Part 19
Veramente io ritengo le coserelle meschinissime del Zanella non meritare il fastidio di una disamina seria. Allorchè il volume venne in luce, gli detti una scorsa, quanto bastava a chiarirmi di che roba si trattasse, ed il buttai lì subito. Leggicchiate le lodi del Del Lungo, risi del maldestro incensatore; su conclusioni motivate in quel modo da un tale avvocato fiscale, stimai che il pubblico dovesse giudicare tutto all'incontrario. Ma il pubblico è pecora: il pubblico accetta i giudizî bell'e formolati, senza criterio, da chiunque gli vengan porti, purchè gli si porgano con improntitudine ed arroganza. Dorme all'udienza e sottoscrive la sentenza, che un qualunque, istituendosi cancelliere di autorità propria, gli pon sotto la penna. In fondo, il male poteva non sembrar grande: che un Zanella di più o di meno, sul falso giuramento d'un criticonzolo qualsiasi, scrocchi per venti o quindici anni un po' di mezza celebrità, non sembra affare capitale. Ma il vedere que' versi, così raccomandati, per le mani di tanti; il vederli studiati ed imparati a memoria; il vedere, in un programma ufficiale, parlato della _Letteratura Italiana da Dante al Zanella_; mi ha fatto impensierire. Il Zanella non appartiene alla storia, anzi alla teratologia letteraria; i suoi componimenti contengono cattiva poesia e concetti immorali; non è forse una cattiva azione tanto il commendarli contro-coscienza, quanto il tacerne un biasimo coscienzioso? -- «È insopportabile in un critico la tolleranza di componimenti mediocri,» -- scriveva Giovanni Berchet. -- «La tolleranza è un dovere religioso, è una virtù sociale, ma in materia poetica non è comandata da nessuna filosofia.» -- Ed io posso soggiungere, come lui: -- «Eppure, sia detto in buona coscienza, non entra mai ne' disegni nostri una menoma intenzione di pigliare la penna in mano per muovere la bile ad una menoma persona.» -- Ma, chi ammira il Zanella, a me sembra aver perduta la intelligenza del bello poetico: chi ne accetta le dottrine, è forza che diventi cattivo cittadino ed uomo di sensi volgari. Il dimostrerò. Inoltre, per me l'arte è cosa seria; e non credo davvero, che intorno ad essa le opinioni sian libere: c'è una opinione giusta e ci ha le false; ed in affare di tanto momento, non saprei ostentare l'apatia, di cui fa mostra a proposito della castità della mogliera, Ulrico, cavalier boemo, appresso il Bandello (_Parte I, Novella XXI_); nè dirò mai: -- «Credete voi ciò, che vi pare, che io non ve lo divieto; e lasciate, che io creda quello, che più m'aggrada e mi cape nella mente; perciocchè il mio credere non vi può annojare, nè il vostro discredere mi reca danno alcuno, essendo libero a ciascuno, in simili avvenimenti, pensare e credere ciò, che più gli va per l'animo!» -- Gli àpati son ébeti.
Nel MDXCIII, corse voce, che fosse spuntato un dente molare d'oro ad un fanciullo slesiano. Il fatto commosse grandemente i dotti di Lamagna; ed un certo Horstius, professore di medicina in non so quale universitaducola di quel paese lì, in seguito a ricerche profonde, pubblicò, due anni dopo, la storia del dente, dichiarandolo di natura doppia come Gesù Cristo, cioè parte naturale, parte miracoloso; ed assicurando, che domineddio l'aveva collocato nell'alveolo mascellare del ragazzo, per consolare la Cristianità afflitta dalle vittorie turche. Dopo l'Horstius, scrisse sull'argomento il Rullandus; e, due anni dopo, l'Inglosterus (altro dotto alla tedesca d'allora) confutò il Rullandus; dal quale gli fu replicato sapientemente. Un quarto dottorone, in una monografia, raccolse tutte le opinioni già enunciate, aggiungendovi la sua. Sventuratamente capitò un orefice ad esaminare il dente miracoloso; e durò poco ad accorgersi, che non era altrimenti di metallo massiccio; che non era d'oro, anzi solo ad arte dorato, rivestito d'una fogliolina d'oro. Del ser Zanella han parlato gli Horstius, i Rullandus, e gl'Inglosterus; gli è ormai tempo, che un povero orefice lo esamini e dica la sua.
L'Italia ha tanti verseggiatori, ch'è uno sgomento. Come distinguersi in mezzo a tal frotta o caterva di mediocrità? Come fare per far chiasso? come acquistare un po' di celebrità senza troppo affacchinarsi? Ecco il problema difficilissimo, che si presenta innanzi ad ogni sedicente poeta Italiano. Chi fosse artista daddovero, chi avesse una potente favoleggiativa, chi avesse qualcosa in corpo, il quesito non gli si affaccerebbe neppure alla mente. Porterebbe in sè un mondo poetico impaziente di esprimersi, di affermarsi. Ma questo è caso raro; i più, senza ispirazione, senza fantasia, non avendo un vero contenuto poetico, non sapendo in sostanza che dirci ed a che applicare la sciagurata facilità, l'improba smania d'imbrattar carte, cercano di essere originali o per qualche bizzarrie d'espressione, o pel tematico. Quindi abbiamo specialità poetiche come specialità mediche. In quella maniera appunto, che ci sono dentisti ed ostetrici ed ortopedisti ed oftalmoiatri; noi troviamo, che, per esempio, un novelliere non mette in iscena se non pupi in uniforme: ha la privativa dei racconti militari; il tale altro parla solo di delitti, di sangue, di stupri e di patiboli: ha la specialità delle storie giudiziarie; Meneghino si aggira sempre tra le tombe e promette di morire ad ogni ottava; il dottor Ballanzoni coltiva unicamente la bestemmia e l'imprecazione; Pulcinella ha il monopolio dell'umanitarietà e della filantropineria; ed un Zanni, ossia il Zanella, si è impossessato della natura e delle scienze naturali; e si è fatto il poeta del positivismo, del positivismo Italiano.
Le origini del positivismo Italiano sono le più semplici del mondo. Non è sorto per necessità logica; non proviene da una esigenza del pensiero nazionale, da una evoluzione scientifica, cheh! In quel riffa raffa di cattedre, che ha luogo dal cinquantanove in poi, parecchie cattedre filosofiche vennero agguantate da chi stimo filosofo quanto io mi credo sinologo o jamatologo. Gli è accaduto, per esempio, che al gran lotto della pubblica istruzione guadagnasse l'ambo di una cattedra di Filosofia, chi era cognito soltanto per qualche monografia storica più o meno spropositata, più o meno monca, più o meno male scritta, piaggiando ogni partito. Posizione imbarazzante! ma più d'una volta s'è visto, e fuori e da noi, uomini coscienziosi, costretti dalla fame ad assumere l'insegnamento di materie non per anco da loro studiate, mettendocisi coll'arco della schiena, conchiuder qualcosa, e riuscir valenti; per più d'uno è stato vero, che _insegnando s'impara_. Invece coloro, cui alludo, pe' quali l'importante era lo stipendio, ritennero più comodo il negare la scienza, che venivano chiamati ad insegnare e che avrebber dovuto imparare; il dire: -- «La filosofia non c'è, la filosofia è un assurdo; le idee generali son ircocervi anzi ippotragelafi; non vi ha se non fatti singoli; il mondo è essenzialmente frammentario; tutto è accidente, o tutt'al più legge, che regola l'accidente; tutto è empirismo; la cognizione assoluta, il vero assoluto,
Di fuor del qual nessun vero si spazia,
è un'allucinazione dello intelletto. Limitiamoci alla cognizione di qualche fenomeno, di mille fenomeni, via, d'una serie infinita di fenomeni. Questo è il _non plus ultra_ dello sforzo intellettuale umano. E se una voce segreta, anzi un bisogno imperioso vi costringe a chieder qualcosaltro alla scienza, a riproporle ostinatamente i quesiti supremi, oggetto della filosofia, saggi mortali, castratevi l'intelletto! E se la ragione vi afferra e vi vuole fare entrare nel suo talamo, o casti Giuseppi del pensiero, lasciatele in mano il mantello e fuggitevene in farsetto, e rimanete involontariamente «ignari!» -- Il sacerdote predicava l'ateismo! il professore bandiva l'inesistenza della scienza, per insegnar la quale il pagavamo! Osceno spettacolo! Quando il prete od il maestro dubitano del loro credo o della loro dottrina, se son galantuomini scendano dal pulpito e dalla cattedra ed aprano bottega per conto proprio.
E così la gioventù Italiana fece a gara ad evirarsi intellettualmente: e credè che fosse un merito di esser più eunuca. E fu certo un titolo per andare avanti ed aver plauso ed aver guadagno. Povera Italia!
Di questa scuola ciarlatanesca è poeta il Zanella.
Chi vuol rendersi ben ragione del suo valore artistico, del modo nel quale costui comprende la Natura, mi faccia il piacere di rileggere il _Dopo la Laurea_ del De-Meis; e dico rileggere, perchè non posso ammettere, che una persona colta non abbia letto quel volume. Vi trovi una lettera, la seconda, che, se non fosse stata stampata parecchi anni prima che il Zanella acquistasse qualche notorietà oltre la cerchia de' nobiluzzi veneti, si direbbe una continua allusione al poeta aulico di casa Lampertico. L'argomento della lettera di Giorgio a Filalete è assolutamente lo stesso della lirica zanelliana intitolata _Natura e Scienza_; ne la direi il miglior commento, se i componimenti del Zanella fossero tra le cose, che si commentano; ed essa ci abiliterà a giudicarne ammodo. Entrambe prendono le mosse dall'intuizione e divinazione ed interpretazione poetica, che l'umanità fanciulla, che la fantasia, fa de' fenomeni naturali. Verseggia così quel di Chiampo:
Come ritrosa Vergine, t'involi, Discortese Natura, al guardo umano, Che, pel lento mutar di mille soli, Di cielo in terra t'ha cercato invano. Con giocondo terror vide talvolta Balenar dall'abisso il tuo sembiante; Ma tosto, di più nere ombre ravvolta, Scese la notte sul deluso amante.
E quel di Bucchianico fa scrivere al suo Giorgio: -- «Quante volte, prima di abbandonare la mia casa e la mia patria, mentre m'aggirava per l'ameno boschetto, che circonda il mio tetto paterno, io era andato pensando alla mia inutile vita e alla cieca ignoranza, in cui la traeva! E poi, stanco, mi stendeva sopra un praticello smaltato di fiori, all'ombra di un gran mandorlo; e mi metteva a guardare il profondo cielo e i lontani campi; e talvolta mi curvava a terra e guardava lungamente le erbette e i fiorellini, che mi crescevano intorno! Alla vista di quelle cose sì belle, io era a poco a poco commosso. La giovane fantasia mi s'infiammava; ed io vedeva quell'erba animarsi, muoversi e voltare verso di me le loro punte; e da quelle tramandare un oscuro susurro, che mi pareva la voce della Natura e mi faceva palpitare o tremare. _O natura, o Natura_, io pensava fra me, _parla dunque, spiegati chiaro, dimmi chi sei! tu chiudi dentro di te qualche cosa, che i miei occhi non veggono; giacchè non sono quelle deboli foglie e quegli umili fiori, che potrebbero farmi palpitare e tremare; esce da loro una virtù arcana, ci è in loro qualche cosa d'infinito e di divino, cui risponde la mia anima, che in questo momento si sente anche essa infinita ed immortale; ci sei tu, o Natura. Ma io non so, chi tu possa essere: ed io ho bisogno di saperlo, ho bisogno di scuoter questo grave sonno e diradare questa così fitta oscurità, che mi copre la mente. Ma.... non è più il tempo delle rivelazioni, che si fanno al cuore dell'uomo; e cui l'alta fantasia presta le sue forme. Oh no! non è più il tempo dell'ispirato sentimento e della mistica immaginazione. È il tempo della profonda ragione e della severa scienza, alla quale si perviene solo per la via del lungo studio e della grave fatica. Non si ha dunque a fare come il nostro Giacomo,_» -- Leopardi, veh! non Zanella; -- «_che aspettava sempre l'ispirazione e stava con l'orecchio teso, se mai la risposta della diva Natura si facesse un giorno sentire dentro al suo cuore; e, non udendo mai nulla, s'affliggeva e si disperava. Io invece studierò; io ti cercherò, o Natura; io t'incalzerò dappertutto; ti frugherò piega per piega; ti rovisterò molecola per molecola. Avrò pazienza, ti starò intorno cinque, sei, otto, dieci anni, finchè non ti avrò strappato il tuo secreto: questo terribile secreto, di cui sei tanto gelosa, e che tieni sepolto, io non so se nel profondo o di te stessa o del mio cuore_.» --
L'Uomo del Zanella; il Giorgio del De-Meis, simbolo dell'Uomo anch'esso, ambiscono tutt'e due di scoprire il segreto e l'essenza della Natura; e l'uno e l'altro ricorrono alle scienze naturali, sperimentali, empiriche, via. Il Zanella, che non è, come il De-Meis, un naturalista valente, rimpicciolisce il concetto della cosa, riducendola a mero affare di microscopio e telescopio; ma non vuol dire! Ecco l'Uomo dotto in botanica ed in mineralogia ed in zoologia ed in astronomia; eccolo fisico, chimico e meccanico; eccolo cristallografo e fisiologo: -- «Il secreto della Natura è scoperto!» -- sclama fanciullescamente lieto il Zanella; ed innalza un inno alla potenza dell'ingegno umano. Nondimeno, è costretto a soggiungere:
... Fuggon forse le tenebre di pria E palese di dio splende il disegno?
è costretto a riproporsi gli antichi interrogativi: -- «A che tutto questo? cos'è il mondo? qual è lo scopo dell'Universo? dell'uman genere? ed io che sono?» -- E qui si stringe nelle spalle e vi dice tutto ciò essere il secreto di domineddio, e noi non dover presuntuosamente indagarlo. Cos'aveva egli dunque scoperto?
Ed ora ascoltiamo Giorgio: -- «Mi gittai di lancio e a corpo perduto allo studio di quelle, che chiamano scienze naturali. Io sperava sempre di riudire un giorno la voce della Natura. Io era certo, che uscirebbe più chiara di dentro a que' vaghi cristalli, divenuti il mio più caro trastullo; dall'interno di quelle innumerevoli forme vegetali, con le quali tanto mi divertiva; dall'intimo di quelle ricche forme animali, che io curiosamente ricercava. Io diveniva di mano in mano più avido di farmivi sempre più addentro, per arrivare fino a quel sacro penetrale, dove m'aspettava, che l'oracolo avrebbe parlato. Ma sono dieci anni ed io non ho udito mai nulla.... Talvolta domandava i dotti, che aveva preso a guida in quegli ameni studî, se mai tenessero il grande secreto.... Ma que' grandi uomini non mi davano se non piccole risposte. Essi si ridevano della mia semplicità; o si rammaricavano e mi compiangevano del mio poco progresso nella scienza. Poichè, a sentirli, del vero progresso è segno, quando uno non fa altrui, nè si fa più a sè stesso di sì stolte quistioni, e più non vi pensa. _Ille se valde proficisse sciat_, quegli solo, che s'è ben finito di persuadere, che non solo non v'è la soluzione, ma non v'è nemmeno la quistione; la quale non è se non una nostra invenzione, una illusione ottica, che succede nel cervello dell'uomo fiacco e ignorante e non ha punto che far con la Natura. E severamente mi ammonivano, se progresso volevo fare e diventar davvero uno scienziato, che fossi ben persuaso e tenessi bene a mente, che quello era tutto: chimica, fisica, meccanica; e che al mondo altro non v'è fuorchè cristalli e cellule; e sì crittogame e fanerogame senza numero; e insetti piccoli e insetti grandi, come sarebbe a dire le scimie, che è quanto dire gli uomini; e che in tutti codesti amminnicoli consiste la scienza. _Possibile_! io diceva fra me: _la scienza della Natura sarebbe dunque la scienza degli amminnicoli!_ Io era tutt'altro che persuaso. Non era quello il progresso, che io voleva fare; non era il frutto, che io anelava di raccogliere da' miei studii. A quel prezzo io non avrei voluto giammai diventare uno scienziato.» --
Un siffatto positivismo può benissimo accordarsi con qualunque e religione e superstizione. Ed invero, quanto è oggetto della religione (prescindendo dalla parte etica) e della vera scienza, rimane escluso dal campo delle investigazioni di questa ignoranza scientifica. Il Zanella vi rappresenta il tipo dello scienziato evirato nel suo Galileo; e gli fa recitare il credo e soggiungere:
Tal mi detta una fe'; sull'alto arcano Tace scïenza. Dall'audaci inchieste, Che di qua dell'avel non han risposta, Tempo è ben, che si tolga; e di glossemi Più non faccia tesoro, a cui (_sic_) suggello Legittimo non pose esperïenza, Paragone del vero. Allor ch'io venni Ne' suoi giardini, a me disse Sofia: -- «Figlio, del mondo le riposte origini Non ricercar, nè a qual lontano termine L'universo si volve; impervie tenebre All'umana ragion, quando la fiaccola La fe' non alzi e l'atro calle illumini. Modesta più, ma men fallace indagine A te fia di Natura il libro svolgere, Che chiuso giace, di secrete sillabe Tutto vergato e d'incompresi numeri.» --
Appunto la spiegazione di questi numeri e di queste sillabe chiede ansiosamente l'uman genere; la cui semplice cognizione non ha pregio alcuno od importanza. Che importa, che giova, conoscer l'alfabeto d'una lingua, ignorandone la grammatica e le parole, in modo da poter compitare un libro sanscrito o russo, puta, senza capir nulla? A che giova, per esempio, ad un contadino di poter materialmente legger la _Divina Comedia_ o gli _Eroici furori_, se non giunge ad afferrarne pure il senso? Questo _senso_ della Natura, la spiegazione delle sillabe secrete e degl'incompresi numeri, il De-Meis la fa chiedere a Giorgio, che lascia l'Italia per la Francia: -- «Lì vasti e bene ordinati musei; professori di spirito e scienziati con cervelli chiari e vasti, ben forniti e bene ordinati come i loro musei. Io era bramoso di vedere a qual punto ne fossero; e fin dove con la mente si fossero spinti di là da quell'ordine apparente de' loro due musei; e mi intendo quello del Giardino delle Piante e quell'altro, che se ne portano dentro il capo. Entro nel primo con loro: ed ecco i miei grandi uomini rapiti nella contemplazione di tanti oggetti naturali, convenuti in quel luogo da tutti i punti della terra; e andarne in estasi. -- § _C'est curieux! c'est singulier! c'est bizarre! c'est étrange! c'est joli! c'est merveilleux!_ -- § _Mais quelle est la raison de toutes ces belles choses? qu'est-ce donc que tout cela signifie?_ -- § _Monsieur, cela signifie que le bon dieu a voulu que cela fût ainsi; et nous n'avons qu'à dire: ainsi soit-il!_ -- Questo era l'ultimo costrutto, questa la definitiva conchiusione, alla quale i miei grandi naturalisti parevano giunti, e l'alto cacume, cui sembrava, che si fossero elevati. Io però non mi teneva niente soddisfatto di questa nuova e veramente singolare, curiosa e sorprendente scienza. Un buon dio senza ragione, che si mette a fare delle cose curiose e strane, per divertire il prossimo, e farsi particolarmente ammirare della sua abilità da qualche centinaio di naturalisti, che le studiano ne' loro amminnicoli, in verità gli è un dio troppo buono; ma non è cosa, di cui possa restar capace un onest'uomo, che abbia dramma di ragione» --
Ma, se i naturalisti oltramontani interrogati da Giorgio, di buona fede si chiudono nelle scienze sperimentali e negano le virtù speculative alla mente umana, pel Zanella non è così in fondo. Egli ha notizia confusa del lavoro intellettuale umano; e ritiene, ch'esso abbia raggiunto la meta. Egli crede, che le _tenebre di pria_ siano svanite, che l'uomo non sia più deluso amante del vero, anzi, che lo abbia afferrato. Il crede, senza saper troppo perchè, perchè l'ha sentito dire; questa credenza è un pregiudizio per lui, un preconcetto, ma ce l'ha.
Finora, quando veri credenti od ipocriti, apostoli o bacchettoni volevano distogliere dalle investigazioni _pericolose_ la mente umana e ricondurla in sacristia od all'ossequio per la rivelazione, cercavano di provare l'incertezza della scienza, l'impotenza dello ingegno nostro, cercavano di convincerci che la ragione e la scienza non valgono ad assodare alcun vero, che sola fonte di verità è la religione. Il Zanella, invece, cinicamente riconosce, che la scienza c'è e che può; confessa, che la ragione ci dà il vero; ma, dice lui, ci tolgon la pace del cuore; _ergo_, volgiam loro le spalle. La scissura nell'uomo morale moderno non è una scoverta del nostro dabben sacerdote; altri l'hanno cantata prima di lui; altri ha rappresentato il contrasto tra 'l cuore e la fantasia, che si riattaccano alla tradizione, al _dolce imaginare_, e la mente, la ragione, che impone, deducendole, verità incresciose, che pur non persuadono. Il Leopardi, il Musset hanno scritti versi duraturi:
_Que me reste-t-il donc? Ma raison tourmentée_ _Essaye en vain de croire et mon coeur de douter;_ _Le Chrétien m'épouvante; et ce que dit l'Athée,_ _En dépit de mes sens, je ne puis l'écouter._
Il Zanella invece vi dirà, che il secolo:
Stretti nel pugno i conquistati veri Sale superbo incontro al cielo: immensa Luce è ne' suoi pensieri....
Qui non vi è più dubbio: certezza piena invece! Il secolo ha conquistato i veri; il secolo ha luce nei pensieri; la gigantomachia moderna, la scalata, che gli eroi del pensiero danno all'Olimpo, non è un atto di levità giovanile, di sconsigliatezza, di presunzione; è, pel Zanella, la pura e semplice estrinsecazione necessaria dell'attività del secolo. Il Musset dubitava de' risultati della scienza; e, dopo ascoltato Aristotele e Platone, diceva: _j'applaudis et poursuis mon chemin_; e quindi poteva anche tentare di sottrarsi alla filosofia e di ridiventar credenzone; sebbene, appunto perchè aveva saputo qualcosa, imparandola, acquistando quel sapere da sè, non potesse acquetarsi ne' dommi, che ci si presentano bell'e formolati, inassimilabili: la ragione si ribellava. Ma voi, Zanella, non dubitate più; voi, siete tanto XIX secolo (o lode o biasimo, che a voi paja ed altrui) da creder fermamente alla scienza. Perchè dunque mi parlate di notte del cuore, che si fa più densa? Vel dirò! Perchè avete un'anima fiacca e poltrona. Perchè
.... dal dì, che lo scettro in sua man tolto, _Più non v'ha dio_, l'uom disse; e Re si assise Dell'Universo, il volto Scolorato abbassò, nè più sorrise.
Vi manca serietà di propositi, forza di carattere, vigoria di mente, amore dello studio! La vostra personalità morale è nulla. Morta la speranza, che riconduce a dio, tutto per voi è notte, a detta vostra. Voi non avete dunque nè famiglia, nè patria, nè Principe? non leggi sacre ed amate? non avete doveri? non credete alla virtù? Avete tanto imparato e dal vostro sapere positivo non rampolla un ideale, un imperativo categorico, che dia norma e scopo al viver vostro! Tutte quelle sante parole per voi sono vuote di senso, se vi manca la speranza d'una ricompensa; e, come diceva l'Hegel allo Heine, vorreste esser premiato di non aver abbandonato la madre vecchia ed inferma e di non avere avvelenato vostro fratello! Delle due l'una: o le speranze, che dite morte, erano ingannevoli e fallaci. E perchè vi fermate a rimpiangerle? Animo, e createvi altre speranze, un altro ideale men fragile, più conforme alla coscienza vostra. O non erano ingannevoli e fallaci. Ed allora bisogna, che ricostruiate con lo studio e la critica la fede scrollata: la vera scienza l'ha a rifare, la vera scienza, che guarda l'essenza delle cose e non gli amminnicoli.
Ma la scienza pretesa vostra, onde menate tanto scalpore, non è per voi qualcosa di serio, anzi una ricreazione, un ozio tutto al più; e vi ha momenti, in cui manifestamente l'odiate. Quindi le lodi dell'ignoranza, simboleggiata nella favola della Psiche:
O dell'anima umana, a cui (_sic_) fatale È sovente del ver la conoscenza, Immagine gentil, Psiche immortale; O divina farfalla, a cui (_sic_) l'essenza Delle cose è nascosta, o sol si svela Quanto basti al gioir dell'innocenza; Lascia, Psiche, l'improvvida querela, Nè desiar conoscere lo sposo, Che la temuta oscurità ti cela. Men dolce, o semplicetta, è bacio ascoso? Dolci meno gli amplessi e le parole; Onde bea Quel non visto il tuo riposo?