Part 20
Eppure la favola stessa della Psiche, se a forza e' vuol cavarne un epimitio, dovrebbe insegnargli, che non vi ha godimento vero, schietto, sincero, senza conoscenza! Guardate quanto è più morale e gentile il pensiero della plebe pagana che quello di questo mezzoprete semicristiano! Certo di baci, che imitavan le colombe, e di bene scossi congiungimenti, avrebbe potuto appagarsi la Psiche, se... fosse stata contenta alla brutalità. Ma, contentandosene, sarebbe stata solo una meretrice volgarissima, degna che Amore le recesse addosso, come racconta il Machiavelli di aver fatto lui a non so qual vecchia scrofa, che gli si prostituiva al bujo. E finchè la Psiche tollera pazientemente gli amplessi dell'ignoto nume, perchè questi le scuote bene il pelliccione e le procaccia copia di grandi agi e comodi, essa Psiche è ben poco interessante, è una volgarissima mantenuta. Solo allora ci commuove, solo allora la stimiamo, quando prende la fiaccola ed il pugnale, per illuminarsi e distruggere anche le sue gioie ove turpe ne ravvisasse la fonte; quando è perseguitata e raminga ed infelice ed _amante_; ed è divenuta amante, dacchè ha saputo chi giacesse seco, dacchè ha conosciuto il suo rapitore. Solo questi suoi travagli son poetici e commoventi; solo in virtù di essi diventa degna dell'apoteosi. Ma, sacrosanti dei! chi di noi non istima orrendo e turpe, che una donna faccia copia di sè ad uno ignoto, fra le tenebre!
Questa lode dell'ignoranza, dell'asinità volontaria, questo inculcar la ciucaggine, che accade metaforicamente qui, è altrove fatto a viso impudentemente scoperto. Leggasi la poesia intitolata: A _mia madre_, dove il Zanella dichiara di riconoscere, che la mamma gli ha dato ad intender da bimbo un mondo di corbellerie; eppure dichiara di antepor quelle, che e' dichiara falsità, imposture, corbellerie, a' portati della scienza, perchè questi _non appagano il core_. Insomma, lui alla scienza chiede pace dell'animo e piacere; chiede quel, che la scienza non ha missione di dare; riserbandosi di ripudiarne le conseguenze, ove non gli garbino:
Madre! di dotte inchieste Tornan ben lagrimevoli gli allori, Se più crucciose e meste Fansi le vite e più gelati i cori. Se dal ver riedo meno eccelso e puro (!!??) Amo al tuo fianco riposarmi oscuro.
Bella tempra d'uomo coscienzioso, il quale può chiudere volontariamente gli occhi al vero! La fede cristiana per lui non è un convincimento, non è una fiaccola potente; egli ha subaperte a mala pena le porte del sapere e ne è uscito un vento, che l'ha spenta: presto, il Zanella ritappa l'uscio e rimane al buio per paura d'infreddarsi. Ahimè! uno può rimpiangere le fedi e le illusioni svanite, ma non può, quando sieno state distrutte da un altro convincimento e più maturo, non può credervi unicamente, perchè fa proposito di credervi. V'è mai toccato d'esser tradito dalla ganza? Dopo le pruove del tradimento, si può fingere di ignorarlo, si può perdonarlo, si può continuare la relazione; una sola cosa è impossibile, credere ancora in colei, che vi ha mentito e che conoscete falsa. A nutrir fede in una persona non basta volere. E molto meno può credersi per un effetto della propria volontà arbitraria, quando il ragionamento e la ragione hanno scosso i vostri primi convincimenti; o discredere ciò, che saldi argomenti e stringenti vi dimostrano. Questo, ben inteso, per le anime oneste; coloro poi, la cui religione è una pura moda ed un semplice mezzo, possono veramente credere quel, che vogliono, pur che vogliano. Ma chiameremo fede la loro?
Insomma il Zanella la pensa come Matteo Bandello, e con le parole del grande novelliere potremmo rendere il suo concetto della vita umana (_parte I, Novella XXV_): -- «Io non vo' già dire, che la investigazione della verità non sia cosa lodevolissima, anzi l'affermo e lodo; ma ben vo' dire, che tutti gli atti umani devono esser fatti a luogo e tempo... Noi siamo venuti qui, non per disputare od astrologare o far lite, ma per ricrearci, darci piacere e stare con gioja ed allegrezza.» -- Ma il Zanella ha torto marcio: e l'esempio de' secoli passati ci scaltrisce su' dolorosi frutti, che producono simili dottrine. Guai al popolo, che cade nello indifferentismo, nell'apatia filosofica o religiosa; che non pensa più alle dotte inchieste, anzi a ricrearsi e darsi piacere! Il vero è l'unica cosa meritevole d'amore. Non perchè ci possa esser baconianamente utile: anzi quell'idea di servirsene per un qualche scopo meschino e determinato, me lo sfata. Io amo il vero anche insalubre e velenoso; quello, che infelicita ed opprime. Amo quel vero, che mi fa soffrire; ed il preferisco all'errore utile, proficuo. Io ringrazierei colui, che mi provasse con documenti alla mano l'amico venerato essere un malvagio e la donna amata essere venale. Certo, da tali rivelazioni sarei reso infelicissimo e miserrimo più che nol sia ora, ma avrei un errore tolto dalla mia mente. Come dice stupendamente Tommaso Stigliani in principio del XX canto del suo _Mondo Nuovo_:
Ben finsero a ragion gli antichi esperti, Che 'l sentier di virtù sia un aspro colle; E quel del vizio, con fioretti inserti, Una pianura delicata e molle: Poichè il volgare stuol de l'alme inerti Vive tranquillo e mai noja non tolle; E quei, che ad alte imprese opera dànno, Soggiaccion sempre ad infinito affanno.
Ora nessuna impresa v'ha più alta della ricerca disinteressata del vero assoluto.
Nel Zanella non c'è alcuna serietà. Questo fabbro di versi non ha ideale alcuno, non ha nulla di generoso. Scommetterei, ch'è un buontempone. Sicuro, qua e là, sotto alla misera porpora di pensieri accattati, trasparisce la natura del beone e del ghiottone, come si scorse l'orecchia dell'asino sotto la spoglia del Leone: sembra poeta _famelico_, anzi che _melico_. Qua e là una immagine gastronomica rivela l'indole vera dello scrittore: il soldato usa sempre immagini guerriere; il marinajo traslati marinareschi; ed il Zanella toglie con predilezione i paragoni e le metafore dal desco e dalla mensa. Parla del taglio dell'istmo di Suez, ne parla in via di paragone e quindi non avrebbe dovuto diffondervisi intorno; eppure egli non sa astenersi dall'aggiungere questi due versi, affatto superflui:
E, sul desco de' popoli, il tributo Porran d'avversi climi Orto ed Occaso;
sicchè, per lui, l'importante, il caratteristico, nel taglio dell'istmo di Suez, è la maggior facilità di procacciarsi taluni oggetti di buccolica. Altrove fa che Galileo deplori i guai, che accadono
... se custode de' celesti veri Autorità non siede; e sola il pane Di sapienza a' parvoli non frange.
Quando vuol descrivere l'affratellamento degli uomini, sel raffigura sotto la forma d'un simposio:
..... convenuti A banchetto comun da tutti i venti, Varî di volto e d'abito, i mortali La prima volta si gridâr fratelli.
Questo secolo XIX è grande, secondo lui, perchè migliora ed accresce le risorse culinarie, migliorando ed accrescendo le quali, le anime anch'esse si trovano migliorate:
Lode all'età, che, migliorando il vitto E la veste e l'albergo all'umil volgo, L'alme ancor ne migliora....
Sapevo, che qualche volta s'insegna a leggere ai bimbi con le chicche; ma, che si migliorasser le anime col buon vitto, mi giunge nuovo. Il contrario è vero: il benessere materiale corrompe, stempra. Lo scopo dell'uman genere, pel Nostro, è il mangiar bene:
Or tanta luce di scoperte e tanta Fiamma di brame indefinite, immense. All'uom largite non avrebbe iddio; Se del pan, che matura il patrio solco, E del vestir, che la vellosa groppa Di domestica agnella gli consente, Dirsi pago dovea.
Dunque, questo bisogno di scienza, che ci travaglia, questa sete misteriosa di sapere, ha per oggetto principale di trovar nuove salse ed intingoli, stoffe più leggiadre per adornarsi! Vergogna, a chi può contentarsi del pane, che matura il patrio sole o come dice il Giusti: _del fiasco paesano e del galletto!_ La nobiltà d'animo sta nel sentire una brama indefinita, immensa di leccornie esotiche e di bottiglie peregrine! Ned Apicio nè Sardanapalo giunsero mai a proclamar dottrine così turpi; e ciò, che vi ha di più turpe, è l'incoscienza, con cui le profferisce il Zanella, _sans s'en douter_. Anche descrivendo il mattino, la divina bellezza del sole, ispiratrice di tante teogonie a' popoli antichi, suscita nella fantasia del sor Abate idee di pranzo:
Nell'umida zolla discende feconda Del sole la luce, che il germe matura; S'imporpora il grappo: la messe s'imbionda; Il desco a' mortali prepara Natura.
Egli trova, che gl'Irlandesi debbono esser lietissimi di lasciar la patria, dove tocca loro (povera gente!) di mangiar solo patate, ossia il
.... sordido pomo, Ne' (_sic, ahi!_) squallidi inverni miserrimo pasto;
pe' pingui novali di
.... un terreno, che accoglie la greggia, Al gelso benigno, benigno alla vite.
Patate in Irlanda, manzo in Australia, c'è da rimaner sospesi forse un istante solo? Curioso, che gl'Irlandesi non emigrino però, se non col pianto agli occhi e col core straziato; e che i più preferiscano la miseria in patria a tanto bene lontano da essa! Tutta la poesia _Egoismo e Carità_ è su questo tono. Una madrefamiglia dev'essere, dice il Zanella,
... lieta, se miri Giulivo il suo drappello al desco accolto.
Cornelia, lei, s'allegrava pensando a' trionfi oratorî futuri de' figliuoli! Un pellegrino va a visitare gli amici esuli, unicamente, dice lui:
Per bevere un bicchier del loro vino.
Per dio, solo s'io fossi vinattiere avrei gusto d'una visita, fatta con questo scopo dichiarato. Beninteso, che amor di patria nel Zanella non ne trasparisce, non ce n'è: si mangia anche in Australia e forse meglio e certo più mercato che in Italia. _Patria est ubi pasco, non ubi nasco_, mi diceva il mio primo maestro di matematica, emigrato spagnuolo carlista (valente maestro d'un pessimo scolare). Ed il Zanella:
A' greppi divelta dell'Alpe natale, In rive migliori, la pianta si attrista; Ma sotto ogni cielo l'errante mortale Con vomero e pialla la patria conquista.
Il Danton, gran farabutto, ci fa perdonare ogni sua colpa, od almeno si fa compatire, malgrado la sua perversità, quando rifiuta di fuggire per salvar la vita, dicendo la patria non portarsi via attaccata alle suola delle scarpe. Io confesso (anche a rischio d'essere paragonato ad una pianta) di farmi della patria un'idea un po' più alta e spirituale: e di non saper concepire come il vomero e la pialla possano conquistarla ad alcuno. Patria significa leggi, istituzioni, costumi, storia, lingua, abitudini, relazioni, affetti; e tutto ciò concretato in un dato luogo e fra date persone. Amo quest'Italia così fatta, così organata: mutatemela, e chi sa, se continuerei ad amarla ugualmente? Un'Italia repubblicana a me sarebbe ancor qualcosa? _Nescio._ Ma qual dottrina più immorale di questa, che consiglia e loda di sprezzare e spezzare i doveri, che s'hanno verso lo Stato, i vincoli, che legano alla patria ed al principe, per procacciare alla propria persona un benessere maggiore? Per un vescovado in Istiria od in Ungheria sarebbe dunque divenuto buono Austriaco il Zanella?
Abbiamo visto, che la scienza, pel Zanella, è l'amminnicolo. Ma ci è almeno esattezza nelle minute particolarità scientifiche, ch'egli affastella? nel qual caso, i suoi versi, come quelli dello _Invito a Lesbia Cidonia_, potrebbero avere qualche utilità pedagogica. Niente affatto. Io, che sono pure il grand'asino in tutte le scienze sperimentali, che ne ho soltanto quelle nozioni imperfette e superficiali, le quali oggigiorno son patrimonio universale, io posso pur cogliere ad ogni piè sospinto il Zanella in fallo. Per esempio, scrive il sor abate del sole, chiamandolo:
..... l'astro gigante Che indura la quercia sul dorso del monte, Che spento carbone ralluma in diamante.
Che il diamante sia puro carbonio, come il carbone stesso, sapevamcelo; ma che il carbone divenga diamante e divenga tale per azione del sole, è falso. Oh, se così fosse, quanti carboni spenti vedremmo esposti al sole su pe' tetti!
Manca al Zanella il senso del vero. Udite un po', com'ei descrive Galileo Galilei, che, vecchio e cieco, siede a respirare un po' d'aria verso il tramonto, avendo a fianco una sua figliuola:
.... Ei tenea sovra una sfera La manca mano; e, con la destra, in aria Scrive taciti cerchi...
Questa è una mossa, un atteggio, una posa, alla quale il Zanella ha condannato il povero vecchio; non una posizione naturale e spontanea di lui.
Sopraggiunge il Milton, chiamato dal Zanella: _anglico bardo_: il Milton non è mai stato bardo, nè bardato. La Maria Galilei gli chiede:
Chi t'ha scorto quassù? che cerchi, incauto?
Perchè incauto? perchè tanta rettorica? Sembra di legger le novelle delle balie, quando due incauti picchiano all'uscio dell'Orco e l'Orchessa li ammonisce di fuggir subito, subito, subito.
Se il Zanella vuol descrivere le ore notturne, vi dirà:
Appena è vespero. E già tranquilla Sovra le coltrici Posa la villa.
Lasciando che qui _villa_ pe' _villani_ fa un bruttissimo effetto (_la villa, che posa sopra le coltrici!_), falso è, che al vespero già si dorma in villa; assolutamente fuor di proposito quel _coltrici_, pe' duri letti de' contadini; mera reminiscenza manzoniana: _Sulla diserta coltrice, Accanto a lui posò_. Ma coltrice è una delle parole predilette dal Zanella, come _transito_, _sonito_. Passiamo oltre: ecco come egli rappresenta una fanciulla, che fa toletta:
Scalpita e smania La giovinetta, Che il velo roseo Del ballo aspetta.
Che è fatta giumenta? Scalpitare è fuor di posto affatto e smaniare è fuor di luogo. Lassù, nell'Osservatorio:
Sbadiglia, abbrivida, Scote di brine Vigile astronomo Rorido il crine;
e questo nel momento in cui _Iadi e Pleiadi fansi più chiare_. Sbadiglia! è ignobile e comico; perchè cel rappresenta noiato e distratto. Andiamo avanti. Si festeggia l'onomastico d'una signora? La cognata defunta il festeggia in paradiso con gli angeli!
Ella non viene. Il biondo capo adorno D'eterni fiori nell'eterna Reggia, Agli angioli confusa, ella festeggia Il tuo bel giorno.
Sudicia adulazione ed empia; come se gli angeli di paradiso dovessero incaricarsi degli onomastici e de' pranzi di famiglia di casa Lampertico! Una suocera decanta al genero la merce, vo' dir la figliuola, ch'ella gli consegna:
Fresche ghirlande arrecheratti in dono D'immutabile amore; in sulla sera Attenderà di tue pedate il suono....
La seconda immagine è buona; ma che canchero sono le fresche ghirlande d'immutabile amore?
Lo esprimere con verità ciò, che veramente si sente, con que' piccoli tratti, che testificano l'impressione originale, fa propriamente il grande scrittore. I volgari si servono sempre di frasi fritte e rifritte, bell'e fatte, senza il conio loro proprio, che somigliano alle vesti accattate da' rigattieri.
Quindi tutte le vecchie ciarpe mitologiche, che credevamo da lunga pezza smesse, il Zanella le adopera ancora; e mille cifre morte e per sempre, che esprimono la freddezza assoluta, assiderante della sua mente. Quindi Apollo e Pindo ed Elicona tornano in ballo; quindi fa dire al Milton (che mi diventa un Alpinista).
...... In sogno A me spesso venian l'ombre de' vati E mi dicean: -- «Del glorioso monte Figlio, dispera guadagnar la cima...» --
Quindi fa, che il Galilei gli risponda:
-- «Se brama Del poetico allor, figlio, ti punge, Ben le tue chiome un dì n'andranno altere.» -- .... «d'Elicona Alle velate finzïoni avvezzo.» --
Quindi, altrove, vi assicurerà, che alcuni, se avessero sortito l'ingegno d'un suo amico:
Chiaro di sè, nell'Apollineo Regno, Avrian levato ambizïoso suono.
E ci darà la preziosa notizia, che Camillo Benso di Cavour si dedicava occultamente a pratiche di cerimonie pagane:
A' cupi genî del Tirren custodi Serti offriva non visto....
E parlerà così de' sogni:
Con ala nivea, Per l'aure brune, I sogni or piovono Sopra le cune.
E, per dare un ultimo esempio di queste ciarpe, ci apprenderà, che la gioventù fugge
Su' veloci del tempo invidi vanni.
Il Zanella pretende di essersi formato lo stile, traducendo dagli erotici latini; ed ha voluto comunicare al pubblico alcuni saggi di coteste sue versioni. Egli stima, essergli tornato utilissimo siffatto esercizio, abituandolo a non contentarsi della prima forma; e vuol darci quindi modestamente ad intendere, d'aver acquistate, mercè di esso, tutte le qualità, che ci vogliono per durare immortale: -- «Nelle cave di pietra, che sono in Chiampo, mio luogo natale, ho veduto, che i primi strati non hanno valore; come quelli, che facilmente si sfogliano e si sgretolano. Solamente dopo il secondo o il terzo, esce la lastra magnifica, che resiste alla forza dissolvente del sole e del ghiaccio». -- Veramente, a me non pare, che lo stile del Zanella valga gran cosa; ma non posso recisamente negare, che l'esercizio di tradurre gli sia tornato giovevole, perchè può benissimo darsi, che prima egli facesse peggio. Quel, che discerno chiaro, è, che i suoi volgarizzamenti sono fatti senza intelligenza poetica del testo, senza gusto alcuno. Prendo a caso qualche esempio. Ecco, mi cade sott'occhi l'Elegia III del Libro I de' _Tristi_ di Publio Ovidio Nasone, voltata dal Zanella in istrofette savioliche. Gli è un metro, che spesso rende ammodo i distici latini, sebbene in questo caso non mi paia indicato, non mi sembri grave abbastanza e solenne; però, non oso biasimarne la scelta, giacchè non saprei proprio quale altro proporne in vece: la terzina, metro forse più acconcio per tradurre i distici, quando trattasi di Ovidio, riesce troppo lunga, perchè già Ovidio è un po' vuoto. Ma che dire del modo di volgarizzare?
_Cum subit illius tristissima noctis imago_ _Quae mihi supremum tempus in urbe fuit;_ _Cum repeto noctem, qua tot mihi cara reliqui;_ _Labitur ex oculis nunc quoque gutta meis._
Quando alla notte orribile Io col pensier ritorno, Che sotto il ciel romuleo Fu l'ultimo mio giorno; Quando cotante io medito Dolcezze, che lasciai; Di subitana lagrima Molli ancor sento i rai.
Una notte, ch'è l'ultimo giorno? O che scempiaggine è codesta? Ovidio ha scritto _supremum tempus_, rappresentandola quasi come un'agonia fatale. _Il ciel romuleo_ non vale quell'_Urbe_ tanto semplice e tanto eloquente. Non è mica Ovidio, che torna col pensiero alla sua partenza per l'esiglio, oh no! egli vorrebbe dimenticare, se fosse possibile, la ricordanza atroce; anzi l'immagine di quella notte si risveglia da sè nella fantasia di lui, dovunque, fatalmente; vi s'introduce quasi di soppiatto: _subiit_. Solo quando questa immagine si è già insignorita di lui, egli ne rianda tutti i momenti e l'abbandono di tante care cose. Questo secondo momento è del tutto pretermesso dal Zanella, che invece fa meditare le dilezioni lasciate. Il _tot mihi cara_ comprende mille cose, che non sono _dolcezze_: i lari, l'esercizio della cittadinanza, eccetera. Sopraffatto dall'amara ricordanza, Ovidio piange. Ma non confessa di piangere il superbo. Una stilla gli discorre dagli occhi. Ed è sorpreso, che ciò accada ancora: _nunc quoque_, in quella età! dopo tanto tempo del fatto! Dico _tanto tempo_, perchè il dolore lo ha fatto sembrar lunghissimo. Egli insomma vuol quasi dimostrarsi irresponsabile del pianto: è una cosa, che accade per forza maggiore. Come ci stia a pigione il _subitana_ è evidente; anzi è una lagrima stentata; anzi una stilla: il poeta si vergogna di chiamarla col nome proprio. Che dire poi di quel _rai_, per occhi! Un uomo, un cavalier romano, chiama raggi i proprî occhi? e quando? appunto quando il dolore li ha abbattuti, quando non hanno più nulla di radiante!
_Jam prope lux aderat, qua me discedere Caesar_ _Finibus extremae jusserat Ausoniae._
Era il mattin già prossimo; E, per regale editto, Io dai confini Italici Uscir dovea proscritto.
Qui è sparita l'antitesi fra l'_aderat_ e il _discedere_; fra il reddire della luce, che lascia l'Italia ogni sera per tornare ogni mattina, e la partenza senza reddita del poeta. La luce è giunta: _aderat_; soprapprende e sorprende l'infelice; la luce, che tutto abbella e che deve far palese a tutti il suo partire! Confesso di non capire il _regale editto_. Cesare non era Re: povera storia! Anche più bestiale è quel _proscritto_. Ovidio non era _proscritto_. Si allontanava per un semplice comando di un uomo; non dava noja se non ad un solo nella vasta città: ed il nomina; era mandato a domicilio coatto, via, confinato per _misura di polizia_, per un _provvedimento economico_; soggiaceva ad un arbitrio ed il fa capire senza espressamente dirlo. _Uscire da' confini Italici_ è frase, che non rende il _discedere finibus extremae Ausoniae_; quel _discedere_ ci dà lo strazio del distacco; quel _finibus extremae Ausoniae_ ci rappresenta tutto il dolore, che cresce a mano a mano che il profugo si allontana dalla Città. Vivere relegato in un cantuccio d'Italia, andare a Pianosa od alle Tremiti, sarebbe già duro e crudele; ma Cesare vuol di più: vuole che l'infelice vada tra' barbari. Son queste minuzie, che producono lo effetto poetico.
Che dire del _torpuerant longa pectora nostra mora_, reso con:.... _immenso Sbalordimento all'animo Moto avea tolto a senso_? Che dire di questa insulsa imitazione del Manzoni:
Giacqui, percosso, attonito, Come percosso e domo Uom giace dalla folgore: Tronco vital, non uomo;
che dovrebbe rendere il celeberrimo distico e citatissimo:
_Non aliter stupui, quam qui Iovis ignibus ictus_ _Vivit; et est vitae nescius ipse suae._
_Disperato spasimo_, non traduce punto l'_imbre per indignas usque cadente genas_. _Fortuna amara_ è tutt'altra cosa del fato, che diamine! Cerco invano nel testo latino l'equivalente della zeppa: _lungi dal patrio Tevere_. Ovidio dice più in là, che ogni angolo della casa avea lagrime; ma gli si fa la parodia scrivendo:
Non ha la casa un angolo, Che sia di pianto asciutto.
_I Lari_, non son _le case_; e la serie d'idee, che suscitava nel lettore latino l'allusione agli dei domestici, è uccisa dalla espressione sostituita dal Zanella. Ned Ovidio ha mai detto, che la moglie irreligiosamente _assalisse di acre rimprovero i Penati_; anzi afferma, che li pregò prolissamente e indarno! Ma basta! Questo saggio è sufficiente per mostrare con quanta intelligenza letterale e poetica del testo e con quanto gusto traduca il Zanella. E si tratta d'Ovidio, vale a dire del più facile scrittore latino! d'uno, che sarei forse forse buono a tradurre anch'io, figuriamoci!
So, che a molti queste mie parole sul Zanella sembreranno uno scandalo. So, che s'egli avesse a morire oppure ad impazzare, diranno che ci colpo io e che la mia penna è peggio del pugnale del sicario. Dicano! Sbraitino! Poco male! Padroni! Si servano! Se dovessimo preoccuparci de' falsi giudicî d'ogni dappoco o d'ogni farabutto, che si smaschera; d'ogni manutengolo letterario o politico, che si mette alla berlina, e cui si guastan l'ova nel paniere; d'ogni asino, che diventa nimico giurato di chiunque abbatte quegl'Idoli, ch'egli si compiaceva nell'adorare, si starebbe freschi! Col dimostrare irrazionale un ossequio, spero poco di ritrarne subito il volgo, perchè conosco la pecoraggine umana e l'irragionevolezza; ma voglio lavarmi le mani dello errore de' miei coevi. Ho bandito verità, che mi stavano a cuore, lealmente. E so di poter iscrivere su qualunque cosa mia le parole stesse, che ho lette sul frontespizio d'un manoscritto d'Alchimia mostratomi dal Minieri Riccio:
QUI FRAUDEM QUAERIT ET HABET COR IMPURUM A ME RECEDAT.
POSCRITTA
(Agosto M.DCCC.LXXVI)