Fame usurpate

Part 25

Chapter 253,596 wordsPublic domain

E talvolta sorge il sospetto, che le ommissioni, i silenzî, non siano senza malizia; e certo, riescono ad indurti in errore sullo stato della città assediata, sulle condizioni e lo _spirito_, come suol dirsi, della cittadinanza e della guarnigione. Per esempio, si accenna confusamente alla proposta del Tommasèo di porre una iscrizione in luogo pubblico -- «ad Agostino Stefani muratore, che si offerse a dar fuoco là, dov'era il nemico sul ponte; e per isbaglio fu ucciso dai suoi.» -- Il fatto, che narrato così, sembra cosa innocente e comune, meritava d'essere spiegato meglio. Eccolo, come si legge nelle _Memorie Storiche dell'Artiglieria Bandiera-Moro_. -- «Agostino Stefani, muratore, erasi offerto il trenta di maggio (M.DCCC.XLIX) al colonnello Cosenz, allora comandante la batteria del Ponte, per accendere una mina sotto ad un arco presso gli avamposti nemici. Davagli il proprio nome, aggiungendo: _l'opera è ardita, potrei rimanervi_. Il Cosenz ne prese nota nel portafogli. Lo Stefani si spinse sopra leggiera barchetta dall'uno all'altro arco, cercando possibilmente nascondersi al nemico; ma, avendo la barca dato nel secco, messosi egli in acqua, se la spingeva dinanzi faticosamente. Due ore dopo i lavoranti, ignari della cosa, e sinistramente interpretando i segni, ch'egli facea col cappello verso di loro, a dimostrare, ch'era ancor vivo, vedendo quest'uomo così lontano da loro, il ritennero una spia del nemico e ne riferirono tosto all'ufficiale sorvegliante i lavori; il quale spedì alcune barche a quella volta. Ricondotto lo Stefani, disse a sua scusa, essere stato colà spedito da un ufficiale _in occhiali_ (i quali appunto il Cosenz portava). Intanto, ch'ei subiva l'interrogatorio dell'Ulloa, comandante il circondario, corre tra' lavoranti la voce, che fu ritrovato nella barca dell'arrestato l'occorrente per dar fuoco ad una mina, ch'egli era quindi un traditore, perchè voleva far saltare il piazzale. Lo Ulloa, essendo per disgrazia assente il colonnello Cosenz, non credendosi bastantemente istrutto a giudicarlo, il manda alla prefettura d'ordine pubblico». -- Fin qui tutto è naturale e va bene; ma ora viene il brutto. -- «Rimesso in barca lo Stefani in mezzo ai soldati, la moltitudine inferocita grida al traditore; e non vale all'infelice il protestarsi innocente ed Italiano, che il prendono a sassi. La barca avvicinatasi alla riva, sette od otto più furenti si slanciano in acqua, si avventano contro l'infelice, e, trattolo a terra, a furia di sassi e di badili il resero vittima d'un patriottico furore.» -- La narrazione del Carrano, meno particolareggiata, concorda sostanzialmente con questa, bench'egli, ufficiale, racconti la cosa in modo, che il lettore possa credere non essere stato nessun militare presente alla cattura ed allo scempio dello Stefani; tanto comprendeva la condotta della truppa non essere stata lodevole. Quali conseguenze ricaviamo da questo racconto? Che in Venezia, allora, non v'era più nè sicurezza pubblica, nè disciplina, nè giustizia. Non è detto, che i soldati di scorta difendessero il malcapitato, anche facendo fuoco contro la moltitudine inferocita, anche a costo della propria vita, com'era stretto dover loro. Non è detto, che alcuno fosse incriminato e punito per l'atto iniquo. Non si tratta di un semplice errore della giustizia militare sommaria, cosa triviale ed inevitabile nelle guerre; si tratta, che la plebe scatenata ammazzava i sospetti senza formalità di giudizio alcuno, e che non v'era nè forza per contrastare a misfatti siffatti, nè potere per punirli. Ma naturalmente allo Errera non fa conto di narrare e porre in luce questo avvenimento ed altri, che gli guasterebbono il quadro ideale d'una Venezia tranquilla internamente, malgrado le privazioni dell'assedio e la semianarchia; d'una popolazione non _demoralizzata_ (scusate la brutta parola) da quindici mesi di rivoluzione! Quadro ideale, che sventuratamente non è vero e che, fortunatamente, non è possibile!

Poichè il Manin doveva campeggiare nel suo libro, esserne il protagonista, ci aspetteremmo a trovarne ben caratterizzata e scolpita la figura; a trovarvi ritratto quel, ch'e' pensasse e sentisse e soffrisse in un tanto e strano incalzar di vicende; come e perchè le sue opinioni si modificassero per opera e degli eventi e della riflessione; come e perchè il repubblicano pervicace e diffidente facesse votar la fusione; e come e perchè poi l'esule divenisse monarchico. Che bel campo per l'artista ed il psicologo! Ma niente affatto: qui abbiamo un lavoro imperfetto di rappresentazione e nessun lavoro di analisi. L'operato ed il pensato dal Manin sono insufficientemente esposti, e ci rimangono poco chiari e precisi innanzi alla mente. Ed è peccato: perchè, senza essere idolatri del Manin, senza volerne esagerare i meriti e porgli sotto a' piedi un piedistallo sproporzionato; come pure senza attribuire al popolo ed alla guarnigione di Venezia virtù e meriti fantastici, senz'andare in estasi innanzi alla saviezza d'una Assemblea, che non fece rivivere il senno de' magnifici Senatori della Serenissima, senza prorompere in inni vacui sull'eroismo de' combattenti; dobbiamo freddamente riconoscere, che, tutto sommato, fra le vergogne e le ridicolaggini del quarantotto, la difesa di Venezia fu una discreta pagina e non disonorevole, una pagina, che può ricordarsi con qualche orgoglio. Certo nessun'altra città insorta, assediata, senza presidio di esercito regolare, senza governo ben fondato, ha fatto altrettanto in questo secolo, ha dato spettacolo simile, aveva uomini di tal tempra. E Parigi ed Argentina, investite dagli Alemanni negli anni scorsi ed in grado di far molto più, fecero in sostanza molto meno. Il tema meriterebbe d'esser trattato meglio, d'esser trattato ammodo, con buoni criteri e con buona grammatica; e speriamo, che sia per trovarsi chi il faccia, avvalendosi anche delle fonti austriache e de' rapporti consolari, che dovranno pure, quando che sia, divenire accessibili. E questo istorico futuro, che invoco, potrà anche ricavar qualche notizia opportuna da taluno degli ottanta documenti (fra' quali ve n'ha pure degl'inediti), che lo Errera ha radunati o piuttosto affastellati in fondo al suo volume e che ne sono l'unica parte in qualche modo pregevole.

II.

Certo, uno storico dev'essere innamorato del tema suo. Se egli non pruova una predilezione particolare per l'epoca, pe' fatti, per gli uomini, dei quali prende a narrare, non conchiuderà nulla di buono. -- «Se, a detta di un ultimo estetico (lo Eckardt,) la scelta geniale della stoffa è per la fantasia una specie di scelta nuziale; que' capricciosi, che, alla guisa degli Spartani, ammogliansi a colei, che prima loro capitò dinanzi nelle tenebre, non rivelano gusto individuale e rimangono estranei alle loro opere». -- Così, benissimo, al solito suo, il nostro Antonio Tari. -- Ma questa simpatia non deve essere di tal fatta da far velo alla mente mai. Devi compiacerti di quegli uomini e di quegli eventi; non rappresentar gli uomini e gli eventi in modo, che a te piacciano; non fingerteli così e così per poi compiacerti della creazione della tua fantasia. Questa è opera da poeta, non da istorico, al quale nè l'amor di patria, nè l'amor di parte, che suol essere anche più forte, ahimè! debbono offuscar l'intelletto, cui nessuno affetto deve indurre a declinar minimamente dal vero.

Io affermo presso i popoli moderni non conoscersi più cosa sia davvero patriottismo ed eroismo. L'eroismo ed il patriottismo non possono trovarsi nel cuore d'un popolo moderno in quel grado, in quella limpida schiettezza, che ammiriamo nelle pagine delle storie antiche. E sapete chi li ha uccisi, o per dir meglio, cionchi e monchi? Quella, che chiamano civiltà; la mitezza, anzi effeminatezza, anzi eviratezza de' costumi moderni; il rispetto delle persone e delle proprietà private, sancito dalle consuetudini della guerra; lo svolgimento del diritto internazionale; lo affratellamento degli uomini; e tanti altri pretesi progressi, invocati come una benedizione, iniziati da' filosofi e da' giuristi, che hanno risparmiato molte lagrime e molti misfatti, ma che, per fatale compenso, infiacchiscono, affievoliscono, debilitano i più nobili sentimenti dell'animo umano ed i più benefici.

Per qual ragione i popoli antichi difendevano con tanta pertinacia la libertà loro; e, senza intempestivi giuramenti e ridicoli, combattevano davvero fino allo stremo? Perchè anteponevano comunemente la morte alla resa? Perchè ci dettero tanti esempli memorandi di città, che preferirono la distruzione all'aprir le porte? di castella, onde il nemico si impadronì solo, quando furono un mucchio di rovine; e nel senso letterale della espressione, non già per modo di dire e per iperbole, come avviene delle fortezze o delle città moderne? Perchè quella concordia, quella unanimità ne' partiti disperati? e plebaglia e femminelle e gaudenti e vegliardi e persino i fanciulli consenzienti nel proprio scempio, irridenti il vincitore? Perchè Sagunto, perchè Cartagine?

La risposta è agevolissima: perchè allora la sorte del vinto era effettivamente e per ogni verso (non già solo metaforicamente e moralmente), peggior della morte. Il vinto diventava cosa: perdeva proprietà, famiglia, libertà individuale. Non si trattava della semplice libertà politica o della mutazione di principato, come nelle guerre moderne; non solo di interessi ideali e morali, che il volgo, le donne, i fanciulli, i doviziosi, i dediti al lucro comprendon poco. Il vinto vedeva confiscati gli averi suoi, farne bottino, ripartirli fra' vincitori; si vedeva contaminar sotto gli occhi le donne di casa ed i figliuoli e vendere e sparpagliare come un branco di pecore; lui stesso era fatto schiavo, venduto adoperato a fatiche esorbitanti, condannato a peggio, che un ergastolo. Qual meraviglia, se, per evitare tanti mali, per allontanarli almeno, anche i fiacchi ed i dappoco ostinatamente, pervicacemente durassero alla fame, alla prepotenza? se respingessero superbamente ogni patto? Le guerre navali fra turchi e cristiani erano accanite, perchè? perchè i prigioni od a fil di spada od incatenati sui banchi de' rèmigi. Se gli abitanti di Strasburgo, di Metz, di Parigi, eccetera, avessero avuto a temere quel fato, ch'era la sorte ammessa e convenuta dei vinti nelle guerre antiche, oh quali resistenze eroiche avremmo forse da ammirare! E chi sa? resistenza eroica vuol dir forse vittoria: di cosa nasce cosa. Ma invece ora, anche a' più indomiti, basta lo _aver soddisfatto all'esigenze dell'onor militare, basta aver fatto buona figura_, come dicono. La guerra diventa un torneo fra gli eserciti. Si fa di tutto per diminuirne gli orrori. E non si considera, se questa diminuzione di orrori non sia per caso con discapito della grandezza morale degli animi. Al Machiavelli sagacissimo non poteva isfuggire un tal fatto: -- «Il modo del vivere di oggi, rispetto alla cristiana religione, non impone quella necessità al difendersi, che anticamente era. Perchè allora gli uomini vinti in guerra o s'ammazzavano o rimanevano in perpetuo schiavi, dove menavano la loro vita miseramente; le terre vinte, o si desolavano, o n'erano cacciati gli abitatori, tolti i loro beni, mandati dispersi per il mondo, tanto che i superati in guerra pativano ogni ultima miseria. Da questo timore spaventati, gli uomini tenevano gli esercizî militari vivi, ed onoravano chi era eccellente in quelli. Ma oggi questa paura in maggior parte è perduta; de' vinti pochi se ne ammazza, niuno se ne tiene lungamente prigione, perchè con facilità si liberano. Le città, ancora che elle si sieno mille volte ribellate, non si disfanno; lasciansi gli uomini ne' beni loro, in modo, che il maggior male, che si teme, è una taglia; talmente, che gli uomini non vogliono sottomettersi agli ordini militari e stentare tutta vita sotto quelli, per fuggire quelli pericoli, de' quali temono poco». --

L'assedio di Venezia riconduce naturalmente nella mente l'assedio di un'altra città, simile nella costruzione a Venezia, fabbricata anch'essa sovra isolette in mezzo alle acque ed accessibile solo per mezzo degli argini, dalla terra ferma, come Venezia solo pel ponte della Laguna. Io parlo di quella Temistitan asteca, (che sorgeva, dov'ora è la Messico castigliana), espugnata dal Cortese ne' M.D.XXI. E si noti, che i Temistitanesi si trovarono in condizioni peggiori de' Veneziani. L'estuario era sgombro di navi austriache, e solcato dalle nostre; mentre il lago di Messico era signoreggiato da' brigantini spagnuoli. La superiorità delle armi degl'invasori dell'America sulle difese degli indigeni, era infinita; l'agglomerazione di bocche inutili, stoltamente eccessiva. Le descrizioni de' patimenti de' poveri anaguachesi fanno raccapriccio. Terminate le provisioni, mangiavano insetti, mangiavan radici di piante lacustri; morivan d'inedia, antropofagheggiavano: _de los niños, no quedó nadie, que las mismas madres y padres los comían (que era gran lástima de ver, y mayormente de sufrir)._ Eppure, nè la fame giunta a tal segno, nè la pestilenza, nè l'inutilità della difesa, nè le morti (che il Cortez stimava a cendiciassettemile e l'Ixtlilxocitl fa ascendere a dugenquarantamila,) poterono indurre quel popolo, cui pur si offeriva una capitolazione onorevole, a cedere; e la città dovette essere conquistata a palmo a palmo, nello stretto significato della espressione, abbattendone a mano a mano gli edificî e ricolmandone i canali, ed ammazzando quanti s'incontravano. Se Guatimozino avesse avuto polvere da sparo, non c'è dubbio al mondo, ch'e' si sarebbe fatto saltare in aria; e non c'è dubbio al mondo; che i sudditi avrebbero acconsentito senza mormorare a perir tutti così. A' tempi nostri, nello stato della civiltà nostra, con le molli tempre nostre, sarebbe assurdo il pretendere, che si rinnovassero simili esempli. Ma questa impossibilità del pieno eroismo ed assoluto, non è forse da compiangere, da deplorare? Paragonato all'assedio di Temistitan, quello di Venezia sembra come un assalto di scherma di fronte al duello fra Achille ed Ettore.

Comunque sia, l'assedio di Venezia è divenuto per gl'Italiani una leggenda, i cui santi protagonisti sono Guglielmo Pepe e Daniele Manin. Ma la fama del Manin ha oscurata quella del Pepe, quantunque, trattandosi d'un assedio, parrebbe giusto, che il primo alloro toccasse al capo militare e non già al capo civile, la cui sola missione doveva essere di somministrare al primo i mezzi di prolungare e sostener la difesa. Certo è, che il Pepe ha una sola statua, a Torino, e postagli dalla pietà della vedova; ed un busto a Catanzaro, che per esser posto nell'atrio dello Asilo Infantile, sembra una satira. E busto e statua sono opere infelici e non ritraggono adeguatamente la bellezza veneranda del vegliardo, ch'era stato un tempo il più bel giovane di Napoli e dello esercito di Gioacchino. -- Al Manin invece (se non è strettamente vero quel, che dice lo Errera, che -- «Torino, Milano, Firenze, Genova e quante sono le illustri città d'Italia, _gli_ eressero un monumento o una lapide, o del suo nome intitolarono una via o un Istituto» -- perchè, per esempio, e tacendo di molte altre, nè Napoli, nè Bologna, nè Catania, città d'Italia anch'esse e tra le più illustri, gli han decretati onori siffatti); al Manin il plauso è più concorde, più prolungato. Ma perchè? Per gli atti delle sue dittature ed amministrazioni? Niente affatto. Il vero motivo di quegli onori, sproporzionati alle opere, ve lo accenna il dabben Cibrario, dicendo: -- «Io ho sempre rispettato e rispetto tutte le opinioni, che muovono da intimo convincimento, e trovo naturalissimo, che a Venezia, con sì splendide memorie di repubblica, vi fossero repubblicani. Onorerei Daniele Manin di tutto cuore, quand'anche fosse morto repubblicano; ma più l'onoro e l'amo per avere con nobile e raro esempio riconosciuto più tardi e dichiarato, che la salvezza d'Italia stava nella bandiera e nella spada, che il Re di Sardegna avea consacrata a redimere questa _gran madre d'eroi, saturnia terra_.» --

Così è. La popolarità Italiana del Manin comincia nel M.DCCC.LVI. Il presidente e dittatore di una effimera repubblichetta e microscopica, sarebbe ora dimenticato dalla nazione, se, come altri, avesse perfidiato nello sterile repubblicaneggiare (e mi si perdoni l'epiteto poco parlamentare) stolido; rimarrebbe al più al più venerato da un partitello, da un manipolo, da una chiesuola, da una setta. Noi non lodiamo ed onoriamo il presidente ed il dittatore; ma un poco il presidente, che, sebbene di mala grazia, seppe ripudiar la repubblica il tre luglio M.DCCC.XLVIII e far votare la fusione col Piemonte; e moltissimo l'esule, che essendo stato presidente e dittatore, ancorchè di repubblica effimera e microscopica, seppe passare bravamente il Rubicone, rinnegare il passato, rinnegare lo assurdo ideale giovanile, ravvedersi, distruggere il partito repubblicano, far tacere le discordie, che avevan cagionato in gran parte le catastrofi e le vergogne del quarantotto, persuadere tante teste deboli ed incolte, unite però a cuori generosi e braccia forti, della necessità e della bontà della Monarchia unitaria. Questo atto il rende caro alla nazione tutta e pregiato. Questo atto rivela più fortezza d'animo, che la presa dell'Arsenale e la difesa di Venezia, e giovò molto più all'unificazione d'Italia ed alla liberazione. Tolto questo, la vita di lui sarebbe quella di un agitatore e d'un rivoluzionario volgare, come ce n'ha tanti.

III.

Il Manin era un avvocato, d'origine israelitica, sentimentale ed ingenuo molto ed irrequieto amante di libertà non ben determinata, come accade agli schiavi, come quasi tutti gli uomini del quarantotto. Gli avvocati, gl'ingenui e quanti non hanno propositi ben chiari non sogliono esser gente adatta a fondare Stati. Facile parlatore, dallo istinto tribunizio, in ogni quistione ficcava in mezzo, chiamava in ballo la politica e l'onor nazionale, o c'entrasse o non c'entrasse, a proposito ed a sproposito. Così, per esempio, nella quistione della ferrovia ferdinandea tra Milano e Venezia. Si era dovuto ricorrere a' capitalisti esteri, cupidi, non di giovare alla Italia, anzi d'impiego proficuo; e credere, che i capitalisti possano esser cupidi d'altro, è ingenuità classica. Pare, che la immensa maggioranza degli azionisti non avesse fede alcuna nella direzione Italiana della società, non la stimasse capace e s'impensierisse dello avviamento preso dagli affari. Alcuni dunque proposero di cedere allo Stato la costruzione e la gestione della ferrovia sino al compimento de' lavori. Se fosse buon partito o cattivo, io, che di simili faccende non m'intendo, non oso affermare. Il Manin, che non credo se n'intendesse molto più di me, lo oppugnava. Voglio anche, ch'egli avesse ragione; ma, invece di addurre argomenti finanziarî, invece di provare all'adunanza, che la Direzione Italiana offriva loro più guarentige e migliori dello appoggiare al governo la costruzione, fece un'arringa declamatoria, che venne accolta a fischiate e di cui non possono rileggersi senza riso de' brani come questo: -- «Accettare la proposta porterebbe una nuova e grande umiliazione nazionale.» -- L'umiliazione nazionale c'entrava come il cavolo a merenda, parlando ad un'assemblea cosmopolita di azionisti! La mancanza di approposito e di senso pratico venne redarguita dalla quasi unanimità, che approvò la proposta.

Bene osserva il Rovani, che: -- «se ci facciamo a riandare il tempo speso prima della rivoluzione dal più degli Italiani, che nel M.DCCC.XLVIII si posero o furono posti a presiedere governi, e a capitanare popolazioni, noi troveremo per ciascuno tanta materia di racconto, di considerazioni e di giudizi, che la storia della lor vita di preparazione, potrebbe assorbire per avventura quella della loro vita di azione». -- Ciascuno di loro era divenuto celebre per iscritti. -- «Tutti dal più al meno erano noti all'universale... gran tempo prima, che scoppiasse la rivoluzione. Tutti, fuorchè Daniele Manin. Ei si presenta all'ingresso della rivoluzione tutto solo e poco noto e quasi nudo di memorie e d'opere. Uomo senza passato». --

Caratteristica del quarantotto fu la levità giovanile, anzi fanciullesca, con la quale la nazione credette affrancarsi e costituirsi a furia di chiacchiere, stimando, che il chiacchierare fosse operare. Gli uomini, che salivano repentinamente al potere o riempivano le assemblee o tumultuavano in piazza o sdottrineggiavano su pe' giornali o capitaneggiavano schiere, erano per lo più impari ed impreparati alle difficoltà politiche, economiche, amministrative, militari, le quali non possono risolversi con delle belle frasi. Ma credevano in buona fede, che si potesse governare, amministrare, guerreggiare per ispirazione, entusiasmo, estro ed afflato divino, appunto in quel modo com'ogni giovinotto crede di poter poetare. Ora, che la pratica della vita libera ha diffuso il senso politico, non c'è chi non rida di certe idee e di certe pensate, che solo gli impenitenti demagoghi ed i giovani, che fan fiasco negli esami liceali, perfidiano nell'ammirare e sognano d'imitare quandochessia (che mai non se ne dia loro l'occasione!)

Nè l'inespertezza è scusa all'insipienza; scusa legittima, dico. Nèd in arte, nèd in politica meritano indulgenza alcuna i dilettanti. Direi a quelli, che s'impossessano del potere o vi aspirano, ignorando l'arte di governare, quanto è detto nel _Romanzo Borghese_ di Antonio Furetière di chi verseggia senza studio: -- «Belastre se hazarda de repondre que c'estoient des vernt faicts par des gentils hommes qui n'en sçavoient point les régles, qui les faisoient par pure galanterie sans avoir leu de livre et sans que ce fust leur mestier: _Hò par la mort, non pas da ma vie_, reprit chaudement Charrosselles _pourquoy diable s'en mes-lent-ils si ce n'est pas leur mestier? Un masson seroit-il excusé d'avoir fait une méchante marmite, ou un forgeron une pantoufle mal faicte, en disant que ce n'est pas son mestier d'en faire? Ne se mouqueroit-on pas d'un bon bourgeois, qui ne feroit point profession de valeur si, pour faire le galand, il allait monster à la bréche et monstrer là sa poltronnerie?_». -- Giustissime sono le osservazioni del Vitet: -- «La gioventù, che spolitica, non pensa affatto, che dalla sera al mattino può accaderle di veder crollare in un battibaleno per subita tempesta quanto esiste, quanto biasima, quanto oppugna; ed innalzarsi, quanto fantastica, e quindi di esser colta sprovveduta, d'esser chiamata alla manovra senza saperne boccata, e di non potere reggere il timone se non con mani inesperte. Dov'è chi si prepari e si eserciti anticipatamente alle funzioni, cui potrebbe esser chiamato, che indaga come correggere quanti censura, avido di particolari e nozioni pratiche invece di teoriche ampollose e di generalità vacue».

Le costituzioni in tutta Italia, le speranze suscitate ed alimentate da Pio IX, la repubblica in Francia e finalmente i fatti di Vienna, il ritiro del Metternich e le concessioni imperiali, imbaldanzivano gli agitatori in Venezia e sgomentavano gli oppressori, che non osavan più reprimere, nè condursi risolutamente, ignorando se gli atti loro sarebbero poi approvati, dubitando della stabilità della Monarchia Austriaca. Il Palffy concedette la Guardia cittadina e distribuì le armi al popolo, quando appunto la libertà di stampa e di riunione rendevano più pericolosa quella concessione e quella distribuzione ai disaffezionati. Naturalmente i rivoluzionarî adopraron subito i fucili e le daghe contro di lui. Fu la ripetizione della storia d'Argante che grida a' guerrieri cristiani: