Part 22
Il Goethe non parlava degli acquazzoni benefici di maggio, anzi de' fiori, che, a maggio, cadono, piovono dagli alberi. Come va, che il Maffei non ha nè visto nè tradotto quel _Blüthen_? I versi tedeschi rammentano subito il petrarchesco: _Da' be' rami scendea.... Una pioggia di fior sovra 'l suo grembo... con un vago errore, Girando_;... e si direbbero tradotti dalla bella canzone di messer Francesco. Girolamo Benivieni nel suo _Amore_, verso il fine, ha questa ottava sdrucciola a proposito di certi alberi: _Da' vivi rami lor sospesi pendono Aurei pomi, onde gli augei si pascono. Poi dolci note al ciel cantando rendono; E quei, pasciuti, subito rinascono. Da le frondose lor chiome discendono. In dolce pioggia fior, che, mentre cascono (sic), Vaghe ghirlande alle fresch'erbe ordiscono, Onde di doppio umor liete fioriscono._ Il Marino (_Adone_ II. 25.) narra, che Amore, chiamato da Venere: _Corre ingordo a l'invito; e, colmo un lembo Di fioretti e di fronde in prima coglie; Poi, poggia in aria; e, sul materno grembo, In colorita grandine lo scioglie._ Alessandro Guidi in una canzone a Clemente IX (Giovan Francesco Albani) scrive: _E la dolce degl'inni aurea famiglia, Quasi d'eterni fior pioggia divina, Discenda in grembo alla città latina._ Cito siffatti esempî e ne citerò altri in seguito, ad ogni passo, per mostrare con tutta evidenza, come questa ed altre immagini, adoperate dal Goethe, non abbiano poi nulla d'insolito, di strano, nulla che possa confondere o perturbare un traduttore. Egli s'è avvalso dell'immagine trovata dal Petrarca, a lui ben noto pe' lavori di Carlo Ludovico Fernow, de' quali sappiamo da' dialoghi di Giampietro Eckermann, quanto studio e conto facesse; sebbene sia qui detto per incidenza non valgano agli occhi nostri un fico; ma al Goethe dovea parer diversamente, perchè gli aprivano in qualche modo l'intelligenza della poesia Italiana. E forse gli era nota eziandio la Canzone del Guidi, giacchè in Roma era stato ammesso sotto il nome di Megalio Melpomenio fra gli Arcadi, che veneravano quel gobbetto pavese come inventore d'un nuovo modo di poetare. Il Goethe non parla di messe, che imbionda; siamo in primavera e non in estate. Parla de' verdi campi, che splendono, ridono, suscitano speranze a tutti i terrigeni, tanto a' bruti, quanto agli uomini, quanto agli spiriti elementari, fra' quali sono da noverarsi Ariele ed i silfi. Questo sentimento sparisce nella versione del Maffei. Il Goethe non dice, lo stuolo degli spiritelli esser piccolo, chè anzi da tutta la scena risulta folto. Dice bensì, che i silfi sono nanerottoli; e marca l'antitesi fra la piccolezza delle forme e la grandezza spiritica o spirituale o spiritellesca, come a me parrebbe meglio, per la somiglianza con _istenterellesco_. Così il Bernia dice del demonio Scarampino: _Minuto il ghiottarello e piccolino, Ma bene è grande e grosso di malizia._ Così l'Imperiale nel _Casalino_: _Anco statura in noi par, che si vante, Se in vene anguste più, più furia spande; Più coraggio ha quel cor che meno è grande, Ed ha corpo pigmeo spirto gigante._ Così il Padre Carlo Casalicchio della Compagnia di Gesù dice (_L'Utile nel Dolce._ V. I. I.) che Sant'Antonio, vescovo di Firenze era: -- «detto così, perchè quanto era grande d'animo, di santità, di dottrina e di prudenza, tanto era piccolo di statura e di corpo». -- Così Vittorio Betteloni, dopo aver detto, che il Cavour era piccolo, sclama: _Oh fu pur grande il piccioletto conte!_ La magnanimità de' silfi li fa non solo soccorrere, anzi pur compatire allo infelice; e questo sentimento è significato con energia dallo intraducibile _jammern_ (eccitar compassione) che, avendo per soggetto il compatito e reggendo il compassionante all'accusativo, ci dimostra questi passivo. Ma tutte le siffatte intenzioni e gradazioni spariscono nel Maffei. Altro è _misero_, altro è _l'uomo della sventura_: codesta espressione all'ossianica indica un grande infelice; mentre il vocabolo, che il Maffei v'ha sostituito, s'attaglierebbe ad ogni sventurato volgare, anche ad un povero accattone. Ma probabilmente ned Ariele ned i silfi ned il Goethe si sarebbero tanto curato d'un tapinello qualunque. Le sono minuzie d'espressione, pure vuol dir molto non averle avvertite. Il Berchet ha chiamato i contadini d'Italia; _figli dell'affanno_: che miseria sarebbe il tradurre o l'interpretare come se dicesse soltanto _affannati_! Giorni fa, visitando la _bella villanella_ di Michelangelo, lessi scarabochiati col lapis su d'una lapide que' versi: _Amo la tomba, ove si dorme in pace; Ove all'eterno figlio del dolore È pio conforto una solinga face, Una stilla di pianto e un mesto fiore._ Sostituire in essi _addolorato_ a _figlio del dolore_, o non sarebbe un'insipienza imperdonabile? Del resto, quasi tutti questi spropositi del Maffei sono ripetizione de' commessi dal prof. Giuseppe Gazzino, che aveva tradotto così: _Appena vien, che cada Dal cielo in primavera Su' campi la rugiada; Appena è, che si veggia La messe, che biondeggia; Piccoli Silfi a stuolo Traggon per dare aita, A quanti son, che in duolo Menan quaggiù la vita. Sia tristo od innocente, Se da miseria afflitto, A lor pietade ha dritto._ Io non ho qui ad occuparmi de' farfalloni del Gazzino, che, nell'atto quarto, giunge sino a scambiare un paio di stivali con una coppia di rospi; quindi mi basterà di averlo mentovato una volta. E mi asterrò da ulteriori riscontri, che indurrebbero a sospettare, aver tanto egli quanto il Maffei tradotto non dall'originale anzi da una cattiva traduzion francese.
VERSI IX-XIII. -- _Tedesco._ _Segue Ariele._
Die ihr diess Haupt umschwebt im luft'gen Kreise, Erzeigt euch hier nach edler Elfen-Weise, Besänftiget des Herzens grimmen Strauss; Entfernt des Vorwurfs glühend bittre Pfeile, Sein Innres reinigt von erlebtem Graus.
TRADUZIONE LETTERALE
Voi, che circondate questo capo, librandovi nell'aerea ronda, dimostratevi qui secondo il degno costume de' silfi: sedate il bieco conflitto del cuore; allontanate gli ardenti dardi, ed amari del rimorso; purificate l'animo suo del sostenuto orrore.
TRADUZIONE DI _Andrea Maffei_.
Gentile, aereo stuolo, Che vai su quella mesta Fronte girando a volo, La virtù consueta or manifesta. Le cure irrequiete In quell'animo afflitto, Silfidi, raddolcite; e ne svellete L'igneo stral de' rimorsi ond'è trafitto. Fate che non molesti il suo riposo Ricordo tormentoso.
Il _mesta_, l'_afflitto_, l'_ond'è trafitto_ son riempiture, imbottiture inutili, che attenuano l'effetto. Del rimanente, sembra, che il Maffei si sia proposto di mitigare le forti e vibrate espressioni dell'originale, di ringentirle. Altro che _raddolcire cure irrequiete_! si tratta di calmare le passioni scatenate, che atrocemente combattono fra di loro e contro la coscienza! Altro che _ricordo tormentoso_! si tratta di raccapriccio per la vita vissuta! Fausto ha rinnegato dio; ha patteggiato col diavolo; ha fatto falsa testimonianza intorno alla morte del marito della Marta ed avvelenato la madre della Ghita ed assassinato il fratello ed abbandonata e costretta al delitto quella povera sedotta; la memoria delle iniquità commesse è per lui qualcosa di più che un semplice _ricordo tormentoso_, come ogni galantuomo ne ha. Nè si tratta di far sì, ch'egli abbia un riposo non molestato; anzi si tratta di purificargli l'animo dell'orrenda rimembranza, d'infondergli l'obblio del passato, d'irrorarlo d'acqua di Lete, d'onda letea o _letale_ com'è meglio specificato in seguito. E perchè tôrre l'_amarezza_ agli ardenti rimorsi?
VERSI XIV-XV. -- _Tedesco._ _Segue Ariele._
Vier sind die Pausen nächtlicher Weile, Nun ohne Säumen füllt sie freundlich aus.
TRADUZIONE LETTERALE
Quattro sono gli spazî del tempo notturno (= La notte ha quattro vigilie); riempiteli ora senza indugio benignamente.
TRADUZIONE DI _Andrea Maffei_.
Quattro pause ha la notte. A lui tranquille Scorrano
La notte non ha pause, è senza soluzioni di continuità, non si ferma mai. Si tratta di _stadii_, non di _pause_. Io rendo il _Pausen_ con lo _spazî_, ricordando Tommaso Stigliani da Matera: poeta _materiale_, come il chiamavano bisticciando i nemici. Nel _Mondo Nuovo_, egli dice di Cristoforo Colombo, che, la notte prima d'una battaglia con gli Aitini, _Stette egli inginocchiato, infin che il quinto Degli spazî notturni udì finirsi, Seguendo sempre il supplicar non finto Con percuotersi il petto ed empio dirsi_. Ben è vero, che da' Romani essa notte partivasi in quattro vigilie, ciascuna di tre ore nostre circa; ed il Goethe rappresenta in esse quattro momenti del sonno, come potrà vedersi. Dapprima lo spirito, appartandosi dal mondo, esterno ambiente, si ritira in sè stesso, si rannicchia, _sse requaquiglia_ (si rinconchiglia) come scrivevano i secentisti napoletaneschi con bel tropo ed energico; ma, quando gli occhi son chiusi e gli oggetti non agiscono più immediatamente sullo spirito, gli emblemi loro echeggiano nella mente e vi si specchiano nelle immagini de' sogni, finchè non illanguidiscano, spariscano e sottentri il vero sonno riparatore, la pace indisturbata dello spirito. Ma, come il sonno non succede immediatamente alla veglia, così pure rientra e si risolve nella veglia mediatamente e solo mediante il sogno: le immagini del mondo esteriore ricominciano a farsi sentire, ridivengono potenti e vivaci, finchè ci riconducano rinvigoriti alla piena coscienza di noi stessi. Sicchè il primo verso è tradotto con un'espressione falsa; ma il secondo poi è tradotto a contrassenso, come se alludesse a Fausto, mentre invece tratta de' silfi, a' quali raccomanda di cominciare senza indugio a spendere le ore notturne in quell'opera di carità.
VERSI XVI-XXI. -- _Tedesco._ _Segue Ariele._
Erst senkt sein Haupt aufs kühle Polster nieder, Dann badet ihn im Thau aus Lethes Fluth; Gelenk sind bald die Krampferstarrten Glieder, Wenn er gestärkt dem Tag entgegen ruht. Vollbringt der Elfen schönste Pflicht, Gebt ihn zurück dem heiligen Licht.
TRADUZIONE LETTERALE
Prima dechinategli il capo sul fresco guanciale; poscia immergetelo nella rugiada dell'onda letéa. Le membra convulsamente irrigidite si scioglieranno tosto, risponde egli rinvigorito sino al giorno. Compite il più bel dovere de' silfi: restituitelo alla santa luce.
TRADUZIONE DI _Andrea Maffei_.
. . . . . Su guanciale Morbido lo adagiate, e colle stille Attinte alla fatale Onda di Lete, Ne irrorate le membra, e lo vedrete Sciogliersi dal letargo in picciol'ora. E poi, quando all'aurora S'appressi, caldo di vigor novello, Degli obblighi il più bello Compite; e dolcemente Riapritegli il ciglio al sol nascente.
Ariele non manda mica i silfi in cerca d'un morbido guanciale: i silfi, che albergano nelle scoscenditure de' monti, fra' sassi, sotto le foglie, non hanno nè cuscini, nè materazza, nè coltrici, nè capezzali; Ariele parla del _fresco guanciale_ offerto naturalmente dall'erba. Difatti, Fausto è _auf blumigen Rasen gebettet_, -- «coricato sull'erba fiorita». -- Il Marini dice similmente di un suo personaggio: _Or, perchè 'l sol già poggia e i poggi inaura, Lascia i riposi de l'erboso letto_ (_Adone XV. 25._) ed anche: _Giacea sul piumacciuol d'un violeto Lungo un ruscel freschetto e cristallino, Corcato quasi in morbido tappeto Un pargoletto e tenero bambino_ (_Adone XV. 33._ Vedi pure, III. 84: _Avventurosi fiori, erba felice, Che dell'Idolo mio languido e stanco, Siete guanciali al volto e piume al fianco_) -- Aleardo Aleardi ha voluto imitare questa imagine di erboso letto e di giaciglio fiorito, ed, al solito suo, è riuscito a renderla ridicola e grottesca, dicendo alla sua Maria; _coi molli Muschi, divelti a le natali ombrie, Farò sponda a la tua splendida testa D'Italiana_. Il _fatale_ è puro riempitivo in grazia della rima: il Goethe non ce l'avea messo; nè l'adoperò il pure ridondante Marini, in un luogo, in cui fa fare al sonno personificato, la parte, che qui fanno i silfi: _Già da l'ombrose sue riposte cave De la notte compagno, aprendo l'ali, Con lento e grato furto il sonno grave Tolse la luce ai pigri occhi mortali. E, con dolce tirannide e soave, Sparse le tempie altrui d'acque letali. I tranquilli riposi e lusinghieri S'insignorian de' senni e de' pensieri._ (_Adone XIV. 43_). Bei versi, ma per me guasti da quello equivocissimo _letale_, che propriamente vuol dir _mortale_, sebbene il Marino anche altrove ed altri pure l'abbiano adoperato nel senso di _leteo_; esempligrazia: L'_isola d'ogni intorno abbracia e chiude (Come scorger ben puoi) l'onda letale_. -- _Caldo di vigor novello_ è una frasca rettorica, un ghirigoro senza scopo, invece del semplice e schietto _rinvigorito_ del testo. _Sciogliersi dal letargo_, significa ridestarsi, rinvenire; ma il Goethe non dice mica, che Fausto si sveglierà presto, giacchè vuole, ch'e' dorma tutte l'ore notturne; dice bensì, che, riposando, rinvigorito dall'obblio del passato e del rimorso perturbatore de' sonni e de' sogni, nonchè dalla freschezza del giaciglio (siamo anima e corpo!) cesserà lo spasimo, che gl'irrigidisce le membra, si dileguerà la rigidità spasmodica. Il Maffei ha sbagliata la punteggiatura del tedesco, ponendo dopo _Glieder_ il punto, ch'è dopo _ruht_. Nella sua traduzione s'impara, che il più bello degli obblighi, assolutamente parlando, è il riaprire gli occhi di uno al sol nascente; sicchè la sora Maddalena, che mi sveglia il mattino, portandomi il caffè, adempirebbe con quest'atto solo alle più alte esigenze morali. Non discuto su codesta teorica: ma il Goethe non l'ha enunciata mai; e dice invece il _più bel dovere de' silfi_ (de' Silfi, si noti) essere il ridare lo sventurato alla santa luce, il ridargli la compiacenza di vivere (e non già, il riaprirne le ciglia al sol novello).
VERSI XXII-XXIX. -- _Tedesco._ _Coro di Silfi._
Wenn sich lau die Lüfte füllen Um dem grünumschränkten Plan, Süsse Düfte, Nebelhüllen Senkt die Dämmerung heran; Lispelt leise süssen Frieden, Wiegt das Herz in Kindesruh, Und den Augen dieses Müden Schliesst des Tages Pforte zu.
TRADUZIONE LETTERALE.
Quando tepide l'aure si riversano sulla pianura cinta di verde, il crepuscolo diffonde soavi olezzi e velame di nebbia; mormora sommessamente di pace soave; culla il cuore come nel riposo infantile; e chiude innanzi agli occhi di questo stanco la porta del giorno (le ciglia).
TRADUZIONE DI _Andrea Maffei_.
Quando l'aura leggera leggera L'erbe e i fiori al maggese accarezzi, E ne mandi la placida sera Ombre molli, dolcissimi olezzi, Quella calma spiratagli al core, Che il dormente fanciullo conforta: Poi chiudete del giorno, che more, Alle stanche sue ciglia la porta.
Curioso è qui lo scambio di alcuni presenti dell'indicativo con altrettanti imperativi. Nella traduzione del Maffei, le silfidi si esortano ad operare ciò, che nell'originale decantano come effetto d'una sera di primavera: sichè l'ultimo distico diventa un logogrifo insolubile. Il Goethe esprime con impareggiabile armonia di verso questo pensiero semplicissimo: che il crepuscolo vespertino suade pace all'animo. Il Maffei si è ricordato del decasillabo del Berchet: _Una brezza leggera leggera_; ma la reminiscenza è qui inopportuna, trattandosi non di una fresca brezza mattutina e marina, anzi d'un tepido scirocco, grave di odori e di vapori. Quel _che more_ è un riempitivo inutile, che guasta la metafora: _chiudete la porta del giorno, che more, alle ciglia stanche!_ E, badiamo bene, _porte del giorno_, chiama il Goethe appunto le ciglia, con metafora imitata da Pitagora, che le addimandava _porte del sole_, secondo c'informa Diogene Laerzio (VIII, 29.); perchè, aperte, lasciano entrare in noi il giorno, il sole. Similmente _porte del desio_ ha chiamati gli occhi il de la Fontaine: _Que dirais-je des traits, où les ris sont logés? De ceux, que les amours ont entre eux partagés? Des yeux aux brillantes merveilles, Qui sont les portes du désir? Et surtout des lèvres vermeilles, Qui sont les sources du plaisir?_ Non mi sovviene, qui su due piedi, d'alcuno esempio Italiano di simile metafora, neppure in quel seicento, al quale mi giova ricorrere in questa occasione, perchè il Goethe non è, per lo stile e pe' concetti, se non un mediocre seicentista, e sebbene quell'espressione vi ricorra spesso. Per esempio, il Marino fa chiamar da Venere _porte del cielo_ le palpebre di Adone, (III. 89) ma perchè pone il suo paradiso negli occhi di Adone: _Sonno, ma tu, s'egli è pur ver, che sei Viva e verace immagine di morte, Anzi, di qualità simile a lei, Suo germano t'appelli e suo consorte; Come, come potesti a' danni miei, Entrar del ciel ne le beate porte? Con che licenza, oltre l'usato ardita, Puoi negli occhi abitar de la mia vita?_ (Vedi anche _Adone_, I, 19). Tommaso Stigliani (Mondo Nuovo, VIII) fa descriver così al Cavalier del Sogno _la beltà falsa di sognate membra_, cioè la donna, per la quale Amore l'avea piagato in sogno: _Quei labbri, ch'avrian vinto, o ninfe, e stanco Qual più ardente corallo è nel mar vostro, Con vaghezza chiudean non vista unquanco Quanto oggi ha di gentile il secol nostro. Lasso! chiudean per miei perpetui mali Un bel tesor di perle orientali. Fra le quai se formava ella parola, Vista aperta del ciel la porta avresti._ Qui _porta del cielo_ è adoperata metaforicamente per felicità. Ma l'essere insolita tra noi codesta metafora del Goethe, non iscusa il Maffei, che non l'ha intesa.
VERSI XXX-XXXVII. -- _Tedesco._ _Segue il Coro:_
Nacht ist schon hereingesunken, Schliesst sich heilig Stern an Stern; Grosse Lichter, kleine Funken, Glitzern nah und glänzen fern: Glitzern hier im See sich spiegelnd Glänzen droben klarer Nacht; Tiefsten Ruhens Glück besiegelnd Herrscht des Mondes volle Pracht.
TRADUZIONE LETTERALE.
La notte è già discesa: stella a stella santamente si affianca. Grandi luminari, piccole faville scintillano da presso e splendono da lunge; scintillan qui, specchiandosi nel lago; splendono lassù nella chiara notte. La piena magnificenza della luna regna suggellando la felicità dell'altissima quiete.
TRADUZIONE DI _Andrea Maffei_.
Sulla terra son l'ombre cadute, Astro ad astro nel ciel si congiunge; Ampie luci, scintille minute Van raggiando da presso, da lunge. Splendon là nella notte serena, Guizzan qui nel cristallo dell'onda. E la luna vivissima e piena È suggello alla pace profonda.
Non c'è male; malgrado qualche imbellettatura sconveniente, come quel dire _le ombre_ invece del semplice _notte_; e sì, che nella strofa precedente _molli ombre_ significava i vapori che sorgono a sera. Si vede, che questa parola ed alcune altre, (per esempio _ciglio_, _onda_) sono predilette dal Maffei, unicamente pel suono armonioso; seicentismo, stile mariniano. _Onda_ può essere un fiume, un rivolo, una gora, un mare, un lago, una vasca; può esser l'oceano od una pozzanghera; ma qui il Goethe indica esplicitamente il pelaghetto, ove si raccolgon l'acque della cascata. L'antitesi fra lo splendere da lontano e lo scintillar velatamente dappresso, che poi viene meglio svolto in due versi, sparisce nel _Van raggiando da lunge, da presso_. E perchè mai togliere quell'avverbio _santamente_ o _pudicamente_ (come piacerà di rendere lo _heilig_), che attribuisce non so che di umano agli astri del cielo? Il Leopardi ha pur detto: _Più che mezze oramai l'ore notturne Eran passate; e il corso all'oceàno, Inchinavan pudiche e taciturne Le stelle, ardendo sul deserto piano._
VERSI XXXVIII-XLV. -- _Tedesco._ _Segue il Coro._
Schon verloschen sind die Stunden, Hingeschwunden Schmerz und Glück; Fühl' es vor! Du wirst gesunden; Traue neuem Tagesblik. Thäler grünen, Hügel schwellen', Buschen sich zu Schattenzuh; Und in schwanken Silberschwellen Wogt die Saat der Ernte zu.
TRADUZIONE LETTERALE
Già le ore sono estinte; dolore e gioia svaniti. Devi presentirlo: guarirai; fida allo sguardo del nuovo dì. Le valli verdeggiano; i colli s'ingrandiscono, incespugliandosi, (così da offrire) ombrosi riposi; e gli arrendevoli flutti argentini del seminato ondeggiano verso la mietitura.
TRADUZIONE di _Andrea Maffei_.
Già veloci fuggirono l'ore, S'involarono i gaudii, i tormenti; Per le fibre, pei rivi del core Rifluir la salute non senti? Ti confida nel dì, che risorge! Già dal buio escon valli e colline, E lo sguardo pe' colli già scorge L'ondular delle spiche argentine.
Le _fibre_, i _rivi del cuore_, il _rifluire della salute_ non esistono nel testo, dove, invece di questo sfoggio d'orpello, si legge solo: _tu risanerai_ (_du wirst gesunden_). Non so poi dove il Maffei abbia trovato detto, che valli e colline escono dal buio. Il Goethe vuol dire, e forse si esprime con poca chiarezza, che lo spettacolo, che la nuova luce manifesterà, deve servire a Fausto di augurio, di presentimento della sua guarigione. Quale spettacolo? Quello offerto dalla primavera: il verdeggiar de' campi, il frondeggiar delle colline boscose, che offrono ameni recessi; l'ondeggiar delle biade, che vanno maturando. Il Maffei non ha capito, non ha distinto e non ha reso questo sentimento; l'ha confuso ed amalgamato con altri, che seguono.
VERSI XLVI-LIII. -- _Tedesco._ _Segue il Coro:_
Wunsch um Wünsche zu erlangen Schaue nach dem Glanze dort! Leise bist du nur umfangen, Schlaf ist Schale, wirf sie fort! Säume nicht dich zu erdreisten Wenn die Menge zaudernd schweift; Alles kann der Edle leisten, Der versteht und rasch ergreift.
TRADUZIONE LETTERALE
Per (saper come) conseguire desiderio sopra desiderio, contempla lo splendore là. Sei solo lievemente allacciato: spoglia l'involucro del sonno. Non indugiare negli ardimenti, mentre la moltitudine erra titubando. Tutto può fare il generoso intelligente e pronto all'opera.
TRADUZIONE DI _Andrea Maffei_.
Vuoi la foga appagar delle brame? Guarda i raggi, che il sol ti saetta. T'avviluppa lievissimo stame; Scorza è il sonno, lo strappa, lo getta! Mentre il volgo s'indugia sgomento, Segui tu coraggioso la via: Chi conosce ed afferra il momento Non ha prova, che dura gli sia.