quindi (se m'han detto il vero: ma, se non è vero, è ben trovato!) quindi la debolezza dell'Aleardi di mutarsi il prenome di Gaetano, che veramente è un po' volgare, in quello inaudito d'Aleardo, che è d'un buffo, ma d'un buffo!...... Vergognarsi d'essere l'omonimo dell'autore della _Scienza della Legislazione_! Ma il Foscolo si vergognò di portare lo stesso prenome dell'autore del _Principe_, -- «quando in Ugo cambiò ser Nicoletto!» -- Piccolezze umane! Il volgo si preoccupa molto de' nomi, e da essi giudica gli uomini: non del tutto irrazionalmente, s'e' si trattasse de' cognomi, i quali indicano la schiatta, sebbene la fragilità delle mogli cagioni molte perturbazioncelle note ed ignote; ma scioccamente affatto, per quanto concerne i prenomi, dipendendo questi dall'arbitrio de' genitori, de' parenti, de' compari. Un critico inglese a proposito di alcuni verseggiatori americani scriveva: -- «C'era o c'è un certo Dwight, il quale ha stampato un poema in forma d'epopea; ed il nome suo di battesimo era Timoteo». -- Il lettore volgare sogghigna d'un poema epico che ha per autore un Timoteo e l'opera gli par giudicata. Sarebbe come se un napoletano per confutar la filosofia del Gioberti, si limitasse a dire-: -- «Che razza di filosofia volete che stampi uno che si chiama _Si Vicienzo_?» -- Ma se l'Aleardi fosse davvero quello _sdegnoso_ pel quale e' si spaccia, avrebbe pensato l'uomo illustrar il nome, non il nome l'uomo.
_What's in a name? That which we call a rose,_ _By any other name would smell as sweet._
Questa idiosincrasia, che nell'Aleardi ci stomaca, non è punto rara nella colonia europea del Parnaso. Splendido esempio presso i francesi Alfonso di Lamartine, pertinace a descrivere se dovunque ed ognora, nel parossismo dell'effusione lirica, quasi nel momento dell'affetto avesse avuto uno specchio davanti ed equanimità da studiarvi le mosse, il nodo della cravatta e la discriminatura. Finanche quando da una sua parola dipendono le sorti della patria, quando volgo ed assemblea aspettano che egli decida, per proclamare o la repubblica o la reggenza della duchessa d'Orléans, ha tempo da pensare all'atteggiamento, da notare i gesti propri. Finanche piangendo una figliuola unica, perduta per sua colpa!
_Le front dans mes deux mains, je m'assis sur la pierre,_ _Pensant à ce qu'avait pensé ce front divin,_ _Et repassant en moi de leur source à leur fin,_ _Ces larmes dont le cours a creusé ma carrière._
Or bene, Aleardo Aleardi ha trovato modo di superare Alfonso di Lamartine! Allegramente, pècori giobertiani! ecco un nuovo documento del nostro primato! Anche rivedendo la madre in cielo, egli pensa solo a coglier l'occasione per esaltar sè, calunniando un popolo ed un secolo, dei quali non possiede e non comprende la robusta virtù:
_Nuovamente accorrâi questo sdegnoso_ _Che partorivi con fatica tanta,_ _O troppo presto o troppo tardi, in mezzo_ _A le viltadi d'una fiacca stirpe._
Ogni quadro gli sembrerebbe imperfetto s'egli non vi occupasse il primo piano. In un _canto_ profetizza l'ingresso trionfale del Re nella patria Verona, la dimane d'una vittoria sugli Austriaci: benchè la descrizione sia mediocrissimamente favoleggiata, pure il semplice pensiero della cosa descritta esercita tal potenza su d'un patriota Italiano, ch'e' si riman compunti fino alle lacrime. Quand'ecco, sul più bello, l'autore, quasi arrovellato che veronesi e leggitori, assorti nell'immagine simpatica del Re, dimentichino lui, scappa fuori così:
_Emanuele, Re d'Italia, anch'io_ _Non ultimo poeta,_ _Un saluto t'invio. Certo mia madre,_ _Santa com'era, divinando il figlio,_ _Me al nascere di panni_ _Tricolori fasciò. Sin da fanciullo...._
eccetera. E così giù per ventun verso farnetica di sè, finchè gli paia tempo, dopo essersi ricordato e raccomandato all'attenzione del rispettabil pubblico e dell'inclita guarnigione, di riprendere l'interminabile pittura, slavata in guisa da sembrare quel che ahimè! non puol essere, copiata dalle gazzette.
In una _poesia volante_ (dichiaro fra parentesi di non capire come possano volare le poesie) troviamo il Nostro prigione oltr'Alpi. Una giovanetta, _fior di cortesia, ch'ei non vide mai, nè vedrà forse in terra mai_, gli ha usato di quelle benevolenze che scendono tanto dolci al cuor dell'esule e del captivo. Come ringraziare una donna se non lodandola? e che lodare credibilmente in una ignota ed incognita? Il nome: questo nome fu anche della madre di lui e par quasi che stabilisca una parentela fra' due. Benone! chi non ha talvolta profittato di simile coincidenze, chi non le ha spesso astutamente mentite, per trovare punti di contatto con qualcuna che gli premeva? Fin qui la poesia riesce gentile, affettuosa; la situazione è felice: commuove daddovero quell'uomo costretto ad accettare alcunchè da una donna ed il quale può rimeritarnela solo con poche strofette. Ma l'Aleardi non si ferma su questo motivo; non può rassegnarsi a rimaner nella mente della giovane Fraile un carcerato qualunque; vuol darsi importanza; gli manca la sublime verecondia che nel _Conte di Carmagnola_ del Manzoni induce il Pergola figlio a confondersi con gli altri prigionieri volgari e tacere; quindi termina:
_Ma siccome ho giurato alla mia Musa_ _Di non cantar fuor dell'Italia mai,_ _Se la incontri per via_ _Non le dir ch'io cantai, bella Maria._
Ecco sfumata la gentile impressione. Non vedi più che la fatuità poetica di chi si fa correre dietro per lo mondo una personificazione della Poesia, quasi uscito lui d'Italia, ne sia svanito ogni lume d'Arte. E _siccome_, nel senso di _poichè_, non è Italiano; gallicismo, barbarismo.
Come ultima sciagura a Genova ed a Pisa, _scellerate nipoti di Caino_, il Nostro annunzia loro che il Vate le maledice: se le perpetue guerricciuole delle repubblichette medievali non avesser procacciato altro danno che le imprecazioni dell'Aleardi!... Convien rileggere intero il brano per rendersi ragione di tutto il prepotente effetto comico della scappata. L'autore, per rappresentarmi le due città, le personifica: Pisa, _in sella ad una prua spumante_, scende a giostrare con Genova, _leonessa saettatrice_: e non si capisce punto perchè non abbia all'incontrario fatta inforcar la prora a Genova e chiamata luna sagittaria Pisa. Il Poeta passa di lì, forse camminando sulle acque come san Pietro, probabilmente qual ei vien descritto altrove: _l'astro del genio in fronte_, e senza dubbio coi baffi e col pizzo dell'Aleardi; e si ferma a recitare con qualche opportuna variante i versi di Ugo Foscolo sulla battaglia di Maratona. Perchè un anatema conturbi chi l'ascolta, si richiede autorità in chi lo profferisce: quest'autorità si acquista dal moralista persuadendoci dell'altezza del suo ideale etico, dal poeta impossessandosi della nostra fantasia con immagini che ci sforzino a sentire come lui. Chi non impreca con l'Allighieri alla crudeltà di Pisa contro la famiglia del conte Ugolino? chi non accetta, nel leggerlo, il giudizio che Dante fa de' contemporanei e de' passati? e non dura fatica poi a rettificarlo in modo conforme alla verità storica, tanto è il fascino di quella poesia? onde il Settembrini ha in somma parte ragione scrivendo che: -- «il giudizio che si fa di queste anime, a ciascuna delle quali si assegna il suo _stato_ è il gran giudizio fatto da dio nella coscienza dell'uomo libero ragionante; è il giudizio che si aspettava nel Mille e non venne ed ora è fatto....» -- Ma l'Aleardi non avendo saputo trascinarci con le immagini sue, rimane un declamatore esautorato.
Vorrei finirla su questo capitolo; ma mi accorgo d'una conseguenza della fatuità poetica; sulla quale m'incombe il dovere di richiamar l'attenzione delle signore Italiane. Badate, care dilette, a non annaspare nessun amoretto con chi pizzica del poeta, senz'averci prima pensato bene. Non è cosa da farsi alla cieca: al primo bisticcio sarebbe capace di mandarvi a casa l'intera penisola, sana sana, acciò rendiate conto delle vostre bizze:
_.... Oh sconsigliata_ _L'Itala donna cui fu dato in sorte_ _Stringersi al petto un'amorosa testa_ _Nata agli allori, che la cinge invece_ _Di domestiche spine! A lei di contro_ _La penisola sorga, e le domandi_ _Terribil conto del perchè la inerte_ _Stella non manda lume...._
Avete inteso? Pare che non avesse tanto torto quell'amico di Gian Cristiano Kestner, che gli scriveva, quando il Goethe con leggerezza inescusabile lo ebbe posto alla berlina insieme con la moglie nei _Patimenti del giovane Werther_: -- «Salvo il rispetto dovuto all'amico vostro, ma gli è pericoloso d'avere un autore per amico.» -- Per me, fossi femmina ed avessi letto que' versi, e poi l'Aleardi mi richiedesse di amore, non lo promuoverei mai da patito a drudo. E poichè mi trovo maschio, quantunque non la pretenda a poeta, prevedendo il caso in cui mi venga in sèguito un simile ghiribizzo, chieggo il permesso di dichiarar qui solennemente e dichiaro: _che in ogni mio futuro dissidio con qualsivoglia Italiana non sarà mai chiamata ad immischiarsi la penisola, intendendo io rinunziare e rinunziando esplicitamente ad invocarne l'intervento._ Ce la vedremo a tu per tu, da solo a sola. E consiglio le mie care compatriote di fare scrivere e sottoscrivere una dichiarazione identica a tutti gli adoratori loro presenti ed avvenire, che, registrata e bollata, si depositerà presso pubblico notaio. Sia quest'atto una formalità indispensabile (sennò, no) per chiunque vuol rendersi loro aggiudicatario, come la cauzione provvisoria per chiunque concorre ad un pubblico appalto.
Ma riconosciuto, pure, che la fatuità sia il più spiccato sentimento dell'Aleardi poeta, non sarà certo il solo, neh? Giulio Cesare venne accusato d'esser un bell'imbusto, anzi un finocchio: nè siffatte colpe il rimpicciolivano. O se questo fosse il caso d'un Giulio Cesare della poesia? La fatuità, la vanità si condona volentieri al merito. Quali sono le altre parti dell'animo di lui? quali sono i concetti nei quali ha dato opera ad incarnarle?
IV.
Aleardo Aleardi ha scombiccherati parecchi componimenti in cui parla della madre e d'Italia e di libertà e d'amore e di religione: cose tutte le quali sono state e saranno in eterno fonte ricchissima di vera poesia. Ad un patto però: che siano sentite, che divengano passione, che si concretino in fantasmi autonomi. Sono poesia nelle loro manifestazioni, non già nella loro astrattezza. Spieghiamoci con un paragone: i paragoni, se non provano, rischiarano; ed in casi molti, rischiarare val quanto provare.
Nelle _due pagine autobiografiche_ preposte ai suoi Canti il nostro autore vi dice: _Ho considerato la poesia come la perla del pensiero: chè nasce anche ella da una febbre dell'animo, come la perla da un malessere della conchiglia: chè l'aceto della scurrilità e della malvagità la distrugge come l'aceto dissolve la perla._ A dirla, io non so se l'aceto dissolva le perle, e mi ho annodato la cocca della pezzuola per ricordarmi di chiederne a Sebastiano De Luca la prima volta ch'io l'incontri; so bensì di certo, che la scurrilità è, quanto ogni altro, schietto e legittimo elemento di poesia: e se l'Aleardi non si trova in grado di comprenderlo, suo danno. Non sarebbe il solo; moltissimi, tutte le nature fiacche sono negate all'intelligenza delle categorie comiche. Ma lasciamo star ciò, ch'io non intendeva citare il paragone per biasimarlo, anzi per farlo mio. La perla si produce dalla secrezione sovrabbondante della materia che fodera la conchiglia, la quale, agglomerandosi in alcuni punti a mo' di bernoccolo, senza dubbio ingenera nell'ostrica un piacevol prurito; e tante volte l'ostrica ricopre di sostanza madreperlare qualche corpo estraneo, che gli dava noia con la sua forma irregolare, ma poi arrotondito dagli strati che gli si sovrappongono, non torna più d'incomodo. Se non che più l'escrescenza ed il corpo estraneo stanno e più divengono voluminosi; la protuberanza si stacca dal guscio e diventa una cosa per se, la pallottola ingigantisce, e dànno peso e dànno molestia all'animale, finchè questi non trovi modi di sbarazzarsene. Con simile appunto si ravvisa il processo poetico nella mente dello scrittore dalla percezione all'espressione. Il percepire avidamente l'objetto, (fatto, sentimento, eccetera) l'assumerlo in sè, l'appropriarselo, procaccia dapprima una piacevole impressione: l'è quel diletto che noi precisamente cerchiamo nella lettura od in teatro. Anche quando la percezione è tornata dolorosa o per la sua veemenza o per la sua natura, lavorandoci intorno con l'immaginazione, togliendone le asperità, finisce per essere ospite gradita della memoria. Poi, mano mano che procede la traduzione dell'objetto in immagine interna, e quanto più questa divien viva e potente, _id est_ autonoma, s'ingenera e cresce un malessere nell'animo del poeta, cagionato dalla presenza del fantasma. Malessere del quale si guarisce incarnando esso fantasma in un lavoro, estrinsecandolo. La stessissima successione di momenti si percorre nella generazione fisica dal concepire allo sgravo. Più il pensiero diventa perfetto in sè, tutto immagine, cioè artistico, e più diventa estraneo allo scrittore, che quindi è angosciato dalla sua presenza, come donna negli ultimi mesi della gravidanza. Il fantasma s'impone allo scrittore, che non gli comanda, anzi il subisce. Molti anni dopo la pubblicazione delle _Affinità Elettive_, il Goethe leggendo il carteggio di Ferdinando Solger trovò una lettera su quel romanzo, la quale gli parve il meglio che se ne fosse scritto. Il Solger, riconoscendo che il fatto era il prodotto di tutti i caratteri, pur biasimava quello d'Eduardo: -- «Non saprei volergliene» -- disse il Goethe -- «nemmanco io posso soffrirlo, benchè pieno di verità... Ma, mi piacesse o mi spiacesse, dovetti farlo a quel modo.» -- Notatevi quel _dovetti_. Ecco perchè diceva che tutti quei santi e gentili affetti, i quali rendono caro un uomo nella vita empirica ordinaria, per mutarsi in poesia han bisogno prima di _diventar passione_, cioè di crescere in intensità, e poi di _trasformarsi in fantasmi autonomi_, cioè in immagini che abbiano in sè la ragion di loro vita e non siano mero prodotto dell'arbitrio di chi scrive.
Tanto la passione, quanto l'autonomia del fantasma, sono rese impossibili per Aleardo Aleardi dall'idiosincrasia che chiamammo fatuità poetica. Il fantasma non acquista mai effettività objettiva nella sua mente; l'affetto non diventa mai cosa seria pel suo cuore; anzi egli se ne fregia, come una civettuola di finte trecce e di nastri nell'acconciarsi. Egli non può mai profondarsi nell'objetto, poichè questo al postutto non ha importanza intrinseca agli occhi suoi, anzi è solo un mezzo per farlo figurare. L'amor patrio, l'amor filiale, l'amor divino e finalmente ciò che dicesi amore per eccellenza e per antonomasia, sono nel freddo animo e morto di lui piante esotiche, le quali non fioriscono mai come passione.
Aleardo Aleardi ne si protesta buon cristiano: s'adonterebbe se lo chiamassimo, come Lisandro chiamava Aristodemo nella prima e men cattiva tragedia del Monti:
_..... Uomo_ _Non sottoposto all'opinar del volgo_ _.... che questi dei, quest'ombre_ _De l'umano timor, guarda e sorride._