Fame usurpate

Part 28

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Finanziariamente siamo al caos, proprio! L'Italia cammina a passi di gigante verso una catastrofe: in fondo alle amenità presenti non c'è se non il fallimento od un nuovo aggravamento d'imposte. Questi finanzieri di strapazzo hanno ferito a morte ed esautorata una tassa, che gettava molto e che, immedesimandosi col prezzo d'un oggetto di consumo universale, non era troppo fastidiosa pe' contribuenti, i quali ci si andavano a poco a poco avvezzando, dico il macinato; mentre propongono spese nuove di miliardi, e mentre falsano le cifre de' bilanci ed il sistema di contabilità, per far credere i gonzi negli avanzi inesistenti. Per poco colti e molto sciocchi, che siano, il Cairoli e complici non possono illudersi e non iscorgere l'inanità e l'assurdità del loro sistema. Ma le proposte contemporanee di disgravî e di ferrovie, debbono servire come strumento elettorale, per abbindolare i credenzoni. Abbacinando con tante grazie gli elettori, che non s'accorgono della impossibilità delle promesse, sperano que' messeri nuovi trionfi dalle urne. Ed il giorno, in cui i nodi venissero al pettine? In quel giorno, questi ciarlatani si ritirerebbero; e lascierebbero il paese ne' guai, e negl'imbrogli i successori, a raccôrre l'impopolarità e l'odiosità de' provvedimenti terribili od incresciosi, che essi ora preparano e rendono inevitabili. Si ritirerebbero con la popolarità scroccata. No, questo non è condursi da galantuomini! L'onest'uomo politico, l'uomo leale, dice tutto il vero, tutto il duro vero ed amaro al paese, e predica i sacrifizî, che possono rimediare al male, anche a rischio di farsi aborrire e lapidare. Gli onest'uomini non promettono miracoli inattendibili per ottenere grazia nel giorno del rendimento de' conti o per procrastinarlo, perpetuandosi al ministero, dove sono indegni di stare!

La capacità del Cairoli! Sta nell'aver reso possibile il misfatto del Passannante, nel mentire senza pudore al paese per ingannarlo, nel gettare i semi della guerra civile. Volete onorare queste belle opere e buone?

Capacità, dunque, da premiare ed onorare, nessuna; ma v'è forse in lui, come altri vuole, un carattere da ammirare ed esaltare? una tempra d'uomo da proporre come esemplare e modello?

Nemmanco. Chi non sa, che questo Cairoli ha fatta sempre professione di repubblicanismo anzi di mazzinianismo? Non era egli, non è tuttora, presidente, vicepresidente o membro onorario obligato di qualunque sodalizio demagogico? Non è di quelli, che hanno assoldato gli assassini Monti e Tognetti? Non è di quelli, che hanno per profeta il Mazzini, il quale mandò un sicario ad ammazzare l'avolo di Re Umberto? Non è promotore d'un monumento a quell'uomo iniquo, che ha vissuto lautamente per anni alle spese de' gonzi d'Italia? Non è tuttora amico intimo de' repubblicani più sfacciati? e non sorgon questi concordi in Parlamento e ne' giornali a difenderlo? L'anno scorso, alla commemorazione de' morti di Mentana, non camminava egli con la bandiera rossa? Ammirate consistenza di carattere! pochi mesi di poi, era ministro del Re d'Italia! S'ha il diritto di chiedergli, vedendolo accarezzato in Corte ed applaudito dalle sette, a chi serva davvero e chi inganni. Stare con Cristo o col diavolo ad un tempo non si può: fare gl'interessi del Re Umberto e della repubblica contemporaneamente, è impossibile. Chi tradisce il Cairoli? L'antico suo partito, cui lo avvincono complicità criminose di setta; o la dinastia, cui testè giurava fedeltà? o tradisce e quello e questa, pensando solo alla propria esaltazione ed al proprio profitto?

I Rabagas, giungendo al potere, rinnegano veramente per lo più la feccia, che ve li ha portati. Finchè pappan essi lo stipendio ministeriale; finchè il fumo e l'arrosto del potere sono per essi; non pensano a rovesciar la dinastia, che li tien ritti: la voglion conservata, perchè la sfruttano. Verissimo: ma ne preparano la caduta, ma ne menomano il prestigio, ma le tolgono a poco a poco ogni puntello, per rendersi indispensabili e per mettersi in grado di sfruttarne anche la caduta. Il loro ideale è quel Zorrilla, che incarrozza il suo Re per l'estero, dopo averlo obbligato ad abdicare; e continua a far da ministro, dopo proclamata la repubblica. Il Cairoli ha un brutto nome: _Cairoeu_, in lombardo, è il tarlo; ho paura, paura, che questo tarlo del Cairoli non rovini la Monarchia.

Per credere nella fede monarchica del Cairoli, mi ci vorrebbero pruove palpabili, evidenti della sua rottura con la setta. Esse mancano; anzi egli è sempre il cucco de' settarî; ed i faziosi suoi sostenitori ci minacciano persino la guerra civile, caso questo servitore malfido e dappoco venga rimandato dal Re, dietro un voto delle Camere!

Onorando il Cairoli, si onorerebbero i Rabagas; si onorerebbero gli uomini, che mascherano ipocritamente la loro fede politica per giungere al potere; e che insidiano il Principe, al quale han giurato di servire, od almeno lo disservono, augurandosi di dargli o di vedergli dare lo sfratto.

-- «Ma,» -- direte; -- «qual, ch'e' sia, quest'uomo, ha testè reso un gran servigio personale al Re, lo ha difeso ed è stato ferito difendendolo: vogliamo onorarlo per quest'atto; e, sulla ferituzza, sulla scalfittura, ch'ha alla coscia, applicare come empiastro la nostra cittadinanza onoraria.» --

Io aborro le fame usurpate comunque e di qualunque genere. Ora, se ben guardo, il Cairoli non ha fatto il proprio dovere nè prima, nè durante l'attentato; e non ha reso alcun servigio vero al Re, checchè giovi ad altri far credere.

Il Passannante è stato autore materiale, esecutore di un misfatto esecrando; ma non vi pare, che un po' di responsabilità morale pesi anche su chi gli ha guasta la mente? Chiunque implicita od esplicita, diretta od indirettamente, ha predicato la legittimità dell'assassinio politico, esaltandone i fautori e gli esecutori ed i teoretici; chiunque fu amico e lodatore del Mazzini o dell'Orsini; chiunque fu stipendiatore del Monti e del Tognetti: ha la sua parte di responsabilità in questo misfatto esecrando. A perturbar la testa del cuoco di Salvia han contribuito i mormoratori contro Vittorio Emanuele, quanti hanno sparlato delle istituzioni monarchiche, quanti hanno apertamente o copertamente insinuato, che si starebbe meglio da' popoli, tolti di mezzo i Re. Indirettamente adunque ci ha la sua parte di responsabilità anche il Cairoli. Lui ha creduto ben fare, pagando il Monti ed il Tognetti, anni sono, per commettere un codardo misfatto ed inutile; e se n'è vantato; ed altri lo han ritenuto ciò non ostante un galantuomo. Qual meraviglia, che il Passannante e la setta, che lo ha stipendiato, credessero ben fare e meritar lodi? Quando si negano i principî morali, è ragazzata meravigliarsi poi delle conseguenze, che derivano dal caos sussecutivo.

Se il Passannante ha potuto salire sulla predella della carrozza reale; se questa non era guardata, scortata da persone di fiducia; se la vita del Re è stata quindi posta a serio repentaglio, e con essa l'esistenza del Regno d'Italia; o non ci colpa in tutto od almeno in somma parte la cattiva polizia? Della sorveglianza monca, della nessuna tutela o cautela, è responsabile il Governo; e per conseguenza il capo di esso, ch'è il Cairoli, invece di segni d'onore, meriterebbe biasimo e castigo.

Un assassino si scaglia sul Re, ha tempo di vibrargli un colpo e due. Il Re si difende. Che fa frattanto il Cairoli? Dov'erano gli occhi suoi? dove la sua attenzione? dove il suo coraggio? Per iscuotersi, ha bisogno, che una Donna, che l'adorata nostra Regina, più virilmente sentendo, che lui, gli si volga con tuono d'amaro rimprovero e gli dica: -- «Cairoli, salvi il Re!...» -- Allora egli afferra non il braccio, anzi i capelli dell'assassino.... E volete onorare questo servo pigro e tardo, che ha bisogno d'un rimprovero muliebre, d'un augusto rimbrotto, per fare il dover suo, per far ciò, ch'era semplice dovere d'umanità in favore anche d'un incognito, anche d'un nimico, nonchè d'un buon Re, d'un benefattore? Ma i Cairoli sempre così! Ragazzi, sono teatralmente condotti ad arruolarsi dalla mamma; ministri, sono a stento indotti dall'amara rampogna della Regina ad aiutare il loro Re, che lotta personalmente col sicario! Ammiro la generosità di Re Umberto, che fregia il ministro scalfito alla coscia della medaglia d'oro al valor militare! riguardi politici ve lo hanno obbligato, come riguardi politici obbligavano Ludovico XVIII a tollerare il regicida Fouchè.

Io non avrei dette queste cose, se non ci fossi proprio stato tirato co' capelli. Non le avrei dette qui, se non si fosse tentato di farci esorbitare dalla nostra competenza per solleticare la vanità di uomini screditati, per servir loro di strumento. Se dispiacerà ad alcuno di veder così messa a nudo la nullità intellettuale e morale del Cairoli, se la prenda non con me, ma con chi ha fatto la mala proposta, sulla quale io propongo la pregiudiziale, trattandosi d'una proposta politica. E contro la quale voterò, qualora la pregiudiziale non venga accettata.

Il Consiglio Comunale approvò con sette voti contro quattro la pregiudiziale; e si rifiutò quindi ad accordare l'onorificenza proposta al signor Benedetto Cairoli.

APPENDICE

L'Imbriani, permettendo la ristampa del suo _studio letteraturografico_ sull'Aleardi, nel giornale di Foligno, _L'Umbria_, (30 Gennaio, 1866) vi premetteva la seguente avvertenza.

L'Italia, per necessità storiche, delle quali sarebbe vano e stolto l'affliggersi, si trova in un'epoca di raccoglimento, ossia d'improduttività artistica e massime poetica; da queste epoche _maggesi_, si ripete la fecondità delle seguenti; e quindi ora forse più che mai, importa il dare lo sfratto ad ogni critica superficiale ed arbitraria e il diffondere idee vere sulla poesia, acciò l'epoca produttiva, che deve seguire, che non può non seguire, che seguirà, non trascorra in insanie, non ristagni in angiporti mefitici; come esempligrazia è accaduto a quell'epoca produttiva, che per la letteratura francese succedette alla sterilità della fine del secolo scorso, e de' due primi decennî di questo; epoca che comincia colla pubblicazione delle poesie postume di Andrea Chenier nel 1821. Ed io ho consacrato e spero utilizzare la mia poca virtù all'opera di formulare per la coscienza di tutti quel concetto del poetico che è nel sentimento di ognuno, di mostrare come questo concetto si svolga e s'affermi storicamente ne' nostri capo-lavori letterarî. Il difficile dell'impresa è nella necessità di dedurre ogni principio della critica dalla scienza estetica, quando i cari nostri compatrioti hanno più avversione pe' _succhi amari_ della filosofia, che gli idrofobi per _chiare, fresche e dolci acque_. Ma Torquato e prima di lui Lucrezio, ci hanno insegnato a superare queste difficoltà,

_..... porgendo aspersi_ _Di soave licor gli orli del vaso._

Quindi, volendo dire che sia la _poesia_, che si richieda per formare un capolavoro poetico, io non ho scritta una lista d'ingredienti, una ricetta, come si suol fare. Anzi, partendo dal principio che ogni critica deve contenere un intero concetto della poesia, _alias_ tutta un'estetica, appunto come ogni lavoro poetico deve contenere un intero concetto dell'universo, ho preso Aleardo Aleardi, ed ho cercato di dimostrare com'egli non incarnasse _alcun momento dell'idea poetica_. Sapevo di dir cosa che a molti parrebbe eresia, ma ho dovuto convincermi con piacere, che moltissimi la pensavano come me, e che parecchi si sono lasciati convincere da' miei argomenti; alcuni hanno contradetto, nessuno ha confutato.

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(Dal _Fanfulla_, Domenica 13 Aprile, 1879).

Pomigliano d'Arco, 5 aprile.

_Caro Fanfulla_,

Nel numero del 2 corrente, parlando delle traduzioni del Maffei, le giudichi _troppo e burbanzosamente e ingiustamente dispregiate da altri_. Ch'io sappia, a dispregiarle fummo in tre: il Mazzini, (ahi fiera compagnia!), la Percoto ed un tuo servo. Se il Mazzini e la Percoto fossero burbanzosi ed ingiusti, non so nè mi curo indagare. Il servo tuo non si limitò a spigolare qua e là qualche errore; anzi confrontando tutta la prima scena della seconda parte del _Fausto_, ch'è lunghetta, tradotta dal Maffei con l'originale, a parola a parola, conchiuse il Maffei tradire, non tradurre. Sarò stato ingiusto; e molti me l'hanno detto, sebbene nessuno abbia dimostrato insussistente un mio appunto; ma come può chiamarsi _burbanzoso_ un raffronto lungo, paziente, coscienzioso? Burbanza sarebbe stato lo affermare, senza ragionamento e senza allegar fatti. Ti prego dunque di eccettuare da quegli _altri_, che _burbanzosamente_ dispregiarono e dispregiano le versioni del Maffei, il tuo

_Vittorio Imbriani._

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(Dal _Supplemento della Gazzetta d'Italia_, Domenica 17 Giugno, 1877).

A proposito di una critica di D. Gnoli.

_Pregiatissimo Signor Direttore_,

Molti si sono spassati a fulminarmi con articolesse, pel mio libro _Fame usurpate_; e tutti, manifestando un santo orrore per l'iconoclasta il quale non ammira pecorinamente, nè gli eroi _façon_ Sapri, ned i poeti sul genere dell'Aleardi. Non uno però, che abbia stimato debito suo, oltre l'inorridire, anche il confutare; il provare, che io sragiono o mentisco, il contrapporre raziocinio a raziocinio, dimostrazione a dimostrazione, sebbene il cosiddetto Cigno dell'Avon affermi le ragioni esser più comuni delle more lungo le siepi nell'agosto; i miei terribili contradditori han preferito allo addurne, il sopraffarmi di contumelie. Non una asserzione di fatto speciale, non un ragionamento m'han confutato questi sedicenti critici. Buon pro faccia a' valentuomini ed a chi giura nelle parole loro una critica siffatta.

Ultimo, ma non diverso, è venuto fuori nella _Nuova Antologia_ lo sproloquio d'un signore, il cui nome ricorda la voce del micio, Gnoli, ed il quale mi fa persin dire quanto non ho mai sognato di dire, per poter avere il destro di farmi rimproveri, apparentemente ragionevoli. Basti un esempio; asserisce, ch'io chiami _birba e pretazzuolo schiericato_ un messere _perchè_ mi aveva mosso un appunto; e si scandalizza di tanta irruenza. Oh galantuomo! Io ho scritto che una birba di pretazzuolo schiericato, mi aveva mosso uno sciocco appunto ed erroneo, non che quel tale fosse birba per avermi censurato: la qualità di birba, come quella di cattivo prete, preesistevano in lui. S'io dicessi esempligrazia lo _svescione dell'autopseudo barone Nicotera è tanto ignorante da scrivere maggistratura, così con due gg_, non intenderei certo di stabilire un nesso di derivazione fra la ignoranza supina del signor ministro e la sua smania esternativa e l'usurpazione del titolo. Potrebbe anch'essere prode come Maurizio di Sassonia e barone autenticissimo senza pratica maggiore di studi e di libri! S'io dicessi _il prof. Gnoli stampa spropositi ed inezie_, non verrei mica a dire, che egli è professore per le inezie e gli spropositi suoi, ch'io conosco, anzi per quelle altre bellissime e sapientissime cose, ch'io non conosco.

Questo dotto signore, si meraviglia ch'io chiami il Goethe, _Gian Lupo_; ed ammettendo, che dalla prima sillaba del nome Wolfgang possa ricavarsi l'Italiano Lupo, non sa capire come dal _gang_ io abbia fatto _Gianni_. Ahimè! Il Goethe si chiamava _Johannes Wolfgang_ ed io rendo _Johannes_ con _Gianni_ e _Wolfgang_ con _Lupo_ e parmi tradur bene. Si noti, che il Gnoli ha testè pubblicato un volume di circa quattrocento pagine, in cui traduce ed illustra liriche del Goethe: con quanta coscienza e competenza, può supporsi dall'ignorare egli persino il nome esatto del francofortese! Non debbe averne lette nè le opere nè la vita! Condizione, senza dubbio, ottima per tradurlo, illustrarlo e guardar dall'alto in basso chi giudica capolavoro sbagliato il _Fausto_, dopo lungo studio ed allegandone il _perchè_! Per norma del Gnoli, gl'insegnerò esser costume alemanno, diverso dall'italiano, di chiamare le persone dall'ultimo dei nomi di battesimo. Un Prosdocimo Bartolomeo Zebedeo Gnoli, per esempio, nell'uso comune, se italiano, sarebbe chiamato Prosdocimo Gnoli, se tedesco, Zebedeo Gnoli.

Basti quest'unico esempio a dimostrare la levità e l'incompetenza del Gnoli, ed esautorarne il giudicio. E mi creda, non è per proposito di stravaganza, ch'io contraddico spesso alle opinioni ed alle consuetudini volgari, ma bensì perchè il volgo è composto da un numero infinito di Gnoli, a' quali non somiglio e non voglio somigliare, ecco!

Non valeva certo la pena, egregio signor Direttore, d'importunar Lei ed i suoi lettori per una miseria tale: nè di rompere lo sdegnoso silenzio, che soglio osservare verso chi, invece di ragioni, m'affastella contro solo chiacchiere o contumelie. Ma desideravo da gran tempo un pretesto, per testimoniarle pubblicamente la gratitudine, che io, come ogni Italiano veramente devoto alla Dinastia ed alla Unità, sento per l'opera santa del suo giornale, il quale dura imperterrito sulla breccia, senza pensolare, senza curarsi delle insidie, dei tradimenti e delle sconfessioni dei timidi ipocriti, che in cuor loro si rallegrano di quanto fingono deplorare corampopulo. Ella, | _Sans chercher à savoir et sans considérer | Si quelqu'un a penché, qu'on aurait cru plus ferme, | Et si plusieurs s'en vont, qui devraient demeurer_, combatte i farabutti, gli affaristi ed i demagoghi, mascherati per amor della cuccagna, che minano la Monarchia e preparano la dissoluzione della patria. Quanto Le invidio di potersi purgare quotidianamente e pubblicamente d'ogni sospetto di rassegnazione; nonchè di complicità, ne' vituperî presenti, nel disordine odierno delle cose! Prosegua nella onesta via, dispregiando le furie degli smascherati ed il biasimo gesuitico de' menni, anzi rallegrandosene ed insuperbendone.

Mi creda dunque, con particolare ossequio

Suo obbligatissimo e devotissimo _Vittorio Imbriani_

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Fra le carte dell'Imbriani, si sono trovati questi appunti:

Il Manin avea promesso di non accettar _mai_ condizioni lesive della indipendenza, pronunziando quella brutta parola, _le mot le plus antipolitique, dont tout ministre devrait s'abstenir_. Il popolo naturalmente avea risposto dalla piazza: -- «No, non le accetteremo mai!» -- Ed il buon presidente aveva accettato per denari contanti quella promessa anonima e collettiva. Il Pepe una volta disse: -- «Vi assicuro, che tutto il sangue, che ho nelle vene lo spargerò per la Venezia, e tutti gli ufficiali che mi circondano faranno altrettanto; me ne rendo mallevadore» -- Un'altra volta nell'Assemblea s'era proposta una pena contro il primo che pronunciasse la parola _capitolazione_. Il Manin vi si oppose; ma sapete perchè? -- «Non vi sarà chi parli di capitolazione; ma se vi fosse, il popolo tutto, ed io primo, andremo ad impedire quest'infamia, questo tradimento». -- In questo discorso c'è in germe l'assassinio dello Stefani!

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(Dal _Fanfulla_, Agosto, 1878).

PAPA BARUCCABÀ

Cicerone ha chiamata la storia _maestra della vita_, perchè c'informa delle corbellerie delle generazioni precedenti, appunto come i maestri c'insegnano gli spropositi fatti da loro... senza poter impedire, che se ne faccia noi nuove edizioni ampliate e più scorrette. È una gran consolazione il vedere, che, su per giù, gli uomini sono stati sempre gli stessi ed il mondo è ito sempre ad un modo! Un galantuomo si riconcilia co' suoi tempi e ci vive più rassegnato, scorgendo, che non son da meno dei secoli precedenti.

Dunque, in una vecchia cronaca anonima della badia di Grottaferrata, ho trovata una bella storia!

C'era una volta, _dove e quando dir non so_, un gran ricchissimo mercante d'un ebreo. Il quale, o che fosse tocco dalla grazia divina; o che venisse gentilmente _compulso_ alla conversione, come spesso usava nel medio-evo; o che si seccasse, lui giovane, bello, facoltoso, di abitare in ghetto, di portar la berretta gialla e d'essere trattato peggio d'un cane; che non vedesse altro modo per salvar le proprie ricchezze; o qual che se ne fosse la ragione; deliberò di farsi cristiano. Nella sinagoga venne scomunicato, ed in chiesa accolto trionfalmente. Nella Giudecca gli gridarono la croce addosso: _Racha!_ ma la parte cristiana della città gridò _evviva_ ed illuminò le finestre la sera del suo battesimo. Ed ebbe per compare un vecchio porporato, de' più influenti.

Baruccabà s'accorse presto, che chi teneva il mestolo in mano tra' cristiani era il clero; il quale trattava il gregge popolare poco meglio degli ebrei, oh, poco meglio assai! Volle imbrancarsi fra' dominatori; ed entrò negli ordini. Ricco, audace, scaltro, protetto dal compare cardinale, facendo mostre d'ingegno, ostendando virtù e devozione, dispensando quattrini al bisogno, ed avendo cambiato paese, andò avanti, salì rapidamente di grado in grado, di ufficio in ufficio. E, dopo molti anni, quando il suo protettore era già morto, versando il Santo Padre di allora in gravi difficoltà pecuniarie pe' molti cani e falconi da mantenere, Baruccabà comperò un cappello cardinalizio per trentamila scudi d'oro. Ed eccolo principe di Santa Chiesa. Nessuno a Roma conosceva l'origine di lui; se no... Sapete pure, la Curia, che se ne intende, non ha mai voluto ammettere il neofito negli alti gradi del suo magistero, _ne in superbiam elatus, in judicium incidat diaboli_.

Passarono molti altri anni; morirono molti pontefici, si tennero molti conclavi. In uno, i cardinali non potevano mettersi d'accordo; c'erano varie parti e discordi, parecchi pretendenti. Si stava chiusi da mesi, senza combinar nulla. Che ti fa il bravo cardinale Baruccabà? Si ricorda del modo, con cui era divenuto cardinale, e se ne serve per divenire papa. Comperò un nucleo di colleghi disperati; promise mari e monti a quanti per incapacità od indegnità erano stati tenuti in disparte da' pontefici precedenti, ed eccolo proclamato successore di san Pietro.

E fece da papa, come avrebbe fatto ogni altro in que' tempi, nè più, nè meno. Predicò astinenze, bandì digiuni; istituì ordini religiosi; premiò ed arricchì gli amici ed i fautori; si sbrigò dei nemici; scagliò interdetti e fulminò scomuniche; edificò chiese; fece _abbruggiare_ vivi gli eretici; conculcò gli antichi suoi fratelli giudei peggio che mai. Ma, insomma, non c'era da dir niente sul suo zelo, nè da rimproverarlo di poca e dubbia fede.

Eppure, c'era chi della sua fede dubitava. Quando un uomo va molto in su e vien posto in evidenza, subito se ne rifrugano gli antecedenti. Così fecero per il nostro Baruccabà; ed i cardinali, che gli erano stati contrari in conclave; e gli scontenti e gl'ingrati della dimane, scoprirono, ch'egli era ebreo di nascita, ch'egli era divenuto cristiano solo in età matura.

Un papa ebreo! Com'è mai possibile, che sia degno vicario di Cristo? Com'è mai possibile, che ci creda davvero davvero in tutto e per tutto? Qualche magagna nella fede doveva averla! E deliberarono di farne la prova.

Un giorno, mentre papa Baruccabà faceva colezione e mangiava del prosciutto squisito, perchè bisogna dirvi, che egli affettava una predilezione singolare per la carne di maiale, appunto acciò non si credesse aver egli gusti israelitici... dunque, un giorno, mentre il papa asciolveva, ecco ad un tratto tutte le campane delle trecentosessantasei chiese di Roma sonare a gloria. Uno scampanio spaventevole! Non s'udì mai simil frastuono! Ne disgrado una salva di trecento cannoni Armstrong! Baum! Baum! Baum! Din, din, din! Campanoni, Campanini, campanelle, campanacce. Pareva il finimondo, a dir poco, pareva!

Al papa cadde dal pugno un bicchiere di vino, ch'ei portava alle labbra:

-- Che cos'è mai questo? Che nuova festa a mia insaputa? Che significa? Chi ha dato ordine? Chi ha permesso?

-- Santità, non sappiamo.

-- Che qualcuno vada ad informarsi! Misericordia, che fracasso!

Esce un prelato; e, frattanto, non essendoci cosa alla quale l'uomo non s'abitui, malgrado quel diavoleto, il papa proseguì la colezione.

Dopo un quarto d'ora, torna il prelato ansante: