Fame usurpate

Part 13

Chapter 133,402 wordsPublic domain

L'Hugo ha avuto innanzi alla mente un proposito ben chiaro; e con tremenda ironia colpisce non solo le persone del Mastai e del Bonaparte e le istituzioni del Papato e dello Impero, anzi pure tutte le credenze cristiane intorno alla bontà infinita ed alla onniscienza di dio.

Ed ora apro il _Fausto_ ed inciampo nel _Prologo leste_. A leggerlo, mi persuado e convinco, che scopo del poema è di sciogliere con l'ironia l'intera mitologia cristiana, e dico fra me e me: -- «Bravo! L'idea, letterariamente, se non è nuova, non può neppur dirsi esausta; finchè durerà la fede, la caricatura di essa offrirà buoni motivi allo Artista.» -- E m'aspetto ad incontrare una composizione, tagliata sul genere dello _Scherno degli Dei_ del concittadino di Vanni Fucci bestia, un quissimile di quanto parecchi hanno tentato ed il Voltaire ha fatto

_..... Con quella sua fanciulla a gli Angli infesta,_ _Che il grande Enrico suo vince d'assai_

è ch'è tra le più preziose gemma del serto poetico della Francia. E mi figuro e concepisco il dramma quale una sanguinolenta caricatura, in cui tanto le potenze infernali quanto le celestiali abbiano ad apparire come una fantasmagoria evocata dal poeta per distruggerla satiricamente dal punto di vista umano e materialista; riversando, travasando nelle forme impassibili, indeterminate e vacue delle divinità spirituali moderne, tutte le determinazioni della vita umana prosaica e volgare. Il lavoro, così fatto, sarebbe stata l'epopea della vittoria riportata dal comico sul sublime; avrebbe incarnato esplicitamente il concetto implicito nel Decameron, la ribellione della carne contro la tirannide dello spirito e dell'ascetismo, della spontaneità contro il formalismo; la conquista d'un presente. Concetto, ch'emergeva dall'indirizzo storico della Germania nel secolo scorso appunto com'era emerso con una anticipazione di quattro secoli dallo svolgimento della mente Italiana nel trecento. Ma io vi dico proprio quel, che il Goethe non ha fatto. Il prologo ci sta proprio a pigione; è uno scherzo buttato lì, senz'ombra d'intenzione seria, ancorchè remota; mera variazione rettorica sul libro di Giobbe, che può stimarsi eseguita con minore o con maggior virtuosità, ma non giunge ad affermarsi come creazione originale ed indipendente. Qui l'ironia del Goethe si manifesta qual'è sempre, per la natura dell'ingegno di lui, accidentale e non sostanziale, derivata da paragoni, che rimpiccioliscono, da giochetti sulle parole, da scambietti di spirito, da quanto è raffronto esterno, ma non mai dall'interno del subjetto e della situazione. Per esempio, quando il Signore se n'è andato, Mefistofele sclama, ed è il maggiore sforzo di spirito che faccia in quella scena:

_Quel buon vecchiardo visitar dilettomi_ _Di quando in quando; e seco in buoni termini_ _Stommi; è pur bel, che un tal signor compiacciasi_ _Sì_ umanamente _conversar col_ diavolo.

Quanto sarebbe stato poetico il rappresentarci quegli arcangeli, quel dio, quel demonio crudelmente curiosi nella loro olimpica indifferenza delle passioni umane, curiosi di far vibrare in noi questa o quella corda, solo per isperimentarne l'effetto ad essi inconcepibile, appunto come fanno i bimbi, quando tormentano per disonesto passatempo il malcapitato uccelletto, che geme fra le mani loro! Quanto sarebbe stato felice ed originale, puta, il rappresentarceli attoniti e sorpresi ed invidiosi della vita umana ricca di contenuto, di gioje, di voluttà, di virtù, di passioni; ed intenti malvagiamente a distrugger negli altri quanto è loro impossibile acquistar per sè, simili a quella Latona, che, per vendetta de' suoi lombi poco fertili, faceva assaettare la figliuolanza della Niobe! Pare, che il Goethe avesse ideato il suo domineddio come un barbogio burbero pedante, che professa la massima indifferenza per gli affari di questo mondo e li concede volentieri alla provvida amministrazione del demonio, contentandosi di rimbrottarlo, quando le cose vanno male agli occhi suoi. Dico pare, perchè questo carattere è bensì abbozzato in poche parole, ma non già svolto in un'azione; e quindi non diventa vivo, non sussiste quale fantasma autonomo.

In fine alla seconda parte, questo prologo acquista una tal quale conclusione; ma la persona di dio è sparita ed invece troviamo non so quale -- «eterna muliebrità,» -- che la surroga, scrocca l'anima di Fausto peccatore a Mefistofele. In che guisa? Distraendolo dal far la guardia al sepolcro del vecchio stregone. L'eterna muliebrità, assume, a buon fine, la parte di ruffiana... Fa scendere una gloria, ed il demonio si distrae, ammirando, vagheggiando, concupiscendo e cercando di sedurre gli angioletti di paradiso. Per ispiegarmi più chiaro, viene indotto in somma in tentazione del

_..... vizio, per cui dio Sabaoth_ _Fece Gomorra e i suoi vicin sì tristi;_ _Che mandò il fuoco giù dal cielo, et quot_ _Erant, tutti consunse, si che a pena_ _Campò fuggendo un innocente Lot._

Pensiero, artisticamente parlando, stupendo; per quanto possa sembrare immorale ed irreligioso! Oh se il Goethe ne avesse avuto coscienza! Qual partito poteva ricavarne! La divinità, che scende a sotterfugî, de' quali un capobrigante, un camorrista, che si rispetta, rifuggirebbe! Avremmo visto spuntare una passione brutale invero, ma pur sempre passione, in quel cinico diavolo, che fino allora le aveva ignorate tutte:

_Et, comme un vieux soldat vous montre une blessure,_ _Montrait avec orgueil le rocher de son coeur,_ _Où n'avait pas germè la plus chétive fleur._

Passione prepotente in modo, da fargli dimenticare la sua perpetua negazione. Mefistofele, divenendo più che mai disgustoso, avrebbe destato per la prima volta simpatia e compassione, perchè quel suo accesso di lussuria esce dalla vacuità demoniaca e ci mostra in lui finalmente una parte umana. Ma questo svolgimento dell'umano dal diabolico non era cosa da farsi in una scena ed incidentalmente, anzi bastava per tema d'un grandioso e degno lavoro, che avrebbe riconosciuto Mefistofele a protagonista. Del resto, la scena, che nell'intento del Goethe era allegorica, rimane una freddura slavata senza colore o calore.

La parte epica del Fausto è appena accennata; nel lavoro ci sta per un dippiù, v'è appicicata arbitrariamente. È però gran segno di leggerezza in uno scrittore, quand'egli, non s'accorgendo del carattere dell'argomento, che ha fra le mani, non sapendone afferrar l'indole, crede di potersi sbrigare, in un pajo di scene incidentali, di vastissimi concetti, e di far balzare con quattro martellate all'impazzata un Mosè dal marmo.

XII. -- _L'antica Leggenda di Fausto._

Il tema della leggenda, contenuta nel Fausto Goethiano, è tolto da un mito popolare tedesco nel quale si riassume l'intero ciclo de' romanzi e delle facezie stregonesche, che fruirono grandissima voga presso la Germania del cinquecento, e di cui non andò immune nemmanco la nostra Italia; come documentano, per tacer d'altro, moltissime novelle di Giovanni Boccaccio e di Franco Sacchetti. Se ne conoscono parecchie versioni, ma la più antica e di combutta più compiuta si registra in un libercolo, edito a Francoforte sul Meno nel MDLXXXVII e ripubblicato per la prima volta, dopo dugencinquantanov'anni, in coda alla prima parte dell'opera faustologica dello Scheible. Ecco la succinta analisi di questa leggenda divulgatissima e mista d'elementi popolari e letterarî.

Al dottor Fausto, figliuolo d'un villico di Rod presso Vimaria, che studia teologia nell'università vittemberghese[17] _concessa pudet ire via_, poichè:

_..... ogni segnato calle_ _Provò contrario alla tranquilla vita;_

ed insofferente non del peso anzi dell'obbrobrio dell'evangelico _iugum suave_[18], bramando emular dio nella scienza, s'addice alla necromanzia; ovvero, per dirla nell'ingenuo linguaggio del testo: _prese ad amare ciò, che non è da amarsi; assunse ali d'aquila e volle conoscer fondo al cielo ed alla terra, emulando que' titani, de' quali i poeti favoleggiano, che ammucchiassero monti su monti e volessero guerreggiare con la divinità_. Ma presto s'avvede di non bastare a tanto; e che, in lui, come in Aldigier di Chiaromonte, quando trattavasi di liberar Malagigi e Viviano:

_L'animo è pronto, ma il potere è zoppo._

Epperò determina avvalersi all'uopo dello spirito più dotto e potente dopo domineddio, cioè del demonio. Ed evocatolo in una boscaglia, senza lasciarsene imporre dalle sue gherminelle e ciurmerie, il costringe a diventargli servo. Se non che, come l'uomo non ancora avvezzo, egli non si rassegna a considerarsi aggiudicato allo inferno; e, quando il diavolo gli assicura, che dopo morto avrà a scontare le debite pene, va in collera e lo scaccia da sè, dicendo: -- «Non vo' dannarmi per cagion tua.»

_..... Così reso a sè stesso, altrui ritolto,_ _Quasi servo fedel, che franco viva,_ _Tutto lieto sen gìa libero e sciolto....._

Ma ben presto s'accorge di non potersi _spesare_ (come diciamo a Napoli) de' servigi diabolici, che gli riempivano alquanto il vuoto dell'animo:

_Car l'habitude est tout au pauvre coeur humain;_

richiama il servo scacciato; ne impara il nome proprio, ch'è Mefistofele; e stringe seco e sottoscrive col sangue, cavatosi dalla sinistra, un patto solenne, in virtù del quale gli abbandona l'anima, purchè il serva fedelmente ventiquattr'anni e purchè non gli nasconda alcun vero: _tantulo impendio ingens victoria stetit!_

[17] L'Università di Vittemberga è ora traslocata in Halle sulla Saale. Non sarà inutile, per determinare il carattere storico del mito Faustesco, il ridursi in mente la parte, avuta da Vittemberga nella infaustissima riforma e malauguratissima, che venne inopportuna a fermare per un pezzo ed a scontorcere lo svolgimento del pensiero Italiano.

[18] _Non il pondo, è l'obbrobrio del giogo,_ _Che m'incute un supremo terror!_ _Meglio il batter dei denti ed il rogo,_ _Che d'abbietto servaggio il rossor._ _Non v'ha domma, che l'uom non apprenda_ _Con impavido ghigno a schernir;_ _Non v'ha pena tenace ed orrenda,_ _Ch'ei non sappia in silenzio soffrir._ _La cervice io non piego a una legge,_ _Che il mio libero voto non ha;_ _La virtù, che il pensier mi corregge,_ _Contra i numi securo mi fa._ _Patria e Prence, ho speranze ed affetto_ _E di gloria mi schiudo il sentier;_ _Ho le gioie del cielo a dispetto._ _Come l'ombra, che simula il ver._ _La mia fede a ogni fola negando,_ _Io fra l'opre e i diletti vivrò;_ _Voi dal ciel poi cacciatemi in bando....._ _Questo gusto rapirvi io non vo'...._

Mefistofele comincia dal divertire quel villan rifatto del padrone (che diventando erudito, non avea, come accade a' più, cessato d'esser uomo) con fantasmagorie di cacce e simili; poi lo veste di stoffe preziose e gl'imbandisce vivande e bevande squisitissime, rubate a cucine ed a cantine principesche. A Fausto (si vede proprio che non ha pensieri) vien subito voglia di ammogliarsi; e non consentendo il diavolo, ch'egli commetta questa scioccheria e celebri un sacramento, vengono a contesa. Il necromante vuol esser ubbidito,

_Sic volo, sic iubeo, sit pro ratione voluntas:_

ed il _veto_ assoluto del su' famiglio serve solo a maggiormente infervorarlo. _A chasque opposition on ne regar de pas si elle est iuste; mais a tort ou a droict comment on s'en desfera: au lieu d'y tendre les bras, nous y tendons les griffes_; e così appunto fa lo spirito infernale: apparisce per la prima volta a Fausto sotto la sua vera forma, orribile tanto che il poverino sbigottisce e scappa via. E quantunque, come dice Seneca, _omnium rerum voluptas ipso quo debet fugare periculo crescit_, non osa riparlar più di mogliazzo. Mefistofele però gli procaccia in compenso ogni notte una nuova e bellissima donna; basta, che egli si figuri a piacimento un tipo di avvenenza, perchè un succubo condiscendente assuma la forma desiderata. Negl'intervalli fra tanti piaceri, servo e padrone discutono su' quattro novissimi, come il neoconte Giuseppe Ricciardi fece anche più opportunamente, quando ebbe il coraggio di starsi tutta una santa nottata in una stanza d'albergo, provvista di un letto solo, insieme con una donnetta, che, senza conoscerlo altrimente, lo aveva accettato per cavalier servente, a chiacchierare sull'immortalità dell'anima; egli sul letto e quella buttata sur un materasso per terra. (Così racconta l'amico nelle sue scipitissime _Memorie d'un ribelle_, senz'accorgersi, ch'e' si mette alla berlina da sè.) Queste conversazioni mortificano talvolta un poco il dottore. Mefistofele gli dice fra le altre: -- «Io son diavolo e mi conduco alla diabolica e bene sta. Ma, fossi uomo come te, preferirei d'umiliarmi a domineddio e servir lui, anzi che le dimonia.» -- Fausto si stringe nelle spalle e risponde, press'a poco come il conte Almaviva al buon Figaro: _je n'aime pas les valets raisonneurs._

Sazio di tali godimenti, stanco di siffatti colloquî, Fausto vuol brillare nel mondo; e, con ammirazione e stupore universale spiega dalla cattedra gli arcani della natura e predice l'avvenire; _tanto_, come scriveva il Voltaire al Maupertuis, _tanto i professori di ogni specie son lì per accalappiar gli uomini_. Insoddisfatto in breve anche di ciò:

_..... Variam semper dant otia mentem;_

dopo aver appurato dal suo Mefistofele quanto questi sa dall'altro mondo, delibera di conoscerlo _de visu_, facendovi una scorsa: cosa, per quanto impossibile a noi altri esseri effettivi, _grazia, che ad uom mortal raro si dona_, altrettanto agevole a' personaggi poetici,

_Casus multis hic cognitus, ac iam_ _Tritus, et e medio fortunae ductus acervo._

Prima d'avviarsi, è visitato da una eletta di Satanassi, Draghignazzi, Libicocchi, Barbericce e Graffiacani, che nè l'arroncigliano nè l'assordano con _diverse cennamelle_, ma pure gli lascian partendo la casa zeppa d'un formicolio di vermicciattoli, sicchè gli è forza sgombrarne. Non per questo smette quel proponimento. Seduto in un seggiuolo d'ossa, sugli omeri di Belzebù, rigira con tutto comodo l'inferno, osservandone le fiamme, lo stridore ed il batter dei denti. Finita questa impresa, vuol vedere il cielo; e vola in un carro trascinato da draghi verso le stelle, che dappresso si presentano all'occhio come vastissimi mondi, mentre invece la terra sotto lui diventa piccolina piccolina quanto un tuorlo d'uovo. E giunge così fino alla soglia del Paradiso; ma l'ingresso gli è vietato da un cherubo. Appagata siffatta curiosità oltramondana, pensa a godersi la terra; e, seguendo il consiglio contenuto in due versi, che ricordo da bambino senza rammentarmene l'autore o dove gli abbia letti:

_Linque tuas sedes, alienaque littora quaere,_ _O iuvenis! maior rerum tibi nascitur ordo;_

principia dal visitarne le contrade ed i popoli, cavalcando Mefistofele, trasformato in ippogrifo, _inippogrifato_. In Roma, si rammarica di non esser diventato papa, considerando come questi sciala! Sentimento degno del figliuolo d'un villano tedesco, a' cui occhi il sommo gerarca deve parere invidiabile non per la coscienza di essere stato prescelto dallo Spirito-Santo a rappresentar dio in terra ed a guidare il gregge de' fedeli; non pel potere e l'autorità ch'egli esercita; non per gli onori, che il circondano; non per l'immortalità storica assicurata; bensì per gli agi della vita, pe' comodi e pe' piaceri materiali, onde può godere, se invece d'esser natura ascetica e scrupolosa, vuol rifarsi in quegli ultimi anni delle astinenze precedenti. Fausto, stando invisibile accosto alla mensa del Pontefice, gli fa sparire dal piatto i migliori bocconi, come Leombruno a Madonna Aquilina; onde il dabben vicario di Cristo, figurandosi aleggiargli intorno qualche anima tribolata e commiserandola e cercando darle pace, ne' modi, che la liturgia insegna, muove a riso l'empio buffone. Fausto trasvola quindi a spacciarsi pel profeta nel serraglio del Gransultano. O che mancavan femmine di buona volontà in Europa? Gnornò, ma _furem signata sollicitant, aperta effractarius praeterit_, dice Seneca. E quelle mogli e concubine (è nota la vanità femminile!) si stimano beate, onorate di giacersi con lui, perchè si tratta del profeta, veh, non per alcun altro motivo, ohibò! La beffa dura da se' giorni, nei quali una fitta nebbia involge il serraglio; e poscia il Pseudomacometto sparisce, lasciando timoroso e contrito il Sultano, che se la beve, come ogni altro; e si riprende per belle e per buone mogli e concubine, degnate degli amplessi del profeta. Che perla e modello di marito! È la vecchia storia di Giove, Alcmena ed Anfitrione; è suppergiù la storia di Capelbruno del Batacchi.

Rimpatriato, il Dottore si presenta alla Corte dello Imperador Carlo V, che gli chiede e ne ottiene di evocare il massimo (com'egli stima) fra' guerrieri e fra gli eroi dell'Antichità: Alessandro Magno. E quindi Fausto si acconcia a rimanere in corte, via, per trastullarla, (in posizione poco dignitosa, come quella occupata dal Goethe in Weimar, che gira e rigira, fu di giullare); e vien facendo molte burle e facezie, trasportate in questo mito da quelli di Simon Mago, d'Alberto Magno, dell'abate Fuldano Erlolfo, di Giovanni Teutonio, dello Scoto, del boemo Zitone e di Roberto di Normandia. Le buffonerie magiche, le celie negromantesche, ne formano anzi, secondo il Gervinus, la parte schiettamente popolare, che volgo e scolaresca si trasmettevano tradizionalmente; mentre i viaggi, la discesa all'inferno e l'ascensione al cielo, sono la parte elaborata da' dotti, tradizione letteraria e non popolare. Di genuinamente popolare, in questo mito tedesco, di creazione nazionale spontanea, ci sarebbe insomma solo, l'avere attribuito al personaggio di Fausto parecchie goffaggini: _La botte dà del vin, ch'ella ha_. Il popolo tedesco, abbandonato a sè medesimo, non piallato e levigato da un po' di coltura, straniera, non tirato e tenuto su dallo studio, non poteva concepir nulla di degno. Per contentare i faustologi e gli storici infatuati della letteratura alemanna, noteremo, che le facezie non vengon fatte spontaneamente da Fausto per alcuna necessità del suo carattere, non sono psicologicamente motivate; che anzi gli sembra produrle per ordine espresso, per compiacenza verso l'imperatore. Sono intruse nella favola. Dicono, che la somiglianza del suo nome col popolarissimo d'uno de' pretesi inventori tedeschi della stampa, i quali (come ora sembra provato da ricerche, a me note solo per fama) frodarono della debita gloria il nostro Panfilo Cataldo, abbia favorito la tendenza ad appiccare a Fausto tutte le tradizioni di quel genere.

Finalmente (ed eccoci al più bello) Fausto vuole anche godere il passato in ciò, ch'ebbe di più prezioso e vago; come ha già goduto tutto il presente nello spazio e pregustato il futuro con la divinazione: ed evoca e trae dalla tomba secolare l'Elena greca formosissima, per la cui demonica avvenenza i vecchiardi trojani assiderati affermavan convenirsi che due popoli a vicenda si distruggessero e che la loro città perisse. Incantato della sua tanta leggiadria e fors'anche perchè nell'uomo vi è la passione per l'abnorme, pel mostruoso:

_Quod licet, ingratum est; quod non licet, acrius urit:_

non sa più separarsene o rinunziarvi; la vuol sempre compagna; e genera seco un figliuolo onniscio, che gli prenunzia l'avvenire d'ogni cosa. Frattanto, il tempo pattuito con Mefistofele stando per finire, il Dottore s'ammalinconisce ed il demonio lo schernisce, lo sbeffeggia, il deride. Ma non c'è rimedio:

_Le livre de la vie est le livre suprême_ _Qu'on ne peut ni fermer, ni rouvrir à son choix;_ _Le passage attachant ne s'y lit pas deux fois;_ _Mais le feuillet fatal se tourne de lui-même._ _On voudrait revenir à la page où l'on aime_ _Et la page où l'on meurt est déjà sous les doigts._

Sulla mezzanotte dell'ultimo giorno, la studentesca odono un gran frastuono; e la dimane trovano Fausto sbranato dal demonio nelle sue stanze. L'Elena ed il figliuolo enno spariti.

Eccovi il contenuto del mito di Fausto, con la scoria, con le escrescenze e co' bitorzoli, onde un vero poeta dovrebbe rimondarlo, volendogli dar forma artistica, come di più sordida zavorra Dante nostro ha depurato il mito della discesa agl'inferni, della visita all'altro mondo. L'uman genere non ha forse mai incarnata in più ampia e più larga tela, con inconscia ingenuità, le ribellioni contro i concetti cristiani, che l'Evo Medio comprimeva sì, ma non poteva sopprimere. Quanto potrebbe esser colossale un Fausto insaziabile non solo nel godere, anzi ancora più nell'apprendere; il quale deliberatamente incorresse nell'eterna dannazione, non sedotto da vane lusinghe, non per una momentanea impazienza, bensì per trovar modo di spiegar l'enimma supremo; il quale si desse al diavolo, pattuendo però che da questi non gli venga nascosta cosa, ch'egli esamini, e gli si risponda solo e sempre il vero, tutto il vero, non altro del vero! Quanta poesia nella febbre irrequieta di conoscer _fondo a tutto l'universo_, la quale spronerebbe Fausto a rifrugare ogni parte dell'interno animo suo e della natura esterna; la quale l'indurrebbe ad interrogar l'inferno, e, non ottenendone risposta soddisfacente, a volare sino sulla soglia del paradiso, e gli persuaderebbe di strapparsi alle voluttà per la gloria ed alla gloria per la scienza. Quanto sarebbe sublime il perseverare nella empiezza e nella ribellion mentale per senso di dignità, mentre il demonio stesso gli consiglierebbe di piegare, e dimostrerebbe la propria bestial natura, confessando di operare solo istintivamente! E finalmente quanto potrebb'esser profondo il non acquetarsi di Fausto se non nel godimento (ossia nella cognizione) dell'antichità storica, simboleggiata nell'Elena greca; poichè la scienza storica solo, checchè vaneggi il Lessing, vale a sciogliere tutti i conflitti e sedare tutti i turbamenti umani, ha virtù di dare sicurezza e verità e tregua e requie e forza di vaticinare (cioè di prevedere) l'avvenire delle universe cose al povero genere umano, inappagato dallo spensierato godimento materiale, che gli offre il naturalismo, dalle vacue speculazioni, e dal complesso ma sminuzzato sperimentalismo empirico. Ah! la storia è la vera Afrodite intellettuale, della quale viemmeglio che della fisica Tito Lucrezio Caro avrebbe potuto esametrare

_Nam tu sola potes tranquilla pace iuvare_ _Mortales; quoniam belli fere moenera Mavors_ _Armipotens regit, in gremium qui saepe tuum se_ _Reiicit, aeterno devincto vulnere amoris._

XIII. -- _Modo in cui il Goethe poetava._

Le idiosincrasie degli scrittori spiegano le peculiarità delle scritture.

Cos'ha mai ricavato il Goethe da questo enorme tema, vasto in guisa che l'intera divina Comedia dantesca v'è inclusa in forma d'episodio? Qual'è il concetto del poema, o, come a lui piace scrivere, della _tragedia_, ch'egli ha bravamente architettata sul sustrato mitico? Spiattellamola com'ella è:

_......... amphora coepit_ _Institui; currente rota, cur urceus exit?..._ _.... Anfora a far s'imprese; e perchè poi,_ _Gira la ruota e n'esce orciuol?...._