Fame usurpate

Part 27

Chapter 273,499 wordsPublic domain

Il Castelli ed i nuovi suoi compagni volevano mettere un po' d'ordine e tirare innanzi; non s'illudevano, non avevan cieche fiducie. Lo Errera dice, che a furia d'_errori_ si alienava l'animo de' cittadini; e fra questi _errori_ pone: l'aver dato lo sfratto a gente malsicura; l'aver ingiunto, che le armi militari fossero consegnate da' privati sotto pena di multa; l'avere ristampato le leggi contro gli attruppamenti tumultuosi; l'aver vietato -- «ai giovani delle scuole di esercitarsi nelle armi più che una volta per settimana, mentre urgeva, che il paese fosse agguerrito» -- eccetera. Dove siano gli errori, non so. Agguerrir si dovevano gli uomini, non i bimbi, il cui còmpito era di far latinetti ed imparar la grammatica. I battaglioni della speranza e simili ragazzate, per le quali _inorgogliva_ e _s'inteneriva_ il Manin, sono trastulli da tempi sereni e non vinsero mai battaglie. O vogliam dire, che lo errore fosse nel permettere quella esercitazione settimanale? nel non proclamar lo stato d'assedio per reprimere i tumulti e pene personali severissime per ricuperar le armi?

Alla notizia dello armistizio Salasco, che pattuiva, non la rinunzia alla sovranità di Venezia, anzi solo lo sgombero di essa dalle forze piemontesi, la plebe gridò tradimento, il Manin prese la dittatura e proclamò la repubblica di nuovo. Dittatura ci voleva, ma dittatura militare, perchè se dittatura è riunione di tutti i poteri in una persona per raggiunger meglio uno scopo determinato[29], e se in Venezia si trattava unicamente della difesa, non era senno dar la somma delle cose in mano a chi del difender piazze e dell'arte della guerra era ignaro affatto. E della ingerenza del Manin nelle cose militari si duol di continuo il Carrano. Fu persino coniata una moneta con quella data funesta dell'_XI agosto_, quasi a ricordanza d'un fausto evento, quasi da quel giorno, che per ogni avveduto era il principio della fine, cominciasse la redenzione di Venezia! Oh, quella coniazione fu una cattiva azione. A' repubblicani rincresceva il breve rinsavimento. La città avrebbe dovuto, anche perdendo l'assistenza della flotta e del battaglione piemontese, che le circostanze della guerra allontanavano, ostinatamente riaffermare sino allo stremo il voto della unione. Sarebbe proprio bella, se una piazza evacuata dal presidio, per ciò solo avesse il diritto di costituirsi in istato indipendente! Ottima cosa fu l'idea di proseguir nella difesa, -- «perocchè non impossibile il ripigliarsi più tardi la guerra sul Ticino o altro accidente all'Italia propizio; e all'uopo Venezia forte, con esercito meglio intanto agguerrito, poteva essere di grande aiuto e sostegno» -- come dice il Carrano; ed anche per semplice pruova di valore Italiano, per ispirare stima di noi, per non far cadere una seconda volta il leone di San Marco _senza mandar ruggito_. Gli armaiuoli franzesi solevano iscrivere sulle lame delle spade: _Non isguainarmi senza giusto motivo; non rinfoderarmi senza onore._ Ma non c'era bisogno di proclamar la repubblica: questa parola non dava forza, tutt'altro.

[29] «Il dittatore era fatto a tempo e non in perpetuo; e per ovviare solamente a quella cagione, mediante la quale era creato. E la sua autorità si estendeva in poter deliberare per sè stesso circa i modi di quello urgente pericolo, e fare ogni cosa senza consulte, e punire ciascuno senza appellazione; ma non poteva far cosa, che fosse in diminuzione dello Stato, come sarebbe stato tòrre autorità al Senato o al Popolo, disfare gli ordini vecchi della città o farne di nuovi». -- _Mach._ _Deche._ c. XXXIX.

Pure la proclamazione fece gridare il Manin: _Salvatore della patria_, che non salvò, nè poteva salvare. I titoli anticipati son di malaugurio. Il triumvirato Manin-Graziani-Cavedalis scrisse indirizzi, mandò messaggi, declamò arringhe, e cominciò a vivere sulla speranza d'una mediazione o d'un intervento estero, che andò mendicando in tutti i modi, fino offrendo di far votare la dedizione alla Francia. Bisogna rendere al Manin la giustizia, ch'egli era sincero nelle sue illusioni, che non ingannò scientemente la popolazione con lusinghe, alle quali fosse estraneo; credeva davvero, che la sua città natia per -- «aver destate simpatie speciali nella diplomazia d'Europa, potesse esser appoggiata dalle potenze e difesa contro le pretese dell'Austria; e, anche a peggior riuscita, aver titolo e rango e diritti di città anseatica». -- Ma se tanta ingenuità sia scusabile in un uomo di Stato, nel capo d'un governo, non so. L'Inghilterra sempre lealmente rispose: _Accomodatevi con l'Austria; degli affari vostri non me ne impiccio._ Le risposte della Francia erano meno esplicite, ma in fondo poi suonavan lo stesso. Non si voleva dire ciò, che si lasciava capire! E se gli ambasciatori veneti non avessero avuto una benda sugli occhi, se avessero avuto più pratica di mondo, diamine se l'avrebbero capito! E poi, via, per che ragione avrebbe dovuto muoversi la Francia ed impegnare una guerra? Che doveva importarle o giovarle la indipendenza di Venezia? Il Manin diceva: -- «Intervenite per lavar l'onta di Campoformio». -- Il diceva sul serio, lui: ma la Francia di quell'onta arrossisce, quanto l'Inghilterra d'aver cagionato il fallimento de' Peruzzi. E poi, via, che c'è davvero da arrossire per essa di Campoformio? Da arrossire c'è solo per noi Italiani, de' quali si poteva disporre in quel modo: chi è pecora suo danno. Se onta ci fu, ce ne fu solo pel Veneto, per l'Italia: l'obbrobrio è per lo schiavo mercato, non per chi vende o per chi compra. -- «Intervenite» -- dicevano i Veneziani -- «in nome della umanità». -- Questi interventi filantropici son cosa da cavalieri erranti: ma l'uomo di Stato deve procurar solo il bene ed il vantaggio del proprio paese: e solo in questo modo può giovare indirettamente alla intera umanità, di cui come tale, nulla de' premergli. I retori, che sgovernavan Venezia, ripetevano: -- «Noi abbiamo un diritto storico, anzi naturale alla indipendenza. Vel dimostreremo». -- E giù chiacchiere e sillogismi. Avete un diritto? E voi fatelo valere! Un popolo ha diritti solo quando ha forze sufficienti per farli rispettare; solo allora la storia, ch'è il giudicio divino gli dà ragione. Gl'imbelli, i deboli non hanno dritti: persuadiamocene bene, perchè guai alla nazione, che il dimentichi!

Tutte le altre illusioni ingenue chi potrebbe raccontarle ed enumerarle? Una di queste era la inespugnabilità di Venezia. «È certo, che l'Austria questa fortezza inespugnabile non potrà prenderla mai colle armi, ma può prenderla con le astuzie e con le sue arti infernali;» -- diceva il Manin. Le arti infernali poi furono quell'arte umanissima, ch'è la prevalenza del numero e della forza, de' mezzi e della scienza militare. -- «Il giornale del Mazzini dice, che la laguna basta a difendere la Venezia coi suoi ventinove forti,» -- scriveva il Pepe -- «e intanto il generale, che ho in Chioggia, scrivemi, di non poter difendere quel distretto con meno di sei mila uomini; ed al comandante di Malghera non ne bastano tremila.» -- È doloroso a dirsi e so, che dispiacerà il sentirlo dire; ma, se Venezia fece moltissimo, Venezia non fece (come pretendono) quanto era possibile fare. Taccio della inerzia inesplicabile della piccola flottiglia. Dar battaglia, certo non poteva: ma rompere il blocco, ma corseggiare, ma recare gravi danni al commercio austriaco, acquistar prede e vettovaglie, avrebbe potuto. Dice il Carrano: -- «E se a tempo avessero i primi governanti il naviglio accresciuto di un paio di fregate a vapore, e fatto più abbondante provvisione di vettovaglie, Venezia sarebbesi difesa fino al mese di novembre; stagione in cui i nemici avrebbero dovuto interrompere il blocco da mare. Quindi onore più grande all'Italia. E poi da cosa non nasce cosa?» -- Non tutti gli uomini atti alle armi si armarono per la difesa: molti e molti preferirono -- «le facili dimostrazioni di piazza e le sterili proteste»; -- e moltissimi emigrarono o stettero tranquilli alle case loro. Ed è naturale, non poteva accadere altrimenti; ned altrimenti accadrebbe ovunque, se non si obbligassero i cittadini poco zelanti al servizio militare.

Non tutti i Veneziani del quarantotto la pensavano come il Navagero:

Non ego sum pugnae assuetus nec fortibus armis Et tamen audaci pectore bella geram. Confertas turbabo acies: densosque per hostes Deferar et praeceps in media arma ruam. Vivere quippe aliis; Venetis ea denique vera Vita est, pro patria decubuisse sua.

Si trattava di presidiar Malghera e difenderla. Il popolo gridava: -- «Vi andremo tutti,» -- (e giurerei e scommetterei, che degli schiamazzatori non v'andò a morire un solo); ma chiedeva armi. Il Manin rispose: -- «Ad un popolo, che vuole difendersi, tutto serve di arma». -- Parole, che parvero sublimi e si applaudirono; che oggi verrebbero fischiate. E questa diversità di accoglienza mostrerebbe i progressi fatti dagl'Italiani nel senso politico e nel senso comune, e quanto sia già sfatata appo noi la rettorica di piazza. Corbellerie simili non le direbbe più neppure frate Pantaleo.

Anche il denaro mancava; ed in parte per colpa de' governanti. Ho già detto delle abolizioni o riduzioni di imposte. Vi si aggiunse: quel mezzo inefficacissimo di popolarità, ch'è la restituzione gratuita de' piccoli pegni; le gratificazioni; lo spreco. Non abbiamo la distinta minuta delle spese, ma quando si legge di tre mila ed una lira pagata all'albergo Daniele per un pranzo all'ufficialità della flotta napolitana, di tremila lire elargite al padre Gavazzi, non si acquista un'alta idea dello accorgimento, di chi disponeva tali spese. Certo, le forze d'una città erano impari a tanti bisogni. Ma i mezzi co' quali si credeva potervi sopperire: le oblazioni volontarie in Venezia e fuori; _l'elemosina per la patria_, (che doveva essere raccolta da' parrochi in persona girando per la chiesa, trasformati così in agenti delle tasse); il viaggio circolare ideato dal Tommasèo per gli Stati italiani a raggruzzolarvi quattrini, (intorno al quale il Manin gli scriveva: -- «siamo certi, che l'illustre vostro nome, la potenza del vostro ingegno e la magia dell'affettuosa vostra parola ne assicurerebbero una copiosissima messe;» -- ) l'accettazione della carta veneta dalle casse degli altri governi Italiani e via dicendo, fanno sorridere. Chi avrebbe mai accettato quella carta, di cui non poteva sorvegliarsi la emissione e che non aveva credito, se non dove era imposta con la forza? Sarebbe piovuta nelle casse, che le si fossero aperte; e, come quelle monete, con le quali il diavolo comperava le anime, vi si sarebbe convertita in foglie secche. Fa ridere il leggere nominata una commissione _per istudiare e presentare un progetto tendente a menomare e possibilmente togliere gl'inconvenienti, che derivano dalle frequenti oscillazioni della carta_. Il rimedio era pur semplice: ispirar fiducia nell'esito della resistenza. Questa fiducia sembra, che non vi fosse; e la carta scapitava. Scapitava come gli assegnati francesi. Sicchè, mentre la miseria cresceva, diminuivano i pegni al Monte; fatto, che allo Errera sembra indizio di prosperità ed a noi di diffidenza. I pegni diminuivano, non perchè la povera gente aveva denari in copia; ma perchè le ripugnava di affidar le sue masserizie preziose alle casse pubbliche.

La giornata di Novara (ventitrè marzo del quarantanove) condannò Venezia. E non posso non notare cosa, che fa torto al cuore ed alla mente del Manin, aver egli creduto _preparati a Torino i casi di Novara_! Fu il suo primo pensiero all'annunzio di quel disastro, partecipatogli dall'Haynau, all'annunzio dell'abdicazione di Re Carlo Alberto. Le stesse accuse stolide, che poi sono state ripetute nel sessantasei; e che anche nel sessantasei han trovato molti creduli, perchè _infinita è la turba degli sciocchi_! Tanto egli era lontano, nonchè dal possedere il _senso profetico_, che l'Errera vorrebbe attribuirgli, ma dal saper estimare equamente i fatti politici più semplici. Aveva la diffidenza dell'uomo nuovo agli affari, che ha sempre sentito parlare de' Re e della diplomazia come di mostri; che vede e sospetta sempre non so che atroce machiavellismo in ogni azione, in ogni fatto! Egli avea sempre temuto, dacchè le sorti della guerra avevan cominciato a volgere in peggio, che la Venezia fosse lasciata all'Austria ed il Milanese rimanesse libero ed unito al Regno di Sardegna insieme co' Ducati. Combinazione, alla quale in un dato momento l'Austria avrebbe consentito e che si vuole anzi da essa proposta e respinta da Carlo Alberto e da' suoi Ministri, i quali appunto si misero paura d'essere accusati d'aver fatto una guerra nell'interesse dinastico. _O tutto in una volta, o nulla_; e non si ebbe nulla. Se si fosse fatto il medesimo nel cinquantanove, l'Italia sarebbe ancora di là da venire! E quel Manin, cui pareva desiderabile ed onesto di salvar Venezia dal giogo austriaco, separandone le sorti da quelle della rimanente Lombardia e facendone una imbelle città anseatica, ludibrio di tutti; era pronto nel quarantotto a gridar _tradimento, tradimento_, se il Re, per salvare almeno la Lombardia, fosse stato costretto, come nel cinquantanove, a procrastinar l'impresa di Venezia.

Dal fin qui detto, dalla esposizione semplice e non fucata de' fatti, sorge, ned è mia colpa, un'idea del Manin diversissima da quella, che lo Errera vorrebbe darci. Non abbiamo più dinanzi un grand'uomo, che fa grandi cose, nemmen per sogno. Abbiamo un avvocato, il quale in virtù d'una facondia non sempre di buon gusto, s'impone alla plebe ed alle assemblee rivoluzionarie. Uomo del resto personalmente integerrimo e pieno di buone intenzioni, ma senz'alcuna serietà e capacità politica ed amministrativa, nonchè militare, credulo, ingenuo, ammucchia spropositi su spropositi. Della resistenza efficace e prolungata il merito spetta principalmente al Pepe ed a' suoi ufficiali, i quali avrebber forse fatto meglio e più, se non fossero stati vincolati ad ogni passo; e certamente avrebbero fatto di più, se l'Autorità civile fosse stata più capace. Giacchè il decretare la resistenza ad ogni costo, torna facile; si fa presto a proporre e votare un ordine del giorno od un decreto. Ma nell'obbedire ad un tal decreto, nell'eseguirlo, sta la difficoltà; e ci vuole non solo prudenza, anzi pure scienza militare, antiveggenza amministrativa, solerzia per preparare i mezzi, abilità nello impiegarli. So benissimo, che mi accuseranno di volere sfrondare gli allori d'un uomo benemerito, di voler malignamente distruggere una gloria Italiana. Non mi curo di tali addebiti. Credo, che il vero, il pretto vero, sia sempre meglio di una illusione o d'una menzogna: la storia non debb'esser nè fiaba, nè leggenda, se pur si vuole, che ne ammaestri e ne scaltrisca. -- «Tagliar la verità, come un vestito, al dosso della passione, non fa per noi;» -- «Bisogna aver faccia di dir la verità ai principi, ma anche al popolo; bisogna sapere andare contro la mitraglia, ma anche contro le fischiate; bisogna saper esporre la vita, ma anche la popolarità; bisogna esser pronto, altero, ardito e quando occorre, saper contrastar alla passione;» -- diceva il d'Azeglio. Troppo sarebbe pericoloso il rappresentare alla nazione le quarantottate, esaltandole, magnificandole, mostrandone solo la parte ingannevolmente brillante: ci prepareremmo così nuove quarantottate per l'avvenire: e dove conduca i popoli il quarantotteggiare continuo, ce 'l mostrano la Francia, la Spagna, le repubbliche americane. Della difesa militare di Venezia, possiamo contentarci, perchè la migliore operazione di tal genere, che sia riuscita a farsi, ne' molli tempi nostri, da un esercito irregolare. Della condotta politica dei suoi uomini di Stato invece non possiamo appagarci in alcun modo. Fu perniciosa ed insipiente. E basterebbe anche a dimostrarla tale, il ravvedimento, ch'è la maggior gloria de' principali; il ravvedimento, con cui riconobbero poi, solo una guerra dinastica poter salvare ossia creare l'Italia e con cui portarono alla dinastia ed a' valentuomini, che la circondavano, l'aiuto prezioso della concordia nazionale.

È GALANTUOMO IL CAIROLI?

L'Editore ha rivolte insistenti preghiere alla Signora Vedova Imbriani, perchè desistesse dalla pubblicazione dello scritto su B. Cairoli, incluso nel presente volume delle _Fame Usurpate_. Ma la nobil Donna s'è recisamente negata, tenendo essa sommamente a riprodurre, con l'integrità degli scritti, intera, la personalità del compianto marito, senza mutilazioni od apposite omissioni di alcuno di essi, ed attenendosi allo stipulato contratto d'includervi, cioè, gli articoli su _Manin_ e _B. Cairoli_.

_L'Editore._

Essendosi, il dieci Decembre MDCCC.LXXVIII, nel Consiglio Comunale di Pomigliano d'Arco, proposto di concedere la cittadinanza onoraria al signor Benedetto Cairoli; il Consigliere Vittorio Imbriani parlò contro siffatta proposta, dicendo presso a poco quanto segue:

Ho visto con sorpresa convocato straordinariamente, previa _licenza de' superiori_, il nostro Consiglio Comunale, per conferire non so che cittadinanza onoraria al signor Benedetto Cairoli; ed eccomi qui per combatter la proposta e votar contro. Secco molto di rado il Consiglio con gli sproloquî miei: prego quindi, in vista della rarità della cosa, quand'anche dovessi urtare alcuno, di lasciarmi dire con tolleranza, se non con benevolenza.

Prima di tutto, io non ho mai capito cosa significhi cittadinanza onoraria. Le nostre leggi parlano di una cittadinanza sola, effettivissima e non onoraria: quella, che si gode nello Stato. Legalmente, il termine _cittadino_ non ha altro senso, se non quello di regnicolo, che gode i diritti politici e civili. Nel linguaggio comune ha bensì quello di abitante d'una città, in opposizione ad abitante del contado, _contadino_. Ma Pomigliano d'Arco non ha titolo di città. Le cittadinanze onorarie di date città sono cose di que' tempi e di que' luoghi, in cui le singole città hanno privilegî, hanno rendite patrimoniali, che si dividono in danaro, o terreni, i cui prodotti si ripartiscono in natura fra' cittadini. Allora la cittadinanza onoraria significa qualcosa: il diritto di partecipare a tali benefizî, ancorchè non si soggiaccia a' pesi della cittadinanza effettiva. Ma qual privilegio ha un pomiglianese, di cui qualunque cittadino Italiano venga a dimorare fra noi, non fruisca? E, ripeto, se non c'è una cittadinanza pomiglianese effettiva, come può esserci l'onoraria? Sarebbe un titolo arbitrario e _sine re_, non procacciando nè diritti ned onori.

Ma, s'anche questo titolo significasse qualcosa, nol conferirei mai ad un ministro in carica. Sarebbe o parrebbe (che val poi l'istesso) atto di servilità, di cortigianeria o di speculazione. Si crederebbe, che qualche consigliere, promovendo questo voto, aspirasse ad ottenere in ricambio una croce di cavaliere, un ciondolo. Si crederebbe, che la dimostrazione fosse inculcata, suggerita, per un fine qualunque, dal prefetto o dal sottoprefetto. Nessuno crederebbe alla spontaneità od al disinteresse nostro. Brutte supposizioni, e, ch'è peggio, ancorchè erronee, non dimostrabili tali! Ci macchierebbero tutti.

C'è di più. Dubito forte della legalità della cosa; e metto innanzi la quistion pregiudiziale. Questa onorificenza ad un ministro è, in fondo, un voto politico: mascherato sì, ma tale evidentemente; ed i voti politici a noi son vietati. Noi dobbiamo occuparci solo della stretta cerchia degl'interessi municipali. Non si tratta d'accordare un'onorificenza al Cairoli, per benemerenze particolari verso il comune nostro, anzi per sue pretese benemerenze verso l'Italia intiera, per benemerenze d'ordine generale. A queste, forse, all'ora presente, il solo giudice autorizzato e legale, dopo il Re, vale a dire il Parlamento, avrà probabilmente dato il debito guiderdone... un voto di sfiducia! tante esse sono e così grandi e sfavillanti! E noi, che non abbiamo sott'occhi gli atti del processo, noi cui la legge vieta di occuparci di queste faccende, noi Consiglio Comunale di Pomigliano d'Arco, ci metteremmo a lodare, dove forse il Parlamento condanna! Faremmo un atto illegale e ridicolo, al quale arrossirei di avere avuto la benchè menoma parte. Vedendosi in pericolo nel Parlamento, gli uomini funesti, che ci sgovernano, vorrebbero promuovere un'agitazione fittizia ed estraparlamentare. Saremmo noi tanto buoni da lasciarci condurre pel naso e servirli? Mi sembra offensiva per me come per noi tutti la supposizione.

Che se poi anche voleste, uscendo dalla cerchia delle vostre attribuzioni, fare un voto politico; fatelo apertamente, ma fatelo in modo da non offendere il senso morale. Mi spiego. Io non credo che a Benedetto Cairoli spettino plausi od onori. Alieno da riguardi vigliacchi, asserisco che quest'uomo non merita ned affetto nè stima: tutt'altro!

Che si onorerebbe in lui? L'uomo politico, già; chè meriti di altro genere, letterarî, scientifici, militari, gli mancano. Ma, come uomo politico, il Cairoli non ha dimostra nè capacità nè (rincresce il dirlo) lealtà. Mi arieggia molto la tela del Negrotto, come dicono i toscani proverbialmente.

Scarso d'ingegno, vergine di studî severi, nudo di pratica amministrativa, ha manifestato la dappocaggine piramidale e l'ingenuità preadamitica del politicante da caffè e da mittinghi, ne' discorsi fatti alla Camera in questi diciotto anni, goffamente retorici, ampollosi e senza costrutto. È giunto, per raggiri parlamentari e perchè la sua parte aveva bisogno d'una testa di legno non volgarmente disonesta, alla direzione delle cose pubbliche. Ed ha avuto la sfacciataggine di accettare il potere, quantunque, col non incaricarsi di nessun particolar dicastero, abbia implicitamente riconosciuta la inettezza propria. Cosa dite d'un tale uomo, il quale si pappa lo stipendio di ministro senza portafogli, cioè: di ministro, che non presta servigi effettivi, amministrativi, utili? e per di più pretende quel, che nessun ministro di destra ebbe mai, l'alloggio _gratis_? Non vi pare, che scrocchi quel soldo? Cosa direste di un uomo, ignaro di marineria, che, pericolando il vascello, s'impadronisse del timone o si lasciasse persuadere ad accettarlo, e, con le sue manovre, necessariamente false, di necessità conducesse la nave e l'equipaggio a perdizione? In coscienza, potreste chiamarlo onest'uomo? Pazzo furioso, sì, e pericoloso; tristo perverso, sì: che, con la sua presunzione e boria, reca danni esiziali.

Difatti, vedete a che n'è il paese per la insipienza colossale di questo dappoco presuntuoso!

Una politica da bettole ci ha condotto al trattato di Berlino, ch'è per noi umiliante e funesto. Ma, poco male sarebbe. I guai peggiori sono all'interno. I repubblicani, gl'internazionalisti e simili ribaldi, tutte le generazioni di malfattori insomma sono rimbaldanzite: ormai confessano arditamente, persino ne' Licei governativi, i loro pravi disegni, che traducono in atto al largo Carriera Grande. La diserzione, la ribellione, il regicidio sono levati impunemente a cielo e molto rimessamente puniti. L'ordine pubblico non è più tutelato a sufficienza.