Fame usurpate

Part 24

Chapter 242,908 wordsPublic domain

So bleibe denn die Sonne mir im Rücken! Der Wassersturz, das Felsenriff durchbrausend, Ihn schau'ich an mit wachsendem Entzücken. Von Sturz zu Sturzen wälzt er jetzt in tausend Dann aber tausend Strömen sich ergiessend Hoch in die Lüfte Schaum an Schäume sausend. Allein wie herrlich diesem Sturm erspriessend, Wölbt sich des bunten Bogens Wechsel-Dauer, Bald rein gezeichnet, bald in Luft zerfliessend, Umher verbreitend duftig kühle Schauer. Der spiegelt ab das menschliche Bestreben. Ihm sinne nach und du begreifst genauer; Am farb'gen Abglanz haben wir das Leben.

TRADUZIONE LETTERALE

Dunque mi rimanga il sole a tergo. Io miro con diletto crescente la cascata, che attraversa rumoreggiando quel masso di rupi. Si precipita di salto in salto, diffondendosi in mille e poi mille correnti, e scaglia sibilando in aria schiuma sopra schiuma. Eppure, come s'incurva magnificamente l'alterna durata dell'arco variopinto, sorgendo da questa tempesta, ora nettamente disegnato, ora dissolvendosi nell'aria, spargendo intorno un raccapriccio profumato e fresco. Specchia l'affaticarsi umano. Pensa ad esso e comprenderai più esattamente: nel riflesso colorato abbiamo la vita.

TRADUZIONE di _Andrea Maffei_.

Dunque al sol diam le spalle. Il ruinoso Torrente, che devolvesi fremendo Per gli alpestri burroni, attrae con gioia Ognor crescente il guardo mio. Lo veggo Precipite avvallar di balzo in balzo. Frangersi in mille rivi, ed una nube Sgorgar per l'aere d'agitata spuma. Oh come da quel vortice si leva L'arcobaleno maestoso e spiega La settemplice curva! Ora è distinto, Or nell'aria è perduto, ed un ribrezzo Vaporoso diffonde. E speglio forse Quell'iride non è de' nostri affetti? Pensavi e certo ne sarai. Nel lampo Di quei sette colori abbiam la vita.

La descrizione della cataratta e dell'arcobaleno è stupenda nell'originale. Il Goethe s'era occupato per anni ed anni del fenomeno ottico, che produce l'iride. Nè queste sue descrizioni poetiche sono senza sustrato d'impressione naturale. Una volta, che il Goethe vecchissimo narrava, come ispirato dal bel paese intorno al lago de' Quattro Cantoni, avesse meditato nel MDCCXCVII un'epopea in esametri sul mito di Guglielmo Tell, (misericordia!) e come poi, distratto da occupazioni diverse, avesse ceduto il soggetto allo Schiller, che ne ricavò una tragedia (manco male!), Giampietro Eckerman osservò, sembrargli, che la descrizione in terzine nella prima scena della seconda parte del _Fausto_, dovess'essere una reminiscenza di quelle impressioni della natura svizzera. Rispose il Goethe: -- «Nol nego; non avrei mai potuto pensare il contenuto delle terzine, senza le fresche impressioni di quella natura portentosa. Ma questo è quanto ho coniato dell'oro di quelle località. Ho abbandonato il rimanente allo Schiller». -- Ci abbiamo inoltre del Goethe una dipintura della cascata di Pissevache nel Vallese, la quale aveva senza dubbio contribuito a generare il fantasma nella sua immaginativa: -- «Ad un'altezza discreta, prorompe da un crepaccio del monte un forte rivolo, fiammeggiando, in un bacino, dove è ridotto in polvere e schiuma, che viene sparpagliata qua e là dal vento. Apparve il sole e dette doppia vita allo spettacolo. Giù, tra il vapore d'acqua, si ha dall'una e dall'altra parte, secondo che si cammina, un arcobaleno proprio vicino. Andando più su, si gode un fenomeno vieppiù bello ancora»; -- eccetera. Altrove parla della cascata del Reno presso Sciaffusa, com'ei la rivedesse illuminata dal sole: -- «L'iride appariva nella sua maggior bellezza: poggiava tranquillamente nell'immensa schiuma, che ferve, e, mentre minaccia di violentemente distruggerla, è costretta a riprodurla di nuovo ogni istante». -- Ora, Fausto ravvisa nell'iride della caduta un'immagine de' godimenti umani. La fruizione piena, assoluta, non è per noi; ma ne abbiamo un riflesso nella vita, quando operosamente ci affermiamo ne' limiti, che la natura ci assegna. La traduzione sembra d'uomo, che non abbia mai viste cataratte ed archibaleni. Il _torrente ruinoso, che si revolve fremendo per gli alpestri burroni_ desta in Fausto estasi e non gioia: c'è di che rimanere estatico, ma non di che rallegrarsi nello spettacolo. Non capisco _la nube di spuma, che sgorga per l'aere_. Sembra, che il Goethe, massime invecchiando, prediligesse smodatamente le frasi, in cui si ripete un medesimo vocabolo; ne abbiamo incontrate parecchie in questa scena, ed ecco tre ripetizioni in un sol periodo in tre versi successivi: _Von Sturz zu Sturzen_; _in tausend dann aber tausend Strömen_; _Schaum an Schäume_. Perchè cancella il Maffei due di queste ripetizioni intenzionali? o che il nostro linguaggio non le ammette o non se ne compiace? _Das menschliche Bestreben_ non è _i nostri affetti_; _begreifen_ vuol dire _concepire_, _capire_ e non _certificarsi_. Tradur l'ultimo verso, come fa il Maffei, gli è un certificare di non aver capito ciò, che l'Autore intendeva dire. Antonio Bruni, volendo indicare un pensiero non dissimile da quello del Goethe, ha scritto: _Pria che vestisse in me spoglia mortale Quest'alma, o mio bel nume,... Nel Sole inaccessibile immortale Mirò il tuo Bello; e s'or pur l'ama e in voto Gli sacra il cor divoto, De l'eterno splendore ama un riflesso_. Nel tedesco leggo _riflesso colorato_ e non _lampo di que' sette colori_; riflesso non è il medesimo di lampo.

Il lettore può giudicare ora, se ho disaminato ed analizzato con imparzialità questo brano di traduzione, scelto a caso, e tra' più facili. Avrei potuto giustamente sì, ma malignamente ricorrere a squarci malagevoli; e mostrare anche più chiaro, che ho ragione di chiamare usurpata la fama del Maffei. M'hanno appoggiato a volte l'incarico di esaminare alcuni pretendenti alla patente d'idoneità per insegnare il tedesco. Ebbene, in coscienza, se mi ritrovassi in quel ballo, ed i candidati traducessero come il Maffei, io non li riconoscerei mica idonei. -- «Una patente, a voialtri? Patente d'incapacità!» -- Invece quest'uomo, che tradisce in tal modo i malcapitati testi, conta tra di noi per una autorità in fatto di letteratura alemanna. Ha panegiristi ridicoli; giovanotti, i quali ignorando fin l'alfabeto tedesco, discorrono del _Fausto_, scarabocchiando cicalate inconcludenti, compilazioni eseguite sugli articoli della _Rivista de' Due Mondi_. Giuochi, che fanno i letterati oggi, come farebbero gli agenti di cambio od i capistazione, od altro, se sperassero di lucrar qualche soldarello di più. Buffoncelli, che chiamano il traduttore-traditore -- «ingegno poderoso, che ha padronanza sulle due lingue, e lunghi e pertinaci studî su tutta quanta la letteratura tedesca, e straordinaria felicità di sapere trovar sempre nella poesia e nell'idioma della sua patria la frase, la parola, il modo di dire, che corrispondano a ciò, che volle significare l'autore nella propria lingua». -- Il pubblico ignaro, sentendo affermare così ricisamente, crede alla competenza dell'encomiasta e plaude ingannato, senza sapere quel che si applauda. Ben inteso poi, che s'usa _ora in Italia un traffico di lodi, Pur che al lodato il lodator risponda; E l'adulazion va per vicenda_ (come scrisse nel secolo scorso il sedicente inventore de' versi martelliani, a proposito d'un altro Maffei, Scipione, assai da più). Quindi, imitando la carità di Giovanni da S. Giovanni, Andrea Maffei chiamerà -- «giovane d'alto ingegno» -- nella prefazione al secondo volume, chi gli ha dimenato sotto il naso quell'incenso smaccato in un discorso prefisso al primo. Non c'è cosa, che più ripugni alla dignità d'un principiante, dell'assumer l'incarico d'una prefazione all'opera d'un autore vivo e riputato; l'è un impegnarsi a lodare, a panegirizzare in tutto e per tutto. A questo non pensa il pubblico; e, sulla fede del Maffei, ritiene grand'uomo in erba anche quel ragazzo lì: _sic itur ad astra_.

È triste a dirsi; ma da cinquant'anni, che il Maffei traduce e vien lodato, non un solo de' suoi lettori infiniti, non uno de' suoi panegiristi, s'è incomodato a riscontrarne le versioni con l'originale. Non uno ha sentito il bisogno, ha sospettato che fosse dovere, obbligo, di esaminare prima di applaudire! È una immoralità letteraria, che fa spavento! Per me, non voglio esserne complice.

POSCRITTA

LETTERA A LUIGI MORANDI

_Caro Morandi_,

So, che tornando con insistenza sopra un argomento, si risica di riuscir tediosi; ma non posso esimermi dallo aggiunger due postille al mio articolo sul Maffei, rilevando due errori, che trasandai di notare ne' versi disaminati.

I. Nel soliloquio di Fausto, il Maffei ommette di pianta il secondo verso (sessagesimottavo della scena) che suona in tedesco: _Aetherische Dämmrung milde zu begrüssen._ Nella sua versione, non ci ha parola, che ne renda il senso o l'intenzione. Forse lo imbrogliava (e non dico ch'e' sia facile a tradursi!) ed ha girata la difficoltà.

II. L'altro errore mi vien fatto notare dal prof. Felice Tocco; e trascriverò quindi le parole di lui: -- «Ne' versi XCII-CII credo, che ti sia sfuggito un altro errore del Maffei traducendo un imperfetto _wollten_ col presente (_vuol_) tradisce pienamente il testo. Nel tedesco è espressa una certa opposizione tra il desiderio ed il fatto. _Noi volevamo_ (semplicemente) _accendere la fiaccola della vita; ed_ (invece) _un mare di fuoco ne circonda_. Nella traduzione del Maffei, questa opposizione scompare; e sembra, che il desiderio di accendere la face della vita succeda alla vista delle fiamme di fuoco: _Ah! ma s'eleva Da quei baratri eterni un mar di foco! Stupefatto n'è l'uomo; e, della vita Vuol la face allumarvi.... Immense fiamme Gli fan siepe d'intorno!_» --

Ed ora, basta davvero. Non voglio spigolare altro, dov'ho mietuto; sebbene certo di aver lasciato cadere più spighe, che non ne abbia immagazzinate nel granaio, o, per parlar fuori metafora, trascurate un numero di spropositi e d'improprietà maggiore di quello che registro. Ah! mio caro, il mestiere del traduttore non è il più facile del mondo; e chi vi si mette con poca dottrina, con punto gusto e con molta presunzione, può scroccarsi fama, non meritarla. Diranno, ch'io parlo così per invidia. Invidia di chi, di che? Se non isdegnassi, se degnassi imbrancarmi con tutti i ciarlatani, che mutuamente s'incensano in Italia, se avessi anch'io una spina dorsale flessibile ed una penna cortigiana, come mi avrebber caro! che grand'uomo sarei! Ma la quistione non è lì. Dato e non concesso, che parlassi per astio e per rovello, allego fatti? somministro prove? Oh dicano allora!

Forse di me con gloria si favella Dove d'essi o si tace o si maldice: Dico appo i buoni, a malgrado di quella Loro ignorante turba adulatrice, Che in presenza li adora e che li appella Con titoli di grandi e di felici.

E poi l'intendo diversamente: per me l'è quistione di dovere, non di gloria. Che gloria può acquistarsi dimostrando inane un preteso miracolo, falsa una riparazione usurpata? Nessuna; ma si può rendere così un servigio a' concittadini. Sta sano e riama il tuo

*Imbriani.*

Firenze, 21. III. 70.

DANIELE MANIN

È stata pubblicata un'opera nuova, illustratrice delle vicende del M.DCCC.XLVIII. S'intitola: _Daniele Manin e Venezia_ (1804-1853). _Narrazione del prof. Alberto Errera di Venezia, corredata da documenti inediti, depositati dal generale Giorgio Manin al Museo Correr e da documenti del R. Archivio dei Frari. Firenze, successori Le Monnier_, 1875. È un volume in sedicesimo di vi-524 pagine, oltre quattro innumerate, che contengono l'occhio ed il frontespizio. La correzione tipografica lascia molto a desiderare, nè corrisponde alla fama dell'officina. Per esempio, in una nota del Palmerston (pagina 180) si legge: _il governo d'Italia_; e deve dire: _d'Inghilterra_. In un resoconto (pag. 501 e segg.) si parla di _Rimanenza delle Corse camerali_ e di _Somministrazione di parte d'argento_, invece di _Casse_ e _paste_; e v'è una trasposizione d'uno specchietto dell'attivo al passivo. Si fa dire a' giornali parigini, che, appena sbarcato il Manin in Francia, _le sol devenait tout-à-coup la meilleure part de son existence: sa femme mourait_. I giornali parigini avran detto molto probabilmente _dévorait_ e non _devenait_. Dico con l'Hugo: _j'en passe et des meilleurs._

La lingua poi di questo volume patriottico ha spesso più del francese e dell'ebraico, che dello Italiano. L'autore si mostra inesperto della conjugazione e del regime de' verbi. Scrive: _se si avessero fatti ostacoli_ (pag. 27); _si aveva tentato di tener prigioniera_ (pag. 41); _si aveva pure cercato la maniera più energica_ (pag. 55); _ospedali che si avrebbero aperti in seguito_ (pag. 371), eccetera. Ed in tutti questi casi andava adoperato l'ausiliario _essere_, non _avere_. Scrive: _non curatevi_ (pag. 333). Ma s'ha a dire: _Non vi curate_; e la seconda persona plurale dello imperativo, quand'è preceduta dalla negazione, non tollera encliticbe pronominali. Scrive: _pregato il Palffy a concedere_ (pag. 26). Ma il verbo _pregare_ regge la preposizione _di_; si prega _di fare_ e non _a fare_ alcunchè. Scrive: _non può che ripetere_ (pag. 180); _non è che un'amplificazione_ (pagina 155); attribuendo al _che_ valore di _se non_. Sconcio gallicismo e sozzo, invece di _può solo ripetere_, _è una mera amplificazione_, oppure _non può se non ripetere_, eccetera. Scrive: _Noi siamo liberi e possiamo doppiamente gloriarci di esserlo, giacchè lo siamo_ (pag. 33), eccetera. Barbarismo: _lo_ è pronome, non proaggettivo; chè proaggettivo sarebbe e non pronome, se tenesse le veci di un aggettivo, com'è _libero_. Scrive: _Siccome il piroscafo partiva_ (pag. 37); _siccome però il Cavedalis continuava_ (pag. 211); adoperando _siccome_ nel senso di _poichè_, là dove in italiano useremmo semplicemente il verbo al gerundio: _Partendo il piroscafo_; _ma continuando il Cavedalis_. Scrive: _notizie di maggior levatura_ (pag. IV). Ma la levatura è degli uomini; egli volea dire: _di maggior momento_. Scrive: _il via va_ (pag. 407); ma si dice _via vai_. Scrive _togliermi di dosso le anella_ (pag. 387), con quanta improprietà, non è chi non vegga. Le anella soglionsi portare alle dita: si potrebber torre di dosso solo a chi se le avesse nascoste in altre parti; ad un soldato, che le occultasse nel zaino, nella mucciglia, nel sacco, via. Scrive: _il di lui comando_ (pag. 273). Ma va detto: _il comando di lui_; o, come venne pure scritto (per esempio da ser Giovanni Fiorentino, nella Novella II della Giornata IV del _Pecorone_ -- «Era tanto ricco, che le lui ricchezze non avevano nè fine, nè fondo» -- ) ed a me piacerebbe, e gioverebbe alla chiarezza, ma non è prevalso nell'uso: _il lui comando_. Scrive d'un incendio: _nè si potè salvare il tetto ed una parte del primo piano_ (pag. 382). E probabilmente vuol dire dell'_ultimo piano_, ch'è il più vicino al tetto, giacchè, abbruciato il primo, anche i superiori sarebbero necessariamente crollati. Di simili sgrammaticature ed improprietà, potrei citarne:

... mille altre ancor, ch'io ne tralascio, Per restringer gran massa in picciol fascio.

Piacemi solo di notare eziandio lo epiteto di _ideologo_ appiccato proprio a torto al Lamartine, _qui n'en peut mais_; ed uno sproposito enorme di geografia (pag. 423) commesso ponendo il campo di battaglia della Cernaja: _là nella Troade antica_. Mi giova credere, che lo Errera volesse dir _Tauride_; la Troade è altrove.

Ma in libri simili, anzi in qualunque scrittura, gl'Italiani, a torto secondo me, non badano ora affatto alla purezza dello eloquio ed alla proprietà. Dalle ridicolaggini de' puristi, i quali riponevano tutta l'arte dello scrivere nello adoperar soltanto parole e locuzioni, autorizzate da esempli dal trecento e del cinquecento, siamo precipitati in una licenza stomachevole, che non si vergogna nè di barbarismi, nè di solecismi, nè di sgrammaticature, nè di spropositi ortografici.

Prescindendo dunque dalla lingua e dallo stile, facciamoci ad esaminare il contenuto del volume. L'autore dice: -- «Il nostro ufficio è quello di scrivere la vita di un uomo in relazione ai tempi, nei quali visse, non l'epopea della resistenza (di Venezia).» -- Ma in realtà egli ha inteso scrivere una istoria discretamente minuta della città di Venezia nel biennio 1848-1849. Particolari nuovi sulla vita del Manin, ed in quel tempo e prima e dopo, non ce ne dà punti; almeno, che siano di qualche momento. Ma espone tutte le vicende della rivoluzione veneziana: le politiche, le militari, le finanziarie. Ed il tema era bello, attraente per la parte drammatica, utile per gl'insegnamenti, che possono ricavarsene:

Le istorie nostre, in molte parti sparte, Andrien raccolte e farne una sustanza.

Se non che, pur troppo, al narratore manca l'arte di ritrarre i fatti con evidenza; di esporli con ordine; di raggrupparli sapientemente; di delinearli co' particolari necessarî alla piena loro intelligenza; di colpirli, in quanto hanno di più caratteristico, in guisa da presentarci un quadro logicamente combinato, onde scaturisca una idea, un chiaro concetto e compiuto degli avvenimenti. La narrazione va sempre saltelloni, innanzi ed indietro; ora anticipa, ora retrocede; spesso si ripete; spesso s'interrompe, rimandando altrove; spesso tace quanto più c'importerebbe, od accenna, senza indicarli preciso, essere avvenuti fatti, che occorrerebbe almeno ricordarci per farci comprendere il seguito. Insomma, il difetto di economia nel disegno dello scritto e la esecuzione abborracciata sono evidenti.

Per esempio... (A me non piace asserir checchessia senza corroborar con pruove ed esempli l'asserzione); dunque, per esempio, nel _Proemio_ si parla molto della _lotta legale_, sostenuta dal Manin e terminata col suo arresto, senza informarci in che propriamente consistesse, di quali mezzi si servisse, quale scopo si prefiggesse. Dunque, si parla de' suoi interrogatorî e di quelli del Tommasèo, tacendo gli argomenti di essi; e non ci si dice, che temesse e che bramasse sapere l'autorità austriaca da que' due. Dunque, le discussioni dell'Assemblea de' deputati della provincia di Venezia, che il quattro luglio M.DCCC.XLVIII votò la fusione col Piemonte, vengon narrate due volte, nel capitolo IV e nell'VIII, e parecchi altri simili duplicati ingrossano il volume e perturbano e stancano il lettore. Dunque, spessissimo l'autore se n'esce con un -- «Intanto erano accaduti fatti gravi in Italia;» -- e, sebbene la nozione di essi fatti sia indispensabile per capire quanto siegue, e quantunque basterebbe lo accennarli anche crudamente con quattro parole, preferisce lasciare al leggitore la fatica e l'impiccio di rammentarseli, se può. C'è un lungo capitolo sulla guerra; ebbene non una parola, che spieghi quale fosse il sistema di difesa prescelto da' difensori di Venezia. Una volta è detto che: -- «al 7 e l'8 (luglio 1848) avvenivano ancora fatti, che tornano a lode di Venezia e del suo estuario». -- (E, sia detto fra parentesi, che un fatto possa tornare a lode di Venezia, il comprendo; ma a lode dell'_Estuario_? Per Venezia s'intende la cittadinanza veneziana e la guarnigione; ma per _Estuario_ cosa s'intenderà? Chi direbbe, che la battaglie di Salamina tornò a lode dell'Egeo? Questo si chiama scrivere secondo la maniera di G. Vittorio Rovani, autore di un libello contro il Manin, pubblicato tra' _Documenti della Guerra Santa d'Italia. Capolago. Tipografia Elvetica. Gennaio 1850_; il quale dice, d'un tale, ch'e' _correva da_ (sic) _Manin, ad imbandirgli grosse pastoje di menzogne, innestate sul vero_. Un imbandigione di pastoje! e delle pastoje innestate! Ma chiudiamo la parentesi e torniamo a bomba). Bene, c'incuriosiamo; ameremmo conoscerli, questi fatti onorevoli per Venezia e _per l'Estuario_, e non possiamo appurare di che si tratti; il libro è muto. La lotta dei partiti, la tenzone fra gli unionisti ed i repubblicani federalisti, traspare, si suppone, ma non viene narrata, non che particolareggiata.