Part 26
Questa sanguigna spada è quella stessa. Che 'l signor vostro mi donò pur ieri. Ditegli, come in uso oggi l'ho messa, Ch'udirà la novella ei volentieri. E caro esser gli dee, che 'l suo bel dono Sia conosciuto al paragon sì buono. Ditegli, che vederne omai s'aspetti, Ne le viscere sue più certa pruova; E quando d'assalirne ei non s'affretti Verrò non aspettato ov'ei si truova.
La disciplina si rilascia e la speranza della impunità, che balena agli occhi del volgo, il fa irrompere in atti di ferocia. Gli arsenalotti assassinano il loro capo, il colonnello Marinovich. Ed il presidio non impedisce il misfatto; e non se ne ricercano e puniscono incontanente, esemplarmente gli autori. Le guardie civiche, capitanate dal Manin ed assicurate senza dubbio della complicità della truppa, irrompono nello Arsenale. I soldati rimangono inerti; ed, ordinando loro un maggior Boday di operare, atto, che lo Errera qualifica di _trama subdola_ (sic!), si ribellano, inferociscono contro il Boday, fanno causa comune col popolo, che riman quindi padron dell'Arsenale a molto buon mercato, non per virtù propria, non pe' discorsi del Manin, ma perchè la guarnigione infranse e trasgredì il giuramento militare, qual che se ne fosse il motivo. Il Palffy ed il Zichy perdono sempre più la testa e vien loro un po' di tremarella. A chi dice loro del Marinovich e del Boday e consiglia di operare, rispondono presso a poco come quel Re appo il Cornelio:
Si ce désordre était sans chef et sans conducte Je voudrais, comme vous, en craindre moins la suite: Le peuple, par leur mort, pourrait s'être adouci. Mais un dessein formé ne tombe pas ainsi; Il suit toujours son but jusqu'à ce qu'il l'emporte; Le premier sang versé rend sa fureur plus forte; Il l'amorce, il l'acharne, il en éteint l'horreur, Et ne lui laisse plus ni pitié ni terreur.
Non sapendo in chi fidare omai; temendo, per le poche forze fedeli ancora, il contagio della insubordinazione; sbigottito dalle notizie di Milano e delle Provincie; non aspettando ajuti e rinforzi; obbedendo forse ad ordini superiori; bramosi certo di salvar la pelle propria e de' compagni: capitolarono. Il prete siciliano Niccolò di Carlo, che ha avuto il coraggio di scrivere un poema in due volumoni ciclopici sulle rivoluzioni d'Italia, adombra così brevemente questi fatti, compendiando un discorso del Manin:
.... Si scuote, si rinfiamma ed arde D'Adria il leon, che le sue glorie ambisce, Con l'opre nuove, che non son bugiarde. Ei rugghia, e rugghia sì, che ne stupisce L'austriaca possa; e quell'altier prestigio De' vanti austriaci in un balen svanisce. Bastan due giorni all'immortal prodigio. Vinse il leon, nè insanguinò l'artiglio; Italo è omai nè più dell'Austria è ligio.
Venne immediatamente, lì per lì, su due piedi, senza troppo riflettere, proclamata una repubblica. Perchè la repubblica? -- «Perchè non basta avere «abbattuto l'antico governo, bisogna altresì sostituirne «uno nuovo; ed il più adatto ci _sembra_ quello «della repubblica, che _rammenti le glorie passate_». -- Così il Manin: ma la ragione _non ci sembra_ molto soda. Una forma di governo non si sceglie per amore di reminiscenze storiche, come il nome di un neonato; per memoria d'una gloria, che fu; di una gloria, per giunta, molto antica ed annebbiata dalle vergogne posteriori e dal fine ignobile della Serenissima. Dio mel perdoni, ma forse al Manin parve bello, d'essere il primo presidente d'una Venezia democratica, come un Manin era stato l'ultimo doge d'una Venezia aristocratica.
Quest'atto d'improvvida leggerezza subito partorì tristi frutti. Parve ispirato da municipalismo, dal desiderio di scindersi da Milano e soverchiarla; suscitò diffidenze nella rimanente Italia e nelle provincie Venete singolarmente, dove la Serenissima non ha lasciate memorie molto care. Ed i Comitati dipartimentali di esse si credevano in obbligo di esortare il Governo provvisorio di Venezia -- «a manifestare sentimenti di larghissima nazionalità per togliere del tutto i motivi del malumore;» -- e nel subordinarglisi facevan riserve pel mantenimento della unione con la Lombardia, e dimostravano in mille modi la poca fiducia. Il Governo nominata dalla piazza si vedeva imporre dalla piazza e ministri e provvedimenti. Ne faceva anche parte, secondo gli usi quarantotteschi, un artigiano, il quale non so davvero, che lumi potesse portare sulle materie, che discutevansi, di tanto momento e premura. Perchè bracciante, lo avevan fatto ministro delle Arti e Mestieri! Ma forse, con un po' di buon senso, e non avendo la pretesa della scienza infusa, sarà riuscito almeno soltanto inutile, non dannoso, come il Tommaseo ed altri, incapaci del pari in fondo di reggere uno Stato e di condur gli affari, ministri ed ambasciadori _pour rire_, da commedia. Stava zitto almeno, e non iscriveva. Lo analfabeta taciturno evita di dire e di scrivere corbellerie: e quante se ne dicevano e scrivevano allora, uff! Lo stesso Errera è costretto a convenire, che parecchie note (leggi: quasi tutte) della repubblica del quarantotto, -- «sono ispirate ad una lirica e ad un sentimento, che poco si addicono alla ragion di Stato: per ciò soprattutto si distinguono gli scritti del Tommaseo». -- Dell'inopportunità delle cui proposte sovrabbondano gli esempli; e la cui leggerezza come diplomatico venne spesso redarguita persino dal Manin, che gli scriveva: -- «Ameremmo, che foste meno proclive ad ammettere come fatti molte dicerie dei giornali, destituite di verità». -- Ma veramente tutti peccarono: ed il Manin in questo caso ricorda chi rimprovera al compagno la festuca, senz'accorgersi della trave, ch'ha innanzi gli occhi; o, come suol dirsi più volgarmente la padella, che dice al tegame: _fatti in là, chè tu mi tengi._
Un partito solo era da consigliarsi a Venezia, e diverso: subordinarsi ad un altro Stato Italiano già costituito, e preparare armi e denaro, denari ed armi, mantenendo l'ordine pubblico. Leve e tasse, tasse e leve ci volevano. Questo appunto non si seppe, appunto non si volle fare. E non si volle fare per non perdere la popolarità ed i plausi della piazza. Invece di far leve, si apersero arrolamenti volontarî, invece di far denari si abolirono e diminuirono e riscossero male le imposte, invocando poi doni patriottici e sovvenzioni nazionali, che poco potevan fruttare e poco fruttarono. Accadde come nelle repubbliche del Medio Evo:
De tributo Caesaris nemo cogitabat, Omnes erant Caesares, nemo censum dabat.
Invece di acquetare la plebaglia, si mantenne in agitazione continua co' circoli, con le piazzette, con le arringhe, distraendola dal lavoro, dandole un'idea falsa de' suoi diritti e del modo di esercitarli. Quanti guai, quante zizzanie, quanti torbidi cagionassero essi circoli ed esse piazzate, lo Errera tace od accenna appena: son la parte vergognosa dell'assedio di Venezia; ma giova non dimenticarla, non occultarla. L'indole festaiuola di tutte le plebi e sventuratamente in modo particolare delle Italiane, ebbe largo campo di sfogarsi sotto pretesto di patriottismo. Come se le passeggiate, le piazzate, le chiassate, le ubbriacate, le schiamazzate, le luminarie, le processioni, le rassegne, i _Te-Deum_, eccetera, eccetera, fossero azioni, con le quali si fonda la patria, o le si giova. Brevi feste, dopo la vittoria, che non distraggan troppo dal lavoro, che non ne disavvezzino ed il rendano increscevole; io le comprendo. Ma, cominciata appena l'opera di redenzione, quando non si è ancor definitivamente acquistato nulla, anticipar le allegrezze ed i panegirici, è per lo meno puerile. Il volgo si assuefaceva allo sciopero ed allo scialacquo; la gioventù a stimar le parate, le acclamazioni ed i giuramenti teatrali come atti eroici, che dispensano dalle battaglie, dalle privazioni, dal morir per la patria. Il libro dell'Errera v'indicherà più festicciuole, che fatti d'armi; più giuri di Annibale, che morti da eroi. Un prete, forse ubbriaco, (l'ubbriachezza sola può servirgli in certo modo di scusa, sebbene inescusabile essa stessa) a Chioggia, mettendo la testa sotto alla spada del Toffoli (quel tale artiere improvvisato statista) giurò _di morire per San Marco_. Non siamo informati, se fu uomo di parola: scommetterei di no. Ma, se un prete _guappo_ e sanguinario, può sembrar lodevole, a chi è avvezzo a considerar come ideale del sacerdote il levita del vecchio testamento; noi non dobbiamo dimenticare, che la religione cattolica imponeva a quel messere di non far differenza alcuna fra' suoi concittadini e lo straniero, di amarli del pari. Nè queste cerimonie ispiravan sensi di dignità alle popolazioni. In Belluno, il ventitrè marzo, espulsi gli austriaci, al giunger la notizia della liberazion di Vinegia: -- «le guardie civiche, fra l'allegrezza ed il plauso, trascinarono il cocchio, nel quale stavano il vescovo, il delegato, il podestà ed i capitani della guardia civica». -- Così pure Piersilvestro Leopardi narra: -- «che in Brescia, gli studenti (?) per onorare Gioberti, che viaggiava meco, vollero tirarci la carrozza per più di due miglia». -- Ecco gente, che, per festeggiar l'indipendenza, non sa far di meglio, che assumere l'ufficio de' bruti!
Carlo Alberto era sceso in campo. Cuore magnanimo; mente turbata dalla fede religiosa ardentissima; uomo, desideroso sì d'ampliare il proprio Regno, ma più di acquistar gloria propugnando una causa, la quale gli sembrava santa. E non per quelle ragioni solo, che la fanno stimar tale a voi ed a me, anzi pure per argomenti teologici: difatti, nella Bibbia, nel Deuteronomio capo XVII, versetto XV, si legge: _Non poteris alterius gentis hominem Regem facere qui non sit frater tuus._ -- «Non potrai darti per Re lo straniero, che non t'è fratello». -- L'indipendenza nazionale, raccomandata dal pontefice, prescritta dalla scrittura, era un domma per quel generoso. Fu chiaro sin dal principio, che l'unità e soprattutto (chè d'unità non s'era ancor compreso il bisogno) che l'Indipendenza d'Italia non avrebbe campione, sostegno, propugnatore, speranza, oltre il Re di Sardegna. La causa nostra dovea vincer seco o cader seco, perchè lui solo scendeva in campo per essa con un esercito numeroso ed agguerrito, sebbene, come poi si vide, insufficiente per l'impresa. Del Re Bomba il malvolere fu sempre evidente; e ben presto ed al maggior uopo, confesso e dimostro. La rimanente Italia poteva dar solo forze tumultuarie e di poco conto.
Non dico, che fosse vero, per esempio, delle truppe del Durando, quel che ne scriveva il Mérimée: _Un de mes amis qui revient d'Italie a été pillé par des volontaires romains, qui trouvent les voyageurs de meilleure composition que les croates. Il prétend qu'il est impossible de faire battre les Italiens, excepté les Piémontais qui ne peuvent être partout._ Credo, che lo amico del Mérimée fosse un mentitore; al postutto poi, un fatto particolare non vorrebbe dir nulla: in ogni esercito ci sono ladri e saccheggiatori e peggio; gente degna della forca e che finisce sulla forca. Ma pur troppo ned i volontarî romani, ned i toscani erano in grado di tener testa in campo aperto ad un esercito agguerrito. Si rilegga quel, che il D'Azeglio ne scriveva confidenzialmente alla mogliera.
Chi vuole il fine, deve volere i mezzi. L'indipendenza d'Italia poteva aversi solo per opera di Re Carlo Alberto, dunque avrebbe dovuto volersi l'immediata fusione col Piemonte, anche da' Veneti, che fossero stati in fondo repubblicani, perchè in somma delle somme, se non altro, il _giogo piemontese_ sarebbe stato più lieve dell'austriaco, m'immagino; o perchè un po' di buon senso basta a suggerire, che le quistioni politiche s'hanno a risolvere una per volta. Ma gli uomini del Governo provvisorio di Venezia erano federalisti, sebbene si vergognassero di apertamente confessarlo; eran federalisti vergognosi, crittofederalisti.
Il Tommaseo scriveva al Leopardi: -- «Potete ben credere, che l'unità vera della nazione è da me ardentemente desiderata; ma mi duole, che taluni si sforzino di ottenere una qualche aggregazione parziale, con modi o fraudolenti o violenti, i quali fanno al Piemonte torto o danno, e preparano nuove scissure, forse non meno deplorabili delle antiche». -- Chi non _desidera_, anzi _vuole_, l'unità vera d'un popolo, ch'è la politica, affretta le aggregazioni parziali, le quali conducono ad essa, con tutti i modi: Roma non fu fatta in un dì; ned i carciofi si mangiano in un sol boccone, anzi a foglia a foglia. Ed il Tommaseo lesse poi nell'Assemblea veneta un discorso per provare, che: -- «decidere subito sulla condizione politica di Venezia non era inevitabile, non utile, non decoroso: non _inevitabile_, perchè l'immediata fusione non faceva sgombrare il nemico, nè forniva danari e milizie; non _utile_, perchè il decidere allora diceva timore, o sarebbe stato un peso e una umiliazione di più; non _decoroso_ per Re Carlo Alberto, cui si toglieva occasione di operare con magnanimità per farne un avventuriere che mercanteggi le battaglie, e cerchi non il premio, ma il prezzo». -- Da ultimo uscì in campo -- «con una generosa proposta, acciocchè il patriottico Trentino fosse unificato all'Italia» -- come dice l'Errera; proposta, la cui opportunità e serietà non può sfuggire ad alcuno; ma che almeno non era ignobile, come l'altra del Bellinato, il quale volea stipulare il mantenimento del portofranco per Venezia e dazî inferiori a quelli di Genova.
Sapete l'ideale di questa gente? Una costituente a guerra finita e frattanto la continuazione di tanti governucoli, i quali, se fossero stati di devoti al Re e di provetti avrebber cagionato impaccio; essendo di gente dubbia ed inesperta, equivalevano all'anarchia. Carlo Alberto poi arrischiasse vita e corona, mettesse a repentaglio la dinastia, eccetera (mentre costoro, in casa propria, si sbizzarrivano facendo comoda e sicuramente a' ministri ed a' deputati), per esser quindi a guerra finita, congedato anche, se occorre, da una congrega di letterati e di avvocati, da un sinedrio di Totonno Tasso e Ciccio Trecquattrini! Beninteso, che i sacrificî delle antiche Provincie, grazie alla leva ed alle imposte, dovevano essere obbligatorî; ma quelli delle provincie poi, il cui fatto si decideva, semplicemente doni patriottici ed arrolamenti volontarî. Converrete, che le parti erano un po' leonine, fatte a questo modo; e la leoninità può scusarsi od almeno accettarsi, sol quando ci s'impone dal più forte.
L'unione col Piemonte era una tal necessità, che, quando il mare cominciò a turbarsi, s'impose a quei retori, sebbene la volessero di malgarbo, come un ferito consente all'amputazione. Le provincie erano loro contrarie, e la volevano. La sola città di Venezia perfidiava nell'essere un po' autonomista. Il Manin stesso (ad un cui moto generoso pur si deve la quasi unanimità della votazione), scriveva poi: -- «Ciò in Venezia sembrava ai più essere _intempestivo_ e pericoloso: intempestivo, perchè stimavasi, che la quistione dovesse risolversi a territorio sgombro ed a guerra finita; _pericoloso_, perchè la guerra avrebbe assunto apparenza d'essere dinastica anzichè nazionale, e quindi, perdute le simpatie dei popoli italiani e di altri popoli liberi d'Europa e destate le apprensioni ed i sospetti dei principi». -- La miopia, di chi ragionava così, è chiara ora a tutti. L'Italia ha potuto costituirsi solo quando tutti si son ben persuasi, gl'interessi di una dinastia e della nazione essere identici, una cosa sola. Delle simpatie sterili non avevamo, che farci; come delle apprensioni inoperose non avevamo a curarci. Ma validi aiuti esteri potevano solo sperarsi da' negozianti d'un governo costituito, che avesse cosa offrire in compenso; ed il principio monarchico solo, altamente proclamato, poteva disarmare taluni sospetti e frenare le irruenze pericolose, contenere la piazza e far prevalere la volontà non degli schiamazzatori, anzi del vero popolo, che non è chiassone e piazzaiuolo, che non va scambiato con la folla, la quale s'accalca sotto i balconi de' Governi provvisorî, e tante volte è facile a disperdersi con l'offrir loro da bere. (Vedi Documento XLIII dello Errera).
L'Unione francamente accettata da' Ducati, era francamente desiderata dalle Provincie Lombardo-Venete. Il municipio bresciano rispondeva al Gioberti ed al Leopardi, che raccomandavano di far marciare i coscritti della leva ordinata dal Governo Provvisorio: -- «Si fa di tutto; ma i Bresciani non vogliono servire i signori di Milano. Facciano la fusione col Piemonte; e, chiamati in nome del Re, marceranno subito». -- Qui lascio la parola al Cibrario: -- «Milano, già travagliata da una setta, che si sforzava di render sospetti i Piemontesi, retta con pensieri discordi e perciò con mano assai debole dal Governo provvisorio, vincolò la fusione a vari patti, fra gli altri quello d'un'Assemblea costituente, che ordinasse le forme del reggimento interno, non solo rispetto alla Lombardia, che abbisognava d'organizzazione, ma rispetto all'antica monarchia di Savoia, che appunto avea potuto impugnar le armi a pro d'Italia, perchè già _ab antico_ era fortemente organizzata. Condizione nuovissima nella storia, che portava in grembo una nuova ed intiera rivoluzione, le cui conseguenze potevano spingersi agli ultimi termini della democrazia e mutare di fatto, se non di nome, il Re in presidente di repubblica. Qualche membro del Governo provvisorio parteggiava per la repubblica. Il presidente invece e gli altri, opinavano, che la Costituente, eletta sulle basi del voto universale, presentasse una guarentigia immensa di moderazione. Il Re, sdegnando di scendere a mercato sulla maggiore o minore autorità, che gli si dovesse attribuire, egli, che combatteva per un principio e non certo per gl'interessi della Corona, accettò senza palese ripugnanza anche quella condizione, benchè molti savî, amici d'Italia e suoi, sostennero con gran calore, che dovea respingersi. Invece Urbano Rattazzi orò, perchè si accettasse. Egli dicea tra sè: _O saremo vincitori e col favor della vittoria il voto della maggioranza dell'Assemblea sarà continuamente per noi; o vinti, e non sarà più il caso d'un'Assemblea costituente_». -- Lealtà rattazziana! Venezia mise le stesse condizioni di Milano. Veramente, quando si pensa a' guai, che sarebber venuti dopo, s'è quasi indotti a stimar provvidenziale la sconfitta, che fece metter senno a tante menti incomposte e confuse, preparando la concordia del cinquantanove e del sessanta. Di quali discordie, di quali ingratitudini, di quali irruenze non ci avrebbe dato lo spettacolo doloroso una costituente? Ci saremmo visti condotti ad un conflitto tra 'l potere esecutivo ed essa, che avrebbe avuto per fine, od un colpo di Stato del primo, pericoloso, od una usurpazione del secondo, funesta, simile a quella dell'Assemblea nazionale francese sul fiacco Luigi XVI.
Il Manin, mentre votava l'unione col Piemonte, si dichiarava antimonarchico e faceva prevedere qual parte si riserbasse nella futura costituente, rifiutando di continuare al potere e dicendo: -- «Fui, sono e resto repubblicano; in uno Stato monarchico io non posso esser niente; posso esser dell'opposizione, ma non di Governo». -- Insomma que' signori volevano, che Carlo Alberto ed i Piemontesi vincessero per loro; e poi dar lo sfratto al primo ed annettersi le antiche provincie, non lasciarsi annettere essi agli Stati Sardi.
Succedette un altro Governo provvisorio e poi quello dei Commissari piemontesi, che durò quattro giorni. Venezia non poteva nulla da sè: tutto dipendeva dalle sorti dell'esercito Regio. Le vittorie di questo avrebbero avuto per conseguenza l'indipendenza del Veneto; ma, disfatti i piemontesi, per Venezia non sopravvanzava speranza alcuna. Frattanto giovava, occupando alcune forze nimiche, impedendo a' tedeschi l'uso del mare pe' trasporti, e preparando un nerbo di soldati, i quali però avevan bisogno di tempo, ma tempo assai, prima di poter riuscire utili in campo. Non c'illudiamo su quell'accoglienza. Il Tommaseo scriveva al Pepe: -- «Caro generale, questa truppa di gente oziosa, indisciplinata e diversa è a Venezia più pericolo, che salvezza. Traetenela, vi preghiamo, fuori al più presto». -- Il Pepe al Leopardi: -- «Ascendono queste truppe a diciottomila uomini e forse più, nelle quali manca la disciplina e più tra gli ufficiali che tra soldati. Gli ufficiali superiori sono quasi tutti ignari del mestiere». -- «Sono qui combattendo difficoltà d'ogni genere. Vi basti sapere, che ho dovuto far partire con la forza de' gendarmi il generale duca Lante. Ciò vi mostra la disciplina, che ho qui trovata. Non ho meno di diciottomila e seicento uomini; ma bisognava riordinarli, disciplinarli e provvederli di mille cose, che mancano». -- Si chiedevan sempre denari ed uomini al Re, (che non poteva mandarne e distrarne dallo esercito, perchè, come dice il Machiavello, non s'ha mai a mettere a repentaglio tutta la fortuna e sol parte delle forze); e frattanto gli s'imponevano patti! L'insipienza amministrativa del Manin e compagni, e nei provvedimenti e nella scelta del personale, era stata proprio troppa. Basti citare lo aver quasi obbligato il Zucchi ad accettare un comando, quel Zucchi, che firmava poi la capitolazione di Palmanova, portante, che _la città riconosceva di avere errato e che la fortezza, sprovvista ancora di munizioni da bocca e da guerra, si rendeva spontanea_. Ed i repubblicani milanesi accoglievano quindi con ovazioni e -- «levavano alle stelle quel pover uomo rimbambito, col fine altamente proclamato di farne un competitore al Re Carlo Alberto per la liberazione d'Italia» -- come testimonia, con giusto raccapriccio, il Leopardi.
Del resto il Manin non seppe mai sceglier gli uomini; prodigo di fiducia, facile ad esser ingannato. Venezia formicolava di spie austriache. -- «E che sia il vero» -- scrive il Carrano -- «venne in mano del Pepe un ordine scritto dal Mitis, col quale, disponendo le difese, faceva noto quel, che a sei ore della sera del ventisei ottobre avea saputo, cioè, che la domane i veneziani farebbero una sortita da Marghera. Dopo la caduta di Venezia fu detto, che un tenente-colonnello Juin, comandante di piazza in Venezia, serviva di spia agli austriaci...
Proteggevalo il Cavedalis, ministro della guerra. Era poi a capo della polizia un certo Renzowich, il quale si aveva tutta guadagnata la confidenza del Manin; e sì quegli, come il detto Juin, dopo la caduta di Venezia, furono veduti in gran dimestichezza col nemico. Così quel brav'uomo, che era l'amato presidente del Governo veneziano, si faceva canzonare da simili furfanti». -- Aggiungerò ancor quanto del Cavedalis stesso scriveva il Rovani nel M.DCCC.L: -- «Il Cavedalis, anima dell'anima di (_sic_) Manin, senza di cui egli non osava portare più innanzi il peso della dittatura; quel Cavedalis, dopo essere stato triumviro del Governo libero della risorta Venezia, sta ora come direttore della strada ferrata Lombardo-Veneta agli stipendî dell'Austria». --