Part 18
Lettore, io mi sento un po' stanco; e debbo argomentarne e credere, che tu sia peggio stanco di me: potrei continuare un pezzo ancora per infastidirti, essendo il mio tema su per giù del genere di quelli mentovati dal Coleridge: _Soggetti, su' quali e' mi sarebbe malagevole non dir troppo, sebben certo al postutto di tacer sempre la miglior parte e di lasciar più da spigolare altrui che non avrò mietuto io_; ma per la meglio conchiuderemo. Una scrittura non deve aspirare ad esaurire qualsiasi argomento, anzi l'unica gloria, che le si convenga ambire, sta nell'eccitare la mente del lettore a pensarvi su, nel darle una buona spinta durevole per un pezzo; come quel gran calcio, col quale il Padre Eterno, secondo l'affresco di Raffaello, mise in moto le sfere celesti. Dunque, riassumiamoci; quantunque abbia camminato alquanto a sbalzi, quantunque abbia spesso fuorviato in digressioni, pure ho inteso di svolgere un ordine di pensieri logicamente concatenati.
Facendo l'autopsia estetica dell'opera del Goethe, vi abbiamo ravvisato un triplice contenuto eterogeneo: epopea, leggenda e novella. Vedemmo l'epopea starvi proprio a pigione; e leggenda e novella, non fuse in una monade artistica, appaiono solo agglutinate esternamente. Esaminammo la novella, che rinvenimmo: nell'invenzione, prosaica e plebea; nell'esecuzione, difettosa dello sviluppo psicologico, il quale suol formare il poetico e la malia del genere. Notomizzata poi la leggenda, vi scoprimmo la deficienza d'un concetto organico, _caussa ex qua_ (per trasportare in estetica la vibrata espressione fisiologica del Van Helmonzio) necessariamente derivasse ogni membro, ogni scena, ogni verso; invece regnarvi sovrane le aspirazioni, ispirazioni, disperazioni ed esasperazioni momentanee dello scrittore, che ne desumeva pretesti ed occasioni per isfogare i suoi affetti subjettivi. Da queste circostanze, cioè dalla inconcettosità e dalla subjettività morbosa, sì dell'opera che dell'autore, giudicammo risultare tutti gli altri difetti organici della tragedia, l'incertezza del tono, l'ironia neutralizzata, la disocchiatezza pei migliori momenti poetici, la sproporzione delle parti, la disutilità della macchina, l'insussistenza dei caratteri, la mancanza d'idealità e la sovrabbondanza d'Allegorico: colpe artistiche, che non si ricomprano o compensano da bellezze particolari ed incidentali, per quanto grandi queste si vogliano benevolmente supporre, e noi le abbiamo supposte arcigrandissime, per dispensarci dall'esaminarle, senza incorrere nella taccia di parzialità.
-- «Ma come spieghi poi la fama gigantesca, conseguita dalle opere del Goethe in generale e dal _Fausto_ in particolare?» --
-- «Dove? in Lamagna o fuori?» --
-- «In Lamagna, presso di noi, dappertutto: il fenomeno è quel desso dovunque s'avveri.» --
-- «Piano, piano! Il fenomeno è sostanzialmente diverso secondo il dove. Distinguiamo, amico lettore stimatissimo.» --
-- «Distinguiamo pure; tanto non ci si perde nulla, tranne un po' di fiato. Dunque, in Germania?..» --
-- «In Germania?... Caro mio, l'è una gran bella virtù l'amor proprio e quel cosiddetto patriottismo, che n'è una forma particolare. Dice il proverbio veneziano: _a tutti ghe sa de bon la so scorezeta!_ I prodotti patrî sembran sempre portenti. Ricordati la gioia di Vittorio Alfieri, nell'incontrare un somarello a Gottinga, perchè il somaro gli rammentava l'Italia; ricordati il giubilo di Arrigo Heine nel rimpatriare: _la melma della strada consolare era fango patrio! I cavalli scodinzolavano confidenzialmente, come se fossimo stati antiche conoscenze, e le loro mete mi parean belle quanto i pomi di Atalanta!_ Quel fango e quello sterco eran la Germania! Qual che si sia il merito intrinseco del _Fausto_, dovremmo stimare il tedesco di ammirarlo, ancorchè questo feticcismo dipendesse dall'imperfezione delle sue facoltà estetiche, quistione etnografica ed antropologica, che qui non occorre sviscerare; da quella imperfezione, che gli fa attribuir tanta tanta esagerata importanza all'arte sua epigonica di stufa, e sentenziare tanto erroneamente sulle arti spontanee e di valore assoluto degli altri paesi. Ma! da palato avvezzo al pan di segala ed alla cervogia, non puoi pretendere fine giudicio sulla qualità de' vini annosi di bottiglia e del pan buffetto.» --
-- «Questo potrebbe correre, laddove la Germania fosse sola ad applaudire il _Fausto_! Ma il mondo intero non può errare: _voce di popolo, voce di dio!_»
-- «Ohi! tu dici gli spropositi a coppie, a paja; come chi prendesse due colombi ad una fava. _In primis_, non tutto il mondo consente, perchè, se non altri (dico come quel Greco) dissento io. E poi... supponendo che tu sappi di latino, eccoti una sentenza ciceroniana: _Ego hoc iudico, si quando turpe non sit, tamen non esse non turpe, quum id a moltitudine laudetur._ O, caso ti fossi in mal punto lasciato indurre da quel Mastro di scuola (eminente se vuoi, quel che ti piace, ma mastro di scuola e non altro) ch'è Teodoro Mommsen, a considerar Cicerone, _non più d'una vil succiola_ (per dirla col Redi), e quindi non attribuissi autorità alle sue parole, eccoti qualcosa di patavino: _nil tam inaestimable est quam animi multitudinis._ O, caso ti fossi lasciato sedurre da quel Bertoldo anzi Cacasenno del Niebuhr a valutar Tito Livio quanto una ghiarabaldana...»
-- «Amor mio, torniamo a bomba, che se ci avessimo a sperdere nuovamente in digressioni e citazioni, non la finiremmo più. Conosco i miei polli e la tua chiacchiera!» --
-- «Torniamo. Senti questa. Un certo brioso pittore, scapatello e bizzarro, fu chiamato in un paesucolo di provincia, sepolto fra gli Appennini, ad impiastricciar d'affreschi non so che cupola o parete o vôlta di chiesa o cappella o santuario consacrato all'Assunta. Que' bravi provincialoni, te lo pagano anticipatamente e profumatissimamente, te lo trattano come noi metropolinatacci fastidiosi non tratteremmo l'uomo, che pienamente incarnasse l'Universale del Pittore: feste e cortesie! Capirai che il giovinastro si dispensò dal toccare la calce od i colori in vista delle occupazioni maggiori, che il trattenevano notte e giorno vuoi nell'osteria a classificare i vini del contado per ordine di merito, e sentenziar quali potrebbero figurare nella prossima esposizione agronomica, vuoi presso qualche forese, che addottrinava non so se nella filantropia o nella filandria. Frattanto si avvicinava e finalmente aggiornò la vigilia della festa della signora de' cieli e patrona di quel borgo; ed il poverino si destò imbarazzatissimo: la dimane dovea scoprirsi la cupola o parete o volta, che si fosse, ahimè! bianca come ei l'avea trovata.» --
-- «Scusa, sai, se t'interrompo: l'aneddoto è patetico, niuno più alieno di me dal negarlo, commoventissimo, ma che c'entra?...»
-- «Col _Fausto_, eh? Ascolta ed impara. Ho riletto di fresco l'Evangelia e ne ho appreso il parlar per parabola. Dunque, il nostro pittore in imbarazzo, pensa, ripensa, escogitò una sottil malizia. Balza di letto, scapigliato, scamiciato, e _sit venia verbo_ allenzuolato, corre al terrazzino ed improvvisa un baccano del trentamila. Trae gente, si fa popolo; che è? che non è? L'uomo al balcone somiglia un invasato ed annunzia d'aver fruita una visione. Il pezzo più grosso tra' celicoli, l'Assunta in propria persona, gli si è manifestata in sogno (niente meno!) per ringraziarlo di averla così ben dipinta. E gli ha dato l'annunzio d'averlo posto all'ordine del giorno delle legioni celesti e proposto per non so qual paradisiaca decorazione (il Puoti mi correggerebbe: _onorificenza_). Ed ha soggiunto, che, per dargli maggiore e particolar segno della sua compiacenza, avea disposto, a nome della barbara logica divina ed ahi! pur troppo patologica, secondo la quale i figliuoli scontano pe' genitori.... Ma lasciami far punto a questo maledetto periodo; e' mi vuol mancare il fiato. Dunque, l'Assunta avea decretato e decretava, che nessun figliuolo di mignotta potesse veder quella pittura, che anzi a costoro la parete apparisse nuda e bianca. La fama della visione miracolosa si divulgò ratta qual lampo; sembrò segno patente della protezione concessa dall'Assunta al popolo suo; e, come ogni coglioneria, che venga sfrontatamente asserita, trovò credito. Que' foresi avrebbero piuttosto rinnegati tutti gli articoli di fede, che dubitato della sua verità. La dimane chiesa piena zeppa, popolo stivato, accalcato; tutti col naso in aria. Il pittore disammanta le pareti, supposte dipinte; ed un clamore unanime di ammirazione sorge e rimbomba per quelle vòlte: _Bello, stupendo! Oh ma il viso di quella madonnina! Oh gli angioletti! Oh quelle merite! Oh quella gloria! A me piaccion più que' santerelli! Capolavoro! Il nostro pittore è un Sanzio ed un Santo! Egli sarà cittadino de' cieli col favore della madonna, accordiamogli il diploma di cittadino onorario del comune, così vivremo sicuri che il nostro paese venga rappresentato in paradiso!_» --
-- «Ma dunque c'era dipinto qualcosa? o credevano di vedercela? illusione ottica, eh?».
-- «Nòe, fratel mio. Non c'era nulla, non vedevan nulla, ma nessuno ardiva confessarsi figliuolo di mignotta. Pari sorte a quegli affreschi è toccata al _Fausto_. I tedeschi han tanto asserito, ch'era un capolavoro e la più bella cosa, nonchè del Goethe (ciò potrebbe accordarsi) ma di quante letterature fur, sono e saranno, ed han tanto fama di gente ammodo e dabbene; che gli altri popoli, quantunque forse non vi scorgessero tante bellezze, non vi scoprissero tanta profondità, non volendo passare ad ogni modo per zotici, han fatto coro. Così va il mondo, amico; impara, impara. S'io fossi stato un di que' vecchi, de' quali il Veneto dice: _i nostri vecci i stava cent'ani col cul a la piova prima de far un proverbio_: ed anche: _i n'ha magnà la roba e i n'ha lassà i proverbi_; francamente, fossi stato un di loro, ne avrei fatto quest'uno, che mi par bellissimo e verissimo, (notalo nel tuo taccuino): _Faccia di mattone e cuor di leone, signor del mondo fanno ogni minchione._ Fa tesoro di quest'apoftegma, c'ha pochi d'ugualmente inconcussi».
Questa è una ragione; ce n'ha poi du' altre, cioè _la nostra facilità ad ammirare l'esotico e l'esser di moda la tedescheria_; ragioni queste, che mi dispiace assegnare, perchè sembrerà a taluno, ch'io caschi nel rettorico dell'amor patrio, come certi farisei, che si crocesegnano nel sentir nominare cose forestiere. Ma non è colpa mia, se quel, ch'essi blaterano accademicamente per crassa ignoranza, concorda in parte, con quel, ch'io dirò, per saldo e maturo consiglio, frutto di parecchi begli anni impiegati nello studio di letterature straniere. Nè mi pento d'averveli consacrati, essendosi così rinvigorita la mia coscienza d'Italiano, tanto che una rivista filosofica tedesca ha pensato vituperarmi con l'epiteto ironico d'_Italianissimo_; suppongo che intendesse offendermi, nè poteva conferirmi titolo, che maggiormente mi solleticasse. A' tempi di fra Paolo si ripeteva nelle Lagune: _prima veneziani e poi cristiani_; io dico: _prima Italiano e poscia omo_; e m'appoggio al teorema filosofico che l'universale, il generico non può esprimersi nell'individuale, tranne mediante il particolare. L'Uomo è un tipo perfettamente astratto; di reale c'è solo l'uomo determinato come razza e patria e cittadinanza.
Dunque, fonte dell'errore è l'ossequio eccessivo, l'ossequio pecorino ed irrazionale tributato alle cose germaniche, da chi in buona fede le ammira, senza conoscerle, come se lo svolgimento della stessa filosofia alemanna avesse per maggiore importanza oltre una dotta curiosità. Qui non è luogo a diffondermi sull'argomento; per conseguenza mi basta indicare, che una filosofia non può prendersi a prestanza da un altro popolo, ma bisogna ad una nazione saperla generar da sè. -- «Quand'anche potessimo esser dotti dell'altrui sapere, almeno savî possiamo esser solo della nostra propria saviezza» -- come ben dice Michele Eyquem di Montagna. Sottosopra, il lettore se n'è certo avveduto, io seguo l'estetica ed in genere la filosofia stessa, insegnata dallo hegelianismo. Ma le seguo perchè quella dottrina è dimostrabilmente conseguenza logica implicita, ancorchè non normale di tutta l'enucleazione filosofica del pensiero Italiano. Ed appunto per assodar questo punto non arrischio mai un teorema senza corroborarlo con una citazione letteraria de' nostri classici. Vorrei così aprir gli occhi a molti; e far loro toccar con mano da quanto tempo fossero retaggio comune, ricchezza gratuita appo noi, tante dottrine, ch'essi, per inscienza di storia letteraria ed artistica, reputano nuove di zecca, solo perchè oltr'alpi circolano da poco. Vorrei far lor comprendere quanto danno rechi il rendersi incomprensibile, adoperando formole algebriche, indegne della limpidità della nostra favella. Pappagalleggiando, non acquisteremo sicuro la stima degli stranieri, veh! Certamente non vi possono essere due assoluti, uno per noi, uno pe' tedeschi: ma vi possono essere centomila modi di conoscerlo quest'uno assoluto, anzi vi sono e si adattano alle coscienze nazionali ed alle individuali. Il Monte Bianco è sempre il medesimo, ondunque si guardi: ma qual differenza di aspetti, secondo che stai nella valle d'Aosta od in quella di Sciamuni, e secondo il punto della vallea, dal quale guardi! Nondimeno, finchè si rimane in Metafisica, la disputa è più terminologica che altro; ma quando si scende all'applicazione nelle singole scienze, _comincian le dolenti note_. La filosofia tedesca si propone esclusivamente (nèd oso basimarnela) di glorificare il germanismo, di mostrare, che quelle nazioni lì furono principalissime fra le storiche, che meglio delle altre incarnarono ed incarnano le parti civili, che la loro filosofia, le loro istituzioni, le loro arti, le loro letterature oscurano quelle de' rimanenti popoli. Parecchi babbei se l'han bevuta e predicano questo nuovo evangelo. Ma figuratevi l'impiccio d'ogni Italiano, che abbia mezza dramma di pudore e di buon senso (so cattedratici, che ne vivono sprovvisti) quando s'è trattato non più dell'importazione della metafisica hegeliana, anzi delle branche della filosofia applicata! E veramente riuscirà un po' difficile il persuaderci che la Riforma sia stata una bella cosa e buona, che tutti i nostri grandi operassero inconcludentemente, che la nostra letteratura non abbia importanza a petto alla tedesca, e che l'Arte nostra classica impallidisca a fronte agli impiastri di Monaco e Düsseldorf! Le credenze degl'individui sono il risultato dell'enucleazione intellettuale del popolo; il che rende le opinioni viemmen libere, che altri non creda. Ma quando ci faremo a studiare il nostro passato, ad indagarne le leggi? quando cercheremo di pensare la nostra vita nazionale? e di rivendicare a noi la gloria, che davvero ci spetta? quando ci avvedremo che chi più accanitamente grida: _Hegel, Hegel! Goethe, Goethe! Kaulbach, Kaulbach!_ è d'ordinario chi men li conosce e meno può giudicarne, apostolo farabutto d'un falso messia, che egli stesso ignora?
Il nutrir fastidio delle cose nostrali, e fanciullesca passione per l'esotico ci disonora. Studiatelo almeno seriamente e non dilettantescamente codesto forestierume; paragonatelo alle produzioni indigene e poi sputate pure sentenze e cujussi; non è male saper di che si parla. Volete miracoli da adorare? Io vi dirò, che pur è meglio non adorar nulla: ma, quando persistiate, neh dove trovereste maggiori miracoli dei vostri? Che se poi amate il subjetto della parola del Cambronne, io vi consiglierò di guarire questa depravazione di gusto, ma quando la coprofagia in voi si riconosca insanabile, beh! invece di raccorre preziosamente stronzi _per l'Alemanno barbaro paese discorrendo_ (come diceva Masuccio Salernitano) per minor male invaghitevi dello sterco Italiano: ce n'abbiamo tanto!
UN PRETESO POETA
(GIACOMO ZANELLA)
M.DCCC.LXXI.
Angelo Camillo De Meis racconta, in fine del suo _Dopo la Laurea_, delle scoperte paleontologiche, fatte da un certo Peppantonio, in una caverna a pochi passi dal polo australe: -- «Scava scava, se n'è venuto via con centoventiquattro sacca, piene piene di pezzettini d'ossi occipitali e frontali e parietali, tutti press'a poco umani; e ne ha formato circa ottocentottantotto generi; ed ha avuto la felice idea di dedicarli a' più eccellenti poeti epici e drammatici contemporanei. C'è la _Pratia epileptica_ e la _Chiossonia paralytica_; e, per non far torto a quelli, che si distinguono nel genere lirico, ha formato la _Vittorhughia atassica_ e la _Zanellia superflua_». --
Queste due ultime parole sembran dapprima solo un frizzo garbato; ma le credo il miglior giudicio possibile su' versi dell'abate Giacomo Zanella, cavaliere dell'ordine de' Santi Maurizio e Lazzaro, uffiziale dell'ordine della Corona d'Italia, professore ordinario di lingua e letteratura Italiana presso lo studio filosofico della R. Università di Padova e condirettore del seminario filologico-storico, nonchè deputato provinciale nel consiglio provinciale per le scuole; e (se non erro) membro effettivo del R. Istituto di Scienze, Lettere ed Arti di Venezia. Quanta roba, eh! Può darsi, che egli sia un egregio sacerdote: bisognerebbe sentir l'opinione del suo vescovo. Può darsi, che riesca, ottimo amministratore: il Ministro della Pubblica Istruzione e gli amministrati sono giudici legittimi se non competenti. Può darsi ancora, ch'egli si dimostri professor valente; sebbene non nasconderò, che mi sorprende il vederlo cattedratico ordinario, senza che sia noto per alcun serio lavoro storico o critico; ma non è il solo in Italia, che non possegga titoli giustificativi, cui possa gridarsi: _fuori i libri!_ Soliti favori! Qui però non dobbiamo occuparci nè dello insegnante, nè dell'accademico, nè dall'amministratore; bensì del verseggiatore. Come tale, è superfluo: non ha una ragion d'essere al mondo. Ed è superfluo, perchè le sue qualità poetiche sono affatte nulle; perchè non arricchisce il nostro mondo fantastico nè d'un concetto, nè d'una immagine. Il dico con dolorosa convinzione e dopo esame accurato del volume, per cui venne acclamato poeta da' birrichini, i quali in Italia fanno mercimonio di lodi e d'encomî. Il Zanella scrive versucciattoli, che in un albo od in occasione d'un onomastico, d'una festicciuola qualunque di famiglia, possono far buona figura; i molti di questo genere, da lui rivolti a' componenti della famiglia Lampertico, lo han fatto chiamare da qualche malevolo: _il poeta aulico di casa Lampertico._ Ma ben altro è l'ingraziarsi presso una famiglia doviziosa ed il diventarvi ospite desiderato ne' banchetti e nelle feste; e ben altro il segnare, il significare un nuovo passo della fantasia di un gran popolo, e del popolo, che ha, senza dubbio, il maggior passato poetico.
Che dico! da pochi, arcipochi si può pretender tanto. Ci contenteremmo, ammireremmo, se il Zanella, anche senz'aprir vie nuove, fosse capace di crear di belle immagini e vivaci, fosse almeno capace di piegare il verso a nuove forme, lasciando pure ad altri di avvalersene a miglior uopo.
Nondimeno gli encomiasti non son mancati. Da noi non fa mai difetto una penna compiacente (la parola propria sarebbe _ruffiana_; ma non s'ha a dire tra la gente ammodo. Non l'adoperiamo dunque!) che si presti a levare a cielo qualche chiarissimo; massime quando corrono raccomandazioni di persone influenti; quando un Lampertico, per esempio, ed un Giorgini commendano e vogliono. È così facil cosa il lodare a casaccio, l'appiccicare una selva di epiteti gentili a' nomi ed alle cose! il citare alcuni brani d'un autore ed andare in estasi senza dir perchè! Certo, lettori, che gustino così alla cieca, che ammirino senza rendersi e render conto delle ragioni, che li fanno strasecolare, ci vogliono e ce ne voglion molti. E' sono appunto quelli, che si addimandano il volgo; e senza grandi uomini e senza uomini di vaglia si potrebbe stare al mondo; senza volgo, no davvero. Ma uno scrittore, uno, che pretende d'intendersene, uno, che si arroga di spiegare al pubblico cosa debba approvare e biasimare, commette una vera indecenza, schiccherando insulse dicerie encomiastiche. Per articolesse di tal fatta, il gergo de' giornalisti adopera un bel nome: le chiamano _soffietti_. I francesi le dicon _reclames_. Ad ogni modo son brutture.
Un certo Isidoro Del Lungo... sbaglio: il chiarissimo Isidoro Del Lungo, professore di Letteratura Italiana presso il Regio Liceo Dante di Firenze, cavaliere dell'Ordine de' Santi Maurizio e Lazzaro, Accademico residente della Crusca e di quelli deputati alla compilazione quotidiana del Vocabolario; prese l'assunto di annunziare a' quattro venti, ch'era sorto _un nuovo poeta_. Impiastricciò un dialogo, che incomincia con una lode all'editore del Zanella, della quale non può discernersi altro approposito od altro motivo, tranne il desiderio, naturalissimo in chi scrive, d'ingraziarsi con un editore accreditato. Prosegue, rivelando il suo dispettuzzo, per non essere stato nominato membro della commissione, che compila il vocabolario giorginiano. Quindi, ingiurie generali a tutti i verseggiatori moderni, perchè _verba generalia non sunt appiccicatoria_; ed un inchino particolare a' più dappochi, che gli avvenga di nominare. Una scappellata al Carducci, (ch'io non so come possa nominarsi da un galantuomo e da un buon cittadino, senza che l'indignazione morale trabocchi); un sorrisetto al Maccari ed al Castagnola e persino un saluto al Rapisardi ed una reverenza al Ventura. Cita titoli e brani de' componimenti del Zanella e loda e loda, senza ragionar mai le tante lodi; ed appena appena in fine, in via di concessione, ammette che non tutto sia perfetto nel volume; che la _poesia_ del Zanella abbia _certi difetti_.