Falco della rupe; O, La guerra di Musso
Chapter 27
Il soldato cedendo alle replicate inchieste di Orsola, aderì ad esserle scorta ai baluardi occupati dai Ducali, ed ella allora tutta gioiosa fece rapidamente un involto di sue poche masserizie ed oggetti di vestimento che pose da canto col pensiero di riprenderle quando sarebbe venuta a levare la figlia, e via col soldato alla porta del Forte che questi fece aprire e giù per quelle tenebre di bastione in bastione sino alle case del Maresciallo. Pervenuti colà scorsero un lume dentro un camerone, che era quello da cui si discendeva alle case matte: il soldato fecelo rimarcare ad Orsola e le disse d'avviarsi quivi da sola, ch'egli starebbe ad attenderla più in su al ritorno, e si scostò immediatamente da lei. Orsola, trepidante di tema e di contento, s'avanzò con incerti passi, ed entrò colà: al fosco chiarore d'una lampada vide quattro uomini d'armi che dormivano, due stesi sulle panche e due col capo piegato sulle braccia appoggiate alla tavola. Tremò la meschina non osando risvegliare que' feroci, ma l'un d'essi destato dal rumore de' suoi passi levò la testa e diè un grido d'allarme; balzarono in piedi i tre altri brandendo le armi: allora la donna gettossi ai piedi di quel primo, espose la causa di sua venuta, e colle lagrime agli occhi e le mani giunte implorò la grazia di vedere il marito.
"Al levare del sole, le rispose desso ruvidamente, quando lo condurremo fuori per fargli la festa, potevi vederlo a tuo bell'agio senza che fosti qui venuta a romperci il sonno, che non so come diavolo vi sii riuscita: ma sei fortunata: trovi un uomo di buon cuore che non può vedere a piangere le donne: Tacco, va con Lisca a condurla là giù dove abbiamo messo Falco; ch'egli se la becchi pure prima che gli storciamo il collo".
Quei due uomini d'armi, che s'avevano volti più da sgherri che da soldati, presa una fiaccola per ciascuno, guidarono Orsola da un uscio che s'apriva quivi ad un corritoio, in fondo al quale vedevasi una porta ferrata. Tacco, che portava appeso alla cintola un mazzo di grosse chiavi, ne tentò bestemmiando tre o quattro alla toppa, sin che scontrata la corrispondente, dischiuse, traendo il chiavistello, spinse pesantemente l'imposta, che cigolando s'aprì di poco, e consegnata la sua fiaccola ad Orsola, questa palpitando vi penetrò. Appena ebbe dessa posto il piede là dentro, Tacco richiuse il battente e vi girò la chiave; la donna, oppresso il cuore dal terrore e dall'angoscia mista però alla speranza, discese lentamente una lunga scala, e giuntane in fondo, s'arrestò, temendo inoltrarsi prima di sapere chi vi fosse in quella sotterranea stanza.
Falco, che stava colà seduto su un masso a piedi d'una grossa colonna, colpito da quel lume improvviso, alzò il capo e conobbe egli pel primo la moglie: levossi, e il rumore di sue catene fece di lui avvertita la donna, che, vedutolo, diè un grido, e posta a terra la fiaccola, s'abbandonò quasi svenuta nelle sue braccia. Avevano a Falco strappata d'addosso coll'armi la schiavina e la rete che gli formava berretto, onde non portava sulla persona che il lacerato giaco di maglia, aveva nudo il collo, sparsi i capelli, e pallide oltremodo le guancie pel sangue versato ed i tremendi suoi casi: una pesante e lunga catena lo serrava a mezzo il corpo e metteva capo in un grosso anello di quella colonna.
"Oh, moglie mia! disse egli con voce addolorata, come mai potesti tu penetrare in questo orrido luogo? Come hai avuto il coraggio d'affidarti ai Ducali?"
"E tu me lo domandi? rispose Orsola con flebile ed affannato accento. V'è pericolo, v'è tormento che io non avrei superato o sofferto per venirti a vedere?"
"Ti ringrazio (e la strinse al cuore)! morirò più contento per averti abbracciata! Oh così potessi serrarmi al petto almeno una volta ancora mia figlia: ma dimmi, dove lasciasti Rina? si trova ella in luogo di sicurezza? non v'è possibilità che sia scoperta e rapita? Vorrei provare le pene dell'inferno anzichè sapere che un nemico vituperando mia figlia, dicesse al mirare le sue lagrime, questo è pianto della figlia di Falco, del fiero abitatore della rupe. Ah toglimi, toglimi un tal pugnale dall'anima!"
"Rina è sicura: essa sta nel Forte presso la sorella del signor Castellano, colla quale dovevamo entrambe partire tra poche ore:... ma adesso che felicemente ho scoperto che tu vivi, non lasceremo queste mura se non per venir teco quando sarai liberato, e ritornarcene insieme alla nostra Terra di Nesso".
"Tu partirai con loro e colla figlia (pronunciò Falco in tuono autorevole). Datti pace e ti calma, la mia morte è decisa. Io rendo grazie al Cielo che mi ha concessa quest'ultima consolazione d'udire dalle tue labbra che mia figlia è salva per sempre dall'ira dei nemici, nè più abbisogna con te del mio sostegno.--La mia ora è venuta, è d'uopo partire.--Non è Falco che deve paventare la morte: sai tu chi ho veduto affrontarla intrepidamente e cadere reciso nel più bel fiore della vita?"
"No, no, tu non morrai! (disse Orsola animato il viso di viva gioja): non sai dunque che il Castellano ha fatta la pace coi Ducali, e che tutti i suoi soldati sono usciti di qui liberamente, e si sono recati senza molestia ai loro paesi? Così faranno anche con te: appena Gian Giacomo sarà partito, ti lasceranno andare onde possi condurre tua moglie e tua figlia lontane da questi tristi luoghi".
"Oh quanto t'inganni! (rispose Falco crollando il capo ed abbracciandola con maggiore affetto): noi eravamo creduti estinti e non fummo compresi nel patto della pace. No, per me non vi sono più speranze: è l'ultima volta che ti vedo: fra pochi momenti i Ducali bagneranno le loro mani nel mio sangue".
Orsola impallidì, tremò, e cadeva se Falco non le prestava appoggio. "Non ti uccideranno (singhiozzando esclamò) se hanno una scintilla di pietà nel cuore... pregherò... griderò... stringerò loro le ginocchia sino a che non ti abbiano reso a tua moglie, a tua figlia, a quella povera figlia innocente che morirà di dolore".
"Ah non straziarmi di più! va, torna nel Forte, prendi la figlia e partì: dalle un bacio per me, e non palesarle mai il misero fine di suo padre... Oh cielo!.. esci... corri... fu tratto un colpo... il giorno s'avvicina, Gian Giacomo starà per partire".
S'udì un colpo e due e molti, poscia un gran calpestio al di sopra della vôlta; indi nel corritojo superiore alla carcere, e un trarre e chiudere di catenacci. Orsola si mosse replicate volte per partire, ma sempre retrocesse disperata ad abbracciare il marito: quando alla fine, spinta da lui, stava per salire la scala, spalancossi l'uscio di sopra, e discesero rapidamente molti soldati con faci accese, i quali staccarono la catena di Falco dall'anello, e su il condussero. Orsola lo seguì, afferrando or per le braccia, or per gli abiti quegli armati che la ributtavano, invocando invano da essi pietà.
Venuti allo spianato sul baluardo, qual orrida scena! vi stavano ammucchiati i cadaveri detroncati degli altri prigionieri già trucidati: a tal vista mancò la voce ad Orsola, e cadde tramortita su quei corpi istessi.
Falco non se ne avvide, poichè aveva rivolto lo sguardo al lago, su cui una nave veleggiava spinta lontana da Musso da prospero vento: era il Castellano che abbandonava per sempre quel lido. Il Montanaro di Nesso mandò appena un sospiro e il suo capo spiccò dal tronco, e dall'uno degli sgherri afferrato pei capegli venne squassato in segno di trionfo.
Uno scoppio orrendo ed una pioggia di sassi seguirono d'appresso quell'atroce fatto, e furono i Grigioni che, impazienti di mandare a ruina il Castello, appiccarono il fuoco senza darne avviso alla mina più alta. I Ducali fuggirono di là a rompicollo, nessuno si curando di Orsola, che rimase dagli scagliati massi uccisa e sepolta. Alcun tempo dopo la prima scoppiarono le altre mine, e con rumore infinito si squarciarono le torri, e, crollando, ruinarono sugli altri edifizii e li spaccarono, ed immensi frantumati macigni sollevati dalla potenza del fuoco ripiombarono cagionando nuove ruine. Tremò il lido e rimbombarono i monti a quel fragore smisurato, ed un polverio formando una densa vastissima nube coprì di fitto velo quello spazio: allorquando si diradò, gli attoniti abitatori mirarono in luogo dell'imponente turrito Castello un ammasso di ruine e di macerie spazzate poi dall'ala infaticabile del Tempo.
La bella e sventurata figlia di Falco, condotta ad Arona da Margarita Medici fatta sposa al conte Giberto Borromeo, si chiuse in un chiostro e consunta dalle lagrime incessanti e dai dolore, morì tra quelle mura prima dello spirare di un anno.
Gian Giacomo Medici, divenuto marchese di Marignano, dopo avere assegnato sul proprio feudo un picciol reddito al suo vecchio Cancelliere Maestro Lucio Tanaglia, il quale ritornò come aveva sempre desiderato a terminare i suoi giorni in Milano, si recò in Piemonte agli stipendii del Duca di Savoia. Richiesto poscia dal Marchese Del Vasto che successe al De-Leyva in qualità di Generale supremo, passò al servizio dell'imperatore Carlo Quinto resosi assoluto signore del Ducato di Milano per la morte del duca Francesco Secondo Sforza avvenuta nel 1535. Accusato di fellonia, venne dal Generale Del Vasto fatto imprigionare col fratello Battista: ma protetto da don Alvaro di Luna primo Castellano spagnuolo in Milano, fu liberato e chiamato dal-l'Imperatore presso di lui in Ispagna. Elevato al grado di Generale negli eserciti imperiali, guerreggiò nelle Fiandre, in Ungheria, in Sassonia, in Italia sempre con molta gloria e prospero successo anche nelle più arrischiate intraprese.
Si sposò a Marzia Orsina sorella del conte Francesco di Pitigliano, la quale morì senza lasciargli prole; addolorato di ciò, e desideroso il Marchese di Marignano di mantenere la successione nella propria famiglia, fece dono di gran parte delle sue sostanze al fratello Agosto, consigliandolo ad ammogliarsi. Agosto Medici condusse in isposa Barbara Maina, da cui ebbe un figlio a nome Gian Giacomo che successe allo zio nel Marchesato di Marignano, che tramandò quindi ai proprii discendenti, e fa stipite retto del nobile casato che esiste tuttora con tal nome in Milano.
"Morì Gian Giacomo Medici (sono parole del Missaglia) l'anno mille cinquecento cinquanta cinque a' gli otto di Novembre a hore ventitrè in Venerdì di anni sessanta della sua vita. Giace il suo corpo nella Chiesa Maggiore di Milano nella quale dalla pietà di Pio Quarto (Giovan Angelo Medici suo fratello creato Pontefice nel 1559) gli fu eretta una capella con perpetua et quotidiana celebratione di Messe, con un superbo deposito di finissimi marmi, con leggiadri ornamenti e molte figure di bronzo con ingegnosissimi significati, et una statua pur di bronzo a lui somigliantissima fatta per mano dell'eccellente Cavalier Leon d'Arezzo scultore rarissimo de' nostri tempi con questi due epitafii l'uno a se et l'altro a Gabrio suo fratello."
JO JACOBO MEDICI MARCHIONI MARIGNANI EXIMIJ ANIMI ET CONSILIJ VIRO, MULTIS VICTORIIS PER TOTAM FERE EUROPAM PARTIS APUD OMNES GENTES CLARISSIMO CUM AD EXITUM VITÆ ANNO ÆETATIS LX PERVENISSET.
GABRIELI MEDICI INGENII ET FORTITUDINIS EXIMLE ADOLESCENTI, POST CLADEM RHETIS ET FRANCISCO SECUNDO SFORTIÆ ILLATAM, NAVALI PRÆLIO DUM VINCIT CUM INVICTI ANIMI GLORIA INTERFECTO.
Questo monumento, che è l'uno de' più ricchi e riguardevoli che si ammirano nel nostro Duomo, fu sgombro non ha guari dagli impedimenti che da più anni lo toglievano allo sguardo, e vedesi ora integro e ripulito in fondo alla navata destra entrando presso la porticella per cui si sale all'aguglia.
FINE.
End of Project Gutenberg's Falco della rupe, by Giambattista Bazzoni