Falco della rupe; O, La guerra di Musso
Chapter 25
Più uomini erano corsi intanto frettolosissimi ad annunziare al Vestarino che il nemico stava alle porte di Mandello, e si rendeva padrone delle batterie: il Vestarino fu non poco sorpreso da tanta audacia e prosperità del nemico, ma non si smarrì d'animo: fece suonare a raccolta, e mentre chiamava ad ordinanza i soldati dispersi pel lido, mandò le due schiere d'archibugieri che stavano già disposte in Mandello contro la più vicina truppa de' Mussiani, che era quella comandata da Gabriele. Nacque tosto accanita la pugna, ma il giovine Capitano combattendo da prode qual era, assecondato valorosamente da' suoi, ruppe la schiera nemica e sì spinse dentro le stesse vie del Borgo, ostinato a voler giungere allo scopo che s'era prefisso d'assalire la batteria al di là di quello.
Essendo nel tempo stesso cessato per opera del Sarbelloni e di Falco il fuoco delle due batterie al di quà di Mandello, Gian Giacomo argomentando da tal fatto il trionfo de' suoi, si spinse avanti colle navi e sempre più vicino a terra per compire la distruzione dei legni e ottenere l'intera disfatta dei Ducali. Il Vestarino aveva però nel frattempo riordinati numerosi drappelli, di cui mandò tosto alcuni alla difesa della terza batteria che unica continuava a grandinare i Mussiani, e corse cogli altri a riprendere le perdute. Successe una pugna fierissima fra esso e Sarbelloni, ma il numero la vinse, e i Ducali scacciarono gli oppositori, s'impadronirono di nuovo delle loro bombarde, che assestarono e caricarono immantinenti traendo tosto contro la flotta del Castellano che veniva a tutta voga ed era poco lungi dalla costa, cagionando ad essa gravissimi irreparabili danni. Sarbelloni, respinto dal Vestarino, erasi ritirato colla sua banda verso il picciolo promontorio della batteria di cui s'era impossessato Falco, e quivi unito a questo intrepido guerriero Montanaro, sebbene assalito da un numero quadruplo di nemici, si difese a lungo, sinchè vedendo entrambi che impossibile si era il sostenersi colà, Falco scagliossi come un leone furibondo in mezzo ai nemici, e gettato a terra il moschetto, ruotando una scure che aveva impugnata, si fece largo tra loro, seguíto da Sarbelloni e dai pochi uomini di loro schiere sopravvissuti a quell'assalto. Essi corsero verso il lido col pensiero di ricongiungersi a Gabriele, e ritirarsi tutti unitamente sino ad un luogo propizio a risalire le navi, ma più possibile non era che il valoroso giovine Capitano si unisse a loro. Dopo esser egli riuscito combattendo all'altra parte del villaggio, cacciossi tosto contro la batteria che aveva sempre avuto di mira di conquistare, ma affrontato quivi dal nuovo corpo di Ducali mandato dal Vestarino, dovette impegnarsi nel più ineguale dei combattimenti: quante prove può fare un disperato coraggio per giungere alla prefissa meta, egli tutte le adoperò, ma inutilmente, che soverchiato dalle forze nemiche, e scemata d'una metà la sua schiera, fu troppo tardi persuaso dell'impossibilità di quella intrapresa: tentò allora retrocedere sperando di scontrarsi negli altri amici, e porsi in salvo col loro soccorso, ma ogni via di scampo per esso era chiusa. I Ducali continuavano ad accorrere facendosi più grossi intorno a lui: quando la speranza del sottrarsi fu perduta, udendo intimarsi ad alta voce d'arrendersi prigioniero, alzò uno sguardo al cielo, pronunciò alcuni accenti, e rassicurata nella destra la spada, si scagliò con tutto l'impeto del suo vigore contro il cerchio de' nemici che lo serrava.
Il Montanaro di Nesso, apertasi col Sarbelloni e gli altri uomini d'armi Mussiani la strada sino al lago, invece d'unirsi colà, come sperava, a Gabriele, s'avvide con sommo dolore del grave periglio in che desso trovavasi avvolto. Forsennato a tale scoperta cercò colle più energiche parole di rattenere i soldati che, sbandandosi, procuravano fuggendo per la sponda di farsi riprendere dalle navi, e vedendo finalmente vana ogni via di portare utile soccorso a quel giovine che tanto amava, trasportato dall'amore per lui e dal furore contro i nemici: "Io, io solo, gridò, andrò a trarlo un'altra volta dalle unghie di quei demonii!: via, codardi, che lasciate perire sotto i vostri occhi un fratello del Castellano, un giovine tanto valoroso, l'unico tra voi che meriti il nome di soldato; andate, o vili! egli morirà di spada, voi altri di capestro!". Ciò detto, slanciossi tutto solo in un navicello che stava legato presso la sponda, spezzò la catena che lo fermava a terra, nella quale erano infissi i remi, e presi questi, maneggiandoli rapidamente, si spinse verso il luogo della spiaggia ove durava tuttavia la pugna: una grandine di palle venne scagliata a quell'intrepido dal lido, ma nessuna lo colse, ed ei giunto alla riva, balzato appena a terra, udì alzarsi lungo la sponda feroci grida, e intese il rimbombo contemporaneo della scarica di due batterie, per lo che rivolgendo il capo a riguardare il lago, vide una Borbota mussiana zeppa d'uomini che a tutta spinta veniva essa pure audacemente a quella sponda. Lieto di fiera gioia a tal vista, saltò su un sasso, e levando in aria la scure, con voce possente esclamò verso la barca: "Viva Musso! coraggio... venite... non siamo vinti... Gabriele resiste ancora"; e balzando sui cadaveri di che era ingombro il terreno, si spinse al luogo dove durava la mischia. A ripetuti colpi dell'arma ponderosa e tagliente che ruotava con incredibile forza e celerità il fiero Montanaro atterrava da una parte e dall'altra chiunque s'opponeva al suo passaggio, volendo egli giungere là dove combatteva il suo Gabriele, che andava avidamente ricercando dello sguardo fra il balenare delle spade e l'offuscamento prodotto dal fumo e dal polverio. Nol giungendo a ravvisare, egli lo chiama ad alta voce, e sente allora gridarsi alle spalle: "Medici è sul terreno... lo trascinano a Mandello". Cieco di rabbia e d'affanno supera ogni ostacolo, ogni resistenza, si spinge più avanti, e, spettacolo atroce! vede due Ducali che abbrancato ciascuno per un piede il corpo esangue del valoroso giovine lo trascinavano col capo nella polvere fuori del campo. La testa d'un d'essi è spiccata dal busto, la somma destrezza dell'altro può solo salvarlo dall'ira dì Falco, che rialza quella salma da terra, la sostiene col sinistro braccio, e sempre rotando il ferro tenta trasportarla verso il lido. Il capo del giovine estinto sobbalzando grondava sangue sul petto anelante di Falco, quel sangue di cui aveva tutta bagnata e lorda la chioma. Falco, ferito in più parti, impedito da quel peso, non trovava forza per sostenere il combattimento fuor che nell'estrema energia che in lui destavano a vicenda lo sdegno e la pietà.
Andava intanto crescendo intorno a lui il numero de' nemici: nessuno però dei quali ardiva accostarsi di troppo a quel furente che solo collo sguardo e l'aspetto incuteva terrore: in tal modo egli era quasi pervenuto a raggiungere gli altri Mussiani venuti sulla Borbota, che ad onta della resistenza nemica erano scesi a terra e s'andavano avanzando. Allorchè stava per unirsi a loro, un gran colpo che di dietro il colse sul capo, e glielo avrebbe spezzato se non l'avesse avuto saldamente difeso dalla fitta rete d'acciaio, gli fece allentare le braccia, per cui lasciò cadere col cadavere di Gabriele anche il proprio ferro, e vacillando piombò al suolo avendo perduti i sensi. Mentre i Ducali s'assicuravano del caduto Falco, i Mussiani irrompendo tutti ad un tratto pervennero al luogo ove era il corpo di Gabriele, e presolo, retrocedettero rapidamente difendendosi, e risalirono la barca non senza aver sofferta molta strage.
Il Castellano fuggì da quelle acque con poco e lacero navilio: delle navi che formavano la squadra comandata da lui medesimo non rimaneva altro che il Brigantino e la Salvatrice, di cui aveva assunto il comando Achille Sarbelloni, oltre poche Borbote, essendo tutti gli altri legni affondati, o rotti fuor d'uso del navigare. De' suoi capitani, Mandello era ferito, il Negri ucciso, e il Matto che aveva condotta la Borbota al lido di Mandello, colto nel retrocedere da una palla di bombarda in una coscia, era spirante. La squadra capitanata da Pirro Rumo, meno guasta e con minor numero di morti e di feriti, non avendo potuto mai oltrepassare la punta di Mandello per unirsi al Castellano, fu costretta a ritornare a Lecco, ove dovette rendersi prigioniera all'Acursio, che si era impadronito di Malgrate, del Ponte sull'Adda, del Porto e di tutta Lecco, eccetto il Castello che aveva però già circondato di numerosa artiglieria, e di cui breve poteva essere la resistenza.
CAPITOLO DECIMOQUARTO
In cento parti Gli aspri monton colla ferrata fronte Urtan, doppiando i colpi, il saldo muro, E ne tremano i boschi, e n'ha spavento L'onda del Lario e il monte alto ne geme. E di tant'armi il fulminar non lascia Le conquassate torri e i merli e i tetti, I cari tetti che già volti in fiamme Piomban qua e là con subita ruina.
GASTONE DELLA TORRE DI REZZONICO, _L'eccidio di Como._
Era notte: il Castellano e il suo più fido amico il Pellicione stavano in una stanza appartata del Forte entrambi muti e pensosi seduti ai lati opposti d'una massiccia tavola su cui ardeva una lampada infissa in un lucerniere di bronzo. Medici teneva incrocicchiate le braccia, socchiuse le ciglia e fiso lo sguardo nella parete di contro: portava il corsale di ferro e il rimanente dell'abito stretto al corpo; il suo capo era scoperto, per cui il lume rischiarava liberamente di profilo il suo volto, a cui i neri ricciuti capelli, il pelo del mento e dei mustacchi davano un carattere più deciso e severo. Pellicione vestiva un giustacuore di panno bruno, con maniche larghe listate, serrate al pugno; aveva in testa un cappello alto acuminato, con larghe falde che gli ombreggiavano il volto sostenuto dalla sinistra mano, mentre teneva la destra arrampinata negli intrecciamenti della complicata impugnatura di sua spada che sopravanzava alla tavola.
Sulla faccia del Castellano, di quell'ardito avventuriero la cui sovrana fortuna era prossima al tramonto, si vedevano dipingersi alternativamente ora una dignitosa calma con cui sembrava assopisse tutta la tempesta della mente, ora un lieve sogghigno minaccioso, disfidatore, che tramutavasi in una maestosa guerresca alterezza con cui pareva dire: "_Io mi son io ancora: nessuno m'ha interamente vinto o domato_". Pellicione alzò gli occhi su di lui nel momento che il suo viso aveva tale impronta, e come se gli avesse letti appunto in cuore quelle parole, gli disse:
"Non è poi la prima volta che noi ci vediamo chiusi dai nostri nemici in questo Castello. Sono trascorsi pochi anni da che i Grigioni venuti a Bongo credevano averci ridotti, come l'orso, all'orlo del precipizio, che è costretto a lasciarsi prendere od a balzarvi da se; pure non solo se ne siamo liberati, ma li ricacciammo lontani, e divorammo assai del loro: e in quel tempo questo Castello non contava la metà dei baluardi da cui è riparato attualmente; nè v'era traccia di questo Forte e del taglio: ora, oltre le difese murali ne possiamo sperare una più efficace nei soccorsi del Conte d'Altemps che non può tardare gran fatto a qui giungere co' suoi Tedeschi".
"Se fosse altri che il conte Volfango, rispose Gian Giacomo i cui pensieri erano già divenuti più tristi, direi che mi ha tradito: ma egli non è di ciò capace; e m'è forza pensare che sia stato incagliato nel viaggio da secreti comandi dell'Imperatore che protegge il Duca. Se ciò non fosse, una parte almeno delle bande Alemanne, in vista delle pressanti istanze da me fatte, e delle sue promesse, doveva essere da più giorni qui pervenuta, e avremmo impedito che ci stringessero d'assedio. Ora che vuoi, mio caro? Abbiamo Grigioni a sinistra, Ducali a destra. Dongo e Musso rigurgitano di soldati della Lega e del Vestarino, che si sono stesi anche in tutto il paese all'intorno:, gli edificii che m'appartengono vennero cangiati per loro in quartieri fortificati, i monti circostanti muniti d'artiglierie, e il lago innanzi a questo Castello coperto dalla loro flotta. Corenno, Gravedona, Rezzonico sono cadute in loro potere, ed oggi si seppe che il Forte di Lecco fu preso esso pure dall'Acursio, il quale vi fece crudelmente appiccare ai merli il nostro Alvarez Carazon, siccome disertore di Spagna".
"Povero Catalano! (esclamò Pellicione lasciando cadere il braccio sul tavolo, e guardando in alto sì che la metà inferiore del volto uscì dall'ombra del suo largo capello.) Un buon compagnone di quella fatta! che non aveva eguale sia colla spada, sia colla tazza in pugno! Dopo essere stato al di là dì tanti mari quasi sin dove termina il mondo, dopo avere incontrato tutti i pericoli del ferro, del fuoco, dell'acqua, finire di corda per man d'un Ducale! Ah per la spada di san Michele! è un insulto che non si può inghiottire!... Tu, sventurato Alvarez, avrai resistito a lungo sperando sempre che noi giungessimo colà ad assalire l'Acursio: sappi che tale appunto era la nostra brama, ma che le maladette bombarde di Mandello ce lo impedirono ostinatamente... quelle... sì quelle cagionarono la tua e la nostra ruina". Stette un momento silenzioso, poi proseguì a mezza voce, come se parlasse tra se e se, contando sulle dita, e facendo pausa ad ogni nome che proferiva: Pirro Rumo prigioniero... il Catalano appiccato: morti di ferite... Mandello,.. Matto... Negri... Falco... e il signor Ga.....!" Non osò pronunciare intero questo nome, perchè il Castellano si scosse:, ed ei, guardandolo, gli vide in faccia l'espressione del più cupo e profondo dolore: i suoi occhi non s'inumidivano, perchè natura l'aveva privato del dono delle lagrime, ma vi si scorgeva per entro una commozione che indicava tutta la costernazione del pianto senza poterne avere il sollievo. "Anch'esso pur troppo! disse, così giovine e dotato di tanto valore! Il minore d'età di noi fratelli, e fu il primo! qual ferita sarebbe al cuore di nostro padre s'ei vivesse ancora! Il buon vecchio lo prediliggeva fra tutti i suoi figli, perchè l'ultimo, e perchè sperava che non inclinasse alla guerra come io, Battista ed Agosto, nè alla Chiesa come Giovan Angelo. Mi fu riferito che quando, io lasciai Milano, e venni a prendere le armi sul lago, egli diceva a Gabriele allor fanciullino: tu solo fra i miei figliuoli sarai sostegno del nome di tua famiglia; tutte le mie speranze sono appoggiate sopra di te, ed ho fiducia di vederti agiato e tranquillo, quando i tuoi fratelli saranno tolti al mondo. Misero padre! egli morì ed io ho già fatto dar sepoltura anche al suo Gabriele... e fu col sacrificio della vita di Falco, di quell'intrepido e generoso montanaro che si giunse a togliere il cadavere di mano ai nemici, che se non era quel mio Capitano, il suo corpo sarebbe stato vituperato, o rimaneva pasto ai corvi sul lido di Mandello!"
"V'ha chi dice, rispose il Pellicione, che Falco non sia perito nella pugna, ma che fatto prigioniero, sia stato poscia ucciso dai Ducali". "Assassini! Io accordai dopo pochi giorni la libertà ai loro soldati che feci prigionieri nella battaglia di Bellaggio; essi scannano i miei da vili e crudeli quali sono. Visitando ieri mia sorella e le cugine, che feci ritirare qui abbasso in Castello, vidi seco loro la moglie e la figlia di Falco: quanto sono desolate quelle donne! Veramente le meschine perdettero tutto perdendo il padre e il marito; ma io non le lascierò mai abbandonate sin che possederò anche il più debole mezzo per sostenerle".
Dopo varii altri ragionamenti intorno l'esito sventurato dell'ultima battaglia, Gian Giacomo considerando le sciagure che a lui sovrastavano non seppe trattenersi dal nuovamente rimprocciare con acri parole al Pellicione il mal consiglio datogli di rifiutare le trattative". A che v'avrebbe giovato, rispose con ira a quei rimproveri il Pellicione, l'essere in pace con quei di Milano, mentre gli Svizzeri, come vedete, stavano già in procinto di piombarci addosso?"
"S'io fossi stato in accordo col Duca, le schiere dell'Altemps non avrebbero trovati ostacoli a scendere in Italia, e con alcune centinaia d'uomini di più mi bastava l'animo di rompere la Lega in modo da levarle ogni forza da potersi riannodare".
"E con che volevate voi pagare le truppe del Conte, quando aveste sborsati i quarantamila scudi, condizione principale del trattato, e si foste rimasto colle casse vuote? Credete voi che senza prontissime paghe quelle bande d'avventurieri v'avrebbero obbedito un sol giorno? Non vi rammentate gli eccessi a cui si abbandonarono in Italia quelli venutivi sette anni sono coll'esercito del Contestabile Borbone, e il saccheggio dato a Roma ad onta dei comandi di Carlo, causato dalla loro insaziabile cupidigia?" Il Castellano fremette, e nulla rispose ingolfandosi in altri pensamenti: Pellicione rimase nella primiera attitudine silenzioso e meditabondo esso pure.
Al suonare che fecero i tamburi indicando l'ora del mutarsi delle sentinelle Pellicione si levò in piedi per partire; Medici, il cui sembiante era ritornato tranquillo, alzatosi d'un tratto, s'accostò a lui, gli prese la destra, e disse: "Ho l'intima persuasione che la sorte non ci sarà tanto nemica da condurci al passo estremo; ma comunque sia, non è agli uomini, la cui mano ha giammai abbandonata la spada, che il morire pugnando reca spavento; e noi siamo in grado di far sentire a molti e molti nemici quanto sia periglioso cimento l'accingersi a penetrare sin dove siam noi. Or va, invigila le scolte, provvedi onde i bombardieri non s'allontanino dalle batterie, desta la vigilanza delle guardie alle vedette, e riconosci tu stesso dai baluardi se il nemico ha prese nuove posizioni: io m'affido interamente a te; tu conosci quanto ti tengo caro, ed io so quanto mi sei fedele".
Pellicione uscì di là compiutamente riconciliato in cuore col Castellano, e si recò alle mura onde osservare se i posti venivano diligentemente guardati e se tutto era disposto alla difesa. Sebbene la notte fosse a mezzo il suo corso, trovò tutti i drappelli d'uomini d'armi vegliare alla custodia del Castello di distanza in distanza come erano stati distribuiti: s'affacciò ai merli del vallo e guardando dalle feritoie, vide splendere abbasso e su pel monte vicino gran numero di fuochi ch'erano accesi dai soldati del Duca commisti agli Svizzeri, di cui s'udiva un lontano e confuso schiamazzare che si confondeva col mormorío delle acque del lago che un notturno venticello rompeva alla sponda: osservato il tutto attentamente, persuaso che il nemico nè pensava nè poteva tentare una sorpresa, ripetè il moto di vigilanza, e si ritrasse a riposo.
I guerrieri, e quasi tutte le poche persone d'altra qualità che si trovavano rinchiuse in quella assediata Fortezza, benchè stordite dal rapido ravvolgimento avvenuto nella fortuna del Castellano, pure siccome legati a lui per tante cause, confidavano ancora ciecamente nella sua indomabile intrepidezza, nella sua avvedutezza ed esperienza somma, di cui avevano avute tante rimarchevoli prove, e si tenevano certi ch'egli sarebbesi sciolto da quella stringente briga, ed avrebbe allontanato il periglio, e restituita a tutti la libertà e la sicurezza ricuperando il pristino potere.
Pei soli cuori d'Orsola e Rina non eravi più sollievo, non eranvi più speranze, e la vita di queste donne infelici dir si poteva una successione di lamenti e di pianti. Quel mattino della partenza delle navi per la battaglia, appena Falco fu uscito con Gabriele dalla propria casa onde recarsi al Porto del Castello, Rina crudelmente desolata dalle dolorose parole dell'amante, pallida, travolta, s'abbandonò nelle braccia della madre a lei con soffocati e rotti accenti palesando i presentimenti funesti di che le si era mostrato ingombro il giovine guerriero unico oggetto di tutte le sue cure: la madre volle riconsolarla tentando di farle sparire dalla mente ogni sinistra aspettativa; ma siccome ella stessa prestava somma fede agli interni presagi, partecipò a poco a poco, riguardo al marito, ai timori della figlia, che nell'animo suo più debole e pregiudicato presero quasi il carattere d'una spaventevole certezza. Passarono le due donne tutto quel giorno in un'angoscia inesprimibile, la quale non si sminuì che vicino a sera quando Rina, non mai staccatasi dalla finestra verso il lago, chiamò precipitosamente la madre facendole vedere in lontananza due legni della flotta del Castellano che ritornavano a Musso. Si fece più oscuro, e la figlia e la moglie di Falco scorsero palpitando que' due legni passare nelle acque innanzi a loro rapide come due nere nubi spinte, dalla tempesta, ed entrare nel Porto della Fortezza. Rina sentì un moto fatale a quella vista, come se una voce misteriosa le avesse mormorato all'orecchio: _là sta il cadavere di Gabriele_. Nulla poterono penetrare quella notte intorno all'esito del combattimento; ma quanto non s'accrebbe la loro ambascia il mattino quando seppero la notizia, che si sparse prontamente per tutto, della terribile sconfitta ricevuta dai Mussiani a Mandello? Orsola corse alla Fortezza e per Musso richiedendo, implorando da cento persone che le venissero date novelle del marito; ma tra lo spavento e la confusione generale, non raccolse che voci vaghe e contraddittorie, le quali però le lasciarono sussistere in cuore un raggio di speranza, poichè tra le narrative dei più che asserivano essere Falco rimasto ucciso con Gabriele sul campo, v'erano alcuni che narravano essersi invece questi due recati sulle navi col capitano Mandello al soccorso di Lecco, e tale novella era fatta spargere ad arte dal Castellano per tenere sospesi gli animi degli abitanti di quelle borgate e temperare il pernicioso effetto della narrativa della tristissima realtà del fatto.
Due giorni dopo la battaglia essendo giunto l'avviso che i Grigioni avevano preso Sorico, e s'avanzavano dalle Pievi verso Dongo per cingere d'assedio il Castello, e vedendosi ad un tempo apparire alle alture di Varenna la flotta Ducale che veleggiava essa pure verso Musso, Gian Giacomo Medici, conoscendo di non aver forza bastante per opporsi all'aperto ad entrambe quelle armate nemiche, fece incendiare l'arsenale con tutte le barche, e con sommo dolore anche il proprio famoso Brigantino; radunò nel Castello tutti gli uomini d'armi che gli rimanevano, v'invitò i terrazzani de' paesi vicini atti alla difesa, e fattevi entrare le donne che a lui od a' suoi Capitani appartenevano, inchiodati e appuntellati i portoni, calate le saracinesche e muniti di spesse artiglierie i baluardi, attese il nemico.
Orsola e Rina, venute esse pure a chiudersi là dentro, seppero tosto la verità dei fatti, e svanì per tal modo dai loro cuori anche quel lieve dubbio consolatore che le contraddittorie novelle v'avevano lasciato sino a quel momento sussistere. Maestro Lucio Tanaglia la prima volta che discese dal Forte a visitare quelle donne nella Rocca di Sant'Eufemia, ove era stato alle medesime assegnato l'albergo presso quello di Margarita sorella del Medici e delle di lui cugine, narrò ad esse con grave cordoglio d'avere veduto egli stesso, la notte che susseguì la terribile battaglia, a seppellire secretamente Gabriele, il suo giovine alunno, nella Chiesa del Castello.