Part 4
6. L’idea di dar fin d’ora al papa la presidenza della confederazione futura, è senza dubbio una magnifica idea; fu idea, fu fatto incontrastabile del medio evo. E questo fatto, oggetto già di scorno in bocca a storici e filosofi volontariamente od involontariamente ignoranti, è col progresso della scienza diventato oggetto dell’ammirazione e della gratitudine di molti scrittori più sinceri o meglio informati. Ma potrà egli mai restaurarsi tal fatto? E quello del terzo gran primato d’Italia, sperato insieme come conseguenza? Io dirò schietto e con molti: crediam difficili e l’una e l’altra restaurazione. Difficili sono per sè le restaurazioni tutte. Di cento ideate s’arriva appena a tentarne dieci; di dieci tentate se ne compie una; e quest’una compiuta non suol durare senza modificazioni, rimane men restaurazione, che mutazione nuova ella stessa. La confederazione sarebbe pur essa restaurazione; già difficile dunque per sè, in generale; non v’aggiungiamo la difficoltà maggiore dell’imitazione più particolare. Quando quei Gregori I, II e VII, ed Alessandro III, ed Innocenzo III restaurarono le confederazioni italiane, essi non imitarono già così particolarmente i modi delle antiche, nè Lorenzo imitò i modi di quelle non antiche ma già antiquate; tutti questi ne inventarono delle nuove, secondo i tempi. Imitiamo anche noi, o i nostri nepoti, non i particolari, ma gli autori delle opere grandi; quella è, in ogni cosa, imitazione sempre servile, questa sola talora grande. — Del resto noi crediamo, che nè il sommo pontefice il quale regna ora con quel nome ben augurato de’ Gregori, nè i successori di lui, nè i buoni e sodi servitori di essi, non desiderano nè desidereranno mai più siffatte presidenze; come i sodi Italiani non desiderano all’Italia quel gran primato, che pur fu, ma non può esser più nemmen esso, in niun futuro prevedibile. Non sono più i tempi delle dispute di _Egemonia_ fra quelle repubblichette greche in cui era raccolto tutto il fior d’una nuova e stretta civiltà; non più i tempi delle dispute d’imperio tra Roma e Cartagine, che si dividevano quella civiltà cresciuta e pur limitata ancora; non più i tempi delle contese tra la monarchia universale affettata dagli imperatori germanici, e la monarchia ecclesiastica tenuta dai papi; non più i tempi che una sola nazione cristiana raccoglieva in sè quasi tutta la cristiana civiltà, e ne teneva quindi incontrastabilmente il primato; non più tempo nemmeno delle guerre che si chiamavan d’equilibrio e furono di preponderanza europea tra Francia e Spagna, Francia ed Austria, Francia ed Inghilterra. Ora son tempi felicemente diversi; ora è forse men sogno sperare una indipendenza universale, una guarentigia reciproca di tutti gli stati cristiani, che non nè una monarchia universale, nè una preponderanza, nè un primato durevole, nè uno stesso equilibrio; men sogno l’indipendenza reciproca delle due potenze temporali e spirituali, che non una temporal presidenza della spirituale. — Accettiamo dunque il gran pensiero del Gioberti; trattiamo della confederazione italiana in generale, senza scendere a’ particolari nè della presidenza, nè delle leggi e dei patti di essa, nè del numero e qualità dei confederati eventuali. Anche ridotta alle generalità, la questione è ispida di difficoltà, per la lontananza e le incertezze d’esecuzione. Non accresciamo quelle difficoltà collo scendere ai particolari incertissimi d’un ordinamento già incerto. Lasciamo ai posteri qualche cosa da fare; ai contemporanei dell’evento qualche libertà d’esecuzione. — Se Dio voglia, se mai venga il gran dì della confederazione, i confederati pongano essi patti, limiti e presidente.
7. Ed all’incontro parmi sia da scendere ai particolari del primo eseguimento; sia da trattare almeno della prima e più ovvia difficoltà. Non facciam dire ai soliti derisori: «Tutto ciò è bello e buono. Tutto ciò starebbe bene. Ma a tutto ciò è un ostacolo grave, attuale, irremovibile; il sappiam noi che non iscriviamo, ma operiamo, noi che siamo all’opera, alla guerra effettiva, alla breccia. Sogno, sogno anche questo; scrittura, filosofia, idealismo». — Ma anche qui parrebbemi più giusto dire: l’ostacolo vi è, l’ostacolo non fu considerato sufficientemente, consideriamolo; vi fu deficenza nella proposizione, facciamo un supplemento o complemento. Il rimanente della breve opera mia non sarà altro oramai.
CAPO SESTO.
LA CONFEDERAZIONE È IMPOSSIBILE FINCHÈ UNA GRAN PARTE D’ITALIA È PROVINCIA STRANIERA
1. L’ostacolo, unico, ma gravissimo a qualunque confederazione italiana, è quella signoria straniera che penetra nel fianco della penisola, che soverchia in potenza e popolazione italiana, quattro de’ sei principati italiani; e che li soverchia tutti insieme poi come parte d’un imperio più grande che non la penisola intiera[9]. Finchè dura tal condizione, non è possibile niuna confederazione, niun ordinamento, niun equilibrio italiano, non è possibile se non una preponderanza di quell’imperio sugli stati italiani. Quando Napoleone, ordinata Francia sotto il suo consolato, volle ordinare Italia, ognun sa ch’ei chiamò a sè molti notabili italiani in quell’adunanza, a cui rimase il nome di _Consulta di Lione_. Fra i primi o primo era Melzi. Il quale entrato in discorso, e buono Italiano ed alto uomo di stato com’era, proponendo che l’Italia settentrionale fosse riunita sotto una sola dizione, ed assentendo fin lì pur Napoleone, proseguì il Melzi a cercare qual casa di principi si potesse chiamare a sì bello stato, e nominò Casa Savoia. Sorrise allora malcontento Napoleone. Ed insistendo Melzi a mostrare come ciò converrebbe insieme all’equilibrio d’Italia e a quel d’Europa: — «Ma chi vi parla d’equilibrio?» riprese vivamente Napoleone. — E Melzi, stato alquanto sopra sè: «Or intendo. M’ingannai. Io doveva parlare di preponderanza». — «Così è, or vi apponete», riprese Napoleone; e di preponderanza o prepotenza od onnipotenza fu l’ordinamento effettuato. — E finchè sotto diversissima signoria dura pur un simile ordinamento, ei si può ben soffrire e rassegnarsi o gridare; ma niun equilibrio, niun ordine vero sarà mai in Italia, od anzi niuna vera Italia nell’equilibrio d’Europa.
2. E niuna confederazione buona in Italia. Io credo che ciò sia chiaro a chiunque abbia ombra di senno. Ma discorriamone; posciachè siamo a discorrere. — Io dico che la confederazione italiana non è desiderabile nè possibile, se v’entra la potenza straniera; e che sarebbe desiderabile forse, ma così difficile, che monta ad impossibile, senza la potenza straniera.
3. Presieduta dal papa o da qualunque altro, ed ordinata in qualsiasi modo che lasci entrare la potenza straniera, la confederazione non può più essere desiderabile a nessun Italiano. Quando si pattuisse e giurasse che il papa sarebbe presidente, il papa nol sarebbe; anzi sarebbe meno indipendente, meno principe, in men buona situazione di papa che non è ora. E così di ogni altro principe che fosse bonario tanto da accettare un nome, un’impostura di presidenza. Ma il fatto sta che nemmeno il nome non sarebbe conceduto dalla potenza straniera a nessun altro se non a sè; ch’ella s’arrogherebbe titolo, grado ed effettività di presidente; che n’avrebbe buon pretesto dalla superiorità di sua potenza; e che quando mancassero ragioni, pretesti o patti, verrebbe la forza a decidere o la questione in generale o le questioni eventuali quotidiane; che in somma d’un modo o d’un altro ella la potenza straniera sarebbe prima, sarebbe prepotente, sarebbe tutto. E così pure senza gran diversità se s’imaginasse di non avere presidente, se si pattuisse una diplomatica eguaglianza o reciprocità; questa diventerebbe in breve ciò che sogliono le eguaglianze pattuite, ma non reali, le perfette reciprocità in diplomazia; parole, finzioni legali, cerimonie, e non più. — E quindi, se non si volesse supporre che si perdesse il senno dai principi italiani, e da tutti i lor ministri e consiglieri, non è possibile ch’essi si riducan mai a tal errore, a tal viltà, di farsi volontariamente così, più dipendenti, più servi che non sono.
4. Forse è più difficile a dimostrare la seconda asserzione che non sia possibile la confederazione senza lo straniero. E per vero dire, se i sei o sette principi italiani, convenendo un bel dì insieme tra sè o per ambasciatori, pattuissero, firmassero e ratificassero un trattato di confederazione, io non so chi potrebbe, chi ardirebbe opporsi a tal trattato; legittimo senza dubbio, poichè in legge essi sono principi indipendenti e compiuti, e che una inalienabil prerogativa di tal principato è quella di poter fare trattati d’alleanza, secondo l’utile o piacer proprio. Se la potenza straniera vi si opponesse, il torto di lei sarebbe così chiaro, che probabilmente la confederazione italiana sarebbe aiutata da altre potenze straniere secondo l’occorrenza; nè in tal caso io sarei di quelli che con soverchio orgoglio nazionale consigliassero di rigettar tali aiuti. Ed anche senza aiuti (perchè, uniti che fossero i principi, s’unirebbero con essi e tra sè molto volentieri i popoli a tale scopo), io confiderei che resisterebbero facilissimamente alla potenza straniera, anche aiutata da una o due altre, ma impacciata più che mai da’ suoi sudditi italiani. — Ma il difficile è appunto quell’accordo dei principi. Siamo compiutamente sinceri; veggiamo ciò che è; non ciò che dovrebb’essere, o potrebb’essere se fosse come non è; parliamo dei principi, degli uomini come sono, di quelli che sono ora, o son probabili per l’avvenire, ne’ secoli come corrono, nell’Italia com’è ridotta. E poniamone uno od anche due uomini grandi, arditi e quasi avventati, come avrebbero ad essere per proporre e firmar quel trattato, tali non sarebbero gli altri cinque, o almeno quattro o tre o due od uno; non essendo probabile nè possibile che tra sei o sette uomini quali ch’ei sieno, principi o no, si incontrin mai sei o sette uomini grandi, arditi e generosi; e bastando uno o due che mancassero, a fare quasi nullo l’effetto dell’ideata confederazione. — Due sorta di possibilità sono negli affari umani: la condizionale e la assoluta. Ma finchè rimane impossibile la condizione della prima, questa rimane impossibilità pari alla seconda; e non val la pena di fermarci a considerare l’una più che l’altra. Io vorrei averne smentita dal fatto: io auguro alla patria mia sei o sette principi capaci d’ideare, trattare, firmare e mantenere tal atto, come sarebbe una confederazione italiana senza stranieri.
5. All’incontro, facciam l’ipotesi che non fosse più la provincia straniera. In qualunque maniera ne rimanesse divisa l’Italia, quanti e quali che fossero i principati risultanti, la confederazione sarebbe fattibile, facile a farsi, tutta fatta. La differenza stessa delle situazioni e delle potenze vi aiuterebbe. La comunanza degli interessi vi moverebbe. Il fatto della confederazione precederebbe i patti. — Il solo ostacolo è la potenza straniera. Ciò è chiaro, patente, saputo da tutti, è una di quelle verità volgarissime e di senso comune, delle quali avendo io già dette ed essendo per dire parecchie, mi vergognerei di farne un libro; se non che, elle sono quelle appunto le quali, meno splendide, si sogliono scriver meno, e le quali tuttavia gioverebbe più spandere e far penetrare nella politica di qualsivoglia nazione, in quella sopratutto della più immaginosa fra le nazioni.
CAPO SETTIMO.
BREVE STORIA DELL’IMPRESA D’INDIPENDENZA PROSEGUITA SEMPRE, NON COMPIUTA MAI PER XIII SECOLI
1. Così noi siamo ritornati ora a ciò che dicevamo in sul principio del Capo II, all’ostacolo straniero. Ma ei ci corre questa differenza, che noi abbiamo ora accettata da un nobilissimo scrittore l’idea di ciò che sarebbe a fare quando fosse rimosso l’ostacolo. Or dunque è tempo di rivolgerci a questo; e volgendovici, di guardarlo in faccia, qual è, in tutta l’estensione e la potenza che ha.
2. L’ostacolo è antico ed antico il tentativo di rimuoverlo; antica la grande impresa dell’indipendenza italiana. Quando fosse compiuta tale impresa, quando si potesse fare una storia revoluta, del principio, delle vicende e del termine di lei, certo è che riuscirebbe la più bella che possa essere al mondo; una storia di costanza italiana, da disgradarne la famosa di Spagna nella cacciata de’ Mori. — Potrebbero allora introdurre a tale storia forse un’antichissima impresa dei Tirreni contro all’altre genti primitive; e certamente poi quella impresa di Roma contro ai Galli, che incominciò di mezzo alla città stessa già perduta tutta, salvo il Campidoglio; quando un fuoruscito, il più grande de’ fuorusciti, il grandissimo Camillo, tornò nella patria occupata, e liberolla; e respinti quinci gli stranieri, continuò a respingerli più e più su, ed ordinò Roma, e fecela capo a ciò di quella penisola inferiore, dove era nato il santo nome d’Italia. E fu perdurando poi quattro secoli in quell’impresa, che Roma si fece capo a poco a poco di tutta la penisola, e riunilla, e comunicolle quel nome; il quale ricorda dunque l’origine, l’impresa e la propagazione dell’antica nostra indipendenza.
3. Ma lasciamo l’Italia antichissima, e la romana repubblicana e l’imperiale, e veniamo a quella che, soggiaciuta ai Barbari insieme con ogni altra nazione europea, tentò sola liberarsene; un vanto che non fu forse avvertito abbastanza, nemmeno dai nostri adulatori. Ad ogni modo incomincia l’impresa d’indipendenza se non già fin dalla venuta di Teodorico, chiamato o mandato in nome dell’Imperio, certo almeno fin dagli ultimi anni di lui, e così fin dalla prima metà del VI secolo, XIII secoli dunque prima di noi. Incontrastabile documento ne è allora quella accusa (di che dubita la storia, ma non importa qui se fosse giusta od ingiusta) che fu data a Boezio ed altri Italiani di _macchinar la restaurazione dell’Imperio romano_. E ne sono documenti ulteriori e fatti incontrastabili, le crudeltà che ne seguirono e in mezzo a cui finì quel barbaro, ma grande e un dì mitissimo Teodorico; e le raccomandazioni di concordia troppo tardi fatte da lui morente a’ nobili goti e italiani; e le favole popolari con che fu perseguitata la memoria di lui; e poi le discussioni surte in breve tra Goti ed Italiani per l’educazione del successore, le vicende d’Amalasunta e di Teodato; che chiamarono finalmente i Greci, restauratori pretesi dell’Imperio. Ma, tristo risultato di quelle chiamate, i Greci non restaurarono l’imperio italiano, estesero solamente il greco; ed Italia, già capo, diventò provincia. — Ond’esce un grande, quantunque notissimo, insegnamento: che le restaurazioni d’indipendenza non si vogliono domandare a stranieri; e quest’altro poi, ch’elle non si vogliono complicare di altre restaurazioni.
4. L’imperio greco durò un venti anni a ristabilirsi sull’intiera provincia italiana, un dieci altri a stentarvi e cader poi sotto a’ Longobardi. Allora la penisola fu divisa per non riunirsi forse mai più, tenendo i Greci tutta la parte orientale con Roma, i Longobardi quasi tutta la occidentale. Ma gl’Italo-Greci, o Imperiali, o come si dicevano Romani, furono senza paragone più indipendenti che non gl’Italo-Longobardi. Avevano esarchi, duchi, governatori greci, stranieri, cattivi; ma obbedivano loro poco e di rado, obbedivano piuttosto a’ papi, a’ loro vescovi, a’ loro magistrati cittadini; erano già veri comuni, a modo de’ lombardi e toscani di cinque secoli appresso; non tenevano conto dell’imperadore greco lontano, se non come questi poi degli imperadori tedeschi vicini od anche meno; e come questi, così quelli fecero le leghe e confederazioni già da noi accennate. E questa è la vera e bellissima origine della potenza temporale dei papi; origine pari in antichità, superiore in vera legittimità a quella di qualunque regno europeo; scusa od anzi merito e virtù del loro costante resistere ai Longobardi; gloria di Gregorio Magno, che prese primo la difesa di quel che restava d’indipendenza; gloria maggiore di Gregorio II, che la difese contro i Longobardi e l’accrebbe contro ai Greci con una bella confederazione nazionale, e senza aiuti stranieri; scusa dei papi successori di lui, che, pressati da’ nemici vicini, abbandonati da’ signori lontani, ricorsero men vilmente che imprudentemente ed infelicemente all’aiuto dei Franchi, stranieri novelli. — E il risultato e l’insegnamento furono i medesimi che due secoli prima. Rimasero signori i nuovi chiamati.
5. Nè questo fu tutto; in breve rifecesi l’altro e forse maggiore errore di restaurare un nuovo preteso imperio romano. E siccome il primo restaurato era stato non italiano, ma greco, così questo fu franco. Errore, preoccupazione, cecità, smania, stoltezza, impostura quasi inconcepibile a noi, questa di restaurare l’Imperio! Nè par vero che sia durata tanti secoli, mille e più anni, dall’800 al 1805. Tanto può una memoria, una parola! Ma, non ci si venga a dire a noi Italiani, che quest’imperio romano fu una grande idea di Carlo Magno, una gran bellezza del medio evo, una gran fortuna della Cristianità, a cui furono dati così un gran centro temporale, e un gran centro spirituale, due grandi capi, l’imperatore e il papa. Io non so se tutto ciò, quantunque cantato da un vero poeta, sia poesia; ma non è storia di niuna maniera. Grande sì fu l’ambizione, ma non l’idea di Carlo Magno; non dovendosi dir grande niuna idea che tanto scemi passando a realità. Certo, l’imperio ideato da Carlo Magno, cioè la supremazia d’uno dei re sugli altri, non durò incontrastato se non 14 anni, quanto il fondatore; nè tra molti e gravi contrasti, se non 88, assai meno che non la schiatta carolingia, di cui fu rovina; ondechè si vede essere stata piccola e cattiva idea. E quanto a quella bellezza dell’edifizio della Cristianità posta in bilico su due centri, io non so guari veder nulla di tutto ciò; posciachè in somma il centro imperiale non durò se non quegli 88 od anzi quei 14 anni, dopo i quali ogni re fece il re da sè, senza curarsi dell’imperatore più che di qualunque altro re. I due centri o perni esistettero sì veramente, ma per l’Italia sola; dove l’imperiale fu non fortuna ma sventura grandissima e moltiforme. Perciocchè prima, fu causa che dovendo l’imperatore esser re d’Italia, tutti i re carolingi vollero quel regno e così sel disputarono e l’invasero. Poi fu causa che i pochi principi italiani, due Berengarii, un Guido, e un Arduino riusciti a farsi re d’Italia, non poterono rimaner tali come altri principi rimasero re di Francia, di Spagna e di Germania; il che, sia o non sia da lamentare per li tempi seguenti, certo fu gran danno per quelli, nei quali l’Italia ne riuscì più invasa, più avvilita, più corrotta che non sia stata mai ella o niuna nazione cristiana. Perciocchè certo furono molto avviliti quei re che sottoposero la corona italiana alla tedesca; avviliti tutti quegli altri principi italiani che non traevan potenza se non dalle intervenzioni straniere; avvilite quelle principesse meretrici che la traevan dalle libidini nazionali e straniere; avviliti gli ecclesiastici ravvolti in tutto ciò, compratori e venditori delle sedie vescovili e della stessa romana; avvilita la nazione intiera la quale chiamò più stranieri in quel secolo e mezzo che non facesse mai, e la quale alla morte di Arrigo Sassone giunse al segno di accattare padroni in tutta Europa, Francia, Germania e Castiglia, e di far rifiutar sua servitù da tutti, salvo che dai Tedeschi, che non la rifiutarono mai. E so che que’ nostri inalterabili piaggiatori i quali quando non ci possono lodare ci scusano, e quando non ci possono scusare ci consolano col paragone de’ vizi altrui, diranno qui che quel secolo d’intorno al 1000 fu secolo di avvilimento a tutta la cristianità, ai signori nostri come a noi servi, ai compratori come ai venditori della nostra indipendenza. Ma io dico che in tali contratti, i venditori son sempre di molto più avviliti che non i compratori; chi si fa servo, che non chi si fa padrone. E confermo e conchiudo: che la nazione italiana cadde allora più basso che non fosse mai ella o niuna cristiana; e che fu effetto di quel mal sogno del Primato italo-imperiale. — Onde mi sembrano uscir poi due insegnamenti: che prima di mirare a primati si vuol arrivare a parità, e che la prima delle parità colle nazioni indipendenti, è l’indipendenza.
6. MA LE NAZIONI CRISTIANE POSSONO AMMALARE, NON MORIRE, dice ammirabilmente il nostro Gioberti[10]. E la storia del secolo XI non solo prova la verità, ma dà le ragioni di tal fatto, accenna i modi del risanamento delle nazioni cristiane. Il rimedio che queste hanno e le antiche non avevano, è la Chiesa cristiana; la quale, incorruttibile essa, basta a preservarle da mortal corruzione, basta a preservare la virtù, la operosità cristiana risanatrice. Pareva allora corrotta la stessa Chiesa, ma non era. Incorrotti molti membri di essa, si ritrassero dal mondo, ne’ monasteri. Fondaronsi quelli di Cluni, di Cisterzio, della Certosa, di Camaldoli, di Vallombrosa e molti altri; il cui merito massimo non fu, come si suol dire troppo umilmente, l’aver serbati i manoscritti o le lettere o l’agricoltura, ma la virtù; dico la severa e cristiana virtù. La storia di quei chiostri d’intorno al 1000 è una meraviglia, un miracolo continuo. Un uomo, un santo sdegnavasi contro al secolo (quel secolo da fulminare allora veramente), contro ai costumi secolari, ecclesiastici, monacali. Quindi facea disegno di fondar un monastero nuovo, di restituire in esso la disciplina; fondavalo con due o tre compagni; l’estendeva a qualche centinaio di monaci; fondavane altri all’intorno, e tutto insieme chiamavasi una _riforma_. Talora, morto appena il riformatore, talora anche prima, la riforma cadeva nella corruzione universale; tal forza era in questa! Ma allora risorgeva un altro riformatore, un altro monastero, un’altra riforma; e ricorrotta questa, un’altra ed un’altra, finchè durò la corruzione universale, ed anche oltre. Intanto, or nell’uno or nell’altro chiostro, la virtù s’era serbata; e n’uscì intorno alla metà del secolo uno stuolo, una schiera di uomini, che io non so come io chiami: grandi santi, grandi filosofi, grandi riformatori ecclesiastici, o grandi politici, perciocchè furono tutto ciò; Pier Lombardo, Lanfranco, sant’Anselmo da Aosta, uno o due altri Anselmi, san Pier Damiano, Annone di Colonia, e finalmente Ildebrando, cioè san Gregorio VII. Il quale fu il più grande, ma non il solo grande, fu il principe di quello stuolo già formato, fu il raccoglitore e propagatore delle frutte seminate da altri; grande ingegno senza dubbio, ma più gran coscienza, gran politico, ma pontefice anche più grande. Ed egli e tutti gli altri insieme furono i risanatori della corrotta Cristianità in generale, ma della corrottissima Italia in particolare; non solamente perchè dall’Italia nacquero i più di essi (come è facile vedere dai nomi citati), ma sopratutto perchè a risanar Roma, a restituir ivi primamente la disciplina e l’indipendenza ecclesiastica attesero unanimi; e perchè da queste appena incominciate a restituirsi, seguì, quasi conseguenza naturale, l’indipendenza italiana. Invano si disputa di questa o quella minuzia di libertà da attribuirsi o no ai vescovi ed agli ecclesiastici nella fondazione dei comuni; invano si allega che i comuni sorsero talora non a favore nè con aiuto, ma contra i vescovi. La virtù fece i comuni italiani; e la virtù di quel secolo fu incontrastabilmente d’origine ecclesiastica; anche quella che in parecchi luoghi si risolve contro ai corrotti ecclesiastici. — E quindi esce l’insegnamento, che la virtù fa l’indipendenza; e quest’altro, che niuno forse può tanto sulle virtù nazionali quanto gli ecclesiastici.