Part 21
-- «Possibile, possibile, che a' giorni nostri non ci sia più alcuno, capace di scarabocchiar venti versi, senza commettere qualche svarione di prosodia, che farebbe perdere la pazienza a Sant'Ilarione, che farebbe andare Giobbe fuori della grazia di Dio, che farebbe salir la senapa al naso del più mite uomo del mondo?» --
Così dicevo dianzi leggendo un componimento del Zanella nell'ultimo fascicolo della _Nuova Antologia_, giunto a' versi:
E fantasia, coi facili colori Che l'ïeri (sic) ignorò, veste il domani.
-- «_Ieri_ è un dissillabo, che diamine! e mai mai e poi mai non si scisse, non potrà scindersi quel dittongamento _ie_, (ch'è semplice rinforzamento o _guna_ d'un _e_ accentata latina), per farne un trissillabo, corpo di Bacco! come mai non s'è detto, nè mai potrà dirsi _pïede_ invece di _piede_, _mïele_ invece di _miele_, _fïele_ invece di _fiele_, e via discorrendo, santo diavolo!» --
E nel dire, _santo diavolo!_ detti un gran pugno sul tavolo e rovesciai malauguratamente il calamaio; cadde sul fascicolo dell'_Antologia_, che non è mio. La poesia del Zanella ne rimase tutta imbrattata, ed ora non può più leggersi in quell'esemplare. Così almeno chi l'avrà fra le mani, potrà, fingersi, figurarsi, immaginarsi, che la fosse una bella cosa.
Si diventa intolleranti, si diventa villani, vedendo l'ignoranza e la ciarlataneria, gonfie, onorate ed applaudite! Ecco qua, un giornale annunzia un'_Ode classica_ per nozze Papasogli Remaggi, stampata a Pisa dal Nistri, opera -- «di N. F. Pelosini, il nome del quale, quando si parla di scrittori, che sanno la lingua e sanno adoperarla come va, non so perchè non venga subito alla mente di tutti gl'Italiani!» -- Perchè, caro giornalista? O non ne citi tu questo endecasillabo: Dilette _Pieridi le nuove Furie_? E ti pare, che gl'Italiani possan credere, che sappia la lingua loro, chi contrae il quadrisillabo _Pieridi_ in un trisillabo, quasi significasse: _le figliuole del sior Piero_? Oh Zanella, oh Pelosini, se v'accingeste bravamente a rifar gli studî scarsi e sbagliati?
Ma che si burla, a stampare di questa robaccia? Dirò con le parole istesse del Zanella e sarà l'ultima frase, che io mai dica o scriva intorno a costui:
Orecchie tanto pazïenti il mondo Oggi non ha...
TRADUTTORE, TRADITORE
(ANDREA MAFFEI)
M.DCCC.LXIX.
Andrea Maffei, da forse meglio che cinquant'anni, pubblica volgarizzamenti dal tedesco e dall'Inglese, in prosa ed in versi. I suoi componimenti originali hanno incontrato poco; ma le traduzioni, sebbene spesso e' s'arrabattasse intorno ad autori di pochissimo conto, come a dire Salomone Gessner e Gian Ladislao Pyrker, gli han valso fama. Oramai tutti lo stimano conoscitore profondo di quegl'idiomi, interprete felicissimo degli autori stranieri, ottimo verseggiatore. È una riputazione fatta; il pregiudizio sta in favor suo. Il nome di lui raccomanda una scrittura e le assicura spaccio. Il solo, per quanto io mi sappia, che contraddicesse all'opinione universale, fu Giuseppe Mazzini, il quale fin dal M.DCCC.XXXVII s'esprimeva così in un articolo sul _Moto letterario in Italia_: -- «Abbiamo alcune traduzioni di autori stranieri; ma, generalmente, il senso e lo spirito degli originali sono immolati a modi artificiali e di convenzione, nelle traduzioni di Maffei (_sic_) come in altre». -- Se non che, in letteratura ed in politica, il Mazzini persuade il contrario di ciò, che vorrebbe consigliare: è un'autorità alla rovescia. Quindi il suo biasimo, se pur venne letto ed avvertito, giovò all'incremento della celebrità del Maffei. Mi assicurano, anche la Caterina Percoto aver, molti anni fa, rivedute le bucce ad alcune traduzioni del Maffei: ma non nocque alla riputazione di lui; perchè quel lavoro critico è rimasto del tutto ignoto. Chi cura gli scarabocchi femminili?
Ed, il confesso ingenuamente, fino all'altrieri, ho creduto anch'io ciecamente non immeritata tanta fama, sebbene poco m'andasse a sangue quel verseggiare fragoroso, che affatica il timpano, non diversamente da un cannoneggiar frequente e vicino: scuola di Vincenzo Monti. Per quanto malvolentieri uno si rassegni a giurare sulla fede altrui, torna impossibile a chiunque il verificare di per sè i titoli d'ogni celebrità. Un esame coscienzioso di qualsivoglia produzioncella artistica richiede tanto tempo e tanto sciupo di pensiero, che, in moltissimi casi, pare opportuno l'accettare indiscussa l'opinion volgare, quantunque volte la responsabilità propria non viene impegnata. Come verificare di per sè i titoli d'ogni celebrità, distinguendo i validi dagl'inammessibili?
Ma l'altrieri m'è capitato un volume, che s'intitola: _Fausto, tragedia di Wolfango (sic) Goethe, tradotta da Andrea Maffei. Seconda edizione compiuta. Parte seconda. Firenze. Successori Le-Monnier. 1869_. (insedicesimo di IV-431 pagg. oltre bottello e frontespizio in principio e l'indice in fine). Parecchi svarioni, che notai scartabellandolo, mi resero attento. Per esempio, il Goethe (nell'atto V) scrive, facendo parlare Fausto de' terreni da lui dissodati ed inferiori al livello del mare: -- «che v'è spazio per milioni, _Nicht sicher zwar doch thätig-frei zu wohnen_ (per abitare malsicuri in vero, ma liberi ed operosi).» -- Ed il Maffei gli fa dire proprio l'opposto: -- «Non sol per abitarvi in sicurezza, Ma in operosa libertà». -- Tutto lo squarcio seguente è franteso. Il Goethe scrive: _Und so verbringt, umrungen von Gefahr, Hier Kindheit, Mann und Greis sein tüchtig Iahr_ (e così, fanciulli, uomini e vecchi, passeranno qui il lor buon tempo, cinti da pericolo); ed il Maffei a controsenso: -- «Tal che il giovane, il vecchio e l'uom maturo Giorni agiati conduca» -- Ora, il pericolo può tornare indifferente e persino aggradevole. Alfredo di Vigny ha scritto un capitolo stupendo sull'amore del pericolo, chiamandolo: -- «sorgente di mille voluttà incognite a' più; lotta, che ha trionfi intimi, pieni di magnificenza». -- (_Confronta_ _Leopardi_, _A un vincitore nel pallone_). Ma nessuno al mondo, ch'io sappia, ha mai pensato di chiamar comodo il pericolare. Il Goethe, almeno, di certo no. Nella traduzione del Maffei, trovo in bocca ad un coro questa sentenza: -- «Chi posseder la bella Fra le belle pretende, innanzi tutto Armisi di prudenza». -- Ma, nell'originale, è detto tutto all'incontrario: -- «si provvegga prudentemente di armi». -- In un altro punto, secondo il Maffei, Mefistofele esclamerebbe: -- «Andiam così, noi sciocchi, Dal palagio alla cieca angusta casa». -- Per poco che il traduttore avesse riflettuto, Mefistofele essere il demonio e quindi immortale, avrebbe messo un indeterminato _si va_ invece di quella prima persona plurale, che qui riesce assurda e di cui non trovi traccia nell'originale. Subito dopo segue un coro di Lémuri, che il Maffei traduce: -- «Poi che la buccia Mi s'aggrinzò, Poi che la gruccia M'appuntellò, Vicino al _tumulo_ Mi cadde il piè... Perchè dischiudere Doveasi a me?» -- Nel testo non è fatta parola di bucce, che s'aggrinzano, nè di grucce, che appuntellano, nè di piedi, che cadono. Vi è detto: -- «Ora la perfida vecchiaia mi ha percossa con la sua gruccia; io incespicai sull'uscio della _fossa_...... perchè stava appunto aperta?» -- O quel _fossa_ reso per _tumulo_ non è stupendo? che direbbe un geologo il quale scrivesse il _cratere del Vesuvio_ e cui stampassero il _cono_, sotto pretesto, che, nell'uso volgare, i due termini s'usano promiscuamente? Altrove Fausto insegna all'Elena greca tutto l'incanto della rima; e quindi, essendo il lor castello minacciato dal povero Menelao, infiamma i guerrieri seguaci alla pugna, dividendo loro anticipatamente la Grecia, isminuzzandola loro in tanti feuduzzi, con briose quartine di trocaici rimati. Il Maffei ha la crudeltà di voltare la parlata in isciolti, contro ogni intenzione dell'autore. Altrove inciampo in quest'espressione: -- «dall'Hazio all'Ellade». -- La mia scienza geografica non bastava ad interpretarla. Sapeva Azio cosa fosse; ma quel promontorio è appunto in Ellade e non prese mai l'H in alcuna lingua. Non potevo supporre un _lapsus calami_ od uno errore tipografico per _dal Lazio all'Ellade_, che il nostro sacro Lazio c'entrava come il cavolo a merenda. Riscontro l'originale e trovo _Harz_, che vale quanto _Selva Ercinia_. Questo si chiama tradurre ad orecchio; e mi ricorda l'aneddoto volgare, che lessi in una collezione manoscritta di facezie popolari, gentilmente comunicatemi dal dottor Ludovico Paganelli da Castrocaro.
Un vescovo visitava la chiesuola del più umile villaggio della diocesi. Sopra l'altarino d'una cappella, pendeva un quadro originale dell'esimio pittore Michelangelo Buonascopa, il più fecondo pennelleggiatore, che mai vivesse, (come dimostrano le opere di lui, sparse pel mondo ed in altri siti), tanto che se n'è fin voluto fare un personaggio mitico, al quale vengono attribuite le fatiche di molti, un Ercole ed un Omero della pittura. Monsignore si fermò a guardare il dipinto, che rappresentava il presepio. Vi vedevi la Vergine, inginocchiata innanzi al Bambino, entrambo con le loro brave corone di rame indorato sul capo; e sopra c'era la scritta: _Quem genuit adoravit_; che il Manzoni parafraserebbe:
E l'adorò; beata! Innanzi al dio prostrata, Che il puro sen le aprì.
Monsignore guardava; e lesse la scritta, e ripetè parecchie volte la frase latina a bassa voce, macchinalmente, come suole accadere, pensando forse a tutt'altro. Il secretario di su' Eminenza, stimando per avventura che il padrone non avesse inteso quel latinetto e volendo fare il saputello, scappò fuori a dire con la massima prosopopea: -- «Già monsignore, _que' di Genova l'indorarono_; chè qua, ed in tutta la provincia, non si scavizzolerebbe un operaio capace di far bene di questi lavori. Bisogna ricorrer sempre a' forestieri, quando si vuole un'indoratura ammodo.» -- Il povero Vescovo fece bocca da ridere, e si astenne per cristiana carità dal mortificare il prosuntuoso. Ma si persuase d'aver per segretario una gran bestia. I diocesani n'eran già persuasissimi da un pezzo.
Insomma, dopo uno studio attento del volume, ho dovuto conchiudere, che la bella fama del Maffei l'è usurpata, giacchè sarebbe malagevole il tradurre con meno intelligenza, con più inesattezza, accumulando più spropositi. Duolmi il profferir queste parole, le quali potrebbero forse contristare una canizie; ma sarei timido amico al vero, se riguardi di tal fatta mi persuadessero di tacere. Della persona del Maffei, potrei astenermi dal parlare ancorchè fosse da dirne ogni male, perchè lo starne zitto non implicherebbe ned ignoranza nè complicità, non nuocerebbe ad alcuno. Delle opere gli è un altro par di maniche. L'interesse de' terzi, cioè degl'Italiani, che, ignorando il tedesco, credon proprio di leggere il Goethe, quando s'inghiottono la traduzione Maffei, mi obbliga a parlare. Del resto, non chieggo di venir creduto senza pruova: tolgo quindi a disaminare la prima scena, paragonando versione e testo. Chi avrà la pazienza di seguirmi, non potrà dissentir meco. Nel giorno di Sant'Andrea pescatore, che pesca l'anime al Signore, in Firenze, le famiglie sogliono giocare a cruscherella. Il babbo getta in un gran monte di crusca, che sta in mezzo al tavolo, intorno cui seggono i giocatori, vi getta una manciata di centesimi. Quindi si rimescola crusca e centesimi, come un popolo in rivoluzione; e poi si divide il gran monte in tanti monticelli quanti sono i ragunati, appunto in quella forma, che alcuni bassi ambiziosi vorrebbero federativamente sminuzzar l'Italia. Ognuno frunga nella crusca, che gli vien assegnata; e que' centesimi, ch'e' vi trova, son suoi; e, se nulla trova, i compagni tel fischiano. Il mio monticello di crusca è la versione del Maffei; i centesimi, che vi cerco, sono gli spropositi; per dio! ne trovo finchè voglio; son più gli errori che i periodi, più i centesimini che i granelli di crusca.
Questa scena ha nel testo centoquindici versi, nella traduzione Maffei centrentaquattro: possiamo arguirne un po' di stemperamento, perchè, in regola generale, un verso Italiano analogo riesce più che sufficiente a renderne uno tedesco: se il vocabolo tedesco è di solito più breve dell'Italiano corrispondente, le nostre forme grammaticali sono viceversa più energiche, la nostra conjugazione è più ricca di tempi, le nostre ellissi ed i nostri sottintesi spigliano l'orazione; e d'infinite parole superflue ne facciamo a meno. Lo argomento della scena è presto detto. Ariele esorta sull'alba una torma di spiritelli ad indur pace nell'animo esagitato dello stanco Fausto, a discacciarne il rimorso, ad infondergli l'obblio del passato, l'amor della vita. Spunta il sole; spariscono i silfi. Il dormiente si ridesta, rinfrancato d'anima e di corpo, desideroso di godimento e di azione, convinto che ogni Ideale astratto perdura inasseguibile, e può solo fruirsi nel riflesso variopinto, che ce ne offre la vita. -- «L'attività è l'uomo,» -- dice il Barrili. -- «_Fare, fare_ è l'impresa gentilizia di questo credente nel cuore, scettico nella mente, che il Goethe ha incarnato» -- ossia, voluto incarnare -- «nel suo Fausto. Fare, fare: ed è perdonato anche l'errore; e i patti col diavolo, anco se scritti col proprio sangue, non tengono. Chi più ha operato, con la coscienza di voler giungere al vero, ha salvata l'anima sua (_L'Olmo e l'Edera._ X).» -- Del resto, questa prima scena della seconda parte del _Fausto_ è fredda: non parla nèd al cuore nèd alla fantasia; punta passione, punto sentimento, punta poesia; Ariele, i silfi; Fausto non sono personalità spiccate e pregnanti, anzi vuote rappresentazioni, portavoci adoperati dall'autore per esprimere un suo concetto; ed i concetti, ch'egli vuole esprimere non sono, come quelli del Voltaire di natura da appassionare per sè stessi, materialmente il lettore. L'intervento fantasmagorico rimane ingiustificato; il monologo del protagonista è rettorico e declamatorio. Ma, numi del cielo! ciò, che bisognava appunto rappresentarmi, era codesta guarigione, codesto incallimento di Fausto, codesto suo lento oblio e riscatto del passato, in tutte le gradazioncelle, che, un attento ed affettuoso esame del problema psicologico avrebbe fatto scoprire. Il mutamento, per tornar poetico, non dovrebb'esser miracoloso ed accadere in virtù de' canti soprannaturali delle _sifilidi_ (come avrebbe detto il Madoj-Albanese); bensì svolgersi sotto i nostri occhi, in modo da capacitarci, da sembrarci, nonchè possibile, necessario. Dovrebbe insomma essere l'argomento non d'una scena, anzi di tutta la seconda parte. Tanto il Goethe non ha visto; ned era forse in grado di eseguire. Ma la fattura e l'armonia de' versi è stupenda: bellezza questa musicale anzichè poetica, però sempre bellezza; e noialtri Italiani, indulgentissimi pe' versi, che suonano e non creano, saremmo ingiusti, rimproverando agli altri popoli di compiacersene. Onomatopea bene intesa, splendore di tropi, studio intelligente de' fenomeni naturali, lingua discretamente pura, finito tecnico, ecco i pregi, che, nell'originale tedesco, compensano in parte l'inane simbolismo e la deficienza di contenuto poetico, che questa scena ha comune con alcuni canti dell'Allighieri, i quali sono disquisizioni teologiche versificate. Difatti, l'opera de' Silfi verso Fausto rimane senza connessione, vuoi con la prima parte della Tragedia, vuoi con tutto il seguito. Convien dunque interpretarla simbolicamente e riferirla alla relazione, che han fra di loro le due parti della favola. Nella prima s'è incarnata l'irrequietezza intellettuale e morale della gioventù del poeta; nella seconda n'è ritratta la vecchiaja, serenamente contemplativa, universale, eclettica. Il Goethe stesso ha detto: -- «La prima parte è quasi tutta subjettiva, tutto vi è prodotto d'un uomo appassionato, preoccupato. Nella seconda parte non vi è quasi nulla di subjettivo; vi apparisce un mondo più alto, più vasto, più chiaro, più spassionato; e chi non ha molto visto e molto provato non sa che farsene». -- Il Coro de' Silfi rappresenta la virtù poetica, la quale, nella prima parte, evoca le lotte intime delle passioni e della coscienza, e, nella seconda, trasforma ogni cosa in un lieto scherzo della immaginativa. La catarsi e glorificazione, per mezzo degli spiriti della poesia, vuole esprimere una palingenesi poetica, che ci autorizza a prescindere dal precedente o cel mostra da un punto di vista, che la sola seconda parte può spiegarci. Ma tutto questo simbolismo, sempre riferibile alla vita ed alle vicende personali del Goethe, non potrebbe interessarci e commuoversi. L'accompagnamento di _arpe eolie_ al canto di Ariele è cosa stupidamente buffa; è una strampalataggine, che non fa nemmen ridere. Nè mancano i plagi: la idea di far consolare Fausto dormiente dal coro de' silfi è imitata dal Calderon, che fa consolare un suo protagonista svenuto dagli angeli. La pirateria era sistema pel Goethe: tutti sanno, ch'egli osò stampare come cosa propria una canzonetta popolare, mutandovi poche parole. C'è un suo epigramma, _Totalità_, che viene spesso citato: mi sono accorto, ch'è tolto dalla prosa francese del Beroaldo di Verville. Non la finirei: ma torniamo a bomba.
I versi, rimati tutti, appartengono a diversi metri, scelti con accorgimento maestrevole, sempre adatti a' personaggi, alla materia. Giacchè, per dirla con Bione Crateo ossia Vincenzo Gravina: -- «il numero ha per primo e maggior vanto suo l'esser conforme ed imitare con la propria armonia il genio e la natura della cosa, che si rappresenta: perchè tanto il numero quanto la locuzione son tolti a fine di ben condurre e di partorir l'espressione, la quale dee essere regola e misura di tutti i colori poetici, che debbono avere stima ed approvazione proporzionata all'aiuto, che prestano alla rassomiglianza». -- E Giuseppe Giusti scriveva a Silvio Giannini: -- «Questa analogia dei metri col subietto è trascurata e derisa: ma chi la deride e chi la trascura se ne accorgerà. Si può scherzare con tutti gl'istrumenti e sopra tutte le corde; ma l'accompagnarsi una Elegia col sistro e coi timpani è una facezia da carnevale». -- Il coro de' Silfi canta strofe di trocaici analoghi a' nostri ottonarî. Ariele dà l'intonazione al coro con una strofa consimile; ha poi un recitativo ne' soliti giambi tragici tedeschi, ed un altro canto di tredici ottonarî irregolarmente rimati. Il monologo di Fausto ridesto è in terzine, imitate dalle italiane, sebbene vi si ripetano le rime senza scrupolo, in opposizione alla: -- «Stolta legge, anche io 'l dico, ma pur legge Che il terzinante antico mastro ditta;» -- come, a torto, l'Astigiano. Questo metro, introdotto in Germania, nell'ultimo decennio del secolo scorso, da Augusto Guglielmo Schlegel, (che, se non erro, l'adoperò persino in una tragedia, quantunque non ci sia metro meno drammatico, come può convincersene chiunque ha letto anche le favole boscherecce e le tragedie in terzine Italiane, che son parecchie) vi ha poco incontrato: il Goethe non se n'è servito se non qui e nel carme sul Cranio dello Schiller. In Italiano sogliamo chiudere il periodo ad ogni terzina; invece il Goethe fa periodi, che abbracciano più terzetti; e, per lo più, mette il punto fermo dopo il primo verso di una terzina. Il Maffei, non ispirato male nel tradurre gli ottonarî degli spiritelli in decasillabi, e che ha voluto così accrescere od inconsciamente forse solo ne ha cresciuto il suono, non so come possa scolparsi di aver tradotta in altro metro, cioè in settenarî, la strofa d'Ariele. Oltre lo scàpito d'armonia, ne risultano due sconvenienze. In primo luogo, Ariele non prescrive più a' Silfi il tono, in cui debbono cantare; cessa d'esserne il corago; e quindi il metro, adoperato da questi, diventa immotivato, arbitrario. E poi, non s'avverte più distacco sufficiente fra la strofa ed il recitativo, tradotto dal Maffei con un libero intreccio di endecasillabi, settenarî e quinarî, quale usa ne' melodrammi. Come il recitativo di giambi, gli è parso di rendere anche gli ottonarî, che annunziano con armonia imitativa lo spuntare del sole; sicchè quel brano impallidisce al paragone delle strofe precedenti, invece di offuscarle per fragore ed altisonanza. Imperdonabile poi mi sembra, l'aver messo in isciolti le terzine di Fausto: bisognava assolutamente conservare il metro, che il Goethe non avea mica adoperato a casaccio. Lo sciolto qui non va, perchè troppo drammatico, perchè destituito della solennità compassata, serena del terzetto. La bellezza principale della scena, come ho avvertito, è musicale; l'armonia de' metri esprime mirabilmente, meglio delle parole, que' sentimenti, che erano nelle intenzioni dell'Autore. Il Maffei non ha saputo rendersene conto; quindi nella scelta de' metri è stato infelice, lasciandosi determinare dal comodo e dalla facilità, non dalla natura del soggetto.
Scendiamo ora all'intelligenza letterale del testo.
VERSI I-VIII. _Tedesco._ _Ariele con accompagnamento d'arpe eolie:_
Wenn der Blüthen Frühlings-Regen Ueber alle schwebend sinkt, Wenn der Felder grüner Segen Allen Erdgebornen blinkt, Kleiner Elfen Geistergrösse Eilet wo sie helfen kann, Ob er heilig? ob er böse? Iammert sie der Unglücksmann.
TRADUZIONE LETTERALE
Quando a primavera una pioggia di fiori vien giù librandosi sopra tutti; quando la verde benedizione de' campi splende a tutti i terrigeni; la grandezza spirtale de' piccoli silfi accorre, dove può giovare; o santo o malvagio, (ch'e' sia), compatisce all'uomo della sventura.
TRADUZIONE DI _Andrea Maffei_.
Allor che la feconda Piova di maggio cade Sui campi, e delle biade La verde spica imbionda, Picciolo stuol di spiriti Volenteroso accorre, E dove possa, al misero O buono o reo, soccorre.