Fame usurpate

Part 15

Chapter 153,469 wordsPublic domain

Appunto come i _Patimenti del giovane Werther_, quantunque in guisa meno apparente, maturarono presso che tutte (o perchè non dissi: tutte?) le opere del Goethe, ed il _Fausto_ anch'esso in capolista. Dell'_Affinità elettiva_ l'Autore diceva: -- «Non v'è rigo, ch'io non abbia _vissuto_; e v'è ficcata dentro più roba, che chicchessia valga ad assimilarsi in una sola lettera». -- Non vi pare di sentire un ciarlatano vantare il suo cerotto? Del _Fausto_ poi dice: -- È qualcosa di affatto incommensurabile. Si rifletta, che la prima parte fu prodotta da uno stato alquanto torbo, oscuro dell'individuo, del subjetto. Appunto questa oscurità adesca gli uomini, che vi si affaccendano volentieri intorno, come a tutti i problemi insolubili.» -- Dire, che l'autore vi si è dato da fare intorno da' diciannove agli ottantadue anni, gli è un dire appunto, che non ha mai saputo trovarne il bandolo. Tante volte l'innamorata, per farci un po' stare a segno con occhio e dita e lingua, è insusurrata dall'arcidiavolo ad incannarci sulle mani qualche matassaccia arruffata di filo, che vuol raggomitolare; e noi, perfidamente, invece di agevolarle il compito, facciamo il possibile per iscompigliar sempre più quel refe, acciò la prossima vicinanza si prolunghi e, nello inchinarsi per isbrigar qualche groppo, la maliziosetta possa portar la fronte quasi fino alle nostre labbra e far come se non si avvedesse del fuggitivo contatto. Fossimo ancora nei beati tempi de' paragoni mitologici, vi direi, il Goethe essersi imbertonato della Melpomene; e, mentre questa gli avea dato a tenere la matassa del mito faustesco, intendendo finalmente ravviarla e dipanarlo, farle quello appunto, ch'i' v'ho detto e che tutti abbiam fatto, ma con qualcosa d'un po' meno stantio della Melpomene. Ripeto, in un tema poetico c'è tutto; ma il tutto è il nulla, l'indifferenza, la neutralità, il caotico. Perchè da un caos risulti un cosmo, è d'uopo che si sviluppino in esso le forze chimiche e le fisiche e le dinamiche e poi la vita organica. Perchè un tema poetico si trasformi in opera d'arte, bisogna che l'autore vi trasfonda lo _spiritus dei_ biblico, il quale noi addimandiamo concetto, come più gli aggrada o comico o sublime, che poco importa. Pienissima libertà nella scelta del concetto, ma, una volta avvenuta questa scelta, ogni libertà sparisce; come già, in un paese benordinato, ci è largo campo a discuter le proposte, che, una volta convertite in leggi, sono da obbedirsi ciecamente senza recalcitrare od obbiettare, gua', sotto pena di far la zuppa nel paniere. Ove il poeta rimanga imparziale fra venti concetti attagliabili al tema, infraddue fra il tragico ed il buffonesco, tirato egualissimamente da _uno ed altro desio_,

_..... sua cura_ _Sè stessa lega sì che fuor non spira._

Il tema, lo stoffo, il mito somiglia que' macigni de' conti di fate, sterili, brulli: Mosè, a spezzarvi su la verga, non ne stillerebbe un gocciol d'acqua; Columella, ad ararli e vangarli e zapparli, non vi farebbe venir su mezzo fil di erba; e tutti gl'ingegnieri del mondo, a sviscerarlo, non ne ricaverebbero un filone di metallo, un catollo di carbon fossile. Pure, basta pronunziar sommessamente la parola magica, e s'aprono di per sè, senz'altro; e dimostrano palagi d'incredibile fasto, in fondo in fondo dei quali, ne' gabinetti ben chiusi, su' letti nascosi da spessi cortinaggi, riposano quelle avvenenti principesse incantate, più belle del sole, simboli delle creazioni immortali di monna poesia. Il Goethe non seppe trovare la parola dell'incantesimo pel _Fausto_ suo: nè questo mi sorprende. Egli non potea rinvenire in fondo al bicchiere la virtù poetica, come vi trovava la sua amabilità nella conversazione, almeno secondo la competentissima Anna Maria Germana, Baronessa di Stael-Olsazia, nata Necker, ch'ebbe a dirgli ad un pranzo di corte: -- «di non poterlo sopportare, se non quando avesse un par di bottiglie di Sciampagna in capo.» --

Prego il lettore di avvertire, ch'io qui apro una parentesi.

Al che l'Eccellenza del consiglier Di-Goethe replicò sotto voce in tedesco (e si noti, che l'autrice del libro _sull'Allemagna_, simile solo in questo al vecchio Tacito, non intendeva sillaba di tedesco): _bisogna dunque che ci siamo ubbriacati le parecchie volte insieme_. Il motto è riferito da lui stesso, se non isbaglio, negli _Annali_ (per quanto eccessiva sia la mia smania d'esattezza nelle citazioni, non m'incomoderò a scartabellare cinque o sei volumi per tale inezia). Io gliel credo ed ammiro: chè, in verità, neppure uno sguattero Italiano oserebbe dire ad una signora impertinenze, in lingua ad essa ignota. Ma nella corte granducale vimariense, questo si stimava un tratto di spirito: tra' ciechi il monocolo è Re. Ecco un fatterello (non oso chiamarlo _aneddoto_, ricavandolo da un libro a stampa) che dimostrerà il buon tono introdotto in quella corte microscopica da Carlo Augusto, granduca, e dal Goethe, favorito. Questi due monelli di quaranta o cinquant'anni, una sera, spengono il lume alla Gochhausen, dama di corte, soprannominata familiarmente Tusnelda (che galateo, chiamar le persone, le signore e sian pure signore da strapazzo, con soprannomi beffardi!) mentre saliva nella sua camera. Essa non ne fa caso, giunge al corridoio e cerca a tentone la porta. Ma che? non trova nè legname, nè toppe: con le mani tocca una parete liscia, continua. Comincia a turbarsi, a perdere il capo; e, sbigottita, vuol correre dalla Granduchessa, che ha serrato l'uscio a chiave e non risponde al picchio. Risale, ritasta le mura: indarno! Ed in quel buio d'una nottata freddissima, ebbe a morire fra il gelo e la paura. Lo spiritoso principe e l'arguto poeta avevan fatto tòrre l'uscio e murar la stanza!

Prego il lettore di avvertire, ch'io qui chiudo la parentesi aperta più sopra.

Dunque il Goethe ha fiutato, annasato, odorato per ogni banda, ma non ha studiato, come sarebbe stato il debito, quel miracoloso tema inciampato; appunto come la Tusnelda, ha toccato ogni cantuccio del muro, senza trovar la porticina per entrare in istanza. Ha fatto a mo' de' viaggiatori economi e prudenti, che, invece di ascendere il Monte Bianco, si contentano di circuirlo e guardarlo da mille punti diversi; come chi per conoscer Napoli non vi mettesse il piede sul lastrico, non vi dimorasse e praticasse, pago a guardarla dal mare e da Capodimonte e da Sammartino e da' Camaldoli e da Posillipo. Secondo che soffiava il vento o che gli ribolliva nell'animo, ha derivato dal mito faustesco il pretesto, l'occasione d'una scena, d'un soliloquio, d'una strofa, in cui, quando liricamente e quando allegoricamente, sfogarsi; e questo ad intervalli di tempo grandissimi, e più che sufficienti a render qualunque uomo, non che il leggerissimo e volubile Goethe, estraneo all'antico Adamo. Poi, di tempo in tempo, quando il materiale così accatastato ammontava a quantità ragguardevole, ci si è messo intorno una e due e tre volte con l'arco della schiena, pretendendo ridurlo ad unità d'animo e di corpo. Conoscete il palazzo così detto delle Finanze o di San Giacomo o de' Ministeri qui nella nostra Napoli, dove furono e sono ammucchiate tante e tante ladronaie? Prima sorgevano in quel luogo molti edifizî pubblici e privati, diversissimi d'epoca e di struttura e fra gli altri una chiesa, un monistero, un ospedale; ed il Borbone Ferdinando I commise all'architetto Stefano Gasse di comporre tutti que' pezzi diversi ad un conglomerato, a _monade_ di palazzo, aggiungendovi il necessario. Che pasticcio ne sia risultato e quanta poca relazione abbia la facciata della fabbrica con la disposizione interna, è inutile il dirlo.

Non sarà però inutile il giustificare quel grecismo _monade_, che pensatamente ho scritto. La legge eufonica è suprema nella lingua Italiana, come la _salus patriae_ nella politica. Dicendo: _un'unità_, formi la più esosa cacofonia del mondo, anche a prescindere dalla monotonia, che in ogni volume un po' astratto, risulta fatalmente dalla sovrabbondanza dei sustantivi in _ità_. Ecco le ragioni buone o cattive, le quali m'inducono a proporre di sostituire al vocabolo _unità_, il vocabolo _monade_, che in greco vuol dire il medesimo; ch'è più armonico, ch'è già naturalizzato ed un po' più legalmente di Giuseppe Lazzaro; che ogni colta persona intende; e che, non appartenendo al linguaggio vulgare, è scevro da ogni amalgama d'idee accessorie, ha l'impassibilità, la neutralità, la spregiudicatezza, che tanto si confà per un termine scientifico e che il povero Geremia Bentham arrabbiava tanto di non trovare quasi mai nella nomenclatura legale ed economica.

Ah queste benedette digressioni! Che dicevo prima della monade e delle Finanze? Mi rammento! Dunque, il Goethe, per comporre a monade i frammenti ponzati in parecchi anni, ha potato ed aggiunto ed ordinato! E qua una zeppa, e là un puntello, più su mastice, più giù colla; e dovunque e soprattutto intonaco e vernice di spirito, di frizzi, d'epigrammi; profusione d'immagini e sentenze ed illecebre! E poi allegoria in buon dato per nascondere le commettiture, perchè la statua, incollata da centomila scheggiuole, figuri scolpita in un ceppo, ed il Giove Olimpico rinacciato a forza d'oro e d'ebano e d'avorio apparisca ricavato da un masso o da una fusione! Non è d'uopo aggiungere, che, s'egli non è riuscito a fare tanto, era però impossibilissimo che chicchessia vi riuscisse. Tutti i ripieghi ed i ripeschi immaginabili e concepibili, sono impotenti, inefficaci a riparare ed anche a dissimulare il peccato originale della mancanza d'un concetto organico! E questo benedetto peccato originale è d'una razza, la quale, in poesia almeno, non si cancella con un risciacquo, con un battesimo

_Heu, nimium faciles qui tristia crimina...._ _Fluminea tolli posse putatis aqua!_

Dicevo: _in poesia almeno_, perchè in patologia, gli idroterapisti sostengono il contrario, e guariscono con docce ed aspersioni e bagnature ogni malore ereditato più o men legittimamente. Di quanto si dice in teologia, mi astengo dal parlare: _haec neque affirmare neque refellere operæ pretium est... famæ rerum standum est_, dirò con Tito Livio _passim_.

Di tal colpa il Goethe s'è reso confesso, ma non pentito nella _Dedica_, uno de' più discreti squarci lirici, che mai prorompessero da petto tedesco. Esso produce sull'animo del lettore lo stesso desolante effetto del _Commiato d'Haydn_; sinfonia, che (dicono) stringa il cuore, quando si ode ammutolire uno strumento dopo l'altro e si veggono uno per volta i sonatori finire la parte, spegnere il lume, ravvoltolare il quaderno ed accommiatarsi. In quelle quattr'ottave, c'è uno strazio da non dirsi del poeta e dell'uomo, che si ravvisa ormai solo e derelitto nel vasto mondo, tra la _folla sconosciuta_, poichè le _anime, alle quali avea cantato i primi, non ascoltano i versi seguenti_; cui ogni _incerto fantasma_ del suo poema è una reminiscenza _de' primi amori ed amicizie: e rinnovella il duolo; cui quanto sparve saldamente appare_. Il poeta stesso non vede in quelle forme se non mera nebbia; e per lui non hanno altra parte di saldo e d'efficace fuorchè l'allusione, la reminiscenza del sentito e del provato in altr'epoca.

Difatti è accaduto il debito: l'opera sua è rimasta un seguito di frammenti senz'altro nesso oltre i nomi de' personaggi; e dico i nomi, perchè vedremo inconsistenti i caratteri. E prima scaltramente l'aveva pubblicata come frammentaria: ed allora stava, che non poteva star meglio, e non obbligava ad applicarle la stregua, con cui misuriamo i lavori poetici, che si presentano con mutria e sussiego, quasi incarnassero dio sa quali concetti profondissimi, altissimi, lunghissimi e larghissimi. Deposta l'idea di trovarceli, ed esaminando il _Fausto_ scena per iscena, parlata per parlata, ciascuno squarcio per sè come cosa indipendente e compiuta, come tanti scapricciamenti dello scrittore; noi troviamo qua e là idillî passabili, non brutti brani lirici, discreti epigrammi. Salvo alcune bizzarrie senz'ombra di senso comune (ce ne ha pur troppo e troppe: frall'altre le scene della strega e della tregenda e soprattutto l'intermezzo delle _Nozze d'oro d'Oberone con Titania_) ogni cosa isolatamente andrebbe benino, si potrebbe tollerare: ma l'accozzaglia violenta di parti malconnesse, di suoni e tinte, che stonano, offende, assorda ed accieca. Ed il ricco ammanto stilistico, buttato su queste brutte conformazioni, sì che non giunge a nasconderle all'esame degli occhi, fa proprio l'effetto d'una preziosa veste sugli omeri d'uno scimmione:

_Humani qualis simulator simius oris,_ _Quem puer arridens pretioso stamine serum_ _Velavit, nudasque nates ac terga reliquit_ _Ludibrium mensis._

Chi poi s'incuriosasse d'appurare, da quali particolari fatti della vita del Goethe risultasse il _Fausto_, si dia la pena di scartabellarne l'autobiografia e qualche biografia; e se non lo stomaca fin dalle prime pagine la fatuità di lui o la prona ammirazione del biografo, non tarderà a ravvisare ad uno ad uno tutti i personaggi della tragedia.

XV. -- _La novella del_ Fausto _ed una romanza di Federico Schiller_.

Questo modo, in cui s'è formato, o meglio (poichè si tratta d'un prodotto inorganico) cristallizzato il _Fausto_ nella mente del Goethe, ci dà l'intelligenza del come egli potesse confondere ed amalgamare due temi eterogenei: una leggenda epica ed una novella. Per lui non è stata mai incombenza seria lo svolgere il mito faustesco: ha pensato solo a prenderne, a derivarne occasioni più o meno propizie, per isfogare i proprî affetti, per esporre ed estrinsecare mille concetti suoi subjettivi, per isghiribizzarsi insomma. Quindi, ha indugiato di preferenza, non già dove ragion comandava, che il subjetto più largamente si esplicasse, anzi dov'egli più si compiaceva. Così l'asino _ricco e quartato_, che non viaggia mica pel minimo scopo, girovagando pel mondo, non si trattiene ne' luoghi, dove potrebbe lavorare od imparare di più, anzi là dove una qualunque momentanea capestreria l'arremori. Quindi si spiega, come l'incidentale sia spesso spesso svolto con accuratezza maggiore dell'essenziale; come un episodio possa acquistar proporzioni da rincantucciare il soggetto primitivo in un angoletto della tela. Quindi si capisce, perchè il Goethe non abbia avuto tanto discernimento critico o tanto istinto produttivo, da scernere i due temi d'indole diversa, affacciati contemporaneamente alla sua fantasia, e, per conseguenza, o da ottare fra' due, come un onorevole eletto in più collegi, o da lavorarli separatamente in due produzioni diverse. E sapete, che ha ottenuto dal congiungere in istrano nodo due composizioni di natura e di caratteri ripugnanti, eh? Il plasmare un mostro letterario, non dissimile da quel mostro teratologico, che furono Rita e Cristina: due testoline da' pensieri distinti, due corpicciattoli di temperamento differente, collegati eteroclitamente per le spine dorsali, i quali avevano alcune vertebre comuni in siffatta guisa, che dava loro ogni podestà, anzi necessità di nuocersi e nessunissima di giovarsi. La prima parte del _Fausto_, così com'è, si suddivide in due; come la luna, ha due emisferi: uno perpetuamente volto alla terra, l'altro eternamente sottratto alla nostra vista. Dal principio alla scena della strega, prevalgono esclusivamente gl'ingredienti leggendarî, dall'incontro della Margherita sino al fine, e' si naviga in piena novella. E, quel ch'è peggio, le due metà non sono organicamente congiunte, anzi arbitrariamente saldate; non vediamo prorompere la novella analitica e psicologica, che è il forte de' moderni, nel bel mezzo dell'ingenuo ed allegorico mondo della leggenda; non acquistar coscienza l'uomo, il quale prima si è creduto aggirato da potenze soprannaturali estrinseche ed ora finalmente riconosce di non aver seguito se non l'indole e le passioni proprie, di avere in sè le sue determinazioni. No, no: il prodotto di quest'unione non è mica la fusione organica de' due generi, come nel centauro la fusione del tipo umano col cavallino, anzi un impasto informe:

_... turpiter atrum_ _Desinet in piscem mulier formosa superne..._ _... donna leggiadra_ _Ne l'aspetto, si strema in atra coda_ _Di sozzo pesce..._

L'aquila che spiccava il volo verso l'Olimpo è impaniata! Una volta arrenato nella novella, per quanto poscia messer Goethe s'arrabattasse e sgobbasse e si sfacchinasse in ben sessantadue anni a sferrare la navicella dello ingegno da quel banco di sabbia, fu indarno.

Ma, come c'è banco e banco, così pure c'è novella e novella; arrenare alle foci del Tevere è una bùzzera: alleviato d'un po' di zavorra, il bastimento si rialza di per sè; incagliare in un banco corallino a mezzo le solitudini del Pacifico, è qualcosa di più serio. Veramente, la novella è siffattamente connaturata, da tenere più o meno del prosaico; essendo solo l'esposizione artistica di un caso, che rompe la monotonia della vita ordinaria e vulgare, e quindi presupponendo la non esistenza d'un mondo poetico, la nessuna poesia dell'epoca e del luogo. Il fatto, da essa registrato, è una oasi, che presuppone il deserto; è la vita organica, che vellica appena la prima buccia dell'immensità inorganica, senza la quale sarebbe un impossibile; è uno sprazzo di luce nella tenebria prosaica. Come se l'universo fosse una di quelle sterminate basiliche, di quelle mostruose cattedrali buje buje nelle ore vespertine, e come se qua e là poche lampade rischiarassero sulle pareti o qualche affresco mezzo obliterato di Ambrogiotto Bondone o qualche bassorilievo mezzo adeguato di Niccolò Pisano. La poesia sparita, almeno agli occhi dello scrittore, dal corpo sociale, dalla vita complessa, si rintana in qualche individuo, in qualche avvenimento.

Le forme artistiche e letterarie possono quasi quasi classificarsi come le malattie. Alcune felicitano l'uman genere solo in certe date epoche, sono _epidemiche_, come il signore o la signora Còlera o Colèra (non so come abbia a dirsi, che, grazie al cielo, fra di noi, non s'è giunti ad appurarne nemmanco il genere e la quantità!) Altre imperversano solo in determinate contrade e sono _locali_; come esempligrazia l'avvenente damigella Pellagra, buona ragazza, che, in Italia, non esce mai di casa sua, della pianura lombarda. Vediamo il tal secolo o la tal gente incapaci, incapacissimi di accozzare un dramma od un'epopea. Impossibile ad un poeta ebreo di combinare un'opera drammatica pur che fosse, ancorchè inferiore alle premiate dall'Accademia Pontaniana. Proverbiale, che il francese _non ha testa epica_, nè la _Franciade_ del Viennet (Potentissimo Sovrano, Gran Commendatore, Gran Maestro e Presidente del Supremo Consiglio della Frammassoneria Scozzese antica ed accettata per la Francia e sue dipendenze) smentisce il proverbio. Ma v'ha pure forme letterarie comuni a tutti i tempi, a tutti i luoghi, a tutti i popoli; che _mutatis mutandis, servatis servandis, ommissis ommittendis_, fioriscon sempre e dovunque. Fra queste, principalissima è la novella, genere tanto facile, da crescere, _sit venia verbo_, spontaneamente, come i fiorellini de' campi inculti, cui la mancanza d'innesto e d'educazione non toglie o riseca gentilezza. Spesso il novelliere non fece se non guardarsi intorno, intinger la penna: _Poi quel che vide ei scrisse_; e, tante volte, dopo che egli si fu scapato ad inventare un bel fatterello, eccolo accader tale e quale e' l'aveva immaginato: cosa da ammattire! Delle cento novelle del Certaldese, chi nol sa? ve n'ha tante, delle quali può provarsi ed un dabben uomo, il Manni, ha difatti prolissamente tentato di provar di molte, co' documenti in mano, la positività storica; ma forse non tutti sanno le più ritrovarsi nelle altre letterature, e non solo nelle coeve, anzi pure nelle antichissime, a cominciar dalla sanscrita: o che il medesimo fatto più volte accadesse, o che gli eventi commettessero un plagio verso la poesia. La credula zoologia d'un tempo ritenne le perle stille di rugiada purissima, raccolte in mare da qualche ostrica: or bene, il mare salso e sterile è questa vita umana; le stille di rugiada son quei rari e brevi eventi, che l'addolciscono; l'ostrica è il povero scrittore; e la perla è la novella, ch'egli forma in sè.

Avrebbe quindi torto marcio, chi si dolesse di non trovare nella Novella l'idealità, che forma lo incanto di altre forme poetiche, putacaso dello Idillio. Ma c'è un più ed un meno; c'è la novella, che quasi raggiunge e tocca la pura atmosfera poetica, e ci ha quella, che riman fitta nella mota; dalla gentilezza squisita di _Paolo e Virginia_ al cinismo ributtante dell'_Angelo Gabriello_ o della _Pastorella_ del nostro Marini, oh! v'è che ire! E sfido, sì davvero, ad accennarmi fra le più oscene, di cui giustamente insuperbisce la Letteratura Italiana, malgrado le ciance di chi pretenderebbe degradar la poesia ad ancella della morale, sfido ad accennarmi una Novella più schifosamente prosaica di quella, in cui immette e si conchiude la prima parte del _Fausto_ del Goethe. Il protagonista seduce la Ghita non tanto con l'affetto, quanto co' doni: pensando quell'anima di fango della ragazza, che tutti _corron dietro all'oro, che dall'oro dipende tutto, che la beltà stessa del povero è inutile e si loda mezzo per compassione_ (scena serale nella cameretta della Ghita). Non basta, che Fausto ricorra ad una ruffiana per trovar modo di affiatarsi con la ganza; per cattivarsi la mezzana, commette una falsa testimonianza, cioè uno di quegli atti abjettissimi, che non possono redimersi, se non col proprio sacrificio per degno scopo, come accade nell'episodio di Olindo e Sofronia. Non basta, che la volgarissima Ghita si conduca da sua pari; bisogna di giunta, che avveleni la mamma; e, quel ch'è più, non intenzionalmente, anzi per isbaglio. Non basta, che Fausto disonori Valentino; è d'uopo che l'uccida, giovandosi slealmente delle arti diaboliche, e due persone contr'una. E poi non solo abbandonerà la druda, anzi l'abbandonerà incinta e nella miseria e senza che si capisca perchè; e la derelitta commetterà un infanticidio e la processeranno e l'impiccheranno... Ahimè, dove siamo cascati! Nella novella giudiziaria; anzi nel fatto diverso di cronaca, per servirmi del gergo giornalistico! E tutto ciò non è nemmanco, ultima speranza, non è nemmanco svolto con l'analisi psicologica severa, accurata; che sola può render tollerabili siffatti personaggi e cotali avvenimenti; che somministra tanta virtù d'ossessione alle figure del romanzo moderno, e, richiedendo imperiosamente i comodi dalla forma narrativa e la prolissità dell'orazione sciolta, esclude in modo assoluto que' fatti e que' caratteri dalla tragedia, anzi forse in genere ed in massima dalla forma drammatica. Dove siamo? fra gente e condizioni, che, nella vita salda, addimanderemmo svergognati e sozzure; e che, trattandosi d'Arte, ci basterà chiamare roba impoetica, perchè deficienti della motivazione ed esplicazione, che possono ancora destare un certo interesse estetico, ancorchè di bassa lega.