Falco della rupe; O, La guerra di Musso
Chapter 26
"Il signor Castellano tre ore dopo circa da che fu ritornato colle poche navi a lui rimaste, salito alla Fortezza, mandò il Pellicione a chiamarmi premurosamente (così diceva il Cancelliere per isfogare il proprio rammarico, senza avvedersi di quali punte mortali le sue parole trafiggevano un cuore già lacerato). Io mi recai tosto nella sua stanza, ove lo trovai che passeggiava a gran passi, e lo vidi sì stravolto in viso e contraffatto, che n'ebbi gran paura, e stava quasi per partirmene, quand'esso rivolto a me, disse con voce rabbiosa, come se io ne avessi colpa: Maestro, i Ducali hanno vinto, e ciò ch'è più essi m'hanno ucciso Gabriele; fra pochi istanti porteranno su il suo corpo nella Chiesa della Rocca: voi assisterete alla sua tumulazione onde tutto proceda con ordine e silenzio. Mi gelò il sangue nelle vene e rimasi come una statua all'udire una sì orrenda sventura: voleva rimproverare a Gian Giacomo la sua caparbietà, voleva... ma egli mi fece cenno che partissi, ed io uscii dalla stanza. Venuto fuori, accesi il mio lanternino e discesi qui giù che era oscuro come in bocca al lupo; mi posi presso la porta della Chiesa, che era aperta e rischiarata da due lampade, attesi quivi un istante sulla soglia, e vidi venire il Vicario, due altri preti, due Capitani e quattro soldati che portavano il corpo sovra una bara avvolta in un drappo nero. Entrarono essi tutti meco in chiesa, posarono la bara su due panche, e mentre noi pronunziavamo le preghiere dei morti, gli uomini d'armi alzarono il coperchio dell'avello su cui v'è disteso quell'uomo di sasso, e che sta sotto il finestrone che guarda la torre, trassero da un lato alcune poche ossa che v'erano dentro, poscia due rimasero là colle fiaccole, e due vennero a prendere Gabriele per collocarvelo. Tolsero il drappo che il ricopriva, il sollevarono dalla bara e là portatolo ve lo calarono dentro. Io che ho sempre avuto gran paura dei morti, era tanto l'amore per quel povero figliuolo che volli accostarmi all'avello per vederlo un'ultima volta prima che vi fosse rinchiuso. Esso era là colle sue mani in croce sulla corazza, aveva l'elmo allacciato sotto il mento e la sua faccia bella ancora...". "Ah Dio!" gridò Rina vinta dalla pena, e cade svenuta: Orsola, che piangeva, la rialzò da terra, chiamando con alte grida soccorso: il Cancelliere, che non s'aspettava quella scena, tutto smarrito corse ad avvertire le altre donne dell'accaduto, e si ritrasse poscia nella propria camera compassionando in suo cuore quella povera fanciulla. Rina tornò in se stessa, ma da quel momento la sua anima non fu occupata che da un solo pensiero, il quale non riguardava l'esistenza, e se pure alcuna volta in lei si mitigava l'ambascia, era quando sul far della sera sola sotto la silenziosa vôlta della chiesa inginocchiata presso l'avello ove giaceva quell'unico oggetto che aveva a lei deliziata la vita, bagnava di sue lagrime quel sasso, e pregava con tutta l'effusione dell'anima appassionata la pace del cielo a lui ed al padre che credeva estinto, e invocava per se stessa d'essere tolta con loro. Margarita Medici e l'altre che seco erano, benchè tristissime esse pure per la perigliosa ed insueta loro situazione, tocche però in cuore dall'affanno profondo di quella giovinetta d'angeliche forme, prodigavanle ogni parola ed ogni cura per riconsolare lei e la madre che era da un forse più cupo dolore martoriata.
Alla metà del ventesimo giorno da che durava l'assedio, il soldato che stava alla vedetta sull'alto della torre del Forte avvertì che giungeva a Musso una barca che veniva dalla parte di Como condotta da sei rematori, e nella quale stava seduto un personaggio che all'abito dovevasi giudicare assai ragguardevole. Un'ora dopo la stessa sentinella diede avviso che un soldato Ducale, il quale portava nella destra una bandiera parlamentaria, uscito dalle trincee degli assedianti s'avanzava verso le mura della Fortezza. Il Castellano a tale annunzio comandò tosto si lasciasse accostare senza offese quel messaggiero, e ordinò al Pellicione andasse ad udire per qual causa fosse stato inviato. Pellicione montato sull'alto del muro a cui erasi approssimato il messaggiero Ducale, gli intimò ad alta voce esponesse l'oggetto di sua venuta. A tale richiesta, quel guerriero si tolse una carta ripiegata e suggellata che teneva riposta nella fascia che il cingeva, e levandola alto disse: "Vengo per ordine del mio Generale a recare questo foglio al signor Gian Giacomo Medici:" Il Pellicione fece subito calare una cordicella, a cui il Messaggiero attaccò la lettera che venne tirata su, ed esso se ne ritornò al proprio accampamento.
Portato il piego a Gian Giacomo, che con grande ansietà attendeva gli fosse riferito lo scopo di quell'ambasciata, l'aprì con premura e lesse in un foglio, che ne conteneva un altro, le seguenti parole:
"Signor Castellano,
"Per comando del Duca mio Signore le spedisco l'inclusa lettera giunta al mio campo da pochi momenti. Quegli che l'ha consegnata a me, ha l'incarico di riportarne a Milano la risposta, onde se le piace trasmettermela faccia innalzare una bandiera bianca sul muro alla seconda Rocca, e spedirò un soldato a prenderla a piedi del baluardo. Dal campo di Musso questo giorno 25 marzo 1532.
_Lodovico Vestarino_".
Gian Giacomo portò tosto lo sguardo sul foglio che stava in quello rinchiuso, e vedendo nella soprascritta il carattere del proprio fratello Giovan Angelo, l'aprì frettolosamente e vi lesse:
"Amato fratello! Battista, che qui fu condotto ferito e prigioniero nel mese di gennaio, e fu tenuto per volontà del Duca in questo Castello di Porta Giovia, narrommi il triste evento della presa di Monguzzo, e presentommi il quadro esatto di tutte le forze che ti rimanevano sia di uomini, sia di navi e munizioni per far fronte alla guerra inaspettatamente scoppiata. All'udire l'esiguo numero al quale erano ridotte le tue truppe, io esclamai con dolore che vano sarebbe stato per te un più lungo resistere ai nemici per la smisurata loro preponderanza, da cui ogni altro meno eccellente oppositore sarebbe stato da gran tempo vinto e distrutto. Ma Battista mi disse che tu attendevi grosse bande Alemanne che dovevano essere a te condotte da nostro cognato il Conte d'Altemps, col sussidio delle quali tu avevi certezza di respingere il nemico e costringerlo a rispettarti per l'avvenire. Io faceva voti per la tua prosperità e invocai per te giorni di potenza e di pace, allorchè appunto il Cielo mostrò chiaramente di non esaudirmi, poichè giunsero le novelle delle grandi vittorie riportate su di te dal Vestarino e dall'Acursio a Mandello ed a Lecco, che colmarono di gioia questa Corte di Milano, e noi riempirono d'afflizione ed amarezza. A fare più irreparabile il caso noi seppimo cinque giorni sono da certi Tirolesi qui arrivati, che le bande assoldate per te dal conte Volfango, giunte che furono a Trento, quel Vescovo, per comando dell'Imperatore, si oppose al loro passaggio[20]; onde furono costrette a retrocedere, per la qual cosa ci è fatto evidente esserti omai tolta ogni possibilità di riparare agli assalti delle armi Ducali e della Lega.
[Nota 20: _Vita di Gian Giac.º Medici_.]
"Tu sai che io, quantunque caldo amico e fautore della pace fra gli uomini, per l'indole mia propria che abborre dal sangue, e per la venerazione alle sacre e pietose leggi evangeliche di cui sono per mio stato propagatore, non ho mai insinuato a te di desistere dalla guerra sinchè mi parve che essere ti potesse una sicura guida a quella nobile indipendenza ed ingrandimento di stato che le belligere tue virtù sembravano accertarti. Ma ora che chiaramente veggo la Fortuna, dea nemica agli esimii ingegni, avere da te rivolta la volubile sua ruota, il fraterno amore mi move a consigliarti di deporre le armi, mentre fare lo puoi con onorate condizioni, evitando la più funesta sorte che altrimenti operando incontreresti tu non solo, ma i dipendenti tuoi ed i tuoi famigliari. Ho detto che ora fare lo puoi con onorate condizioni, perchè conosco l'animo umano e generoso del magnifico signor Duca, scrivendoti la presente con sua saputa, anzi aggiungerò con suo espresso consentimento e promessa di farla pervenire al tuo assediato Castello, rimettendomi la risposta che non dubito sarai per ispedirmi. E per tutto narrarti, dei sapere che il signor Duca mandò per me, e recatomi io innanzi a lui, mi spiegò lo stato delle cose a tuo riguardo, e soggiunse con molta bontà, che in questa guerra non ha avuto altro di mira che reintegrare il suo dominio, e riprendere quanto ha sempre appartenuto alla Ducale corona, ch'egli è lungi dal bramare di spingere le cose sino al totale tuo sterminio, come vorrebbero gli Svizzeri e gli Spagnuoli, ma che se sapesse da me che tu acconsenti a cedere tostamente il Castello di Musso ed abbandonare il lago, egli solverebbe te e tutti i tuoi da ogni colpa verso di lui, comprerebbe le tue artiglierie, a ti assegnerebbe una rendita vitalizia investendoti del Marchesato di qualche feudo ducale. Resi vive grazie al duca Francesco per tanta sua benignità e indulgenza verso di te, e l'accertai che avrei fatto tutto quanto fosse da me per ottenere l'immediata tua adesione a simiglianti patti, e l'incominciamento delle trattative. Implorai poscia mi concedesse di vedere Battista, il che ottenuto, ripetei ad esso lui le parole del Duca, ed egli medesimo s'unisce a me consigliandoti a volere piegarti di buon grado all'avverso destino, metterti in accordo col Duca, approfittando della sua liberale disposizione, e cedendo volonteroso ciò che cedere dovresti tra poco di forza. Ti muovano, oltre le mie preghiere, il considerare eziandio che prolungheresti e faresti più dura la cattività d'un fratello, che porresti a repentaglio la libertà dell'altro, che trarresti nella tua ruina la sorella, le cugine ed Agosto che sono teco rinchiusi nel tuo Castello, oltre i tanti valorosi che ti furono fedeli per sì lungo spazio di tempo: ti commova lo sventurato fine del nostro Gabriele, caduto vittima del guerreggiare nell'età più verde, e che lasciò in lagrime anche i più lontani congiunti.
"Attendendo ansiosamente una risposta per parteciparla al signor Duca, invoco dall'Altissimo che t'ispiri pel tuo e pel nostro maggior bene, e ti do un amoroso fraterno abbraccio.
"Milano 23 marzo 1532.
_Giovan Angelo_".
Umiliazione, orgoglio, ira e pietà assalirono a vicenda l'animo di Gian Giacomo alla lettura di questa lettera, ciò però che in essa ferì più vivamente il suo cuore fu la novella relativa alle truppe del Conte d'Altemps. Sebbene avesse da più giorni mostrato di disperare dei soccorsi del Cognato, pure quando lesse la positiva notizia della loro dispersione, tanto più indubitabile, in quanto che coincideva perfettamente co' suoi antecedenti sospetti, gli parve che in quel momento si decidesse contro di lui l'esito della guerra, e sentì allora soltanto che gli sfuggiva di mano il sovrano potere. S'assise, meditò: fece chiamare il Pellicione, gli diede a leggere il foglio, e conchiusero insieme che conveniva piegarsi al potere della contraria fortuna, ed accettare le condizioni che sarebbe per proporre il Duca. Il Castellano rescrisse una tale determinazione al fratello, mostrando di rassegnarsi al destino, ma con tale dignità e fermezza che confinava coll'alterigia d'un vincitore: la lettera fu mandata al Campo del Vestarino, mediante il segnale della bandiera, e dal Vestarino spedita immediatamente a Milano. Pellicione per ordine del Castellano medesimo fece noto la causa di quella corrispondenza a tutti gli altri Capitani ed agli uomini d'armi, dimostrando loro gli svantaggi e l'impossibilità d'una resistenza, e quanto fosse conveniente il trattare della resa, quando si potevano ottenere per tutti larghe ed onorevoli condizioni.
Quattro giorni dopo la spedizione della risposta a Milano giunsero al Campo di Musso Agostino Ferrerio vescovo di Vercelli e messere Galeazzo Messaglia, quali ambasciatori del Duca. Prima di conferire col Medici essi chiamarono ad adunanza i Condottieri principali della Lega Grisa ed esposero loro che era intenzione del duca Francesco Sforza di porre un termine a quella guerra per mezzo d'amichevoli trattative, a cui il nemico comune erasi mostrato disposto ad aderire. Fecero vivo contrasto a simile determinazione i Capi Grigioni, accaniti avversarii del Medici, che vedere lo volevano sterminato, e non vi si piegarono che quando fu fermo il patto che il Castello di Musso, uscitone appena il Castellano, verrebbe demolito da capo a fondo, nè più sarebbe ricostruito onde mai vi stanziasse persona che riuscire potesse molesto vicino a quegli abitatori delle Retiche montagne. Ciò convenuto, venne mandato avviso a Gian Giacomo della venuta degli ambasciatori Ducali. Medici fece tostamente aprire una delle porte della Fortezza, e mandò un suo Capitano con due sergenti d'armi al Campo del Vestarino per concertare il modo ed il luogo in cui dovesse avvenire la conferenza, offrendo di accogliere i due Ambasciatori nel Castello, dando inviolabile parola di rispettarli ed onorarli come al loro sacro carattere si conveniva.
Il Vescovo di Vercelli, già intimo amico della casa Medici, e il Messaglia, altra volta dal Castellano cortesemente ricevuto, non dubitarono d'accettare l'offerta, ed il giorno seguente entrarono col loro seguito nel Castello, e furono condotti nella sala d'armi della Rocca Visconti addobbata con gran pompa, ove stava il Castellano in ricco e completo guerresco abbigliamento circondato da tutti i suoi Capitani. Sedutisi tutti quivi, ed i due Ambasciatori in posto eminente, il Vescovo di Vercelli fece una fina allocuzione a Gian Giacomo sulla convenienza e la giustizia della pace, sulla bontà del Duca, sopra i suoi diritti, e presentò in un foglio in pergamena improntato del ducale suggello i seguenti Capitoli che dovevano tra le parti fermarla:
"Che il Castellano lasciasse Musso e Lecco e tutte le altre Terre che possedeva nello Stato di Milano, con tutte le munizioni da guerra e tutte le vettovaglie;
"Che le artiglierie già tolte a' Veneziani si restituissero loro;
"Che il Duca si obbligava far pagare diecimila scudi del sole in Vercelli in mano di chi piacesse al Medici, e nella detta città dar cauzione per altri venticinquemila scudi da essere pagati in termine di otto mesi in due volte;
"Che l'investiva di Marignano eretto in Marchesato in ampia forma con entrata perpetua di scudi mila, e che se mancava l'entrata di Marignano si obbligava a supplire con altre entrate sopra i dazii di Milano;
"Che il Duca liberava Gian Giacomo Medici, fratelli, soldati e suoi dipendenti da qualsivoglia sorte di eccesso o delitto commesso anche contro la Maestà del Principe;
"Che concedeva a' detti fratelli Medici di potere riscuotere i crediti che avevano nello Stato di Milano, così entrate di beni stabili come entrate pubbliche, e avrebbe fatto che gli ufficiali Ducali non mancassero di render loro buona e sommaria giustizia;
"Che il Duca lascierebbe godere tutti i beni che legittimamente appartenevano a detti Fratelli nei suoi Stati, ovvero in termine di due mesi gliene pagherebbe il valore all'arbitrio del Vescovo di Vercelli, e d'altra persona da nominarsi da essi medesimi;
"Che il modo e il tempo di consegnare il Castello verrebbero amichevolmente stabiliti fra gli ambasciadori Ducali e Gian Giacomo subito dopo la ratifica del trattato".
Letti questi Capitoli da Galeazzo Messaglia ad alta e posata voce, parvero a tutti sì onorevoli e generosi, avuto riguardo allo stato a cui erano ridotte le cose, che nessun d'essi dubitò fosse il Castellano per aderirvi con lieto e volonteroso animo, ed a lui stesso infatti quella larghezza di retribuzione riuscì maggiore assai dell'aspettativa, ma allorquando il Ferrerio ed il Messaglia alzatisi s'accostarono alla tavola ov'era la scrivania e spiegati su quella due esemplari del trattato di pace, invitarono il Medici a sottoscriverli, egli levossi, fece un passo innanzi e con generale sorpresa s'arrestò. I due Ambasciatori e tutti i circostanti rimasero stupiti portando attoniti gli sguardi su di lui: una contrazione di fibre, un pallore improvviso apparvero sul suo volto indicando lo strazio d'un tormentoso pensiero: era l'ultimo saluto ch'egli dava alla bella speranza di regnare. Si scosse, s'avanzò, impugnò la penna e scrisse il nome; un susurro di letizia universale applaudì a quell'atto che molti sospiravano.
Subito dopo fu, senza contrasti, determinato che Gian Giacomo quel giorno stesso farebbe stendere un quadro numerizzato di tutte le armi e le salmerie che si trovavano nel Castello che dovevano passare, com'era convenuto, in proprietà del Duca, e farebbe trasportare tutti quegli oggetti nei cameroni inferiori delle case del Maresciallo, per essere, dopo la consegna, immediatamente caricati sulle navi e portati lontani dal Castello che doveva essere dato in mano ai Grigioni: che il mattino seguente egli farebbe uscire dalla Fortezza i suoi soldati e v'entrerebbero i Ducali e gli Svizzeri a prenderne possesso, eccettuatone però il Forte, in cui Gian Giacomo rimarrebbe sino al terzo giorno, allo spuntare del quale verrebbe su una nave ducale condotto a Lecco con quelle persone e con quegli effetti che stimerebbe meglio, e di là gli sarebbe poscia stato libero recarsi ove più gli piacesse.
Gian Giacomo aveva fatto disporre un sontuoso pranzo, al quale sedettero oltre gli Ambasciatori Ducali anche il Generale Lodovico Vestarino, cui egli mandò cortese invito al campo di Musso. Quei due famosi guerrieri che pochi giorni addietro avevano guidati i loro eserciti ad azzuffarsi con tanto accanimento, quando si videro nelle sale del pacifico desco s'onorarono a vicenda con molte parole, ma non saprebbe dirsi se le espressioni di lode e di stima che suonarono in quell'incontro sulle loro labbra non velassero un astio ed un'invidia profonda, perchè è noto che anche gli uomini dotati di sommo ingegno e valore, allorchè vengono delusi nelle loro ardenti brame, non sanno sottrarsi all'impero delle più basse passioni.
Il giorno seguente, ch'era il primo d'aprile 1532, le truppe del Castellano incominciarono di buon mattino ad uscire dalla Fortezza, e mano mano che giungevano od a Musso od a Dongo, venivano sbandate, recandosi quegli uomini che erano abitatori delle Terre del lago nelle proprie case, e gli altri parte facendosi in drappelli per recarsi come soldati venturieri allo stipendio dei principi d'Italia o d'oltremonte, parte unendosi all'armata Ducale, e parte finalmente scostandosi di là col reo pensiero d'infestare i luoghi difficili delle pubbliche strade.
Usciti questi, e ritiratosi Gian Giacomo con pochi de' suoi più fidi e colle donne nel Forte più eminente del Castello, entrarono in esso i Ducali ed i Grigioni. I primi si diedero tostamente a trasportare sulle navi tutti gli attrezzi di guerra e le munizioni cedute dal Castellano per spedirli a Como. I secondi, quasi forsennati pel contento di quella conquista, fattisi cedere dai Ducali grossa parte della polvere del Castellano medesimo, si misero con gran possa a scavare ampie e profonde mine agli angoli delle rocche, sotto le torri ed i baluardi, caricandole e mettendovi le micce per non perdere punto di tempo a dar opera alla demolizione di quelle per loro sì tremende mura, da cui erano usciti uomini che avevano portato tante volte il terrore sino nel centro delle loro più inospite valli.
I soldati del Duca, che volevano essi pure dare qualche sfogo alla loro vendetta delusa dal trattato di pace, non essendo spinti da alcun impulso a cooperare alla distruzione di quel Castello, fecero il progetto, ancor più barbaro, di trucidare in esso i Mussiani fatti prigionieri nella battaglia di Mandello e che avevano posti sulle navi, tenendovili gelosamente celati, per tema che il Medici ne chiedesse la liberazione.
Verso il cader del giorno li fecero scendere a terra pesantemente incatenati, e fattili entrare dal portone nella Fortezza, li chiusero separatamente in certe casematte sotto i baluardi del Maresciallo, attendendo il mattino per sacrificarli appena Gian Giacomo avesse abbandonato il Castello. Tra que' prigionieri trovavasi Falco, che per sottrarre il cadavere di Gabriele dal furore dei nemici cadde, come narrammo, stordito da un colpo sul cranio, e fu facile preda ai Ducali, che vedutolo inerme ed annodato inferocirono a lungo contro di lui coi fatti e le parole: ma quel guerriero Montanaro, d'animo quanto ardito altrettanto vigoroso e fiero, tutto sostenne con eroica fermezza: e mai un sospiro uscì dal profondo del suo petto, se non quando, tratto dalle navi a terra, passò, stretto in catene, sotto la volta del portone del Castello di Musso che aveva quasi sempre varcato tornando vincitore di quegli stessi che lo trascinavano a morte. Un soldato che Gian Giacomo teneva presso di se come servo, uomo per indole curioso e indagatore, vedendo dal Forte un movimento giù abbasso d'uomini d'armi Ducali dalle navi al Castello, di cui in quell'ora quasi tenebrosa non appariva la causa, s'adombrò d'alcuna trama, e uscito dalla porta, slisciò pian piano lungo le mura, evitando i Grigioni, sino in fondo della Fortezza, ove appiattatosi vide condur dentro i prigionieri Mussiani, e fra essi riconobbe distintamente Falco: ciò scoperto, si rivolse, e su su rientrò nel Forte. S'ignora s'egli palesasse la cosa a Gian Giacomo, e caso che gliene avesse fatto racconto, non si saprebbe comprendere per quali motivi quel Condottiero rimanesse inoperoso, e non tentasse strada alcuna onde salvare la vita a' suoi guerrieri facendoseli ridonare dal Vestarino. Ciò che è certo si è che trascorsa d'assai la mezzanotte, lo stesso soldato battè all'uscio della camera di Orsola chiamandola istantemente, e venuta questa donna ad aprirgli, le narrò a bassa voce che il marito di lei si trovava in quel medesimo Castello in mano dei Ducali. Orsola fu per isvenire a tale notizia, e appena riebbe la parola, pregò ardentemente quel soldato la guidasse tosto al luogo ove stavano i prigionieri, che avrebbe implorato dalla pietà dei custodi di rivedere e favellare al marito. Ella insistette onde ve la conducesse all'istante, perchè allo spuntare dell'aurora Gian Giacomo e tutti gli abitatori del Forte dovevano partire per Lecco, quindi essa stessa con loro, e la propria figlia Rina che si stava nelle stanze di Margarita Medici allestendo con altre donne gli equipaggi per essere disposte alla mattutina partenza: e nel cuore di Orsola sorse sorridente la speranza che Falco le avrebbe dato il desiderato comando di non seguire Gian Giacomo Medici, di ritornare invece a Nesso colla figlia, ove egli, liberato dai Ducali per effetto della celebrata pace, le raggiungerebbe, e condurrebbe con esse una più tranquilla vita.