Part 16
Il Goethe, in un suo epigramma, si fa prima rimproverbiare d'aver rappresentato sempre istrioni e zingari e simil gentame, quasi che non conoscesse la buona società; e poi rimbecca la critica, rimpolpetta gli oppositori, rispondendo: -- «Ho visto anche troppa buona società; la chiaman buona, appunto perchè non dà il menomo appicco alla menoma poesiucola!» -- L'epigramma (caratteristico assai pel Goethe) sproposita, attribuendo al puro tematico vieppiù importanza, che non abbia. Un galantuomo in sè non è certo più, ma non è neppure manco poetico d'un furfante. La Poesia è arte assolutamente spirituale, che ci affranca in tutto e per tutto dalla tirannide della materia: non siamo più nella pittura, dove certamente una rovina incarna il concetto dell'Arte, viemmeglio del più splendido palagio, ed un cencio pidocchioso è incomparabilmente più pittoresco d'una _giamberga_ conforme all'ultimo figurino. Il poetico è nell'intima ragione de' caratteri e non già nella pura apparenza del personaggio. Rappresentami il boja, se ti pare; ma non me n'hai da darmene le vesti, l'abituro e simili accessorî; anzi l'animo, che si dimostri nell'azione.
In che abbiano attinenza col mito faustesco la falsa testimonianza, il matricidio involontario, lo infanticidio, l'alienazion mentale ed il processo, questo subisso di prosa prosaica insomma, lascio giudicare al benevolo lettore o malevolo. A me pare, che valga solo a diradare l'atmosfera poetica, a farci ripiombare dall'olimpo leggendario in galera e ne' postriboli: _Da tanta altezza in così basso loco._ Eppure, il Goethe era siffattamente innamorato dell'episodio della Ghita; il considerava qualcosa di tanto bello ed indovinato; che nella propria autobiografia (da lui con troppa ingenua sincerità intitolata: _Verità e favola_) si rammarica della facilità giovanile, con cui parlava de' lavori in corso e se ne consultava con gli amici. Facilità, che gli procacciò il dispetto di vedersi rubàto questo tema e sfruttato da molti, prima ancora della stampa de' suoi frammenti fausteschi. Oh! fatuità ingenua! Che c'è egli in questo episodio, che non sia triviale, che non possa venir in mente ad ogni fedel minchione? Fra le altre trattazioni, la men cattiva e più nota si è l'_Infanticida_, romanza giovanile di Gian Cristoforo Federico Schiller (ch'era di due lustri appunto minore del Goethe); cui nessun ingrediente, ch'è nella prima parte del _Fausto_, manca, tranne Mefistofele; e, non rappresentando Mefistofele nulla nulla nell'episodio della Margherita, ch'è po' poi tutta la prima parte del _Fausto_, non per questo vi manca cosa alcuna. Ma la forma di romanza è viemmaggiormente acconcia alla natura del subjetto, dando campo di concentrar tutta la luce e l'attenzione sul voluto momento poetico e facoltà di rincalzar nell'ombra i prosaici; facendo del componimento uno sfogo lirico (ciò, che il Byron chiamò poscia _monodia_) della rea nell'ascendere il patibolo. Chi non iscorge quanto una simile posizione è favorevole alla poesia, la quale ama di evocare, come una successione di lampi sempre più sfolgoreggianti, mille immagini del passato, acciò meglio si vegga la tenebria del vedovo presente? Cui non sovviene immediatamente lo strazio, che, da una posizione consimile, ha saputo distillare Giacomo Leopardi nelle sue _Ricordanze_? Chi non rammenta il soliloquio del Conte di Carmagnola, incarcerato e presso a morte? non è se non un seguito di esclamazioni, ma ogni esclamazione evoca un fantasma ed uno strazio. Se non che l'_Infanticida_, scritta con l'enfasi rettorica e la smania d'effetto, che lo Schiller non seppe o non volle ismetter mai e che gli fanno scambiare il frastuono col vero, l'idropico col pingue, i tropi e le figure (veste) col sentimento (corpo), non giunge (come fanno stupendamente il Leopardi ed il Manzoni, ch'eran ben altre paste di poeti) ad incarnare un'immagine ben contornata e viva; anzi si perde in un linguaggio vago, incerto, che nulla poteva rappresentarmi allo scrittore e nulla dice al lettore. Udite un po', come la Luisa ricorda i suoi tempi giovanili! -- «Addio, sogni tessuti di oro, figli del paradiso, fantasie! Ahi! che morirono nel bocciuolo, senza poter mai fiorire alla luce! Mi copriva l'abito di cigno dell'innocenza, leggiadramente adorno di rosei nastri,» -- eccetera. Questo è linguaggio idropico, che mi cuopre il vuoto. I sogni non sono prodotto botanico, del quale si abbiano a raccontar le vicissitudini; l'innocenza non è una sartina, della quale vogli descrivermi gli abiti! Anzi e quelli e questi sono stati contenuto della vita della Luisa, ed innanzi alla fantasia di lei dovrebbero non presentarsi nell'indeterminato del nome generico, bensì nella ricchezza del fatto speciale; come il _dato_ sogno, come la _data_ azione, in cui si esternava l'innocenza! Il reato è scoverto, la giustizia accorre: -- «Il bargello picchiava orribilmente, e più orribilmente il mio cuore; lieta, io mi affretto a spegnere le fiamme del mio dolore nella fredda morte.» -- Freddure e concettini invece di sentimento. Da ultimo si accorge di aver commosso ad inutil pietà gli astanti e finanche il boja. Qui dovrebbe balenarle la speranza momentanea della salute, tosto dolorosamente rintuzzata e strozzata dall'irremovibile realtà; ma invece essa dice: -- «Lacrime, lacrime nello sguardo del carnefice? Bendatemi tosto gli occhi. Manigoldo, non sai tu spezzare un giglio! pallido manigoldo, non tremare.» -- E quest'ultimo tratto bellissimo davvero, o perchè deve essere neutralizzato dalla ridicolaggine di quel pretensioso paragonarsi al giglio; che non fu del resto mai simbolo delle sgualdrinelle? Lo Schiller, come poeta lirico, è poco al disopra del nostro Parzanese; e, come poeta drammatico, rimane inferiore al Niccolini... Ma noi Italiani, passato il primo momento d'_engoûment_, siamo giusti estimatori del merito de' nostri e non faremo certo mai per Bista Niccolini tutte le pulcinellate, che i tedeschi han fatte per lo Schiller. Gli è pur vero, che abbiamo di meglio del Niccolini e gli alemanni non hanno nulla di superiore allo Schiller.
XVI. -- _Incertezze._
Le menti grandi si limitano, le limitate si gonfiano; ma _chi troppo abbraccia nulla stringe_. Il Goethe, come non ha saputo scegliere fra leggenda, epopea e novella, (anzi, volendo conservarle tutte, ha soffocate le tre teste di questa tragedia-cerbero, a mo' di chi per voler far allevar tutti i micini alla su' povera gatta li facesse morir di fame _en bloc_;) così pure non gli diè il cuore di sacrificare un solo di mille concetti, che poteva incarnare nel suo lavoro. Ognuno è stato ammesso ad inspirare un verso, una parlata, una scena, un avvenimento, secondo che una impressione od un affetto qualunque il suscitava; quindi appicco agli scoliasti per vederci quanto loro aggrada e ragion per noi di dire: _dov'è tutto, non è nulla._ Malgrado l'affezione, con cui il Goethe ha lavorato e rilavorato per anni ed anni i frammenti del _Fausto_, aggiungendone sempre di nuovi, non sembra prender tanto sul serio il lavoro, che non gli venga arcispesso il ghiribizzo di contemplarlo ironicamente, di satireggiarlo e parodiarlo. Ora, non c'è che ridire sul suo pieno, pienissimo diritto, di foggiare, come più gli andasse a sangue, il mito popolare; di ritrattarlo a suo piacimento; d'imporgli insomma lo stampo, che meglio a lui gradisse. Al poeta non è ristretta in modo alcuno la facoltà di concepire a suo beneplacito. Ma sapete perchè? Perchè non è nel suo arbitrio il far nulla d'arbitrario, anzi, se egli è poeta, non può concepire senza conformarsi alle necessità psicologiche e storiche. Assoluta libertà significa assoluta servitù, giacchè vuol dire essere soggetto, soggiacere piena ed esclusivamente alle determinazioni intrinseche, ciò sono le più necessarie e fatali. Ora, messer Goethe avea piena facoltà di scegliere fra ciò, che chiamerei il metodo umido, e ciò, che potrebbe dirsi il metodo secco della letteratura, fra 'l pianto ed il riso, fra 'l tragico e l'umoristico; nulla ostava a che trattasse quell'argomento, che riassume in sè tutti i miti stregoneschi, come appunto Michele di Cervantes-Saavedra ed assai meglio e prima Ludovico Ariosto, avevano bistrattato il ciclo cavalleresco; o farne la caricatura esterna o svolgerne l'interna ironia. Poteva anche prenderlo sul serio (perchè no, gua'? c'è gente, che prende sul serio roba anche più bislacca!) e rinsanguinare la forma vuota oramai, riversandovi un concetto nuovo. Ma quel, che non potea far lui, che nessun poeta al mondo potrebbe mai fare, implicando inconcettosità, _id est_ mancanza d'un concetto definito, (ch'è in poesia quel medesimo, che la sprincipiatezza sarebbe in morale); quel che non era in poter del Goethe di fare, gli era appunto quel, ch'egli ha preteso fare: l'oscillare fral sublime ed il comico, fral tragico e l'umoristico, fra lo spiritoso e l'appassionato, fral buffonesco ed il dignitoso; e pretendere, che il lettore s'immedesimi talmente, non con l'andamento dell'opera, anzi con la capestreria dello scrittore, da seguirlo compiacentemente in tutte le disposizioni d'animo, in cui gli piace ingolfarsi per sue ragioni subjettive, che non c'entrano con le necessità e le determinazioni dello scritto. Ora, in Arte, il capriccio è inammessibile; ed ecco forse perchè le donne non sanno concludervi mai null'altro se non che fiaschi, per quanto la generosità virile le degni talora di plauso. Adottato un modo di vedere per un lavoro qualunque, il modo di trattare ne deriva con ferrea necessità: l'umore stesso, l'umore, scherzo supremo e sovrano con ogni objetto, sbrigliato è soltanto in apparenza; in fatto, ha norme invalicabili, nè può mai sconfinare da quel conflitto interno, da quella contraddizione sentita fra la forma tiranna e l'idea rubella, che ne costituiscono il fondo. (_Sconfinare da un conflitto_! Che frase! Non dirò _Intendami chi può che m'intend'io_; perchè so, che il lettore m'ha capito. Nè d'altro ho cura).
Ma che? se _il prologo celeste_ del _Fausto_ mi fa supporre un'opera ironica, volto poi la facciata ed incontro l'arcisublime (almanco nell'intenzione) monologo del protagonista. A quale impressione dovrò confidarmi? a nessuna delle due: aspetterò, che una altra scena m'illumini sul carattere del lavoro. Ed avrò un bell'aspettare, si! _Sperando meglio, si divien veglio_, dice l'adagio toscano. Durante l'intero dramma, osserviamo un parallelismo incessante del sublime col comico: stanno lì eretti, l'uno a fronte dell'altro, l'uno accanto all'altro, ignorandosi e distruggendosi a vicenda, nello stess'atto, nella stessa scena, spesso nella parlata medesima, nel periodo medesimo, e presso ch'io non dissi nel vocabolo medesimo: non c'è mediazione fra' due termini, non c'è soluzione del contrasto crudissimo. L'onesto lettore non sa dove sbatter col capo, vedendo le scene dileggiar le scene, le parlate caricatureggiar le parlate, ed i personaggi fare perpetuamente le fiche ai personaggi; e rimane sbalordito, infraddue, senza sapere, se abbia da sciogliersi in lacrime o da smammarsi di risa.
Mi rammento una serata, che io trascorsi non ha guari in campagna. Avevo pranzato non malaccio, e tutte le mie facoltà fisiche ed intellettuali erano assorbite dalle funzioni digestive. Mi trovava in uno di que' momenti d'apatia somma, ne' quali proprio l'uomo è materia inerte, non ha più sentimenti, non ha più pensieri suoi; in cui la mente sonnecchia, e le fibre si lasciano animalescamente andare. Dice il proverbio: _uomo solitario o bestia o angelo..._ (Nota, lettore, che l'angelo e la bestia hanno di comune la loro inferiorità estetica rispetto all'uomo; anzi l'angelo, poeticamente, artisticamente, è al di sotto assai della bestia; perchè questa possiede l'istinto almeno e l'individualità; mentre il signor angelo è pura neutralità, acqua fresca mera, carta bianca e non ha personalità). Dunque, ripeto, o bestia od angelo, ch'io mi fossi in quel punto, appartato dagli amici, percoreva su e giù al bujo una filza di stanze. In fondo, v'era una finestra, che affacciava sur un piazzale; e di lì sentivo risa lietissime ed il tintinnio d'un cembalo ed il tripudio d'una tarantella prolungata. Dirimpetto, si usciva sur una loggia; e di lì potevo ascoltar le grida disperate, che venivano da una casupola poco discosta, d'una madre, che frai singhiozzi ed il pianto, malgrado le vane ciance delle vicine, sclamava ogni tratto: -- «Povera Carmela mia! povera Carmela!» -- Se avessi sentito solo le risa od il pianto, l'impressione mi avrebbe trascinato ad un corso di pensieri o mestissimi o giulivi; ma così giungevano semplicemente a neutralizzarsi nell'animo ed a lasciarlo immerso nell'apatia poltrona digestiva _ut supra_.
Appunto così rimane il lettore del _Fausto_; manca il tono generale, difetta il sentimento dominante. Non c'è scampo, mi bisogna ripeterlo tautologicamente su tutti i toni, a rischio di diventare importuno. Povero lettor mio, scusami; io mi raccomando all'indulgenza tua con le parole, che Piero, nel _Convitato di pietra_ del Molière, dice alla sua Carlottina in francese contadinesco: _Je te dis toujou la même chose, par ce que c'est toujou la même chose; et si ce n'était pas toujou la même chose, je ne te dirais pas toujou la même chose._
Subito dopo che Fausto ha evocato il demonio, ecco Mefistofele, evocando il Re de' ratti, far la parodia della propria precedente incantazione. Nella scena del giardino, le conversazioni buffonesche di Mefistofele e della Marta, tramezzando i ragionari amorosamente idillici del protagonista, e della Margherita, li rendono burleschi: il poeta, intendendo augumentar l'effetto colla contrapposizione, non si avvide, che, ravvicinato il sentimentalismo dell'una coppia alla comica brutalità dell'altra, il momento più forte ed intenso dovea necessariamente distruggere ed assorbire il più fiacco. Il riso è un acido corrosivo, che non lascia intatto nulla, che tutto intacca: la negazione è da più della semplice affermazione. Così pure il Wagner ecclissa ed annulla Fausto. Così la scena dell'abbindolamento dello studente è il punto culminante della metà leggendaria della prima parte. Così, per finirla, Fausto e Mefistofele sono solo due semicaratteri, di qua tutto il sublime, di là tutto il comico, che si trovano composti e combinati normalmente nella stessa persona bella o poetica, ma che qui stanno disgiunti in due personaggi, rimasi imperfetti, invece di fondersi a monade in personalità viva ed intera.
XVII. -- _Disocchiatezza e la scena della maliarda._
Questo _infraddue_, quest'oscillare del poeta, questa indeterminatezza del sentimento, quando gli fa trascorrer dinanzi inavvertiti i più be' momenti originali offerti dal tema, quando il costringe a strozzarli e gl'impedisce di svolgerli, inforsandolo sul da fare. Ne prendo ad esempio gli amori di Fausto con l'Elena greca; amori, che formano la parte più suscettiva di un concettoso svolgimento poetico nell'antico libercolo. Due volte vi si parla dell'Elena greca: la prima, si racconta come Fausto l'evocasse, innanzi agli attoniti studenti, ragunati per cenare a lira e soldo in casa sua, e come tutti ne rimanessero talmente accesi, da non poter chiudere occhio nella nottata; la seconda, come Fausto ne facesse la propria concubina e l'ingravidasse, con quel che segue.
Esclusa dal primo lavoro del Goethe intorno a Fausto, e rilegata nella seconda parte, quell'avventura, che avrebbe dovuto essere l'essenziale, anzi il fondamento dell'opera, è trasformata in un assurdo (in un _fuori del tempo_, come Vittorio Hugo intitola un suo canto, che differisce ben poco da un _fuori d'opera_;) diventa, come avemmo a dire, episodio inconcludente, senza scopo nell'economia totale dell'opera, senza influsso determinato sulla sua enucleazione. Per amor di brevità mi diffonderò solo sopra un altro esempio oltre a questo.
Dopo la scena della cantina, stomachevolmente sciocca (mi servo de' termini adatti e proprî, e, come diceva il Boleo, _J'appelle chat un chat et Rolet un fripon_), nella scena della cucina stregonica, nauseosamente insulsa; nel bel mezzo d'un oceano di inconcludenza, salutiamo ad un tratto un concetto sublime con più frenesia, che non ingombrò le zucche de' compagni di Cristoforo Colombo, quando poteron gridare _terra, terra!_ o le menti de' compagni del greco Senofonte, quando poteron gridare _mare, mare!_ Fausto è un vecchio, che, per godere il mondo, la vita, da lui trascurati in gioventù fra _carcami di bestie ed ossa di morti, fra' mucchi di libri polverosi e tarlati_, si fa ringiovanire per virtù d'incantesimi. Al lettore s'apre issofatto una ridente prospettiva di poesia, come al nobiluomo svedese, di cui nel _Romito del Cenisio_, si scopre il _sorriso dell'Italica pianura_. Egli tripudia al pensiero di farla finita con le astruserie, di far punto e basta con le conversazioni inconcludenti e di vedersi balzar viva rimpetto un'azione; e gli scappa di bocca, come al pubblico napoletano, quando, alla prima recita del _Carmagnola_, vide, in una delle ultime scene del quinto atto, due femmine sul palcoscenico, un ingenuo: _finalmente!_ Mi par di vederlo, quel dabben lettore, sdraiato sulla poltrona a dondolo, cavarsi di bocca il sigaro, che fin allora avea masticacchiato dispettosamente anzichè fumato; di vederlo trarselo di bocca e scuoter col mignolo la cenere nella sputacchiera e fantasticare fra sè e sè. Ascoltiamolo, quand'anche dovessimo meritarci la taccia d'indiscreti: -- «Oh cattera, ci siamo! diceva ben io: non si può, non può scroccarsi di pianta una riputazion colossale, gigantesca, piramidale, come quella del Goethe! Bravo il mio Goethe! Comincio a comprenderti, t'indovino! Ora, i dubbî di Fausto cesseranno di presentarsi quale puro sfogo declamatorio, anzi si realizzano, si effettivano, si concretano in una situazione. Mo' sì, che Fausto simboleggerà davvero e da senno l'uomo moderno! e questo naturalmente, impremeditatamente, come semplice risultato dell'opera. Falcia, falcia il mio Goethe; qui c'è messe impareggiabile di poesia. Tocchiamo la terra ferma d'un subjetto concreto: gli amori d'un vecchiardo ringiovanito dagl'incantesimi; la senilità sconsolata del pensiero ammogliata alla gioventù corporale; il sozzo necromante, che ammalia e contamina la vergine innocente. Bell'intreccio! il quale mi rappresenta in modo stupendo la cognizione prematura d'ogni cosa, che ci cosperge d'amaro e di disgusto ogni gaudio, ogni momento della vita, spoetizzandoli sempre anticipatamente, non lasciando campo ad alcun inaspettato, ad alcuna lusinga, ad alcuna speranza, ad alcuna illusione, ad alcun errore, escludendo la _dolce e timida asinità giovanile_, come dice lo Heine.... e la felicità di meravigliarsi e stupire. Dura scienza, cognizione fatale, che in ogni voluttà ci lascia provar solo una reminiscenza di quanto sappiamo altri aver provato! Fausto diventa voi, me, noi tutti, stanchi come la Messalina giovenalesca prima d'esser sazi; che dico! prima di aver fatto checchessia, che possa stancarci! pe' quali le passioni, pregustate con la cognizione, non han più soavità; simili all'artista, che per aver troppo minutamente vagheggiate ed ultimate con la fantasia le sue creazioni, allorchè finalmente impugna lo scalpello od abbranca il pennello, è già nauseato dell'opera, non ha più che aggiungerci. Noi aspettiamo impazienti dall'infanzia il promesso destarsi de' sensi nella pubertà; e c'informiamo così minutamente quanto e quale avrà da essere, che, giunto, non ha più la verginità d'impressione, la quale principalmente gli avrebbe attribuita dolcezza, nè può fruttarci se non disinganni. Non facciamo un giuramento d'affetto, senza presentire, presapere, che il violeremo; non desideriamo una donna, senza prevedere, che ci disgusterà. Le passioni hanno perduta ogni spontaneità: ci sentiamo precondannati a far della vita un'esercitazion rettorica, a ricalcare le orme de' predecessori, a rifare e riprovare quanto altri han fatto e provato meglio assai di noi, perchè ingenuamente, senza modelli e maestri. Ed i men persuasi dell'autenticità della Bibbia, rimangon compresi dalla verità d'alcune parole dell'Ecclesiaste: _Quid est quod fuit? ipsum quod futurum est. Quid est quod faciendum est? ipsum quod factum est. Nihil sub sole novum, nec valet quisquam dicere: «Hoc recens est». Iam enim praecessit in saeculis quae fuerunt ante nos._ Magnifica occasione questa, che s'offre al Goethe, di darci perfetta la figura, onde il Renato dello Chateaubriand è abbozzo informe; e di darcela, rinsanguinando le forme mitologiche cristiane. E dal contrasto fra la gioventù e la vecchiezza nel medesimo petto, si ha da svolgere ogni parte della tragedia, e risulterà la catastrofe. Bravo il mio Goethe! evviva! grand'uomo!» --
Piano, ingenuo il mio lettore, non far conti senza l'oste, prego. Non applaudire il Goethe pel pensiero, che tu gli supponi e ch'egli, ahimè! non ebbe. Non condurti come que' buoni Italiani del quarantotto, che stimarono Pio IX riformatore e liberale per certe idee, che al povero Papa non vennero in capo mai. Le leggerezze son brutta cosa; e noi non possediamo, come que' tedeschi, una tal riputazione di serietà, da permetterci di perpetrarne impunemente senza discapito. Il Goethe poteva fare, quel che tu dì', certo: ma non l'ha fatto. Poteva far anche altrimenti, e vo' dirti in che modo, io; come avrebber fatto forse Aristofane d'Atene o qualcuno de' troppo negletti nostri secentisti svolgendo ed incarnando il concetto, espresso nell'ultimo distico della scena dell'incantesimo:
_Quel licor, ch'hai nel corpo, ti fa scorgere_ _Elena greca in qualsivoglia femmina_[23].
[23] _Du siehst, mit diesem Tranke in Leibe,_ _Bald Helenen in jedem Weibe._
Figurati Fausto, il grande, il dottissimo, l'arciscettico Fausto non pure innamorato di _non so che Gentucca_, (giacchè in fatto di volgarità, la Ghita lascia poco o nulla a desiderare) anzi Fausto inteso a venerare qualche decrepita sbilenca meretrice come le colonne di Ercole e del buono e del bello. A che prostituisce la sua scienza impareggiata? a giustificare con sofismi l'error suo. A che degrada la necromanzia e l'ajuto diabolico? ad obbligar cielo e terra a porsi in ginocchio dinanzi a quell'idolo abjettissimo; a soddisfarne i capricci dissennati:
_Un cotal matto intrabescato, in aria,_ _Puffete! e luna e sole ed ogni stella_ _Scoppiar faria, per divertir la bella_[24].
[24] _So ein verliebter Thor verpufft_ _Euch Sonne, Mond und Sterne,_ _Zum Zeitvertreib dem Liebchen in die Luft._