Part 12
Nell'atto quarto, quelle nuvole, che furono le vesti dell'Elena, depongono Fausto sur un'alpe rocciosa di Germania, dove Mefistofele il raggiunge con gli stivali di Leombruno. Dopo una discussione geognostica, Fausto dichiara di aver in mente di sottrarre per forza d'argini al mare quanto suolo rimane scoperto nel riflusso. Mefistofele gli consiglia di soccorrere l'Imperatore, che è a mal partito, contro i ribelli; e poi farsene dare l'investitura de' terreni da acquistare sulle acque; ed a quest'oggetto evoca i tre prodi di Davidde, de' quali parla Samuele, libro II, Capitolo XXIII. Segue una serie di scene, nelle quali, attraverso molte rappresentazioni simboliche dello Stato feudale, Fausto ottiene il suo intento; tanto è destino d'ogni tempo e d'ogni luogo, che le bonifiche abbiano per iscopo supremo lo arricchirne i direttori. Il povero critico, ancorchè provvisto di saldi nervi, non sa che debba pensarsi di questo tramenio, e mormora fra sè, come don Mefistofele, quando ricovera sul monte della frotta delle semistreghe:
_Vediamo di sfuggir dal viavai;_ _Nemmanco un pari mio reggervi può_[13].
[13] _Lass uns aus dem Gedraeng'entweichen; Es ist zu toll sogar fuer meinesgleichen._
Riassumiamo brevemente le scene del quint'atto. Fausto ha conquistato sul mare immensi terreni, fecondi pascoli, ma invidia la capannuccia ed i tigli di Filemone e Bauci, che Mefistofele co' suoi tre prodi biblici rovina per obbedire più che il padre non chiedeva; il Talleyrand non aveva ancor detto il suo: _surtout pas de zèle_. Ci si presentano quattro donnacce grige, tre delle quali, (il Difetto, il Debito ed il Bisogno) non possono nulla contro del vecchio peccatore e tiran dritto; ma la quarta ch'è la Cura, entra pel buco della chiave, e lo accieca. Pure, quantunque cieco, Fausto fa lavorare assiduamente ad un canale, che dovrà prosciugare i terreni guadagnati sul mare; e, nel pensiero dell'attività umana, che fiorirà sulle nuove terre da lui create, e che gli sembra il solo scopo degno della vita, prova quella tal pienezza di contento stipulata con Mefistofele, e muore. Mefistofele evoca tutti i demonî intorno alla tomba, appunto come il partito d'azione chiama i suoi intorno all'urna elettorale, per afferrare al varco l'anima del peccatore; _tot circa unum caput tumultuantes deos_, direbbe Seneca morale. Frattanto sopraggiungono una schiera d'angeli; i quali, mentre lo spirito d'abisso insatirito li vagheggia e fa loro proposte scandalosette (reminiscenze del secolo di Pericle e de' collegî gesuiteschi), gli rubano accortamente l'_immortale_ di Fausto, e poi lo lasciano lì come berlicche. E Fausto è ricevuto in cielo dalla madonna, ossia dall'_eterna muliebrità_. A questa scappata, il lettore butta in un canto il volume e conchiude, persuadendosi, che il Goethe la pensasse sull'ufficio del poeta appunto appuntino come il Direttore del Preludio:
_T'ingegna solo d'imbrogliar la gente,_ _Che l'appagarla avvien difficilmente_[14].
[14] _Sucht nur die Menschen zu verwirren,_ _Sie zu befriedigen ist schwer._
Anche a questi enimmi insulsi, benchè inediti ancora, ed agli ammiratori di siffatti indovinelli scipiti dovea sicuramente pensare il Goethe, quando si lamentava degli ammiratori -- «che frantendevano tante sue parole sennate, ed attribuivano un senso a tante dissennate; che il riprendevano, dove aveva ragione, e lo approvavano, dov'era insulso.» -- La senilità della seconda parte è evidente: in essa l'autore ha allegorizzata la propria vita e l'esplicazione della sua mente poetica, dacchè si sciolse dalle condizioni romantiche, che avevano ispirato il _Goffredo di Berlichinga_ ed il _Werther_. -- «Il peccato dell'ambiguità, dell'anfibolia» -- dice Antonio Tari -- «comincia, come ogni peccato, con la spensierataggine; diviene mortale e torreggia, nuova Babelle addirittura, nella seconda parte del _Fausto_ del Goethe; opera, che l'artista intenzionalmente rende enimmatica, e degna d'un Giove (che così lo chiamano) nefelogerete davvero, adunatore di nembi letteralmente ed in senso malo». -- Pare, che agli scrittori tedeschi in genere non sembri cosa vergognosa e peccato imperdonabile il non farsi capire. Il conte di Neuilly, che visse emigrato in Amburgo nel quadriennio MDCCXCV-MDCCXCVIII, dice: -- «Incontravo spesso il Klopstock in casa la Schroeder, sua nipote. Gli parlavo qualche volta de' suoi scritti, della sua _Messiade_; ed un giorno gli dissi, che, quantunque conoscessi bene il tedesco, faticavo molto a comprenderla, che anzi talora non la comprendeva affatto. Si pose a ridere e rispose: _Anche a me avviene il medesimo. Debbo cominciare ogni canto dal principio per capire. Se leggo nel mezzo, non raccapezzo più il senso e son costretto a tornare indietro per afferrare il mio proprio concetto._» -- Suppergiù lo stesso è a dirsi del _Fausto_, che il Goethe stesso ha riconosciuto per un lavoro sconnesso. L'Eckermann gli diceva: -- «In fondo ogni episodio, quasi ogni scena, sta per sè, come un microcosmo. L'uno influisce sull'altro, ma relazione ne han poca fra loro. Al poeta, come nell'_Odissea_ e nel _Gil-Blas_, importa di esprimere un mondo svariato; e s'avvale della favola di un eroe celebre, solo come d'un filo per infilzar quantunque gli aggrada.» -- Rispose il Goethe: -- «Perfettamente! In una tal composizione importa solo che le singole masse sieno grandiose e chiare; mentre come insieme, riman sempre incommensurabile. Ed appunto per ciò, come problema insoluto, adesca gli uomini a nuove osservazioni e ripetute.» --
Noi non intendiamo aggiungere neppur mezza pagina a tutti i commentarî scritti su quest'opera, e che già formano una discreta biblioteca. Quel, che c'importa di avvertire, si è, ch'essa non è se non esternamente agglutinata alla prima, sta per sè (dato e non concesso che stia); non ha acquistato valore per la coscienza del popolo tedesco, non ha data una di quelle figure, che vivono eternamente nella fantasia umana. Le due parti sono due tutti, che si contraddicono. Il vero Fausto, quello poetico e vivo, è il Fausto della prima: e noi di quello precipuamente, per non dire esclusivamente, intendiamo occuparci; così quegli, che esaminasse l'Orlando Furioso, trascurerebbe i cinque canti aggiunti.
IX. -- _L'epopea del Fausto._
Che il mondo sia sgovernato da due principî belligeranti, che, sgarati a vicenda, sono ambo eterni:
_.... deux principes en guerre,_ _Qui, vaincus tour à tour, sont tous deux immortels;_
che sia da considerarsi come una scacchiera, sulla quale Ormuz ed Arimane, il Signore ed il demonio, muovono nojaltri come tanti re, regine, alfieri, cavalli, torri e pedine; è un antichissimo concetto, fondato sull'apparente dualismo fra il bene ed il male, e nel quale stupendamente si può esporre lo strazio disperato dell'umana vita; chè, quantunque abbia già servito a tutti e tanti poeti, non è ancora sfruttato. Nel libro di Giobbe e nel _Paradiso perduto_ di Giovanni Milton (altra riputazione in gran parte usurpata!) è veduto seriamente; è preso invece comicamente in una Ballata di Vittorio Hugo. Essa ballata contiensi nel capolavoro poetico del Besanzonese, nel solo volume, che gli prorompesse veracemente da precordî, in que' virulenti _Castighi_, cumolo d'ingiuste, assurde, ma appassionate invettive e diatribe contro il governo del non mai troppo laudato Due Dicembre, che documentano ad una la somma fantasia poetica dell'autore e la sua mancanza di criterio e dappocaggine politica. Non v'è opera in qualsiasi letteratura, che possa reggere al paragone di quest'alito infiammato: altro che i giambi archilochei; altro che la bile del vecchio Giovenale -- «turgido di urente lava» -- _gonflé de lave ardente_; altro che il Misogallo; o l'incalzante invettivare di Augusto Barbier! Un alemanno maestro di musica ed opuscolista di spirito, chiama i _Castighi_: -- «una colossale sinfonia dell'ira, dell'odio, dell'ironia; in onor della quale occorrerebbe supporre una decima figliuola al vecchio padre Apollo, ed insediare nella Mitologia una decima Musa, col ferro e col fuoco per attributi. Sono la miglior pruova della _mostruosità_ di Luigi Napoleone, dell'esser egli qualcosa di soprannaturale; però che ogni uomo mortale, straordinario e buono,[15] sarebbe stato di necessità moralmente e materialmente annichilito da quest'opera» -- come i tipi della vecchia Toscana dall'acre scherzare di Beppe da Monsummano. -- «L'ho letta e riletta e divorata per ben dieci volte sussecutive, con entusiasmo ed edificazione; le debbo d'aver passate alcune ore impareggiabili, tanto più che l'ebbi presto ravvisata per una mera fantasia dell'autore. Peccato! ma il Napoleone de' _Castighi_, non esiste se non nella mente del poeta. Peccato? anzi, sbaglio, meglio così; ridonda a maggior gloria di Vittorio Hugo l'aver non solo dato forma d'arte al suo objetto, ma l'averlo inventato di pianta. E lo Imperator de' franzesi insuperbisca -- ed aggiunga all'elenco de' benefizî resi all'uman genere -- d'avere, quantunque indirettamente, ringiovanita la vena poetica dell'Hugo, che sarebbe finalmente isterilita a furia di chiacchiere nell'Assemblea.» -- L'autore di questi brani si chiama Giovanni di Buelow; ch'è diventato, più che pe' suoi concerti, celebre, perchè la moglie lo ha piantato lì per andarsene a star col Wagner.
Spregiator del passato Dal presente spregiato.... O musicante, che ci vieni a dire, Che le tue note son dell'avvenire? Che ne sai tu? Via, lascia a' nascituri Il vanto de' spropositi futuri.
[15] Idiotismo Napoletano, del quale chieggo umilmente scusa alla memoria del marchese Puoti. Per chi non ebbe la ventura (o sciagura, secondo ch'e' si giudica) di nascere
In quel corno d'Italia, che s'imborga Di Bari, di Gaeta o di Crotona; Da ove Tronto e Verde in mare sgorga;
non comprendesse il significato e l'efficacia di quell'_e buono_, noto, che _straordinario e buono_ equivale al dire: _per quanto straordinario sia, ancora che sia straordinario_.
L'opuscoletto, pubblicato anonimo in Berlino nel MDCCCLIX, s'intitola: _Critica di Napoleone III, modesto tentativo di operar la cataratta alla Democrazia_.
X. -- _Seconda Digressione._
E quì mi permetterò di sconfinare una seconda volta dal tema.
Nel mondo, qual'è, ciascuno procura di uscir dal branco, di farsi avanti comecchessia, ad ogni costo, ben sapendo di contare per avversarii, congiurati a' suoi danni, tutti gli altri bipedi implumi. Lo Svarto dell'_Adelchi_ è l'uomo, perchè ambiziosi siam tutti di più o men degna ambizione; tutti aspiriamo ad essere de' _parvenus_, a rifarci, a poggiare, a sublimarci. Giulio Cesare ambisce la conquista del mondo, e la Carminella crestaina di portare il cappellino: l'objetto varia in infinito, ma la passione rimane sempre quella stessa. A tutti è innato il desiderio, anzi, il bisogno di sovrastare, di soperchiare e di godere quelle poche soddisfazioni della vita, che sono tanto infinitamente minori di numero alla richiesta. Sappiamo e dal proverbio, e, pur troppo, dall'esperienza: _i cani essere più delle lepri e le trappole più dei topi_; e quindi ciascun s'industria, o con la violenza o con l'astuzia, di sfollare, ritardare, sgarare, superare i competitori. Dovunque è proposto un tozzo di pane a cento affamati, ognun d'essi sarà cordiale e capital nimico de' novantanove rimanenti. Dovunque una corona è in disputa fra dieci pretendenti, ciascun di costoro farà quanto è in lui per sottrarla alla cupidigia degli altri ed imporla al proprio capo. Dovunque c'è una donna per gli amori d'un intero popolo, accadrà, come un poeta fa raccontare ad una certa Filomena essere intravvenuto, quando fu rapita da ladroni ghezzi:
Ma di me sono tutti incaloriti: E mentre ognun mi chiede, ognun mi vuole, Vengon tra loro ad acerbe parole. Da le parole poi vengono ai fatti, E si dànno le sciable per la testa, Sicchè si sono omai quasi disfatti. Un drappello di pochi ancor ne resta, Ma questi pur si batton come matti. Che più? Con sommo mio piacere e festa, Veggo i nemici miei condotti a morte E il ciel ringrazio di sì bella sorte.
Accadrà, insomma una battaglia _omnium in omnes_, di tutti contro tutti, e, quel ch'è peggio, l'infelice correrà il brutto rischio di non venire isforzata da nessuno, quando la cosa avesse a finire come nell'_arcisopratragichissima tragedia, Rutzvanscad il giovane_, dove nella chiusa, il suggeritore emerge dalla buca, col manoscritto sotto il braccio e col lanternino in mano, per dire:
Uditori, m'accorgo, che aspettate, Che nuova della pugna alcun vi porti; Voi l'aspettate invan; son tutti morti.
Ove un ambizioso con parole o con fatti si proponga candidato ad un impero, giurabbacco! dobbiamo tenerci avvisati, _id est_ mezzo salvati. Sarebbe arcadica semplicità l'aspettarsi, che gli scrupoli il distolgano dall'adoperare i mezzi conducenti allo scòpo; e buassaggine pretta il figurarci, che accordandogli dieci o cinquanta, cioè agevolandogli il modo d'ottener tutto, egli debba codardamente contentarsi a smettere dal proseguire il suo ideale. _Chi più ne ha, più ne vorrebbe_: somministrar denaro al biscazziere, non sembra il rimedio più opportuno per guarirlo dalla furia del giuoco; o care le mie fanciulle, ed a voi, che avete un tantin di malizia, io chieggo, se il concedere un baciuzzo all'innamorato, anzichè appagarlo, non serva ad istimolarne più e più le voglie?
Ora quali sono i mezzi per conseguire l'impero?
Studiate un po' di storia, leggete un po' il Machiavelli, datevi intorno un'occhiata, dimenticatevi la rettorica filantropinesca, che ci ammorba, e vedrete quali siano quelli ammessi da' costumi. Ed appunto, perchè ammessi da' _costumi_, il che importa corrispondenti e conformi alla coscienza, a' _bisogni etici_ de' popoli, (che altra origine non hanno i costumi) non possono, sotto pena d'incongruenza, chiamarsi _immorali_. Ma, direte, anche il segretario fiorentino li chiama _vie cattive_; anche secondo lui, le presupposizioni sarebbero contrarie al Bonaparte; -- «Et perchè il riordinare una città al vivere politico presuppone un uomo buono et il diventare per violenza Principe di una repubblica presuppone un uomo cattivo; per questo si troverà, che radissime volte accaggia, che un uomo buono voglia diventar Principe per vie cattive, ancorchè il fine suo fosse buono; et che uno reo divenuto Principe voglia operare bene et che gli caggia nell'animo usare quella autorità bene, che egli ha male acquistata». -- Prima di tutto, l'autore dei _Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio_, qui parla secondo l'uso volgare: ma in politica non ci è veramente nulla di cattivo e di male, tranne ciò, che non serve a raggiungere lo scopo e contraddice apertamente alle consuetudini leali, appunto come nella guerra. E poi, se anche le azioni per le quali il terzo Bonaparte è giunto ad afferrare quel potere, ch'esercita pel bene universale, fossero triste, dovremmo ammirare ed amar di più quel generoso, il quale, pur di giovare agli altri, a' più, avrebbe consentito a macchiar la propria fama e la propria coscienza. Sacrificar la illibatezza propria alla salute pubblica è l'apice della virtù.
Così va studiato quell'ardimento del Due Dicembre, che fondò l'impero francese, forse efimero; ed ha fondato il Regno d'Italia, certamente duraturo. Napoleone avea manifestato chiaro il proposito di continuare la quarta dinastia; la sua candidatura presidenziale fu posta ed interpretata come candidatura imperiale, e la maggioranza de' francesi l'approvò; l'Assemblea nazionale approvò le richieste di denaro e la condotta politica di lui presidente; il colpo di stato s'era udito annunziare e procrastinare più volte che la prima recita del _Fausto_ dal Majeroni; il Thiers gridava: _l'impero è fatto_, ed il popolo applaudiva; l'intero popolo franzese, che avea nominato il presidente, gli fu complice per isgozzar la repubblica. Quanto vien fatto dal capo dello stato libero, è da ritenersi fatto da tutti i cittadini. _Si consentiunt homines plures, ut quidquid fecerit unus aliuquis, vel coetus ex pluribus, id se pro actione unuscujusque ipsorum habituros esse, erit unusquisque actionum quas is homo vel coetus faciet auctor. Neque ergo actionem ullam illorum accusare potest, quin se ipsum accuse:_ dice san Tommaso Hobbes. Ciò posto, come può chiamarsi tradimento, misfatto ed infamia quell'azione? Arretrandosi dal compiere il colpo di Stato, Napoleone avrebbe dato pruova d'essere non mica un galantuomo, veh, anzi il _casto Giuseppe_ del poter supremo, un quissimile del Pietro Morrone dantesco, _che fece per viltade il gran rifiuto_ ed è tanto differente dallo storico. Chiamatelo pure sfinge; dite pure di lui quanto Lorenzo Bellini diceva del bucchero:
Non si direbbe mai, nè quel, ch'egli è, Nè quel, ch'ei fu, nè quel, ch'egli sarà; E molto men quel, ch'ei pensa fra sè, E quel, ch'egli ha pensato e penserà; Nè si direbbe mai quel, ch'egli fè, E quel, ch'ei va facendo e ch'ei farà: Perch'egli è un così stranio oltramontano, Che dio ne guardi ogni fedel cristiano.
Che per questo? In fin de' conti poi l'incomprensibilità può essere in due modi: o per colpa dell'objetto, che non si lasci comprendere, o per colpa del subjetto, che non sappia comprendere: quand'io mi sono spiegato chiaro, chi non capisce, suo danno. È proprio il caso di dire come quel tale, cui s'enumeravano tutte le indegnità del Voltaire, conchiudendo, ch'e' non conosceva neppure l'ortografia: -- «Tanto peggio per Monna Ortografia.» -- «Dicendo Neri di Gino Capponi a Cosmo de' Medici: _Io vorrei, che tu mi dicessi le cose chiare, sì, ch'io le intendessi;_ gli rispose: _Impara il mio linguaggio._» -- Ludovico Domenichi nelle _Facezie_ (Venezia, Muschio, M.D.LXII. Libro III. pag. 184). Allorchè Vittorio Hugo esorta a non pugnalare il terzo imperatore de' franzesi, perchè _le gogne infami han d'uopo talvolta d'esser fregiate da un imperadore_; e, rivolgendosi a' popoli, esclama: _Largo, largo, quest'uomo è segnato. Lasciate passar Caino, è cosa di dio_; che volete? io mi ricordo la iscrizione sotto il ritratto dello Spinosa, premesso alla biografia impastata stranamente di diatribe e panegirico, che ne compilò il buon Padre Gesuita Giovanni Colero. Dice: _Benedictus de Spinosa, Amstelodamensis, Gentis et professionis Judaeus, postea cetui Cristianorum se adiungens, primi systematis inter Atheos subtiliores Architectus, tandem, ut Atheorum nostrae aetatis Princeps, Hagae Comitum infelicem vitam clausit, characterem reprobationis in vultu gerens._ E l'Hegel, se non erro, sclamava press'a poco in tal forma: -- «Concedo. Sì! Porta quel carattere in volto, ma è segno di riprovazione attiva e non già passiva. Lui Spinoza, degno d'esser canonizzato almen quanto Tommaso d'Aquino per la vita immacolata e per que' miracoli delle sue scritture, dall'alto della sua mente riprova ogni menzogna, ogni iniquità; ed i reprobi, siete voi, RR. PP. e chi tiene della vostra, o parteggia per voi.» --
Ma v'ha più. I cataclismi politici non derivano la ragion d'essere da' capricci o dalle passioni individuali di questo o quello ambizioso, checchè paja. Anzi hanno una maggiore e più remota necessità storica, la quale si manifesta negl'individui, ne' loro capricci e nelle loro passioni: _est deus in nobis_. A rimutare il governo di un popolo storico, non basta che ad un presso ch'io non dissi ne spunti in capo il pio desiderio. Grazie al cielo, le leggi dell'enucleazione civile sono fatali; e non possono venir contorte, falsate, impedite, arremorate, no, dalle pazzie d'un capoameno, dalle malvagità d'un farabutto, o dalle castronerie inique e da' misfatti buffoneschi d'un coso, che sia, come la tela del Negrotto, ordita di coglione e ripiena di baron con l'effe. Napoleone III, nel crearsi autocrata dei franzesi, adempiva una gran missione, incarnava un sogno popolare, soddisfaceva un bisogno sentitissimo; basta considerar le grandi conseguenze, delle quali è già stato fecondo quell'atto, e restringendomi a citarne una: l'_Unificazione d'Italia_, per benedirlo ed allelujarlo e chiamarlo: santo, santo, santo!
Del resto, e' si sa, _notus lippis et tonsoribus_, che a fare un'opera benefica e di fiorita carità, conviene avere il cuore vieppiù duro e lapideo, che per non farla. Dicono spietato Napoleone, perchè macellò pochi facinorosi, e, fors'anche, per intimidire, alquanti non facinorosi. Ma se, con un animo di più molli tempre, avesse aborrito da ogni omicidio, quali carneficine, quali sciagure non avrebbero in breve flagellata la Francia ed il mondo, quando le parecchie sette monarchiche e le infinite più o men repubblicane, famose queste per la dappocaggine e perversità dei capi, si sarebbero disputata la signoria al suo uscir d'ufficio? Taccio di nojaltri Italiani, che forse ora saremmo ridotti allo stato di mandra; e della Siria, dove ogni anno si rinnoverebbero le solite stragi; e del Messico, che non avrebbe la prospettiva felice di diventare una Monarchia autonoma e senza pronunciamenti e senza guerre civili in permanenza. Taccio di Parigi e Lilla e Marsiglia e tante altre città micidiali, rese ormai saluberrime. Che importa, a petto a questi risultati, il sangue di qualche demagogo, di qualche monello, di qualche femminetta o di qualche frustamattone? Ah, se il due-dicembre è un misfatto, sarebbe capace di far rinnegare il culto della virtù ad Aristide in persona! Renda, chi può, frequenti questi benefici delitti; e noi, se pur siamo uomini e non pecore matte o donnicciuole isteriche, adoriamoli, esaltiamoli e proseguiamone gli autori d'immensa riconoscenza e pertinace[16].
[16] Io scriveva così nel M.DCCC.LXV; undici anni fa. Ora l'impero francese è crollato; e delle creazioni di Napoleone avanza solo il Regno d'Italia, che durerà, ne vivo certo, malgrado i pericoli, che corre, affidato in mani indegne, incapaci e malsicure; soffrendo della vergogna e della jattura presente, confido nello avvenire. Avrei potuto sopprimere questo squarcio o rimutarlo; non ho voluto. L'ammirazione, la devozione, la riconoscenza, la reverenza, che sentivo allora per Napoleone, sono divenute forse anche maggiori, per la pietà della gran tragedia in cui cadde e sparve.
Questa scappata semipolitica m'è sembrata buona ad intercalarsi, acciò la lode d'una poesia antinapoleonica non si scambiasse per sintomo d'antibonapartismo.
XI. -- _Una ballata di Vittorio Hugo ed il_ prologo in cielo.
Nella ballata, che accennavamo, il vecchio neodemagogo (il quale non può ormai più vantarsi;
_.... fidèle au sang qu'ont versé dans sa veine_ _Son père, vieux soldat, sa mère, vendéenne),_
finge e suppone, che domineddio segga al tavoliere col diavolo, giuocandosi a carte, secondo il solito, l'uman genere odiosissimo ad entrambi. Ma quel giorno facevano proprio messe meschine: l'uno giocava un abatucolo sparutello, il Mastai; l'altro un monelluccio di un principotto squattrinato, il Bonaparte. Dio padre li lasciò vincere al diavolo, dicendogli: -- «Togli su, già non saprai farne checchessia.» -- «La sbagli!» -- esclamò quegli; e, sghignazzando, li trasformò in un papasso ed un imperiere. Poniamo da banda la falsità intrinseca de' giudizî, così sputati intorno a due ottimi; badiamo solo al merito letterario della invenzione, dando e non concedendo, che sian giusti e veri. Certo, non venne mai con più fiele ed argutezza derisa, da alcun altro empio, l'apparente imprevidenza della cosiddetta Provvidenza, che fa strabiliare gli uomini _paucae fidei_, tanto poco è la sapienza con la quale par loro, che regga il mondo, e per isbizzarrirsi:
_..... torca alla religione_ _Tal, che fu nato a cingersi la spada,_ _Facendo Re di tal ch'è da sermone._