Part 11
Noi dunque considereremo il _Fausto_ in sè, pura e semplicemente come lavoro d'Arte; ci brigheremo solo d'investigarne il concetto poetico e d'esaminare in che modo sia stato incarnato. Ma, prima d'inoltrarci in questo esame, lasciatemi dire un'altra cosa. Ci ha de' valentuomini, i quali stimano di aver emesso un grande oracolo, e d'aver confutata anticipatamente ogni objezione critica, con lo sclamare che -- «Fausto rappresenta l'uomo, l'umanità.» -- (Lascio il vocabolo, perchè, sebben loro l'adoperino barbaramente nel senso di _uman genere_, qui può rimanere come astratto di uomo). Quasi ciò conferisse un nuovo ed unico pregio al poema, oppure il sottraesse alla competenza della stregua comune! Lodi siffatte manifestano soltanto il poco valore, ch'è da attribuirsi ad ogni lode di chi le spiffera. Il rappresentare l'uomo e l'umanità in un'opera d'arte, non è mica effetto d'una risoluzione, d'un subjettivo proponimento ed arbitrario dell'Artista; anzi è conseguenza necessaria, è per così dire la riprova della produzione del Bello. Non che apparir dote speciale, privilegio esclusivo del tale o tal altro personaggio poetico, ci si rivela qualità essenziale, costitutiva, _sine qua non_ d'ognun d'essi, e sfido a disotterrarmene uno qualsiasi, che ne ostenti deficienza. L'uomo artistico (e quindi il poetico, ch'è un particolare determinarsi di quello), comunque caratterizzato, il _Consalvo_ di Giacomo Leopardi, il _Jacopo Ortis_ di Ugo Foscolo, il _Filippo_ di Vittorio Alfieri, il _Sardanapalo lombardo_ di Giuseppe Parini, il _Renzo Tramaglini_ di Alessandro Manzoni, l'_Esule di Parga_ di Giovanni Berchet, il _Gingillino_ di Giuseppe Giusti, _tutti tutti_ insomma (per esprimermi quanto più complessivamente posso, come il Goethe nell'indicare gl'innumerevoli cantori del coro finale della tregenda classica. E poi Salvator Rosa se la prendeva col Librettista, che indicava per iscena il _porto d'Aulide con mille navi_!....) Che stavo dicendo? Mi son distratto ed ho perduto il filo. Ah sì! Tutti gli uomini poetici, appunto perchè mi raffigurano ciascuno un dato uomo idealizzato al vivo, appunto per questo mi danno l'immagine dell'uomo assoluto; e le avventure loro, giusto perchè così idealizzati, mi simboleggiano la storia dell'Uman genere e le sorti dell'Universo.
Difatti cos'è il Bello? Dice un proverbio: _Non è bello quel, ch'è bello, ma quel, che piace_; e questo proverbio significa solo, che il concetto del Bello varia come ogni concetto, da subjetto a subjetto; o per meglio dire, che varia il giudizio concreto, nei casi determinati. Un Universale, un Archètipo qualunque, non si effettiva immediatamente in nessun dato punto spaziale e temporale, in nessun luogo e momento determinato, non esaurisce il proprio contenuto in alcun individuo, anzi soltanto nella serie e nella successione, nel numero infinito e nell'operosità degli esseri, in cui si estrinseca. Esempligrazia, nel caso nostro, di quanti uomini furono e sono e saranno, nessuno è l'_Uomo_, ancorchè, anzi perchè l'Uomo è in tutti i passati, i presenti, i futuri. Ma, se l'effettività estrinseca degli Universali è incompiuta in qualsiasi luogo ed in qualsivoglia momento, essa però si compie (e può solo afferrarsi compiuta) dal pensiero, il quale sorvola e sovrasta al mar delle cose ed abbraccia più, che non vede, ed epiloga ed assomma le serie e le successioni. Sicchè, invece di una effettività, ne abbiamo due; o meglio, abbiamo due guise, due modi d'effettività: una (objettiva) nel mondo delle cose, nell'eterno ed universo avvicendarsi loro tumultuoso, nel _mare dell'essere_; l'altra (subjettiva) nella mente capace e cogitante; la vita e la filosofia; oppure, volendo prendere un paragone materiale, il carbone pesante, rozzo, sporco ed il carbonio fluido, aura pura, ma instabile ed artifiziale prodotto dalla scienza chimica. A queste due forme d'effettivazione è da farsi arrota d'una terza, che, proseguendo nella similitudine, compareremo al diamante. Carbone, Carbonio, Diamante, sono la cosa stessa, sono tre forme di un medesimo corpo primo: una la trovo in natura ad ogni passo; l'altra devi ricavarla con istudio dalla prima; la terza ti abbaglia col suo splendore ed è naturale come la prima ed è pura come la seconda. La mente umana praticamente è sperimentalista, procede dall'immediato al mediato, dal mero fatto all'idea pura, _nihil in intellectu quod non prius in sensu_; è quindi di tutta necessità, che gli Universali, gli Archetipi, prima ch'essa li comprenda assolutamente mediante il pensiero, le appariscano mediatamente ossia percettibilmente:
_.... Così parlar conviensi al nostro ingegno,_ _Però che solo da sensato apprende_ _Ciò, che fa poscia d'intelletto degno...._ _.... Nostre apprensiva da esser verace_ _Tragge intenzione, e dentro a noi la spiega..._
Al nostro ingegno, alla nostra apprensiva sembra la tale singola esistenza determinata, (esempligrazia, un uomo, il tal di tale,) rispondere in modo assoluto al proprio concetto; e quindi in essa esistenza incarnarsi perfettamente dapprima un Universale, (nel caso nostro l'Idea Uomo,) e mediatamente l'Universalissimo, l'Idea assoluta, che è presente nella serie degli Universali, appunto come ciascun Universale è presente ne' singoli individui del suo ciclo. La mente umana, _che sempre al suo fin sale, non vede cosa mortale_ nell'objetto vagheggiato,
_..... Non pure intende al bel, ch'agli occhi piace,_ _Ma, perchè è troppo debole e fallace,_ _Trascende in ver la forma universale;_ _.... che all'uom saggio quel, che muore,_ _Porger quiete non può...._
Questa sembianza è allucinazione, in quanto che nessun Universale, e quindi _a fortiori_ molto meno l'Universalissimo, può esaurire la propria epifania in qualsivoglia essere singolare e determinato, per quanto ricca se ne supponga la personalità; ma (non essendo gli Universali e l'Universalissimo arzigogoli meri, vuote intellezioni, anzi veramente effettivi negli esseri determinati, quantunque non in ciascun d'essi), la è un'allucinazione esatta (come dice spiritosamente il Taine della percezione esterna), una sembianza gravida di contenuto. Quest'allucinazione, questa sembianza è ciò, che addimandiamo il Bello; ossia l'Universale, l'Archetipo in forma d'apparenza limitata; ossia, nel caso nostro, un individuo umano, un carattere, che riassuma in sè tutte le parti umane, tutto _l'uomo_, sicchè nulla apparisca nel personaggio, che non sia espressione dell'Umanità; e questa non contenga parte alcuna, che non s'incarni nel personaggio -- «Il Bello è il prodursi d'un singolo sensibile, che in ogni sua parte sia espressione d'una Idea» -- dice il Tari. Nè questa è scoperta moderna; e suppergiù così la pensavano anche i nostri maggiori, sebbene formolassero diversamente il concetto. O che altro significano i versi del Marino, co' quali spiega l'amore?
L'anima, nata infra l'eterne forme, Et avvezza a quel bel, che a sè la chiama, De la beltà celeste in terra l'orme Cerca; e ciò che l'alletta e segue e brama. E quando oggetto a' suoi pensier conforme Trova, vi corre ardentemente e l'ama.
La forma eterna è il tipo, è l'idea; e quanto noi crediamo conforme a questo tipo, a questa idea, chiamiamo appunto bello.
VIII. -- _Triplice contenuto._
Dopo la più superficiale disamina, salta agli occhi del leggitore, il _Fausto_ del Goethe esser quasi una fiala, in cui si racchiudono liquidi di peso specifico diverso, come a dire mercurio, acqua ed olio, i quali formano tre strati varî per colore e per natura; e quasi uno di que' piatti indiavolati, che t'imbandiscono nelle tavole rotonde là di Germania, e ne' quali sono accatastate vivande eterogenee: lesso, rape e pere cotte; oppure _sarcraut_ (che in volgar nostro diremmo: cavolo fracido), sommommoli di carne e pezzuoli d'aringhe fritte. Nel _Fausto_, ravvisiamo: un'epopea, che ha l'_alter ego_ del sommommolo, una novellina, che mi rappresenta l'aringa, ed una leggenda, che dee collegarle e tener le veci del sarcraut.
Due potenze sovrannaturali e sovrumane, il Bene assoluto ed il Male assoluto, che il Goethe personifica in domineddio e Mefistofele, si disputano l'egemonia cosmica; e, facendo del destino degli uomini l'oggetto delle scommesse loro, si trastullano con un'anima umana, debole, impotente a reagire; _enimvero dii nos homines quasi pilas habent_. Eppoi, quando il diavolo, non senza stento, è giunto a guadagnarla, il Padr'Eterno trova modo di trafugargli, di truffargli, _de lui escamoter_ la sudata ricompensa, l'anima del peccatore, abusando della propria prepotenza e della natura bestiale del demonio; il quale, tutto inteso (da quel satiro, ch'egli è) a vagheggiare i begli angiolètti ed a far loro proposte invereconde, greche, troppo tardi s'accorge di doversene rimanere col danno e con le beffe. Questa è l'epopea contenuta nel _Fausto_.
Un giovane incontra in chiesa una cara ragazza; trova modo di avvicinarla con l'ajuto d'una ruffiana; le attossica la mamma con lo sbagliare la dose d'oppio, che doveva, addormentandola, assicurarli da ogni sorpresa; le ammazza il fratello in una rissa; e, dopo averla ingravidata, l'abbandona. La derelitta, sperando nascondere quell'accidente, commette un infanticidio; è processata e condannata nel capo; e, quando l'amante pentito viene per rapirla dal carcere, sfinita da' rimorsi e da' dolori, nonchè da una grossa febbraccia comatosa accompagnata da delirio, non ha forze da seguirlo e gli basisce fra le braccia. Questa è la novella inclusa nel _Fausto_.
La leggenda è alquanto più complicata. Un vecchio dottoraccio scettico si volge alla magia, evoca il demonio e stringe seco un patto, col quale gli dà l'anima, purchè esso non solo gli serva umilmente, anzi giunga pure a procacciargli un momento di quella piena felicità, che Farfarello, malgrado la minaccia di Malambruno d'appiccarlo per la coda ad una trave, asseverava non essere ned in poter suo, ned in quel di Belzebù _con tutta la Giudecca e tutte le Bolge_ di accordargli. Il demonio il fa ringiovanire da una fatucchiera; e poi, standogli sempre a' panni, il sospinge di peccato in peccato, sicchè non gli debba sfuggire, quand'anche non ottenga la pattuita felicità:
_.... E, ancorchè al diavol non si fosse dato,_ _Pur sempre egli dovria finir dannato_[9].
[9] _Fausto._ _Parte I. Soliloquio di Mefistofele:_
_.... Und hætte er sich auch nicht dem Teufel uebergeben_ _Er muesste doch zu Grunde gehen!_
Così lo ajuta nel suo amorazzo per la Ghita ed il conduce alla tregenda delle streghe. Morta la sedotta, pare colma la misura e che lo spirito d'abisso si porti via l'anima del negromante. Questa, in poche parole, la leggenda contenuta nella prima parte del _Fausto_: dell'ulteriore svolgimento compreso nella seconda parte crediamo di dover dare una più minuta e particolareggiata analisi. Saremmo lieti di poterne agevolar l'intelligenza generale a' lettori; ma l'intelligenza letterale, veh! chè ci asterremo dall'investigare il senso o meglio i sensi remoti ed allegorici delle infinite stravaganze e (diciamola com'è) insulsaggini, che contiene, Messer Goethe in persona conveniva, cotesto guazzabuglio -- «dover dar non poco da fare anche ad una buona testa, che voglia rendersi padrone di quanto v'è _insecrato_.» -- Ma perchè, ma che bisogno c'era di nasconder così ciò, ch'egli voleva manifestare? Chi, come il Rossetti, ha creduto, tutti i poeti del dugento e dei primi del trecento esser criptoghibellini ed adoperare un gergo convenzionale, (per mezzo del quale, fingendo parlar d'una cosa, parlavano d'un'altra, e così riuscivano a tener fra loro non interrotta comunicazione) almen giustificano (sebben male) la infelice ipotesi, con la paura, della quale asseriscono i ghibellini invasati allora. Ma il Goethe che motivo aveva di nascondere le sue idee geologiche, etnografiche e simili? Non era il caso di pensare col Bernia, che:
Le cose belle, e preziose e care, Saporite, soavi e delicate, Scoperte in man non si debbon portare, Perchè da i porci non siano imbrattate. Da la natura si vuole imparare, Che ha le sue frutta e le sue cose, armate Di spine e reste ed ossa e buccia e scorza, Contra la violenza et a la forza Del ciel, degli animali e degli uccelli; Et ha nascosto sotto terra l'oro E le gioje e le perle e gli altri belli Secreti agli uomin, perchè costin loro: E son ben smemorati e pazzi quelli, Che, fuor portando palese il tesoro, Par, che chiamino i ladri e gli assassini E 'l diavol, che li spogli e li rovini.
Si tratta qui d'un puro capriccio, anzi d'una beffa fatta al lettore. Ma noi non ci lasceremo beffare. Noi conveniamo con la massima modestia di sentirci inettissimi a sciogliere indovinelli e sciarade. Nè ci duole il convenirne, saldamente convinti, malgrado l'esempio di quel Cleobulo, che fu pure uno de' sette savi della Grecia, nonchè dell'avvenente sua figliuola Cleobulina (dico avvenente per l'abito preso di far sempre complimenti alle signore: ma chi sa che pezzo di tanghera la sarà stata!... ) Cosa dicevamo? Si parlava di enigmi. Dunque, io son convinto appieno, che l'occuparsi tanto a proporne quanto a sciôrne sia da inetti. L'unico enigma, che valga i pensieri d'una mente virile, è il cuore della donna: tutti tentiamo d'interpretarlo, ma... ma... tante volte si fa un bel fiasco, sicchè... torniamo alla seconda parte del _Fausto_, torniamo.
Nel primo atto, Ariele (reminiscenza della _Tempesta_ shakespeariana) esorta sull'alba un coro di spiriti ad indur pace col canto nell'animo esagitato del dormiente Fausto, a discacciarne il rimorso, poichè essi compatiscono l'uomo della sventura, senza indagare se sia santo o malvagio. Il sorgere del sole prenunziato da enorme frastuono, li fa scappare. E Fausto si riscuote rinfrancato, come la terra dalla frescura notturna, capace ancora di godere e di operare; e risolve di proseguire ormai l'ideale, non già nella vuota astrattezza della cognizione scientifica, (oh Margherita, tu ed i tuoi dolori eravate dunque astrattezze!) anzi nell'immagine variopinta, che ne dà la vita, appunto come fruisce quella luce, ch'ei nel sole non può fissare, nell'immagine dell'iride rifratta dalla catadupa. La scena si tramuta nella Reggia imperiale, dove il Guardasigilli ed i Ministri della Guerra, delle Finanze e di Casa Reale si lagnan tutti, che le cose vadan proprio male assai. L'Imperante chiede consiglio a Mefistofele, che ora occupa _ad interim_ il posto di buffone palatino, e promette di procacciar denaro mediante le virtù della natura e dello spirito. Il bisogno persuade a lasciarlo fare, malgrado gli scrupoli del Guardasigilli, il quale (come buon Ministro del culto) opina, che -- «non si abbia a parlare a cristiani di natura e di spirito; discorsi pericolosissimi, pe' quali si abbruciano gli atei. La natura esser peccato, lo spirito demonio; generare insieme il dubbio. Difesa e sostegno dell'impero essere i santi ed i cavalieri, i quali poi si godono per salario la chiesa e lo stato.» -- Segue uno strano ed interminabile sfilar di maschere (peggio d'una rassegna di candidati alla deputazione,) che recitano parti allegoriche: Araldi, Giardiniere, Libbie fruttifere, Serti di spighe, Serti fantastici, Mazzolini fantastici, Bocciuoli di rose, Madre e figlia, Pescatori ed Uccellatori, Spaccalegna, Pulcinella, Parasito, Ubbriachi, Satirici, Grazie, Parche, Virtù teologali, Zoilo-Tersite, il Garzoncello auriga, eccetera, eccetera: la sola enumerazione procaccia il capogiro. Quindi troviamo Fausto, ch'è stato l'ordinatore della festa, in giardino con l'imperiere, cui Mefistofele ha fatto firmare inconsciamente durante la mascherata un decreto per l'emissione di banconote, ipotecate su' tesori sotterranei delle terre imperiali: il popolo n'è contento, come pure il Sella di colà, che vede finalmente denaro in cassa. Fausto trascina Mefistofele in una galleria oscura e gli chiede il mezzo di mantenere una promessa fatta all'imperante, cioè di evocare Elena e Paride. Ma Mefistofele non può servirlo; i gentili hanno un inferno a loro, che non dipende dal demonio cristiano. O chi volesse trarne alcuno per poco? Un modo c'è: rapire il tripode rovente od incandescente, che sia, alle _Madri_. Queste le son dee: -- «ignote a' mortali, mal volentieri conosciute dagl'immortali; che hanno un trono sublime nella solitudine fuori e tempo e spazio. Non c'è via: si va per l'invalicato invalicando, all'impregato impregando. Le son visibili al chiarore d'un tripode arroventato: quale sta, quale va, quale siede, secondo ch'e' si dà. Veggono solo schime.» -- Armato d'una chiave magica, Fausto sprofonda per tentar la impresa. Mefistofele frattanto, come un tempo il Lass alla corte del Reggente, è assediato da una torma di dame e cortigiani, che vogliono filtri e cosmetici, segreti per innamorare e ricette per ismacchiar la carnagione, eccetera. Finalmente comincia lo spettacolo innanzi alla corte assembrata. Fausto evoca Paride, ammirato dalle spettatrici, biasimato dagli spettatori; e poi l'Elena, che gli astanti maschi trovan divina e la platea femminile brutta e sgualdrina. E, come, fra gli uomini politici il furfante di tre cotte, lo affarista, il mestatore suol ripetere fastidiosamente con più grossa voce o maggior enfasi: _onestà, onestà!_ così le più.... c'intendiamo neh? fanno le più schifiltose. Mefistofele riconosce bella sì la spartana, ma la non gli va a fagiuolo. Fausto invece se ne innamora e non sa più frenarsi; e, checchè gli gridi Mefistofele, ingelositosi delle carezze, che si fan le due ombre, tocca il fantasma: segue un'esplosione, gli spiriti sfumano, Fausto cade come corpo morto e Mefistofele, saltando fuori dal buco del suggeritore, dove s'era rimpiattato, perchè _i suggerimenti son l'eloquenza del diavolo_, sel carica sugli omeri ed il trafuga frammezzo il tumulto, che ha luogo in corte, e che pure non agguaglia a lunga pezza la confusione ingenerata da tante fantasmagorie nella mente del lettore; il quale, chiudendo il libro con una amara cefalalgia, sclama (appunto come Mefistofele all'udire le sconnessioni delle bestiacce nella cucina magica):
_Quasi quasi anche a me gira la testa_[10].
[10] _Nun fängt mir an fast selbst der Kopf zu schwanken._
Nel secondo atto, il pasticcio aumenta. Ci ritroviamo nell'antico studiòlo di Fausto. Questi giace esanime sul letto; e Mefistofele, indossatone il pelliccione dottorale, conversa prima con gl'insetti, tarme e pidocchi, che vi si annidano, poi col domestico, poi con quell'ingenuo studente della prima parte, trasformato ora in un fichtiano, che sragiona a meraviglia sull'Io e sul Non-io, ed è villanissimo, perchè _in tedesco si mentisce, quando si è cortesi_. Finalmente il diavolo visita il Wagner nel laboratorio, ove questo dotto giunge a comporre l'Omuncolo chimicamente: così si sopprimerà il modo indecente di generar gli uomini, che prima era stato in uso: _Lucina sine concubitu_. (Non so quanto la scoperta piacerà alla Ghite ed alle Elene, le quali invece vorrebbero _concubitus sine Lucina_ e sogliono rivolgere questa preghiera alla Madonna: -- «Vergine Santissima, che concepisti senza peccare, facci peccare senza concepire!») L'Omuncolo, appena nato nella sua fiala, si mostra sconoscente come un figliuolo fatto col metodo ordinario o come Napoleone, secondo Casimiro Della Vigna: _Fils de la liberté, tu rénias ta mère!_ Di primo acchito pianta lì suo padre per guidare Mefistofele (che vi si lascia indurre per curiosità di conoscere le streghe tessale) e Fausto (che nel suo letargo sogna della Leda col cigno, genitori dell'Elena) alla tregenda classica ne' campi di Farsaglia, cioè alla riunione di tutte le figure mitologiche antiche, tranne i numi propriamente detti. La tregenda classica è ciò, che noi di Napoli s'addimanderebbe _mesca francesca_. C'è un pò di tutto: Grifoni filologi: sfingi, che propongono indovinelli, ma che non sanno dar conto dell'Elena, perchè le ultime di loro furono ammazzate da Ercole; formiconni colossali; Sirene; il Peneo e le sue Ninfe; Chirone, sul cui dosso siede Fausto e che il porta dalla Manto, la quale promette di assisterlo nel rintracciar la sua donna; un Tremuoto, che, dopo aver brontolato, parla ed alza una montagna; Lamie ed Empuse, che aggirano Mefistofele; Anassagora e Talete, che discutono sull'origine plutonica o nettunica del mondo; le tre Graje, che prestano la forma d'una di loro a Mefisto; il trionfo della Galatea, della quale innamoratosi l'Omuncolo, muore, rotta la fiala nel cozzo con la conchiglia del carro di lei, eccetera, eccetera. Il povero lettore rimane trasognato; e gli è forza di sclamare, come quel povero studente, quando Mefistofele in maschera di Fausto l'ingarbuglia:
_... Ascolto tanta roba strabiliando_ _Quasi in capo un mulin mi stia girando_[11].
[11] _Mir Vird non alle dem so dumm, Als ging mir ein Muehlrad im Kopf herum._
Nel terzo atto eccoci riportati un due o tre mila anni indietro; e questo non ci sorprenda, perchè: -- «la donna mitologica è una cosa _sui generis_; il poeta ve la presenta quando gli accomoda; non diventa mai maggiorenne, non invecchia; anzi sempre appetitosa di forma, è rapita giovinetta e corteggiata ancora nell'età provetta.» -- Deh, quante nostre donne fan di tutto per dimostrarsi mitologiche! L'Elena, rimpatriata col coro delle ancelle, torna in casa di Menelao, incaricata da questo di preparare un sacrifizio: vi trova Mefistofele sotto il vel corporeo d'una Graja, che fa da governante; la vecchia e le giovani si motteggiano e si rimpolpettano a vicenda, finchè si scuopre, le vittime destinate al sacrifizio dal Re essere appunto la Regina e le Coretidi. Allora a queste cadon le braccia e l'orgoglio; e, per salvarsi, le consentono a seguire la Graja da Fausto, il quale, con una schiera di compagni, s'è accastellato sur un monte ed ha reso tributaria la Grecia. Fausto (romanticismo) sposa la Elena (la poesia classica); le fa smettere i metri antichi e le insegna a parlare in rima; sconfigge Menelao, spartendo la Grecia a' suoi tedeschi; e si ritira con la bella in certe grotte, dove generano Euforione (Lord Byron); che, volendo volare come Icaro, cade al suolo inanimato. L'Elena abbraccia Fausto; il corporeo di lei svanisce; e le vestimenta, trasformandosi in nuvole, rapiscono l'amante nell'alto. Tralascio un maremagno d'episodiuzzi. Il povero lettore che dispera raccapezzarsi in questo guazzabuglio, è costretto a sclamare, come Mefistofele all'udire la tavola pitagorica della strega:
_Pur ch'egli oda parlar, l'uom creder suole_ _Che un senso includer debban le parole_[12].
[12] _Gewoehnlich glaubt der Mensch, wenn er nur Worte hoert,_ _Es muesse sich dabei doch auch was denken lassen._
Versi, che sono semplice generalizzamento di que' due bellissimi del Voltaire su Federigo II di Prussia, detto dagli adulatori Magno:
Il me dit: _Je vous aime;_ et je crus, comme un sot, Qu'il était quelqu' idée attachée a ce mot.