Part 23
_I raggi, che saetta il sole_, non va, perchè il sole non è ancora sorto, e sorgerà solo durante la seguente parlata; che il Goethe mette in bocca ad Ariele, e che il Maffei (non so perchè) attribuisce al coro; anzi solo durante il monologo di Fausto. Lo splendore, di cui parlano i silfi, è l'aurora, evidentemente. Non si comprende, come il fissar gli occhi nel sole possa _appagar la foga delle brame_; nè Fausto può avere alcun desiderio di appagar questa foga, giacchè, nel punto in cui fosse pago, dovrebbe, secondo il pattuito, venire in potestà del diavolo. Basta ricordarsi le parole, con le quali ha giurato nella prima parte: -- «Se dirò mai al momento: _deh indugia! sei tanto bello!_ allora potrai gettarmi in ceppi, allora andrò volentieri in precipizio. Allora suoni pure per me il doppio de' morti, allora sarai libero del tuo servizio: si fermi pure l'oriuolo; cada pure l'indice; cessi per me il tempo!» -- E difatti, quando, in fine di questa seconda parte, pronuncia quelle parole, cade morto e Mefistofele vuole impossessarsi dell'anima sua. I silfi, in questa strofa, esortano Fausto: a rivolgersi speranzosamente all'aurora incipiente; a scuotere il sonno; e destarsi rinvigorito a nuova ed incessante attività, poichè alla mente audace ed operosa tutto riesce: _audaces fortuna iuvat_. _Sgomento_ è troppo forte per _zaudernd_. Non mi piace quel _momento_, che rimpiccolisce e specializza troppo, e che non c'è nel testo.
VERSI LIV-LXVI. -- _Tedesco._ _Ariele, mentre un mostruoso frastuono annuncia l'avvicinarsi del sole._
Horchet! horchet! dem Sturm der Horen; Tönend wird für Geistes-Ohren Schon der neue Tag geboren. Felsenthore knarren rasselnd, Phöbus Räder rollen prasselnd; Welch Getöse bringt das Licht! Es trommetet! es posaunet! Auge blinzt und Ohr erstaunet! Unerhörtes hört sich nicht! Schlüpfet zu den Blumenkronen, Tiefer, tiefer, still zu wohnen, In die Felsen, unters Laub: Trifft es euch, so seid ihr taub.
TRADUZIONE LETTERALE
Ascoltate, ascoltate il tempestar delle Ore! Il nuovo giorno nasce risonando per le orecchie degli spiriti. Le porte di macigno gemono sgrigliolando, le ruote di Febo brontolano cigolando: qual frastuono porta la luce! Che strombettio! che clangore! L'occhio si batte e l'orecchio stupisce: non si ode l'inaudibile. Rimpiattatevi nelle corolle de' fiori, più giù, più giù, per abitar tranquilli, fra' macigni, sotto il fogliame: se vi coglie, insordirete.
TRADUZIONE DI _Andrea Maffei_.
Udite! udite! il turbine dell'ore V'annuncia, o silfi, che rinasce il giorno. Altissimo fragore Mandano e gioghi e valli. Cigola e stride il cocchio Del sole... Oh qual frastuono Spande il ritorno Della luce!... È di tube, è di timballi Romor confuso!... L'occhio, L'orecchio offesi, attoniti ne sono. Senso non è, che a tollerar ciò vaglia... Celatevi tra' fiori! Giù, giù ne' fori Del monte o tra le foglie Della boscaglia! Tutti v'assorda, se quel tuon vi coglie.
Il meglio in questo _galimathias_ (parlo dell'originale) è l'onda del verso e l'armonia imitativa, che va perduta, come s'è notato, nella versione. Il _turbine dell'ore_ non comprendo, che sia; nè l'originale dice che annunzî il giorno. Quel _dem Sturm der Horen_ è un dativo, retto dal verbo _horchen_, ascoltare. E le Ore son qui una fredda reminiscenza omerica, giacchè nell'Iliade vengon dette custodi delle porte del cielo, che dovevan chiudere ed aprire secondo l'occorrenza. Tommaso Stigliani, parlando delle feste in Barcellona pel ritorno di Colombo (XXIV, 76): _Festeggiossi ogni dì, finchè l'aurora Schiuse al decimonono in ciel le porte_. Chiunque ha visto sorgere il sole, sa che il precede quasi una vibrazione dell'aria; il Goethe immagina, cotesta vibrazione essere effetto del rumore, fatto dalle Ore nello spalancare le porte dell'Olimpo e dal carro di Febo, che prorompe cigolando quasi di sotto una volta sonora. Questo suono è percettibile per gli spiriti superiori come Ariele, per l'orecchio loro è armonia; invece assorderebbe i silfi, gli spiritelli, che, secondo la mitologia germanica, sono pure anime naturali (per gli spiritelli, e la loro natura, ecc. Vedi _Adone_ XII, 135-145). Ciò che supera la forza percettiva (che il Goethe molto infelicemente chiama l'_inaudito_) non può udirsi. Monsignor Giovanni Guidiccioni ha detto in un suo sonettucolo: ....... _come vince l'armonia celeste, L'umano udir_. Sfido io d'indovinar tutto questo dalla versione del Maffei! _Le porte di macigno_, le termopili dell'Olimpo divengono presso lui _gioghi e valli_. Le reminiscenze classiche delle Ore e di Febo, spariscono; sparisce il parallelismo onomatopeico tra emistichio ed emistichio, tra verso e verso. Si ommette _per abitar tranquille_. _Tra' fiori_ è tutt'altro che _nelle corolle_; altro è stare _fra_, altro è stare _in_, che diamine! _Fogliame_ è diversa cosa da _foglie della boscaglia_: un albero isolato ha fogliame anche esso.
S'introducono de' _timballi_, a' quali il Goethe non ha pensato, dicendo egli con quel verso _Es trommetet, es posaunet!_ precisamente nè più nè meno di quanto il Marini ha detto nel suo: _Già squilla il corno e già la tromba scoppia._ (_Adone._ XVI. 36).
Nel Goethe però manca il soggetto, e non si capisce da chi venga prodotto lo strombettio ed il clangore; di quali strumenti si tratti, o chi vi soffia drento. Questi perfetti riscontri tra frasi del Goethe e frasi del Marino sono frequentissimi. Per esempio il _Brennst du nicht und fühlest mich entbrannt_ della _fidanzata di Corinto_, si ritrova in fine de' seguenti versi dell'_Adone_ (III. 96) _Fan con occhio loquace e muta bocca, Eco amorosa i tormentati cori, Dove, invece di voce, il vago sguardo, Quinci e quindi risponde: Ardi, ch'io ardo._
VERSI LXVII-LXXIII. -- _Tedesco._ _Fausto._
Des Lebens Pulse schlagen frisch lebendig Aetherische Dämm'rung milde zu begrüssen, Du Erde warst auch diese Nacht beständig, Und athmest neu erquickt zu meinen Füssen; Beginnest schon mit Lust mich zu umgeben, Du regst und rührst ein kräftiges Beschliessen, Zum höchsten Dasein immerfort zu streben.
TRADUZIONE LETTERALE
I polsi vitali battono con brio vivace per salutare soavemente il crepuscolo etereo. Tu, terra, sei rimasa stabile anche stanotte; e, rinfrancata, mi respiri a' piedi. Già cominci a circondarmi di brame; e inizî e muovi un saldo proposito di tendere incessantemente alla più alta esistenza.
TRADUZIONE DI _Andrea Maffei_.
Battono i polsi miei da nuova e fresca Vigoria confortati. Immota, o terra, Pur nella notte, che passò, tu fosti; Ed or sotto al mio pie' ringagliardita Respiri; ed incominci a circondarmi Di voluttà, svegliandomi nel petto Più bollente desio d'alzar le penne Ad un'alta esistenza.
Fausto si direbbe dalla versione un difensore del sistema di Tolomeo, che affermi altamente le dottrine del caposcuola sull'immobilità della terra; eppure nell'originale egli dice invece: -- «Tu, terra, se' rimasta tale e quale stanotte; non ti sei mutata; rimani sempre la medesima!» -- ed il lettore sottintende naturalmente, che Fausto, lui, si sente mutato. Il Goethe non dice _sotto al mio piè_; anzi, più gentilmente _a' miei piedi_. Non dice _ringagliardita_, anzi rinfrancata, ricreata, ravvivata, quasi rimbaldanzita. E queste parole più miti mi fanno immaginare la terra, quasi una bella donna, che persuada Fausto di vivere ancora; mentre le parole brutali, adoperate dal Maffei, rendono impossibile questa immaginazione, e distruggono una bellezza. _Lust_ qui non è nel senso di voluttà, anzi in quello di brama, bramosia, concupiscenza; accennando all'idea, che sarà meglio espressa ne' due versi seguenti. _Nel petto_ è riempitura vacua. _Desio bollente_ o _più bollente_ è tutt'altra cosa d'un _proponimento energico_, d'una _salda risoluzione_, com'ha il testo. _Desiderare_ è un po' diverso da _risolvere_: Fausto ha desiderato nella prima parte, qui risolve. _Alzar le penne_, è un cencio rettorico, che fa sorridere chiunque ricorda quel divino episodio del _Furioso_, laddove Ruggiero prende in groppa dell'Ippogrifo Angelica, legata al duro sasso (X. 114). Per riguardo alle Signore, non citerò l'originale, anzi la traduzione latina del marchese Torquato Barbolani, dei conti di Montauto: _Fraenat ibi audaces cursus, ac desilit udum Fervidus in pratum juvenis: tum complicat alas Gryps quadrupes, tensaeque magis, quas calcar amoris Excierat, remanent._ Avrei citata la traduzione in dialetto bolognese d'Eraclito Manfredi, poichè in Italia s'è convenuti, potersi arrischiare in dialetto qualunque facezia, senza scandalizzar le orecchie stitiche. Ma il Manfredi o per iscrupoli (come dichiara, traducendo l'episodio di Alcina: _al prev arstar uffesa L'urechia d'un qualchdun d' mi uditur_), o per agevolarsi il compito o per altro, ha pensato bene di ommettere nella sua versione il verso, cui alludo; e scrive soltanto: _Ai era in mezz'a st' bosch un pradsin bell, Cun un riulin, ch'i fiur e gli erb bagnava, Qusi quî al fì gli aliassrar a quel so usel, Ch pr'aria vular d' più allora 'n pinsava._ Il Maffei non è il solo cattivo traduttore, che sia al mondo: ma torniamo ad occuparcene. _Alta_ è positivo, _la più alta_ è superlativo; perchè sostituir quello a questo?
VERSI LXXIV-LXXXII. -- _Tedesco._ _Segue Fausto._
In Dämmerschein liegt schon die Welt erschlossen, Der Wald ertönt von tausendstimmigem Leben; Thal aus Thal ein ist Nebelstreif ergossen; Doch senckt sich Himmelsklarheit in die Tiefen, Und Zweig und Aeste, frisch erquickt, entsprossen Dem duft'gen Abgrund, wo versenkt sie schliefen; Auch Farb' an Farbe klärt sich los vom Grunde, Wo Blum' und Blatt von Zitterperle triefen, Ein Paradies wird um mich her die Runde.
TRADUZIONE DAL TEDESCO
Il mondo giace già dischiuso nel barlume crepuscolare; il bosco risuona di vita dalle mille voci; di valle in valle si stende una striscia di nebbia; puro il chiarore del cielo discende nelle profondità, e ramuscelli e rami, rinfrancati germogliano (si staccano) dal fondo fragrante, nel quale dormivano immersi; anche colore sopra colore si stacca, rischiarandosi dal fondo, dove foglia e fiore grondano di tremule perle. Le circostanze divengono un paradiso.
TRADUZIONE di _Andrea Maffei_.
. . . Il mondo irrompe Dal crepuscolo incerto, in cui si chiuse; E si levano al ciel dalla foresta Le mille voci della vita. Un bianco Vapor su tutta la vallea si versa. Pure il lume del ciel nelle più basse Parti discende; e sbucano dal fondo, Ove occulti dormiano, e rami e tronchi Ristorati. I colori omai distinti Si ravvivano anch'essi, ove la perla Della rugiada i suoi tremuli veli Stende sui fiori e sulle foglie. Un vero Eden sorride agli occhi miei.
Comincio dal dire, che non mi soddisfa punto questo sminuzzare in tanti perioduzzi il gran periodo dell'originale; la parlata perde subito il suo carattere di maestosa solennità e diviene rotta, affannosa, e quindi non esprime più lo stato dell'animo di Fausto, secondo le intenzioni dell'Autore. Il quale non ha punto scritto _il mondo irrompe dal crepuscolo_ (il complemento _incerto, in cui si chiuse_, è aggiunta gratuita del Maffei) anzi dice: «quantunque immerso nel crepuscolo, è pure manifesto il mondo.» -- Fausto non dice le mille voci della foresta levarsi al cielo: sarebbe un pensiero da San Francesco, da chi ci crede, da chi leva l'animo ad un dio creatore. L'epiteto di _bianco_ non viene attribuito dal tedesco a' vapori, che potrebbero anche essere azzurrognoli, grigiastri, rossastri, come ne ho visto spessissimo in Isvizzera. Quelle _parti basse_ sono un tantino indecenti e comiche. _La perla della rugiada, che stende i tremuli veli sui fiori e sulle foglie_, è una circonlocuzione affettata per quel semplice: _Fiori e foglie grondano di tremule perle._ Antonio Bruni da Manduria (in alcune ottave intorno a _Sant'Elisabetta, Regina di Portogallo, che convertì il pane, destinato a' poveri, in rose_) ha lasciato scritto: _Queste, che ammira il ciel, rosa odorate, Mentre ai fonti i cristalli il ghiaccio indura, Già non son parti, no, d'aure rosate, Con portento del verno e di natura; Nè di tremule perle inargentate Le spiega l'alba rugiadosa e pura; Nè l'apre intempestive arte ingegnosa, Quasi Reine in su la Reggia erbosa._ Le frasi, con le quali il Maffei indica l'apparire de' colori, sono la prova evidente del poco studio, ch'egli ha messo nel Goethe. Tutti sanno, che l'Autore del _Fausto_ ha pensato e scritto molto sulla natura e formazione de' colori; che egli è creatore d'una teorica in proposito; e che, sul finire della sua lunga vita, si teneva più de' suoi lavori fisici che de' poetici. Disse una volta all'Eckermann: -- «Per fare epoca nel mondo, ci voglion due cose: buona testa ed una grande eredità. Napoleone eredò la rivoluzione francese; Federico II di Prussia la guerra silesiana; Lutero l'oscurantismo pretesco; a me tocca l'errore della dottrina newtoniana. Invero i contemporanei non sospettano neppure l'opera, che fo; ma i posteri confesseranno, che l'eredità mia non era punto cattiva.» -- Ed un'altra fiata al medesimo: -- «Gli errori degli avversarî miei sono da un secolo troppo universalmente divulgati, perchè io possa sperar compagni nel mio solitario cammino. Rimarrò solo. E mi par talvolta di essere il naufrago, che afferra una tavola atta a sostenere un solo. Quel solo si salva, mentre i rimanenti miserabilmente annegano.» -- E poi, un'altra volta ancora: -- «Di ciò, che ho fatto come scrittore, non invanisco. Vissero egregî poeti (ed anche migliori di me) prima, e ve ne saran dopo. Ma ch'io, nel mio secolo, nella difficile scienza de' colori, sia il solo, che sappia il vero, di ciò mi tengo; ed ho quindi coscienza d'essere superiore a molti.» -- Scusate la modestia! Quando il Goethe, nella seconda parte del _Fausto_, parla di fenomeni relativi a' colori, adopera sempre espressioni attinte e somministrate dalla sua nuova teorica, nella quale il _fondo oscuro_ aveva un'importanza capitale. È qualcosa di caratteristico, che non crederei lecito di mutare. Cosa diremmo d'un traduttore di Dante, il quale travisasse le frasi, che alludono a determinate spiegazioni di fenomeni naturali?
VERSI LXXXIII-XCI. -- _Tedesco._ _Segue Fausto._
Hinaufgeschaut! -- Der Berge Gipfelriesen Verkünden schon die feierlichste Stunde; Sie dürfen früh des ewigen Lichts geniessen Das später sich zu uns hernieder wendet. Jetzt zu der Alpe grüngesenkten Wiesen Wird neuer Glanz und Deutlichkeit gespendet, Und stufenweis herab ist es gelungen. Sie tritt hervor! -- und, leider schon geblendet Kehr' ich mich weg von Augenschmerz durchdrungen.
TRADUZIONE LETTERALE
Guarda in su! -- I cacùmi giganti de' monti prenunziano già l'ora solennissima: lor è dato godere per tempo della eterna luce, che più tardi si volge in giù a noi. Ora vien largito nuovo splendore e chiarezza alle praterie verdeggianti sul ripido declivio della montagna; e gradatamente è giunta giù da noi. Apparisce (il sole)! -- E purtroppo, già abbacinato, mi volgo altrove compenetrato dal dolore degli occhi.
TRADUZIONE di _Andrea Maffei_.
. . . Ti drizza Lassù! -- Gli ardui comignoli del monte Son dell'ora solenne avvisatori. Questi pònno gioir del primo raggio Che dardeggia la luce: ella si volge Più tarda a noi. Splendori ai verdi prati Dell'Alpe ha già profusi, ed or s'avanza Di grado in grado... Ohimè pur troppo è giunta. Dell'acuto suo dardo il ciglio offeso Dolorando si chiude.
Come a dire: _Ti drizza lassù?_ Non si tratta di mettersi in cammino, anzi di guardare in su, rimanendo fermi. Quel _comignolo_, con la sua desinenza alla diminutiva, ingenera un'impressione proprio opposta a quella, che il Goethe voleva suscitare col _Gipfelriesen_. Il _dürfen_ non esprime semplice possibilità, e quindi è mal reso col _pônno_; solo potere? ma vorrei vedere anche questa, che il fondo de' burroni s'illuminasse prima de' cacumi circostanti! _Il primo raggio, che dardeggia la luce_ e più giù _dell'acuto suo dardo il ciglio offeso_, sono il solito orpello, che ricopre semplici espressioni dell'originale. Orpello inutile, metafore a pigione, tropi vani ne ha tanti il Goethe: perchè aggiungergliene? Più sopra il Maffei aveva detto: _Guarda i raggi, che il sol ti saetta._ Sicchè non può nemmanco dirsi, che gli ornamenti, i quali egli stima di aggiungere allo stile (forse a parer suo) disadorno e negletto del Goethe, brillino per la varietà. Considerando questa profusione di dardi e saette, si prenderebbe il traduttore per un uomo bellicoso, che sogna sempre di armi. Chi sa, che, come quel Giampietro Eckermann, che fu al Goethe quel, che Jacopo Bosswell era stato al Johnson; chi, sa che il Maffei non sia anch'egli appassionato per tirare al bersaglio con archi e balestre? Ma se imbrocca al tiro a segno come nel tradurre... giuraddio! Per esempio, egli traduce _Alpe_ tedesco, con _alpe_ Italiano; e non posso mandargliela buona. Quella parola è un idiotismo svizzero; e ne' dialetti elvetici, indica ogni montagna, che serve di pascolo fino alla vetta, alle mandre. Diverso è il significato del vocabolo Italiano; _Alpe_, da noi, è qualsivoglia monte con l'idea accessoria di selvatichezza ed impraticabilità, come dimostra l'aggettivo _alpestre_; idea, dalla quale rarissimo o mai si prescinde. Nella Cronaca sconchiusionata, attribuita a Dino Compagni, è parlato delle _utili alpi_, che circondan Firenze; s'aggiunga questo alla lista de' tanti spropositi e delle tante improprietà di lingua del Pseudodino! Ma neppure quando i pedanti eran più infatuati delle pretese bellezze di quella impudente impostura e ne imponevano lo studio nelle scuole, come testo di lingua, neppure allora questo uso della parola Alpe ha trovato imitatori. Ecco come il Marino descrive una montagna _alpestra_ (_Adone._ VI. 65), _Qui tace_ (la Psiche) _e già d'una montagna alpestra Eccola intanto giunta alla radice, Che al sol volge le terga e spiega a destra, Sotto il gran giogo l'ispida cervice. Quindi di sterpi e selci aspira e silvestra Pende sassosa e rigida pendice; Rigida sì, che appena s'assecura D'abitarvi l'orror con la paura. Il mar sonante a fronte ha per confine Da' fianchi acute pietre e schegge rotte, Dirupati macigni e rocce alpine. Oscure tane e cavernose grotte, Precipizî profondi, atre ruine, Dove risorge il dì come la notte, Dove inospiti sempre e sempre foschi Dilatan l'ombre lor baratri e boschi_. -- Tali sono le _Alpi_ Italiane. Il seicentista Antonio Bruni, in una ballata, in cui _si contende il primato dell'inverno e della primavera_, fa dire a Tirsi: _E cieco è, chi non mira, Quanto diletti a gli occhi, Veder alpe nevosa, a cui d'intorno Germogliano i diamanti; La cui cima ne va con altrui scorno, Qual lussureggia il mar co' suoi coralli, Ricco di serenissimi cristalli._ Questa descrizione sconverrebbe ad un'_Alpe_ nel senso tedesco del vocabolo; mentre vi sta benissimo appiccicato quel _grüngesenkt_, ch'è del rimanente un vocabolo coniato dal Goethe contro le regole della composizione. Non bisogna mica credere, che quantunque egli scriva sia bene scritto. Ma bellissimo trovo quel dire _apparisce_, sottintendendo il sole, come il Manzoni ha detto: -- «Ei fu!» -- sottintendendo Napoleone I. Sarebbe da tradurre con un _eccolo!_ parmi. Il Maffei riferisce quell'_apparisce_ alla luce, dimenticando che la è apparita da un pezzo; e, quel ch'è peggio, obbliando, che un _sie_ femminile (il sole in tedesco è femmino; _die Sonne_), non può riferirsi alla luce, ch'è un neutro: _das Licht_.
VERSI XCII-CII. -- _Tedesco._ _Segue Fausto._
So ist es also, wenn ein sehnend Hoffen Dem höchsten Wunsch sich traulich zugerungen, Erfüllungspforten findet flügeloffen; Nun aber bricht aus jenen ew'gen Gründen Ein Flammen Uebermass, wir stehn betroffen, Des Lebens Fackel wollten wir entzünden, Ein Feuermeer umschlingt uns, welch'ein Feuer! Ist's Lieb'? ist's Hass? die glühend uns emwinden, Mit Schmerz und Freuden wechselnd ungeheuer, So dass wir wieder nach der Erde blicken, Zu bergen uns in jugendlichsten Schleier.
TRADUZIONE LETTERALE
Dunque, avviene così, quando una speranza anelante, spintasi lottando fiduciosamente sino al desiderio supremo, trova spalancate le porte dell'adempimento. Allora poi erompe da que' fondi eterni un eccesso di fiamme; si rimane percossi (sorpresi). Volevamo accendere la fiaccola della vita; e ne circonda un mare di fuoco. Qual fuoco! È amore od odio, che ne abbraccia ardendo, alternando mostruosamente dolore e gioie; sicchè di nuovo ci rivolgiamo con lo sguardo alla terra, per nasconderci nel velo più giovanile?
TRADUZIONE di _Andrea Maffei_.
. . . È tale appunto La speranza dell'uomo, allor che stima Raggiunto il sommo de' suoi voti, e trova Schiuso il varco alla meta. Ah! ma s'eleva Da que' baratri eterni un mar di foco! Stupefatto n'è l'uomo, e della vita Vuol la face allumarvi... Immense fiamme Gli fan siepe d'intorno... ed oh, quai fiamme! Son d'amor? d'odio sono? Egli n'è cinto, Esagitato con fiera vicenda Fra la gioia e il dolore; a tal che gli occhi Di nuovo atterra per celar nel manto De' suoi primi innocenti anni la fronte.
Fausto, abbarbagliato dalla luce di quel sole, ch'era tanto avido di contemplare, la paragona al gaudio supremo, che aveva sperato e tentato di conseguire nella cognizione assoluta ed immediata della natura; non avendo poi forza di afferrare l'essenza del vero, aveva disperato. Basta rammentarsi l'evocazione dello Spirito terrestre, in principio della prima parte. Questa immagine piacque tanto al Goethe, che l'ha ripetuta altrove: -- «Considerando gli ultimi progressi delle scienze naturali, e' mi par d'essere un viaggiatore, che vada verso Oriente durante il crepuscolo mattutino e miri con gioia la luce crescente ed aspetti desiosamente l'apparire del grande astro di fuoco; ma poi, quando questo spunta, rivolge altrove gli occhi, inetti a sostenere lo splendore desiderato». -- Nella traduzione, non posso approvare quello _schiuso il varco alla meta_; altro che _schiuso_, spalancato, aperte ambo le bande! E _varco_, è troppo generico, mi toglie le determinazioni, che mi venivan suscitate nella favoleggiativa dalle porte dell'originale, da quelle porte spalancate per accogliermi e che mi condurranno all'adempimento dei miei voti, che sono spalancate per ricoverare finalmente la speme, la quale ha tanto anelato e combattuto fin allora. Non è ammissibile neppure quell'_atterrar gli occhi_; che equivale pura e semplicemente all'avvallarli, inchinarli. Ma il Goethe dice invece, che si guarda indietro, verso la terra, che si cessa dal proseguire quel supremo voto, dal voler afferrar l'essenza delle cose, per ravvolgersi nel velo più giovanile, cioè per contentarsi come la prima gioventù di ammirare ingenuamente il mondo e la natura, senz'alcuno impaziente desiderio o tentativo di penetrarne il misterioso secreto; anzi il velo stesso attraverso del quale ammirano l'universo, aumenta nelle menti giovanili il devoto raccoglimento, che esso inspira loro. Sentimento assolutamente falsato dalla frase _per celar nel manto de' suoi primi innocenti anni la fronte_, di cui sarei molto imbarazzato a dare la spiegazione.
VERSI CIII-CXV -- _Tedesco._ _Segue Fausto._