Part 9
La gente colta in Italia da lunga pezza era informata, che un certo Gian Lupo (Volfango, alla tedesca) di Goethe, nato in Francoforte sul Meno l'anno millesettecentoquarantanove e poi consigliere intimo dell'altezza serenissima del Granduca di Vimaria, avea dato alla luce una favola drammatica intitolata: _Fausto, tragedia_; e composta da una dedica, un preludio sul teatro, un prologo in cielo e due parti, delle quali la prima non è divisa in atti e la seconda ne comprende cinque. Ma, possedendone solo volgarizzamenti monchi, poco divulgati ed affatto illeggibili, l'inclito pubblico nostro, (avvezzo alla pecoraggine, alla inerzia intellettuale, a giurare _in verba magistri_ dalle istituzioni, che ha più care e più venera, non che dalla educazione,) faceva atto di fede in chi pretende sapere, ammirando universalmente l'ignoto poema, come l'ultimo sforzo d'ogni virtù poetica e nominandolo con cieca reverenza. E gran tempo, ch'io mi sono accorto di codesto pregiudizio, ma fin qui non ho curato di contraddirvi. La cosa mi pareva più buffa, che dannosa. L'opinione irragionata (si badi: per ora dico _irragionata_, non _irragionevole_) dell'eccellenza d'un objetto ignoto non ha, nè può avere importanza pratica. In che varrebbe a pervertire il nostro buon gusto in fatto di arti belle (supposto che ne avessimo) lo stimare capilavori architettonici que' due Teocalli di Teotihuacan, il Tonatiuh-Ytzaqual (casa del Sole) ed il Meztli-Ytzaqual (casa della Luna,) che gl'Italiani non conoscono neppur dipinti? Lo incognito s'immagina analogo al cognito: ce li figureremmo sul fare de' templi antichi. O forse che il proclamare pel _non plus ultra_ della musica l'armonia pitagorica delle sfere, che l'orecchio umano non ode, come assordato dal frastuono stesso, ci renderebbe disadatti a ben giudicare degli accordi di Giuseppe Verdi e d'altri, accordi ancora percepibili?
La faccenda muterebbe aspetto, se una vergata magica trasportasse domattina nel bel mezzo di Roma o nel centro di Napoli que' due monumenti messicani; o se posdomani s'inventasse qualche cornetto acustico, col quale distinguere i suoni delle sette corde di quella gran lira, ch'è l'universo. Ed ora, che il Fausto, ripetutamente tradotto (in prosa, la prima parte da Giovita Scalvini e la seconda da Giuseppe Gazzino; ed in versi da Federigo Persico, Anselmo Guerrieri, Andrea Maffei); recitato ed applaudito nei nostri teatri, sicchè può dirsene con lo Stazio: _Itala iam studio discit memoratque inventus_; diventa per noi qualcosa più d'un gran nome: l'opinione, che il pubblico se ne forma, può aver conseguenze giovevoli o perniciose. Un giudizio, un parere sulla benchè menoma opera d'arte, sul più umile degli scritterelli o degli scrittorelli, implica necessariamente, quantunque spesso inconsciamente, un criterio, cioè niente meno che tutto un sistema estetico e quindi filosofico.
Ho detto: _l'opinione, che il pubblico se ne forma_; e non già _l'impressione, che ne riceve_. Distinguiamo, prego. Scappo in teatro per divertirmi: purchè lo spettacolo mi fornisca quel solletico desiderato, ho raggiunto lo scopo, ed il come non m'importa; o si ripeta dalla maestria del poeta o dalla valentia del macchinista, è tutt'una per me. Ho riso? son disarmato! Ho dimenticato per poco il fascio delle mie cure, il peso delle mie catene? benedetto lo imbrattacarte!
Sclamava un classicista furibondo: -- «Drammi francesi!... Poh! che beccheria! S'ammazzan nel prim'atto, nel secondo, E nel terzo e nel quarto e tira via!» -- -- «Aggiungi» -- lo interruppi -- «se ti pare, Che il pubblico s'ammazza per entrare». --
Così dice spiritosamente Luciano Montaspro; ma non dice, che han ragione tanto il suo classicista quanto il pubblico: quegli non trovando ne' drammi francesi ciò, che cercava: l'arte squisita; questo, trovandovi invece quanto bramava: un surrogato delle tauromachie e de' ludi gladiatori, soli spettacoli, che veramente piacer possano alle plebi. Spesso le più insulse produzioni ci valgono di passare un pajo d'orette piacevolmente: mi parrebbe pedanteria il rinunziare allo svago col pretesto, che l'opra non incarna degnamente il concetto dell'Arte. Santo diavolo! cosa c'entrano con l'Arte il dramma, che mi rassegno a subire per ammazzare una serata, ed il romanzuccio, che leggicchio in viaggio o prima di spegnere il lume a letto? Cavatone quel momentaneo sollazzo, _più di lor non si ragiona_. Hanno la vita efimera del giornale e senza avvenire, senza dimane.
Se non che l'impressione poi dev'esser frenata dal turbare la serenità del nostro giudizio, quando un lavoro affaccia pretese artistiche: premiare con applausi lo spasso datoci dalla tal rappresentazione non implica punto l'attribuirle merito intrinseco. Piacevole e bello non si registrano mica quali sinonimi: ed il nostro buon pubblico pratica stupendamente questa distinzione, quando, con le palme rosse ancora de' battimani, continua a stimar l'autore un ridicolo e sentenzia, che il dramma è una minchioneria. È opportuno il premettere questi ricordi, acciò non s'interpreti il biasimo d'un capolavoro alla tedesca, esempligrazia del _Fausto_ del Goethe, per biasimo implicito o di chi s'è scomodato a tradurlo, o di chi s'è dispendiato a rappresentarlo, o di chi s'è indolenzito le mani ad applaudirlo; anzi dobbiamo riconoscenza a chiunque, rinserrando un nuovo objetto nella cerchia delle nostre nozioni, ci sforza a nuova attività mentale. Molto meno stimo poi da riprendersi chi l'ha potato e raffazzonato, con non maggior licenza di quella, che s'adopera tutto giorno nella buona Germania, dove pure viene stimato un miracolo; di quella, che l'autore in persona adoperò, quando volle rendere rappresentabile il suo bel parto: rinunzieremo quest'ufficio agli stradotti critici Icchese, Ipsilon e Zeta, che ne ciarlano con tanto sicura prosopopea, senza trovarsi in grado di leggerlo.
In quanto alle traduzioni, che ho ricordate, poche parole. Ho udito decantar per ottima e bellissima quella del Guerrieri. Non so. Non m'è riuscito di procacciarmela. Ben può essere, ma non oserei affermarla tale sulla fede altrui, sul plauso de' giornali, perchè so lodarsi in Italia ogni cosaccia, ed il merito d'ogni lavoro esser generalmente da presupporsi in ragione inversa del plauso immediatamente riscosso. Fu detto di Ludovico XIV, che, se avesse voluto, i cortigiani suoi lo avrebbero adorato. Non c'è imbrattacarte nostro, il quale non si trovi nelle stesse condizioni e non voglia essere e non venga adorato.
La versione del Persico fu pubblicata in Napoli nel M.DCCC.LXI. Nessuno vi ha badato. Chi ci colpa? L'epoca della stampa? Allora in verità c'era altro da fare, che badare a versi d'un Persico qualunque. Il muro chinese, che tuttora separa intellettualmente il Mezzogiorno d'Italia dal Settentrione e dal resto del mondo; e per cui le produzioni napoletane rimangon sempre oscure e depresse? Ogni napoletano, che ha fatto gemere i torchi senza emerger dalla oscurità, se la piglia con questo preteso muro chinese! O l'esserle mancato il plauso della setta, la quale, poichè il Persico s'imbrancò nelle sue file, ne leva al cielo ogni quisquilia e gli ha così fatto un certo nome? O finalmente il poco valore dell'opera? Scelga il lettore fra le quattro ipotesi. Vo' solo avvertirlo, che il Persico traduce il _Fausto_ in versi sciolti, togliendogli così quel carattere lirico, o meglio, melodrammatico, spiccatissimo nell'originale; ch'e' fa di _violento_ un trissillabo; ch'e' non rende spesso il testo e che spesso 'l frantende. Per esempio, nelle prime pagine, _un soffio magico, che tempestoso circonda uno stuolo_ di fantasmi, si trasforma in _aure scosse da' celesti vanni_. Gli amici del Goethe, _frodati di amene ore dal destino_, divengono pel Persico
_... i cari, che ingannò il giocondo_ _Fugace istante,...._
Lo impresario del Goethe vorrebbe, che ne' drammi tutto fosse _nuovo e di momento, ma piacevole nel contempo_; il Persico gli fa desiderare che _tutto riesca nuovo e, che più monta, alletti_. Dice il tedesco: _mostratevi esemplari (musterhaft)_; e la versione: _fatevi innanzi maestrevolmente_ (come se nel testo fosse: _meisterhaft_). Poco più in là, nell'originale, l'impresario dichiara non esser _mortificato_ da un biasimo; nella traduzione egli non n'è _scosso_. Una _nottolata_ diventa una _notte selvaggia (sic!)_ Potrei continuare all'infinito: e nelle stesse sei prime paginette, onde io desumo questi esempli, c'è peggio.
Il volgarizzamento del Maffei, ripetutamente annunziato, non era ancora di ragion pubblica, quando stampai per la prima volta questo lavoruccio sul Fausto. In qual conto debba tenersi potrà desumersi da un'altra mia dissertazioncella.
Finalmente la traduzione dello Scalvini e del Gazzino, prescelta nella recita teatrale (e con poco avvedimento, perchè la soppressione del verso fa una gran tara alle bellezze del _Fausto_,) può servir solo a mostrare la ignoranza supina de' due traduttori, i quali, parmi, ne sapessero di tedesco quanto d'Italiano. A dare un saggio della lor buaggine, basti 'l dire, che traducono _Fliegengott_ (cioè: Belzebù) per -- «Moschedio» --; _Valpurgisnacht_ (tregenda) per -- «notte di Valburga[7]»; _Eröffne ich Räume vielen Millionen Nicht sicher zwar, doch thätig-frei zu wohnen_ (schiudo spazî dove molti milioni abiteranno, se non sicuri, operosamente liberi almeno) per -- «Io schiudo un territorio per miriadi d'uomini, i quali si trarranno ad abitarlo, se non rassicurati da certezza, che non ammetta dubbio alcuno, con isperanza almanco di godersi la libera attività dell'esistenza» -- Chiaman poi oscuro il _Fausto_! Diamine, se l'imbrogliate di questa fatta! Fausto moribondo dice, che l'orma della sua vita non può _in Aeonen untergehen_. Il Gazzino non capisce quella parola greca _o aiòn_ (epoca lunga, eternità); e traduce: -- «non può andar inghiottita dall'Eunoè[8]» -- Un paio di stivali calzati da Mefistofele, stivali magici, che fan far passi da sette leghe l'uno, diventano per lui una coppia di rospi, che saltellano. Ma che rospi! lunghi ben sette miglia! E nota, che un miglio tedesco da quindici al grado ne val quattro delle Italiane o geografiche. Rospi maggiori di quelli incontrati da Rinaldo nel secondo canto del _Ricciardetto_.
A piè di questa smisurata pianta Vide legata una gentil donzella, Che i crini d'oro con la man si schianta, E si affligge, e si affanna, e si arrovella. Ma, come dir si suole, ai sordi canta; E quel, che par più cosa atroce e fella, Le vide star da dritta e da sinestra Due bestie, lunghe un tiro di balestra. Eran questi due rospi velenosi Grossi così, sì sporchi e disadatti, Che avrian fatto di loro timorosi Non pur la donna de gli angelici atti, Ma gli orsi ed i cinghiali setolosi, E s'altra è fera, che in boschi s'appiatti; Che ognun di loro egli era fatto in guisa, Che avria co' morsi una balena uccisa.
Tutto il lavoro è su questo andare! Eppure si stampa e ristampa! e si loda e riloda! Il Lafontaine avea ragione: -- «Un minchione trova sempre un più minchione per ammirarlo.» -- _Un sot trouve toujours un plus sot qui l'admire._ Vedete l'abate Fornari quanti e quali ammiratori ha!
[7] I tedeschi credevano che la tregenda più solenne delle streghe avesse luogo la notte di santa Valburga, quindi quella notte significava per loro _tregenda_, come, secondo le varie parti d'Italia, lo sgombero, ch'è un'altra specie di tragenda, si chiama _il san Michele_ od _il quattro Maggio_. E poi, quando indichiamo il giorno dal nome del santo, vi prefiggiamo sempre l'epiteto di _santo_: puta: -- «il giorno di sant'Anna fu un gran tremuoto;» -- «alcuni dicono l'Imperatore Federico II morto il giorno di san Luca ed altri in quello di santa Lucia» -- Sicchè _notte di Valburga_ non s'ha a dire in modo alcuno; ma, se si volesse pur dire, s'avrebbe a dir _notte di santa Valburga_. In questo errore cadono tutti i traduttori del Goethe.
[8] Nè questo vocabolo si trova solo usato dal Goethe, nèd il Goethe fu il primo ad usarlo. _Musaeus_ (_Volksmaerchen. Stumme Liebe_) -- «Denn du sollst wissen, dass wenn die Seele von dem Korper scheidet, sich nach dem Ort der Ruhe verlangt, und diese heisse Sehnsucht macht ihr die lahre zu Aeonen, so lange sie in einem fremden Eiemente schmachtet,» --_Museaus._ (_Volksmaerchen. Riehilde._): -- «Kein Wunsch war ihnen uebrig als der, aeonenlang ihr wechselseitiges Glück zu geniessen ohne Wandel.» --
II. -- _Imparzialità Italiana._
Turàti dunque gli orecchi alle blandie dell'impressione, ch'è una sirena fuorviatrice, giudicheremo il Fausto come va giudicato, e come (ch'io sappia) non fu per anco giudicato; vale a dire secondo l'essenza ed il valore intrinseco. Ci sarà norma e codice quella scienza critica, che procede ignara di riguardi per illustrazion di nomi; irrispettosa d'ogni autorità, che non è il vero; spiattellando alle riputazioni usurpate, come Don Giovanni De Vargas agli Stati Generali dei Paesi-Bassi, un franco: _non curamus previlegios vestros_, cui l'esser maccheronico non minora solennità. E la applicheremo con quella imparzialità Italiana, che può insuperbire di non aver mai degradata una quistione artistica a quistione di puntiglio nazionale. Ecco una delle non poche faccende, nelle quali, bisogna pur convenirne, siamo popolo esemplare. Più volte spropositammo, sollevando immeritevoli sugli altari; ma, sfumata l'ebbrezza momentanea, li abbiamo ricollocati tranquillamente al posto loro, guardandoci ben bene dall'imitare que' bravi tedeschi, cui non rimorde scrupolo di sublimare il consigliere aulico Federico di Schiller sopra l'Alfieri ed il Cornelio e d'esaltare la cornacchia Lessing per le penne rubacchiate al pavone Diderot, _torbo_ quanto volete ma _furibondo_ no. Invece l'Aretino ed il Cavalier Marini ed il Metastasio e tant'altri non caddero dal cuore e dall'estimazione di nessun altro popolo così prontamente e compiutamente come da quella del proprio; anzi, potrebbero giustamente lagnarsi della troppa severità dei concittadini e chiedere la revisione del loro processo. -- «Gl'Italiani,» -- scriveva Michel Montagna -- «che ragionevolmente si vantano d'aver la mente più svelta e la parola più sana, che le nazioni contemporanee, han testè conferito il titolo di divino all'Aretino; in cui, salvo il parlar gonfio e tempestato d'arguzie, ingegnose certo, ma lambiccate e fantastiche, oltre l'eloquenza in somma, qual ch'ella sia, non veggo nulla al di sopra della comune degli scrittori del secolo, non ch'egli s'avvicini alla divinità antica di Platone.» -- Ma fu proprio sola la nazione Italiana a chiamar divino lo Aretino? E gli appiccicò quello epiteto sul serio? I versi dell'Ariosto mi pajon satirici. Le collane d'oro non gli venivan date da Italiani. Da noi, si applaudi principalmente, perchè _flagello de' Principi_, che non avevamo allora motivo alcuno di venerare od amare. E, del resto, quanto tempo serbammo sugli altari quell'idolo? Chi legge più lo Aretino in Italia? Ed altrove è pur tuttavia oggetto di studio e se ne stampano biografie. Il Marino fu più divinizzato in Francia, che tra noi: lì ebbe più solide testimonianze d'ammirazione. Ma nè gli uomini tutti, nè tutte le nazioni sanno praticar la giustizia verso di sè e verso degli altri. E, se la nostra è da noverarsi tra le fastidiose, che disprezzano con amore ogni cosa propria, che le valutano al disotto del pregio intrinseco, ce ne ha pure di buffamente presuntuose, sempre con lo _chez-nous_ a fior di labbra, capacissime, come la villana rifatta di Carlo Goldoni, di rammentare con rammarico i fagiuoli scaldati del tugurio paterno, mentre s'affrettano ad imbandirle ghiotte vivande,
_..... in bianche spoglie...._ _..... Prodi ministri; e lor sue leggi detta_ _Una gran mente, del paese uscita,_ _Ove Colberto e Riciliù fur chiari._
L'Italia odierna versa in condizioni, che la privilegiano di rimanere immune da ogni invidia, come da ogni vanità in fatto d'Arte. Dopo aver incarnate spontaneamente tutte le categorie estetiche, adesso non si trova più in un'epoca produttiva. Siamo letterariamente nello stato di sicurezza e d'imparzialità, che risulta dal meritato possesso ed incontestabile di un'alta posizione; nello stato appunto, in cui politicamente si trova l'aristocrazia d'Inghilterra. Non possono tôrci d'aver fatto quel, che s'è fatto; e ci riposiamo sugli allori passati, e, sendo inerti al presente, nessuna rivalità viva può accecarci gli occhi della mente, annebbiarci lo intelletto. Stiamo per ora fuori della mischia; assistiamo come spettatori alle gare altrui; anzi, se si ha da dir proprio tutto il vero, neppure a queste gare altrui abbadiamo gran fatto. Ove il critico e l'estetico Italiano dovessero limitarsi ad esaminare le scritture pubblicate in patria alla giornata, potrebber chiudere bottega: son pochissime; e, le più, immeritevoli, che altri se ne occupi di proposito. Non oserei certo affermare, che una sola delle opere pubblicate da quando sono nato io fino adesso, possa scendere a' posteri, possa venir letta universalmente da qua a... non dico altro, ma un quindici o venti altri anni. La nostra letteratura sonnecchia; corre per lei un'epoca improduttiva, una stagione morta. Ed il poco alimento, che assorbe questo boa intorpidito, ch'è la fantasia Italiana, consiste in traduzionacce od in roba forestiera.
Eppure, i verdi succhi sono in moto sotto la corteccia, che par secca; eppure, in questo raccoglimento della fantasia nazionale, durante questa apparente inerzia, questo sopore della favoleggiativa nostra, si prepara, si elabora il nuovo indirizzo, che poi andrà maturando per secoli; si accozzano e digeriscono dalla coscienza nazionale gli elementi del nuovo mondo poetico. L'Italia, ora, nol partorisce, gli è vero; ma non già perchè sterile, come giudica taluno, anzi perchè pregna. Il vulcano è addormentato, non ispento; e presagisco prossimo un nuovo periodo eruttivo. Ed, appunto per ciò, non s'offerse mai più largo campo e fecondo alle fatiche del critico. Possiamo non solo formolare il giudizio della nazione sulla sua attività letteraria ed artistica passata e contemporanea, anzi additarle pure, in certo modo, quel, ch'essa ha da fare; la via, nella quale s'ha a mettere. Spetta a noi lo sgombrare e dissodare il terreno; il collocar le guide, sulle quali scorrerà velocissima la nostra storia letteraria; il dare lo sfratto a' pregiudizî ed agli errori, che pur troppo ottenebrano le menti; il purificare ed aguzzare il senso del bello. Si può ripetere insomma ora in Italia, quanto fece la critica nel secolo scorso in Lamagna; alla cui opera essa Magna va debitrice della intera sua esplicazion letteraria, che è quanto di meglio si possa fare da un popolo come il tedesco, piuttosto scarso di attitudini artistiche. Ed otterremo l'intento, avvezzando il nostro popolo a rendersi conto d'ogni prodotto dell'attività umana nel campo dell'Arte; dandogli di questa e delle sue forme un pieno concetto e giusto.
III. -- _Digressione._
E qui mi permetterò una prima digressione: prima di parecchie. Io, mi piace, come dicono i francesi, di far la _scuola cespugliare_, d'andare a zonzo. Tanto non ho nessunissima fretta di rabescar la parola _fine_ in calce al quaderno. E, quando al lettore dispiaccia il mio divagare, ha incontestabilmente il dritto di non leggermi: viva sicuro, che io non l'obbligherò, come fa pe' suoi madrigali il Rochester, nel _Cromuello_ di Vittorio Hugo, a legger le mie critiche per ordine regio, _de par le Roi_. Dunque, basta guardarsi intorno e veder quanta roba ferve, bolle in questa caldaia, ch'è la patria nostra, per convincersi, come al momento opportuno dovrà pur sorgere l'ingegno destinato ad incarnare in qualche capolavoro poetico i subbugli, i garbugli ed i guazzabugli presenti, vene inesauste di tragico e di comico, le quali non deggiono rimanere inutili, inesplorate, non esercitate per l'Arte, non _arbitriate_, (per adoperar un sicilianesimo, del quale Vito D'Ondes-Reggio patrocinava l'uso; guardandosi però bene dall'usarlo pel primo per non farsi melare.) Sarebbe proprio peccato, che nessun poeta illustrasse questo Malebolge Italiano, che nessuno cavasse un mondo poetico da un tanto caos morale. Caos, Malebolge, che bisogna, questo sì, che bisogna guardare con quell'amore, il quale dischiude l'intendimento dell'objetto, e senza cui non si combina nulla di concludente. La baraonda, i vaneggiamenti, le agitazioni, le superstizioni, le follie, gli spropositi, le melensaggini, le chiacchiere, e persin le turpitudini nostre, debbono esserci cari: s'ha a fissare lo sguardo con compiacenza in essi. Non bisogna imitare alcuni, che si mettono in opposizione con l'intero indirizzo nazionale e gridano sperpetue e trovan tutto brutto, tutto sconcio, tutto male. E, piacendomi e garbandomi ed andandomi a sangue gli esempligrazia ed i fatti personali, quantunque (e forse perchè) proclamati odiosi dalla plebe e quantunque, come so per prova, procaccino alle palle di pistola ed alle lame di sciabola il gusto di assaggiare le nostre povere carni; dirò, per ribadire il mio pensiero, che disconviensi fare come il Cantù, per esempio. Aprendo la storia della Letteratura Italiana, ch'egli ha recentemente pubblicata, magra compilazione (al paro di ogni altra opera di lui) non avvivata da una scintilla di simpatia per le cose nostre; l'autore vi sembrerà uno di que' cagnacci ringhiosi, che impedito di addentare dalla catena, sfoga il dispetto latrando, e scombavando, e divorando almen con gli occhi rossi chiunque passi. Così questo jettatore pinzochero maledice non solo al presente nostro, intellettuale, morale e politico, ma (non senza logica, sendo il presente conseguenza del passato), anche a tutti i nostri grandi pensatori e scrittori disinvolti da Dante Allighieri a Giuseppe Giusti; e, non potendo, come il Caro fe' pel Castelvetro, raccomandarli _agli inquisitori, al bargello et al grandissimo diavolo_, li denunzia all'esecrazione delle plebi bigotte. Non sa quel, che si faccia; non comprende l'opera della mente poetica Italiana, perchè non l'ama: merita pietà, se non perdono, come l'eunuco, che ingenuamente confessasse di non sapersi capacitare de' gusti del padrone, di non capire cosa il pascià trovi da ammirare in una biondina od in una brunetta, in una guancia fresca ed in un seno colmo. Ma noi, (professando col commediografo latino di non ripudiare alcuna parte umana, protestando col francese di non venir più commossi dal vedere un uomo furbo, ingiusto, avido, che dal veder voraci gli avvoltoi, maligni gli scimmioni e rabbiosi i lupi,) noi (dico) osserveremo con benevoglienza tutti gli strani così venuti a galla nella rivoluzione, come il zoologo sorride con simpatia a' più schifosi rettili sorti dal fango, come il patologo saluta con interesse le ulceri più abominose. In ogni insetto v'è il tipo animale, in ogni morbo v'è la nosologia e la morte: ed essi sanno scorgere l'idea nel fenomeno, la forma tipica nel caso singolare. E così il critico ed il poeta sanno scorgere, esempligrazia in Giovanni Nicotera o Giacomo Tofano, qualcosa, che, idealizzata, potrà dare creazioni paragonabili a quel Conte di Culagna, che fu un Conte Brusantini, a quel _nuovo amico_ di Giuseppe Giusti, il quale, prima di vivere poeticamente in uno de' suoi scherzi, ch'è di moda il chiamare immortali, gli si era dato a conoscere nella prosa della vita, com'ebbe a narrare illustrando il proverbio: _sotto consiglio non richiesto, gatta ci cova._ Oh Nicotera, oh Tofano, che non potrà cavar da voi uno scrittore co' fiocchi!
IV. -- _Importanza storica e concetto filosofico._