Part 10
Dall'importanza particolare, cui può pretendere il _Fausto_ nella storia letteraria d'Allemagna, prescinderemo affatto. Tra perchè non aggiunge ned un ette ned un acca al suo merito intrinseco; e perchè l'occuparcene renderebbe necessaria (parlando io ad un pubblico Italiano, il quale non è punto obbligato a conoscere le letterature forestiere ed esercita largamente questo dritto all'ignoranza) renderebbe necessaria una bagattella: l'analisi e l'esame dell'intera operosità poetica tedesca; lavoro, che non può farsi incidentalmente e di sbieco, anzi pretenderebbe, che uno vi si dedicasse di proposito e vi consacrasse più volumi. Ci vogliamo accingere ad esaminar l'opera del Goethe, dimenticando le condizioni psicologiche speciali dell'autore e le vicende, che gliela ispirarono, dimenticando lo ambiente, in cui fu prodotta, e dal quale fu suggerita, dimenticando quanto, col render ragione de' difetti di un componimento, c'induce spesso a non avvertirli od a scusarli, quando li avvertiamo. Che importa a noi, i quali non siamo tedeschi (la dio mercè,) che la condizion d'animo del signor Goethe ed anche lo stato della coltura in Lamagna vengano perfettamente rappresentate nel _Fausto_? Ci ha solo a premere, che il poema, il quale a nostra insaputa rappresenta tutta questa roba, sia un'opera d'Arte perfetta, finita, piena.
Ci esonereremo altresì dallo indagare il concetto filosofico dell'autore; nè punto nè poco incaricandoci di quanto egli può aver _voluto dire_ o _voluto fare_. Investigheremo solo solo quanto egli ha detto o fatto artisticamente. Uno de' mille Hoffmann, che hanno costretto a gemere i torchi, fa parlar così un dipintore: -- «Mi dorrebbe per Lei, s'ella arzigogolasse qualche allegorìa per appiccicarla al mio quadro. Le pitture allegoriche son roba da fiacchi e dappochi; e le mie non debbon _significare_, anzi _essere_.» -- Da lunga pezza gli oracoli sono screditati in Italia ed imparammo, che la sibillinità è indizio e sintomo di spensierataggine, di vacuità. Ridiamo, leggendo la scusa, che il cavalier Marino fa de' suoi versi lascivi:
Ombreggia il ver Parnaso e non rivela Gli alti misteri ai semplici profàni; Ma, con mentita scorza, asconde e cela (Quasi in rozzo Silen) celesti arcani. Però dal vel, che tesse or la mia tela In molli versi e favolosi e vani, Questo senso verace altri raccoglia: «Smoderato piacer termina in doglia».
Ridiamo de' poeti del Medio Evo, i quali -- «così, com'è solito farsi col bambino, che, mostrandogli l'abbicì, si disgusta, e, se gli dite di provarsi a ritrovarlo, dov'è nascosto, si fa subito a ricercare; similmente, le verità morali, che, dichiarate semplicemente, avrebbero disgustato, ingegnavansi con grande artifizio di ricoprire, acciocchè forse la meraviglia della scoperta fosse stata di stimolo a riguardare.» -- E ridiamo anche di Francesco Palermo, che trova ammirabile questo stratagemma. Ridiamo di Giulio Mosen, che (in riga d'encomio) definisce il _Fausto_: -- «il lavoro più misterioso, che mai venisse scritto.» -- Ridiamo del Varnhagen d'Ense, che chiamava sordi e ciechi i contemporanei, i quali non si lasciavan commuovere dalla favola, secondo lui, grandiosa del _Fausto_; e trovava non esser Dante in nessun luogo più grande e potente del Goethe in fine della parte seconda, perchè «l'autore, con vanni cristiani vi s'innalza al di sopra della rozza fede ecclesiastica ad una considerazione serena del mondo e dell'esistenza, la quale veramente in un certo senso sconfina dal cristianesimo; ma questo appunto è il bello, che il cristianesimo stesso c'impenni l'ali per oltrepassarne le barriere.» -- Cosa importa, che il Goethe profetizzi nuove religioni, se ci vogliono i commenti per accorgersene e se non fa balzare il cuor nostro? Venga pure, in tal caso, la sua tragedia venerata dagli addetti della nuova fede, ma non proposta a noi per trovare un godimento estetico nel leggerla. Venga paragonata non alla _Commedia_ dantesca, anzi a' discorsi delle sorelle Cràtere e Pellopida, delle quali narra Celio Malespini, che: -- «ogni intelletto più sottile sarebbe rimasto conculcato da loro, poi che quasi tutte le parole, che loro uscivano di bocca (quando volevano però uscire dalle generalità del favellare) erano così oscure e fosche, che molti pochi le intendevano». -- Il Manzoni rispondeva ad un chiarissimo (senza esser omo,) il quale s'occupava a scrivacchiar non so che zibaldone in difesa degl'_Inni sacri_: -- «Si contenti, ch'io non dica nulla sul passo, dov'ella incontra difficoltà, giacchè le parole hanno a dire da sè, a prima giunta, quel, che voglion dire; e quelle, che hanno bisogno d'interpretazione, non la meritano». -- Non nego, che il dirizzone presente, esemplificando una volta più l'oraziano
_... Multa renascentur quae iam cecidere, cadentque_ _Quae nunc sunt in honore....._
rifàccia della critica un Edipo, inteso ad interpretare le sciarade proposte dalla sfinge Poesia. La moda odierna pretende dagli scrittori profondi concetti morali, religiosi, scientifici, filosofici e presso ch'io non dissi, e si scervella ad affibbiarne loro degli strampalati. Ed in questo ha torto marcio: Arte e Scienza sono cose diverse, delle quali ciascuna ha una ragion d'essere tutta sua propria e distintissima: l'amalgamarle capricciosamente nuoce ad entrambe e non giova ad alcuna. L'impareggiata profondità delle indagini di Giambattista Vico non ne campa dall'oblio le liriche; le quali spesso rinchiudono un pensiero dotto ed arguto, ma non mai un pensiero, che commova gli affetti, ecciti la fantasia. La Commedia dantesca è poema majuscolo non perchè, anzi quantunque allegorico, filosofico, teologico ed il trentamila. La vita e l'importanza vien conferita a' lavori d'Arte dal concetto estetico, che incarnano; dal problema artistico o tecnico, che risolvono; essenzialmente diverso nelle diverse arti, giacchè il problema pittorico, che un pittore risolve con un quadro, il problema scultorio, che l'intagliatore risolve con una statua, ed il poetico, che un poeta risolve con un'opera letteraria, non han proprio nulla di patentemente comune: basti notare, che le arti del disegno e la musica si rivolgono principalmente e direttamente al senso ed alla fantasia solo mediatamente per mezzo del senso; mentre la poesia si dirige alla mente, e sol per mezzo della fantasia (nè sempre) eccita il senso. Il problema artistico, tecnico, lo scopo letterario, (che il poeta può prefiggersi a suo talento, che l'autore può liberamente scegliere, sebbene pure non ne abbia sempre piena coscienzia o non ne valuti tutta l'importanza, quando, scrivendo per qualche tendenza morale, religiosa, politica, bada solo allo scopo pratico o civile del suo lavoro,) è la sola cosa, che ci de' premere.
Il concetto filosofico, (o per dirla più sulla generale: scientifico) non può se non rade volte esser chiaramente veduto e liberamente voluto dallo artista; non è concesso all'arbitrio ed alla potestà sua; ned egli può farne libera elezione: essendo esso un risultato necessario del primo, il quale non può non implicarlo, non determinarlo virtualmente. E questo diverrà chiaro e lampante al più ottuso cerebro, per poco, ch'e' degni riflettere, l'ecumenico manifestarsi nel singolare solo mediante il particolare; l'estetica non istar da sè, anzi fare parte d'un sistema enciclopedico; e quel bello, che essa rintracciando va, esser semplicemente una parvenza dell'assoluto, dell'universalissimo. Quindi suppergiù, senza grandi stiracchiature, in quel modo stesso, che con ogni religione o sistema si riesce a dare una spiegazione più o men plausibile del cosmo, in qualunque opera d'arte, ch'è un microcosmo, può trovarsi incarnato, (senza grandi stiracchiature, ripeto,) qualsivoglia concetto filosofico, e vi si può appiccicare un'allegoria.
V. -- _Tre esempli._
Valga ad esemplificare quanto ragionammo il mito di Prometeo, plasmator d'uomini e vittima de' numi. In questa, ch'è tra le più sublimi sue creazioni poetiche, la Grecia, implicita ed inconsciamente rappresentò la propria sorte e la propria missione artistica, di conferire forma ideale compiuta (e quindi umana) alle divine forze e creatrici della natura; adempiuta la qual missione, dovea fatalmente perire, come ormai supervacanea: e difatti cadde, vittima del cristianesimo e preda de' barbari, appunto come Prometeo fu trastullo di Giove e pascolo degli avoltoi. Certo, il popol greco, (non essendo, come
_..... Il calavrese abate Giovacchino_ _Di spirito profetico dotato...._)
fu lontanissimo dal pensare a tanta roba nel comporre istintivamente il bel mito; e lontanissimo dal pensarvi fu l'Eschilo eleusino, che il concretò in forma d'Arte. Ma esso concetto balza naturalmente fuori da quel sentito idealizzamento di tutta la vita e di tutto il pensiero greco antico. Ed a noi garba ed accomoda vedere in esso il valore storico, il pregio maggiore del capolavoro. Siffatto valore, siffatto pregio non poteva scorgerlo, nè chi lo scriveva, ned il popolo, per cui fu scritto; poteva essergli attribuito sol dopo il volger di secoli, dopo avvenimenti posteriori.
I critici moderni hanno arzigogolato tutta questa roba; ed ormai chiunque legge Eschilo s'è avvezzo ad andarvela cercando.
Angelo Cammillo De Meis (del quale per ora, _more solito_, ignoriamo finanche l'esistenza; ed al _cui cener freddo_ un futuro Natoli _farà_ certo _l'onor divino_ di battezzare dal suo nome un qualche liceo del Chietino od il futuro ginnasio di Bucchanico) il De Meis paragona l'Uomo e l'Universo, questi due contrarî identici, alla divina Commedia; eccone il raffronto riassunto: -- «L'uomo è in uno macrocosmo e microcosmo. E non per questo due esseri agglutinati; anzi un essere solo, graduato in sè, e fatto, come l'universo dantesco, di tre mondi: lo inferno è il corpo, il purgatorio è l'anima, il paradiso è il pensiero e l'intelletto. Il corpo, ch'egli tiene dal vegetabile, è un vegetabile, naturale, materiale; e perciò ci è il mio corpo ed il tuo corpo, come ci è questo vegetabile e quello, l'uno fuori dell'altro. L'anima, ch'egli ha dal bruto, è un'animale, ed è parte materiale e parte immateriale, ma sempre naturale; epperò ci è la tua e la mia, come ci è questo e quello animale. Il pensiero ch'egli ha da dio, è dio infinito in persona _et homo et caro factus est_. Il corpo è il primo estremo, l'inferno, il basso fondo dell'universo, in cui l'una bolgia dal pozzo di Lucifero al limbo dei bambini e de' granduomini è fuori dell'altra. L'anima è fra gli estremi, il purgatorio:
_.... Ove l'umano spirito si purga_ _E di salire al ciel divenga degno..._
E come il dantesco purgatorio, che di scaglione in iscaglione arriva al terrestre paradiso, l'animale d'anima in anima giunge fino all'umana, che lo amore e la scienza spogliano a poco a poco della brutalità. Ma, se siamo molti corpi e molte anime, non siamo se non un pensiero, un solo infinito iddio, ed è ben questo il Paradiso. Quando Dante, ossia l'uomo non ancora battezzato, poeta in compagnia degli amati poeti, del buon Virgilio e del gentile Stazio, _oh dolce guida e cara_, saliva il faticoso purgatorio, quasi non era se non un animale. Quando poi la misteriosa visione gli apparve ed ei nel mistico grifone intravide _il suo aspetto stesso_, e si presentì, e conobbe ormai vicino il cielo. E quando all'antica Lia, sogno, ombra, figura, succedette la vera Matilde e l'ebbe immerso nelle pure onde del sacro Lete, ei dimenticò la pigra carne. Dopo quel salutare, ma esterno lavacro, aspirò solo alla vita eterna, alla vera infinita felicità del paradiso. E quando a Rachele antica si sostituì la nuova Beatrice, che lo manodusse al cielo; ed egli, ancora aggravato di anima e di natura, corse sulle facili ali della umana scienza per le celesti sfere, ei non era per questo ancora beato. Ma quando, giunto al vero empireo, ad un tratto si trovò allato san Bernardo; quando in lui all'umano succedette il divino ineffabile amore ed alla scienza umana delle cose divine la scienza divina, che penetrò il suo pensiero; e la grazia efficace scese nel suo cuore e lo sbrutì del tutto; ed il suo pensiero, naturale ancora e men che umano, fu fatto davvero umano; allora l'ombra ed il mistero sparve, il simbolo si disciolse e si confuse col vero, ed ei conobbe, che le superne sfere dell'intelletto erano tutte l'una nell'altra, e tutte erano una sfera, un Empireo, un Paradiso; e vide Beatrice, ormai non più quella, assisa nell'alto seggio, e affisa in dio, e tutta trasfigurata e indiata; e sè conobbe indiato in lei, e fu felice ed immortale». -- Evidentemente il De-Meis non pretende affatto, e sarebbe affatto indegno di lui il pretendere, che Dante premeditasse di simboleggiare nella Commedia un sistema filosofico, il quale, presupponendo tutta l'enucleazione della filosofia moderna, era impossibile a que' tempi. Anzi vuol dire, che il concetto poetico dell'Allighieri, che quella personalità umana, la quale, a poco a poco deponendo ad una ad una tutte le passioni, le qualità, le parti materiali e brutali, si assottiglia, si rarefà, o (se vi piace) s'innalza a personalità divina, implica di necessità, sebben certo inconsciamente, il medesimo concetto filosofico ch'egli De Meis espone disdacalicamente in veste contemporanea. E vedete, cos'accade. Il poema di Dante è tutto, come la sua _Vita Nuova_, un'allegoria: ma questa allegoria, essendo stata miracolosamente incarnata in un capolavoro, veramente indovinato, noi possiamo all'allegoria dantesca, che secondo la nostra filosofia moderna sarebbe insulsa, sostituirne un'altra, informata alla filosofia nostra; in quel modo appunto, che, al sistema tolomaico, il quale non ci appagava più, sostituimmo il copernicano spiegando anche meglio col secondo tutti que' fenomeni, che il giorno prima spiegavamo benissimo col primo.
Un ultimo esempio, che mostri viemmeglio quanto poco sia da considerarsi il concetto scientifico, che il poeta si pensa d'infondere subjettivamente nell'opera sua e quanto poco abbia che fare con quel, che di necessità risulta dal poetico, (anzi come spesso il contraddica alla recisa, come spesso l'autore _tendenzioso_ faccia un'opera di _tendenza_ affatto contraria a quella, che lo ispirava,) cel somministrerà Alessandro Manzoni. Che il nipote di figlia dello incredulo Beccaria ci creda daddovero, non è da negarsi; un ateista sclamerebbe con Orazio:
_.... Durum: sed levius fit patientia_ _Quidquid corrigere est nefas;...._
o col Tasso, che, nel _Torrismondo_, male imita questo luogo:
_Duro: ma sofferir conviensi in terra_ _Ciò, che necessità comanda e sforza._
Ch'egli abbia la pia intenzione di glorificare la dottrina e la morale cristiana, sarebbe chiaro da mille e mille squarci del suo racconto, quand'anche non ne fossimo informati pienamente altronde. Eppure! chi non vede, la potente rappresentazione, che individua così bene _quel secolo_ e _questo paese_; la simpatia per la manifestazione storica, pe' costumi ed i caratteri e le istituzioni di un dato tempo; essere appunto salda e recisa negazione implicita del cristianesimo? Perchè il cristianesimo ha un ideale fisso ed immobile; pretenderebbe gettare e rimodellare tutti gli uomini in uno stampo; vorrebbe il semplice senza il molteplice; intenderebbe sopprimere tutte le varietà individuali, tutto il rigoglio della vita particolare, sottoponendo tutte le coscienze ad una regola, ad una disciplina, costringendo tutti i mortali alla imitazione dell'uomodio, esemplare di ogni virtù; onde il Goethe, ateo dichiarato, il chiamava irreverentemente _un furto, perpetrato a danno dell'uman genere, in quanto spennacchiava tutti gli uccelli, per comporre un più ricco penname all'uccello di paradiso_. Quella critica manzoniana così arguta e derisoria, quella gentile ironia così insinuante, rispettano invero la tradizione ed il domma religioso; professano anzi altamente di rispettarli: ma questo rispetto, sendo affatto arbitrario, dipendendo solo dal capriccio subjettivo dell'autore e non già dall'intimo organismo della sua scienza, non trova eco nel lettore. Altro è dire _io son cristiano_ e celebrare ad ogni istante il cristianesimo; ed altro esser cristiano davvero, naturalmente, senza sforzo, cristiano e credente sempre in ogni punto, su d'ogni quistione. E spesso sotto la pelle agnina del Manzoni picchiapetto, vedi apparire il pelame lupigno dello incredulo antico.
Per esempio, quando l'autore de' _Promessi Sposi_ s'interrompe al meglio, nel descrivere il Vicario di provvisione, rannicchiato nel suo più sicuro e riposto nascondiglio, per dire: -- «Del resto, quel, che facesse, così appuntino non si può sapere, giacchè egli era solo; e la storia è costretta a indovinare. Fortuna, che la c'è avvezza!» -- chi generalizza, chi legge pensando, va subito con la mente alle tante cose, delle quali gli uomini non hanno nessuna sperienza o testimonianza autorevole, e che quindi _sono avvezzi ad indovinare_. E difatti il Manzoni, rimasto scettico dal tetto in giù, è di quelli, che poi voglion mostrare di creder tutto dai coppi in su. Ma l'uomo non può dimezzarsi; ed un tantino dello scetticismo primitivo ed organico trapela sempre sulla fede assunta e la contamina e la vizia e la neutralizza.
VI. -- _Ulteriori conseguenze._
Aggiungerò, che lo scrittore, pel quale le finzioni poetiche non posseggono vita propria e spontanea, il quale vede in esse solo de' portavoci de' suoi concetti, delle sue elucubrazioni scientifiche; il quale subordina il mito all'epimitio, la favola al _fabula docet_; non potrà creare capilavori. O, se vi spiacciono le affermazioni assolute, dirò con maggiore esattezza, che difficilmente potrà crearne. Le sue immagini, i suoi personaggi non acquisteranno mai e poi mai (od almeno rarissimamente ed arcidifficilissimamente) effettività objettiva; vedremo sempre il filo, udremo sempre lo stridere degl'ingegni, che muovono que' burattini. Lo scrittore, rimasto freddo, incommosso, sarà ridotto ad accozzare, a comporre delle _moralità_ (per dirla con l'antico termine tecnico francese) cioè delle azioni di persone allegoriche e simboliche, che durano nella vuota generalità del simbolismo e dell'allegoria, senza acquistare la ricchezza ed il contenuto poetico della vita individuale. E lo scrittore, deve fatalmente rimaner freddo ed incommosso, perchè di scaldarci e commuoverci la fantasia è dato solo al sensibile determinato; perchè da una impressione naturale solo può prendere le mosse la genesi d'un fantasma. Ripugna alla natura della fantasia umana il partire invece da un concetto astratto per determinarlo, circoscriverlo, concretarlo, individuarlo; questo concetto, dove prenderebbe l'elemento sensibile, che gli è indispensabile per essere poetico; ed indispensabile tanto, che la scienza del bello si chiama scienza del sensibile per eccellenza, _estetica_? Partendo all'opposto da una impressione naturale, io posso aggiungervi con la mente l'elemento ideale, e, depurandola dalla scoria prosaica e volgare, sollevarla a fantasma, ad immagine. Così fa tutto giorno la nostra immaginativa, così han sempre fatto le fantasie de' poeti e degli artisti.
Pel solo Dante questa regola non vale in tutto. Dante solo, ch'io mi sappia, forma un'eccezione: ma era Dante. A lui solo è riuscito di dar tanta vita ad una personificazione, ad una mera allegoria, che la gente han potuto credere e perfidiano a credere, doversi assolutamente trattare di una persona salda, effettivamente vissuta. Onde, trovando qualche incerta testimonianza, che in que' tempi ha probabilmente mangiato, bevuto, vestito panni e fatto qualcos'altro in Firenze una pettegola, il cui nome si avvicina a quello, gravido di significato, evidentemente allegorico, della Beatrice beata dello Allighieri, s'han fitto in capo, che le sian tutt'una cosa! mentre dalla Bice Portinari (se tant'è, che ci sia mai stata) alla Beatrice dantesca, ci corre quanto dalle stellucce di pasta zafferanata alle stelle vivide e sfolgoranti del cielo. Nè le moralità, di cui parlava, cesseranno di esser tali, perchè le _dramatis personae_ invece di chiamarsi Amicizia, Ideale, Gioventù, s'addimanderanno, come nel primo dramma arrandellatamente versificato da Federigo Schiller: Marchese di Posa, Regina Isabella ed Infante Don Carlo. Non si sopperisce alla vacuità interna d'un carattere generico, imponendogli un vuoto nome e particolare; nè si nasconde la grettezza d'un concetto impoetico con l'orpello del _color locale_ e con l'ammucchiare facile erudizione ed indigesta. Il vero color locale (sia qui detto di volo) è nella riproduzione de' caratteri storici e non già nella pittura degli accessorî. Nella parte seconda del _Fausto_, c'è la scena di mezzanotte, in cui l'autore, stanco alla fine di scavizzolare de' nomi proprî per ammantellar figure allegoriche, ne manda finalmente fuori quattro coi loro nomi generici: Difetto, Debito, Cura e Bisogno. Io ne lo encomio, come lodo il calvo di non rimpiattar la zucca pelata sotto i ricciolini ipocriti di una parrucca. Meglio trovarsi fra tali freddure, che quando alla freddura si aggiunge l'inintelligibile e bisogna scaparsi per afferrare un occulto senso ed arcano, ed intender Giorgio Byron sotto Euforione, la Poesia sotto il Garzone Auriga, e nell'Omuncolo l'amor innato pel bello, il quale preluce all'uomo nel ricercare i Regni della fantasia. Nell'Allegorico lo scrittore rimane superiore a' personaggi, ch'egli evoca, e che non acquistano ragion propria, autonomia; egli può scherzare con essi senz'altra norma fuori del proprio capriccio; e questa è posizione favorevole solo all'umore. C'è stato, chi ha detto invece, l'Allegoria contraddistinguere e caratterizzar la vera poesia, che si sforza di raggiungere la nobiltà ed il sublime e può conseguir l'intento solo attribuendo un senso generale allo individuale. Qui si tratta d'un equivoco. Non è da negarsi il valore tipico, generico, anzi ecumenico d'ogni opera d'Arte; ne riparleremo subito. Ma cosa ci ha che fare questa condizione _sine qua non_ del lavoro artistico, indipendente da ogni volontà dello autore, con le allegorie, ch'egli arbitrariamente costruisce, fantastica, almanacca, arzigogola?
VII. -- _Fausto è l'uomo._