Part 17
In questa crociata per imporre al mondo il proprio errore, come l'Occidente medievale pretendeva imporgli le sue superstizioni, in questo conflitto, debbe fiaccarsi e succombere. Una situazione consimile è accennata da Guglielmo Shakespeare, quando, per virtù di succhi d'erbe, fa innamorare la Titania, Regina de' Genî, del rozzo tessitore Bossom, che di giunta uno spiritello maliziosetto ha _tradotto_, come gli gridano i compagni, trasformandogli il capo in una testa d'asino: ch'è presso a poco il modo di tradurre adoperato da' traduttori Italiani, ch'io conosco, col _Fausto_. Lo stesso Aristofane non avrebbe avuto nulla di più selvaggiamente derisorio: lo stesso Molière, nell'_Ammalato immaginario_ e nel _Borghese Gentiluomo_, non avrebbe tanto velenosamente sbuffoneggiate le traveggole umane. O la favola veramente acconcia a simboleggiare l'idolatria secolare del nostro uman genere per altre favole, portati dell'idealismo medievale, con tutte le loro parti brutte e laide e sconce; che destarono il cachinno sarcastico del Rabelais e del Machiavelli, quando esso uman genere, che stimava stringere al seno i pomi de' giardini esperî, si accorse _De presser tendrement un navet sur son coeur!_ Il Goethe non era forse incapace di accogliere simili concetti, per dir così, titanici; e ne fan fede, per tacer d'altro, le poche scene frammentarie intitolate _Satiro_, ben degne che qualche gran mente vi fiuti l'argomento d'un'opera colossale: ma la sua naturaccia molle e mutevole, quasi meretricia, (e questa sua conscia femminilità spiega, come al dio biblico virile del _Prologo celeste_ surrogasse un _eterno muliebre_ in fine alla seconda parte) non era atta a covarli con la costanza e l'esclusività, che solo potevano condurle a buon porto. E neppure nel _Satiro_, del resto, fu originale; giacchè l'argomento è preso dal _Fauno, finto dio_, favola boschereccia d'Illuminato Perazzoli da Imola (_Bologna_ M. DC. IV) e da' _Falsi dei_, favola pastorale _piacevolissima_ di Ercole Cimilotti, Estuante, accademico inquieto, dove Graziano, Pantalone, Burattino e Zani vengon presi per dei dagli abitanti di Arcadia.
XVIII. -- _Intervento diabolico._
Altro e maggior documento della leggerezza, della superficialità, dell'inconsistenza messa in questo lavoro, si è la parte, che vi rappresentano il diavolo e le streghe. I poeti hanno la nomea di taumaturghi, e sono anch'io qui per attestare miracoli di più d'uno, il quale mi ha fatto piovere
_... amare lacrime dal viso_ _Con un vento angoscioso di sospiri,_
miracoli certo un pochetto men dubbî del vescovile, attestato da Gian Giacomo Rousseau, quando stava con la Warens; e del quale, giurerei, Monsignor Tipaldi non avrebbe tentato di far la seconda edizione, a proposito dell'incendio vuoi della Vicaria, vuoi dell'Arsenale. Ma, taumaturgheggi pur lo scrittore a sua posta, non gli riuscirà mai di far prendere sul serio agli uditori ed a' lettori, quanto difetta necessariamente di serietà intrinseca per esso lui. Ora, nel _Fausto_ del Goethe, l'intervento diabolico non ha la benchè menoma ragion d'essere; in tutto il poema, niente accade, che il dimostri utile o necessario o concludente; è superfetazione mera; contatto infecondo, dal quale nulla può derivar di vivo, come dagli amplessi della lussuriosa figliuola di Cesare Augusto, che gli anneddotisti ci assicurano essersi più che mai sfrenatamente abbandonata agli amanti nel tempo delle gravidanze.
Nel mito popolare, e' si trattava di compier cose più che impossibili ad ogni umana virtù: trasvolare, con la rapidità del pensiero, interminati spazî; prevedere e predire _quid sit futurum cras_; soprattutto poi sforzare le cancella di Dite, _irremeabilis unda_, ed amare e godere Elena greco-trojano-egiziaca, (_trojana_ soprattutto!) polvere ed ombra da trenta secoli; quindi ben si comprende, che, per soddisfare una potenza di desiderio, impaziente d'ogni limitazione antropologica, inappagabile ne' confini d'una contrada o d'un'epoca determinata, gli escogitatori della favola ricorressero ad inficcarci Mefistofele, _ut tragici poetae confugiunt ad deum, quum explicare argumenti exitum non possunt_. Anzi in esso mito l'intervento soprannaturale, (che la critica del settecento, gallicizzando, chiamava: _macchina_), è motore primo e precipuo, scopo ultimo ed essenziale, principio e fine, succo e sangue del lavoro. Ma gli amori di Fausto e della Ghita, che po' poi son tutta la prima parte del _Fausto_, chi vorrà stimarli qualcos'altro di una volgarissima avventura umana, di quelle, che quotidianamente intervengono, in cui il più dappoco fra nojaltri si fiderebbe di protagonisteggiare a dovere, senza bisogno che un principe infernale gli tenga il candeliere, purchè sapesse sbrigarsi degli scrupoli? certe cose piacciono più a vedersele in due, a quattr'occhi, fra te e me; ed un giovane fanatico ed una sempliciotta innamorata o pronta a vendersi non han bisogno che si scomodi Lucifero per metterli su. Togli Mefistofele di mezzo; affededdio, che tutto camminerebbe egualmente bene. E non c'è che dire, lo scrittore stesso ne ha piena coscienza, quando imbocca a Fausto que' tre versi:
_Ah, se di requie io sol m'avessi un'otta!_ _Del diavolo davver non saria d'uopo_ _A raggirar cotesta sempliciotta_[25].
[25] _Hätt' ich nur sieben Stunden Ruh'_ _Brauchte den Teufel nicht dazu_ _So ein Geschöpfchen zu verführen._
O che altro fa egli, questo tizzon d'inferno messo in iscena con tanto fracasso, che altro fa egli di necessario all'azione, se non procacciar giojelli, abboccarsi con una ruffianaccia e preparar cavalli per la fuga? Ogni Figaro, ogni cameriere, ogni mozzo di stalla sarebbe da tanto. Per sì poco non si scomodano quegli angioli rubelli. Quanto al tempo abbreviato, può aver luogo solo mediante un imperfetto svolgimento psicologico.
E poi! Il Fausto mitico è cristiano: patteggia col diavolo, perchè cerca un alleato contro quel dio personale e tirannico, che Pier Giuseppe Proudhon (un suo discendente, m'immagino) stimava di aver irrefutabilmente dimostrato sinonimo del male; e' crede nell'esistenza del diavolo e ne paventa il potere, e dio è per lui qualcosa d'effettivo, una persona viva, che egli odia, appunto come solo può odiarsi una persona ed un vivo. Ma un dottor Fausto scettico, anzi panteista (non si giunge ad appurare, ad assodare, a chiarire, che diamine sia; ora ti par questo, ora ti par quello!) un dottor Fausto, il quale si dà a quel diavolo, in cui non crede, rinnegando quel dio, che per lui è un _flatus vocis_,..... caspita! io non so due parole per indicare un'idea: è un bell'assurdo, anzi un brutt'assurdo. Il suo apostatare è una semplice simulazione di apostasia, giacchè rinnega iddio, ch'egli nega, per darsi al diavolo, cui logicamente non può credere, se discrede in dio. Dal momento che riconosce a pruova l'esistenza del diavolo, gli deve esser dimostra quella di dio, ed allora come può rimaner ateo?
Insomma la sua apostasia è qualcosa di prosaico, di schifoso, come quella di certa gente, sapete, la quale, con nuova speculazione, si fa protestante in Italia nostra, _incredibile dictu!_ quasi che le burattinate del protestantesimo potessero allignare in una chiara mente Italiana ed abbarbagliarla! quasi che un Italiano potesse di buona fede rinnegar la religione cattolica per un'altra! E prima di tutto, vi rammenterò una bella parola di quel celebre Pietro Paolo Royer-Collard, che Don Ferrante, vivendo ai nostri dì, chiamerebbe senza dubbio come Giovanni Bottero: _galantuomo sì, ma acuto_. Eccola: _On ne divise pas l'homme, on ne fait pas au scepticisme sa part; dès qu'il a pénetré dans l'entendement, il l'envahit tout entier._ Comprendo, che un uomo creda la ragione impotente a scoprire il vero, e si sobarchi ad un'autorità, e s'inchini a tutta l'impalcatura dommatica della Chiesa Romana. Comprendo del pari, che uno creda nella virtù della mente umana, ed allora rifiuti ogni forma di cristianesimi. Quel che umilmente confesso di non comprendere, è il venire a patti del raziocinio e della fede, è una ragione, che ammetta qualcosa d'indimostrabile; è una tiepida fede, che accetta dieci dommi e repudia l'undecimo. O dentro o fuori, non c'è via di mezzo: _En présence du ciel il faut croire ou nier._ Il protestantesimo storpia ed inrachitichisce l'intellettiva: l'Italiano, che si sfranca della chiesa cattolica, non può credere in altra religione, anzi va difilato a prostrarsi agli altari negativi di San Razionalismo. Perchè? perchè non è nell'arbitrio nostro il creder quel, che ne pare, anzi l'individuo può solo digerir diversamente le credenze, le quali alimentano le facoltà morali dell'organismo nazionale, in cui rappresenta una cellula. Ora, il cattolicismo è prodotto Italiano, è manifattura nostra; è il velluto in cui abbiamo trasformato l'organzino giudaico; è l'oro in cui tramutammo alchimisticamente il piombo delle dottrine neoplatoniche miste di caldaismo; in esso è trasfuso gran parte del nostro antichissimo politeismo; e quindi ha profonde radici nella coscienza nazionale, contiene il concetto di dio, della religione, quali emergono storicamente dal nostro enucleamento religioso ed intellettuale. Ma tutte le sette protestanti son per noi qualcosa d'immediato, di estraneo al carattere, alla coscienza popolare; e quindi è un bell'impossibile che abbian presa sugl'individui.
Ohimè, ch'io m'accorgo di aver nuovamente digredito! Il fatto è fatto; ma, credetemi, stavolta, non l'ho proprio fatto apposta e prometto di non farlo più. E, tornando a quanto dicevamo a proposito dell'essersi il Goethe discostato dal mito, trasformando il suo Fausto in uno scettico, soggiungeremo, che, in tale caso, v'era pur sempre modo da cavarne partito, ma non più ingenuamente. Bisognava rappresentarmelo volteriano, incredulo, pirronico, in mezzo alle più scompigliate taumaturgie diaboliche e celesti, occupato a discuterle ed a sofisticamente spiegarle co' mezzi semplici della natura; a provare al demonio, che sel porta via, che esso è una _vanità, che par persona_; all'inferno, che lo abbrucia, ch'esso non esiste e che quelle fiamme sono mera illusione; al Sabaot, che il percuote e castiga, ch'esso è un _nome vano, senza subjetto_. Bisognava insomma esplicare in Fausto il carattere, appena accennato nel _Proctofantasmista_ della tregenda.
XIX. -- _I caratteri de' protagonisti._
Il Fausto mitico è davvero insaziabile e non sai se più di passioni o di godimenti. Non lascia intentato alcun Regno del pensiero, alcun angolo della natura; anzi fruga, fruga dovunque e schianta da ogni albero scienza e voluttà, nè si appaga, se non dopo averne tocco l'apice in grembo alla sua famigliuola storica. Fausto è lo scienziato del rinascimento, che nega l'enciclopedia dommatica dell'epoca, e tenta di costituirne un'altra; però, potendosi con l'empirismo asseguir bensì cognizioni staccate, ma non già far corpo di scienza, Fausto rimane inappagato. Ecco perchè chiama il diavolo; e, condannato a creder solo _fatti_, vuole almanco verificarli tutti ad uno ad uno co' sensi proprî. Quindi le arti necromantiche, i viaggi per questo e per quell'altro mondo,
_... monde étrange, absurde, inhabitable,_ _Et qui, pour valoir mieux que le seul véritable,_ _N'a pas même un instant eu besoin d'exister;_
quindi le vaticinazioni, l'evocazioni, le fantasmagorie; quindi quel fare assumere al succubo la forma d'ogni bella, ch'ei pensa. L'insaziabilità non rimane parola vuota, anzi s'incarna in un seguito d'azioni, costituisce il carattere.
Ed il Fausto del Goethe?
Ben so, che mi si possono citare versi a centinaja ed in parte bellissimi, ne' quali si ragiona di scontento, d'irrequietezza, d'inappagabilità; ma le ciance son ciance, veniamo a' fatti. Ahimè, non corrispondono! Vittorio Alfieri dice aureamente sul carattere della Clitennestra nell'Oreste suo, che doveva essere: _Or madre, or moglie, e non mai moglie o madre_; dice aureamente, la cosa esser più facile ad esprimersi in un verso, che a rappresentarsi per cinque atti. So quel, che volete dire; vi s'affaccia sulle labbra il giudizio, che Mefistofele fa di Fausto:
_... Gli diè la sorte irrefrenabil mente,_ _Che ognor trascorre, e troppo impazïente_ _Di questo mondo un sol piacer non gode_[26]:
[26] _Ihm hat das Schicksal einen Geist gegeben,_ _Der ungebändigt immer vorwärts dringt;_ _Und dessen übereiltes Streben_ _Der Erde Freuden überspringt._
e quanto soggiunge altrove:
_... Nè gioja il sazia, nè ventura appaga_ _Per mutabili forme egli arde ognora_[27].
[27] _Seconda parte, in fine:_ _Ihn sättigt keine Lust, ihm gnügt kein Glück,_ _So bühlt er fort nach wechselnden Gestalten._
So quel, che volete dire: vi sovviene la parlata di Fausto nel sottoscrivere il patto: _Acchetiamo le ardenti passioni negli abissi della sensualità: ogni portento sia pronto in impenetrabile veste necromantica. Immergiamoci ne' vortici del tempo, nell'incalzare degli avvenimenti: e dolore e godimento, trionfo e noja si avvicendino celeremente._ Ma in quali fatti, in quali azioni si esplicano, s'incarnano queste rotonde parole?
Sono un programma da deputato della sinistra, che gracchia su tutti i toni: _abbasso i consorti, onestà, disinteresse_; e poi? poi va al Parlamento per vendere il suo voto o le assenze od il silenzio, per isbrigar faccende avvocatescamente, per carpire impieghi e ricevitorie, non già per l'incorruttibile signoria sua, ohibò! anzi solo per una sesquiserqua di parenti prossimi o remoti; per ottenere un titolo buffonesco di conte, mentre repubblicaneggia... I democratici son ghiotti di titoli, oh assai! e quando manca loro una baronia legittima, ne usurpano persino da bravi qualcuna più o meno spuria, come vediamo farsi dall'autopseudo barone Nicotera.
Se avesse operato a dovere Fausto, ed io allora senza il programma mi sarei accorto ben io come stavano le cose. L'assenza di misura e di scopo, la impazienza d'afferrar qualcosa a volo, il compiacersi ad intingere il muso in ogni salsa, conveniva rappresentare e raffigurarmi il tumulto della vita sociale per tuffarvi entro Fausto; il quasi aveva condursi davvero, come se il suo programma di vita fosse questo:
Stender convien la destra ad ogni frutto, Abituarsi a qualsivoglia affetto; Gustare in questo mondo un po' di tutto Pisciando in molte nevi e in più d'un letto; Al caldo, al freddo, alla letizia, al lutto, Al bene, al male, assuefarsi il petto, Ne' rapidi momenti tra la culla E 'l cataletto. Ed appagarsi? In nulla.
Ecco! Ma niente affatto: il Fausto del Goethe è la più contentabil persona, che immaginar si possa, vera figura comica. Gli è un bimbo, irrequieto finchè l'incateni allo scrittojo, ma che, come gli viene fatta licenza d'alzarsi dallo studio, trova subito da spassarsi quieto quieto e quatto quatto, allegro del più semplice giocattolo; gli è una cagnuola, che non sa trovar pace in casa, ma che, subito sguinzagliata per istrada, ci segue mogia mogia. Diamine, dove mai dimostra incontentabilità, insaziabilità? Non certo quando una brigatella d'ubbriaconi e la prima sgualdrinella inciampata, l'incantano. Non certo quando si compiace dello spettacolo plebeo (Dante avrebbe detto: _Il voler ciò mirare è bassa voglia_) d'una brutale gozzoviglia, la quale che non si fa amnistiare per la genialità e lo spirito de' stravizzanti; nè quando e' si diverte a fare il giocatore di bussolotti. Non quando, appena vista l'immagine dell'Elena nello specchio magico, va in estasi. E molto meno, quando, incontrata una fanciulla per via, subito spasima e s'acqueta in quell'amore e non chiede oltre. L'impazienza e l'intolleranza di ogni cosa conosciuta, ch'è il fondo caratteristico del Fausto mitico, e che questi ha di comune con Don Giovanni, non è più innata nel Fausto Goethiano, che ogn'istante ha d'uopo di essere spronato e rinzelato da quella pittima cordiale di Mefistofele.
Ed infatti Mefistofele e Fausto non sono due personalità spiccate, anzi due spicchî d'una medesima e sola personalità. I loro colloquî si potrebbero arcibenone trasformare in un lungo soliloquio senza mutarvi presso che nulla: così, tante volte, noi nel ragionare con noi stessi, dialogizziamo il pensiero per maggior comodo. Mefistofele è formato da una costola di Fausto come l'Eva biblica da una costola d'Adamo: ma, quando la costola del padre putativo dell'uman genere divenne una persona autonoma, in Mefistofele non abbiamo ned autonomia, nè personalità, nè consistenza, qualità essenziali e _sine qua non_ del personaggio poetico. Sembra, che il Goethe si sia scritta una lista di tutte le parti più o men diaboliche; e che quindi ragionatamente abbia fabbricato il suo Mefistofele. E perchè il demonio ha da essere osceno e cinico, gli ficca di quando in quando una parolina poco decente in bocca; e perchè il demonio ha da essere bugiardo, gli suggerisce qua e là una bugiuola, e via discorrendo. Ma questo non è il modo nè di percepire, nè di rappresentare un personaggio poetico, un fantasma! Il cinismo non vien rappresentato da una porcheria, nè lo spirito da una spiritosaggine; ma e l'uno e l'altro debbon divenir fondamento del carattere, debbono informare ogni azione, ogni pensiero, ed esser sempre ugualmente presenti in ogni parola ed in ogni fatto. Il Diderot dice un gran bel vero, quando asserisce, che, dato un piede, un'ugna, la menoma parte di un certo corpo, la natura necessariamente non può farvi altre parti corrispondenti, se non ricostruendo quel dato corpo tale e quale ed in quella tale attitudine. Non c'è uomo, che abbia punto punto pratica di mondo, il quale non sappia immediatamente distinguere il vero cinico, che può avere un linguaggio compostissimo, da chi è semplicemente sboccato così per vezzo o per mal vezzo.
Questo vale anche e più pel carattere di Fausto. Il poeta mi deve rivelare in ogni caso tutto il personaggio, e non già dimostrarmi separatamente in venti scene, in venti episodî, altrettante parti del suo carattere: che sarebbe lavoro d'anatomista non di artista, e gli anatomisti dell'opera d'Arte siamo in un certo senso noialtri critici. L'Arte sta appunto nel mostrarmi in ogni atto, in ogni parola, tutto l'uomo con ogni sua determinazione, talchè il percepisca ed il comprenda, lì, nella sua totalità complessa e mel veggia viver dinanzi; e non istà mica nello sciorinarmene successivamente queste determinazioni, _membra disjecta_. Che il procurator generale dimostri il tale imputato ubbriacone documentando un fatto, il manifesti giuocatore rendendo inconfutabile un altro, ed il convinca ladruncolo, provandone un terzo, sta bene; ma voi, poeta, raccontandomene un solo, siete in obbligo di rappresentarmi quel tale, (poniamo che sia Panurgo, e che voi siate Cecco Rabelais), ubbriacone e ladro e giuocatore e presso ch'io non dissi e tutto ad un tempo. Non dovete mostrarmi il Triboulent, come Vittorio Hugo nel suo _Roi s'amuse_, prima buffone e poi padre, ma sempre e poi sempre Triboulet, misto di padre e di buffone.
-- «Ma nella stessa Natura le manifestazioni delle parti di un carattere sono per lo più successive!»
-- Apparentemente, perchè nella Natura non c'è la concentrazione, la perfetta unità tra l'Idea e la immagine, che costituisce il _Bello_; ed appunto per questo l'Arte non è la Natura ed in lei sola si incontra perfettamente incarnato quel tal Bello. Ed è pur la strana cosa, che gente dotta in Italia disconosca una verità fondamentale di quest'importanza, alla quale le nostre plebi sono giunte per istinto da secoli. Infatti, quando i canti popolari vogliono sublimare oltre ogni dire la bellezza d'una innamorata, la chiamano _fatta con la penna, col pennello, di stucco, dipinta con vero pennello_.
_Sei tanto bella, iddio ti benedica,_ _Par che t'abbia dipinto Santo Luca._
Quindi pur troppo noi, quando si parla di Fausto, abbiamo il dritto di chiedere: _qual Fausto? di quale scena?_ Certo, che quello del primo soliloquio non ha molto di comune con quello della cucina magica o con quello, che di soppiatto entra nella cameretta di Rita e che ne fugge, giurando di non riporvi il piede mai più. Non basta dire: _ho due anime in petto, che tendono a disgiungersi: l'una si avviticchia appassionatamente al mondo, l'altra vuole ad ogni costo innalzarsi all'empireo degli avi_[28]: bisogna esplicarne e realizzar questo contrasto. Ed è appunto ciò che Messer Goethe non ha fatto. Un giovane inglese gli confessava di trovare il _Fausto_ difficiletto; ed egli rispose -- :«Certo gliene avrei sconsigliata la lettura. Si tratta d'una stravaganza, che eccede il sentir comune. Ci si è impegolato senza consultarmi? Faccia di cavarsela! Fausto è un individuo singolarissimo: a pochissimi è dato compenetrarsi dello stato dell'animo di lui. Parimente il carattere di Mefistofele è difficile per l'ironia come risultato vivo di lungo studio del mondo. Vegga cosa le riesce capirne!» -- Quanta fatua presunzione! Come uno scrittore può illudersi in tal forma sul valore delle cose proprie?
[28] _Zwei Seelen wohnen, ach! in meiner Brust;_ _Die eine will sich von der andern trennen:_ _Die eine hält, in derber Liebeslust,_ _Sich an die Welt mit klammernden Organen;_ _Die andre hebt gewaltsam sich vom Dust_ _Zu den Gefilden hoher Ahnen._
Della Margherita non c'è troppo che dire: l'artistico in que' turpi caratteri sta nell'esplicazione psicologica, che qui veniva implicitamente esclusa dalla forma drammatica; forma ripugnante al contenuto.
Il _Fausto_ del Goethe è un capolavoro sbagliato, è l'aborto d'un capolavoro: non è quindi meraviglia, se in esso trovi parti ben conformate, che, raggiungendo un più maturo sviluppo, avrebbero potuto ammaliare; come non è meraviglia, se in un aborto si ravvisano gli organi, che esplicati e compiuti avrebber composti un uomo od una donna bellissima. La fatuità e la vanagloria nazionale del tedesco, e la buona fede o dabbenaggine latina potranno accordargli una voga più o men duratura, ma il tempo ad ogni modo ne farà giustizia. E chi non guarda solo la buccia, può già accorgersene ed argomentarlo da più d'un fenomeno. Il mito di Fausto rimane ancora adoperabile, non ha ricevuto forma definitiva. Il popolo stesso del Goethe, che pure non ha una grande stregua estetica, non s'è appagato della forma da lui imposta al mito: e questo è già l'implicita condanna del suo poema. Parecchi, dopo di lui, hanno (ed inutilmente del pari) tentato d'incarnare quel grande e vastissimo argomento, che rimane fin qui come l'arco d'Ulisse, inutile a' Proci, aspettando forse che un genio Italiano sorga e compia anche per esso, ciò che è stato nostra missione di fare per gli altri grandi cicli poetici del Medio-Evo.
Ma se, come parmi d'aver accennato, sfilando questo disacconcio collare, esaminiamo ogni scena per sè, ogni parlata a parte, ogni perla isolatamente, allora dobbiamo confessarci vinti anche noi, subir l'incanto come chicchessia, andare in estasi e perdonare la prona ammirazione de' fanatici del Goethe: ci sarà forza convenire, poche opere contener tante bellezze poetiche quante ne racchiude questo mostro. Abbiamo finora severamente biasimato, non perchè ciechi per esse; e se ora non le analizziamo ad una ad una e non le facciamo risaltare nel pieno loro fulgore, non è che si sia ingiusti. Ma chi non le conosce? sarebbe superflua ed interminabil cosa il dimostrarle ad una ad una; le son tante e tanto note, che han fatto velo a molti e tutt'altro che volgari uomini sul merito essenziale dell'opera stessa totale, e che, malgrado tutti e tutti i suoi difetti, la salveranno dal pieno obblio. A noi conviene non disconoscere questi meriti, ma non permettere altresì, che ci facciano velo all'intelletto. Non confondiamo l'impressione e il giudizio.
XX. -- _Conclusione._