Part 3
5. Ma si potrebbe fare ciò che non si fece mai, diranno gl’immaginosi. — E risponderanno coloro che per parlar di cose future vogliono partire almeno da fatti presenti: Torino, Milano, Firenze, Roma, Napoli, Parma e Modena sono sette città capitali al dì d’oggi (senza contar Lucca, destinata a riunirsi con Toscana); in sei di quelle regnano sei principi; ed uomini, città o stato non diminuiscono di condizione mai se non per forza, non mai per accordo, di buon volere, nè per uno scopo eventuale. Sogno è sperar da una sola città capitale, che voglia ridursi a provinciale; maggior sogno che sei si riducano sott’una; sogno massimo che s’accordin le sei a scegliere quell’una. — E tanto più che ciò non è desiderabile, nè per le sei sceglienti, nè per l’una prescelta, nè per la nazione intiera. Si grida in tutt’Europa (bene o male, non importa), si grida ora quasi unanimemente dappertutto contro alle grandi capitali, contro a ciò che si chiama centralizzazione de’ governi, degli interessi, delle ricchezze, contro alla spogliazione delle provincie. E chi ha sette capitali si ridurrebbe a spogliarne sei a vantaggio d’una? Lo sperarlo sarebbe non più sogno, ma pazzia; sarebbe un voler fare all’opinione ciò che è più contrario all’opinione presente; ciò è impossibile quanto evitabile, evitabile quant’è impossibile; è, diciam la parola vera, puerilità, sogno tutt’al più da scolaruzzi di retorica, da poeti dozzinali, da politici di bottega.
6. E poi, quando non fosse sogno per tutte queste ragioni, tal rimarrebbe per quest’una. Che diventerebbe il papa in un regno d’Italia? Re esso? Ma ciò non è possibile, non si sogna da nessuno. Suddito? Ma allora sì, che ei sarebbe dipendente; e non solo come al peggior tempo del medio evo, suddito dubbioso del monarca universale, ma suddito certo d’un re particolare. Ciò non sarebbe tollerato dalle altre nazioni cattoliche; non sarebbe dalle stesse acattoliche; ciò anderebbe contro a tutti gl’interessi, tutti i destini della Cristianità, ciò non sarebbe tollerato da una parte della nazione stessa italiana, che nol tollerò nel medio evo. E v’ha chi dice che ciò fu male, e chi che ciò fu bene. Io dico che ad ogni modo ciò fu, ciò sarebbe in simili occasioni; ondechè il tentarlo o solamente proporlo sarebbe dividere e non riunire la nazione nostra, sarebbe quindi non migliorare, ma peggiorare le nostre condizioni. — Ed io mi vergogno d’aver fatto un altro capitolo inutile.
CAPO TERZO.
DI UN REGNO D’ITALIA AUSTRIACO
1. Ed io sono per farne uno, che spero sia il più inutile di tutti. Ma volendo noverar tutti i sogni moderni fatti sull’Italia, accennerò anche questo; il quale del rimanente non è se non una modificazione di quello testè detto. — Alcuni sono così innamorati del regno d’Italia, che vorrebbero vedere tutta la penisola soggiogata agli stranieri i quali ne tengono una parte; colla speranza, che così riunita, ella fosse per liberarsi poi tutta da sè, ovvero (non avendo io verificato qual dei due si speri più) che ella sia liberata spontaneamente dagli stessi stranieri.
2. Questo è sogno rinnovato dall’antico ghibellino. E quindi io chiamerei neo-ghibellini siffatti sognatori; se non che nè essi, nè i Neo-Guelfi, nè in generale le parti e le condizioni politiche da gran tempo cadute e mal cadute, non si restaurano. Il sogno ghibellino non s’effettuò, nemmen quando l’Italia era abbandonata a Germania da tutte le altre potenze cristiane; quando Germania era tenuta per posseditrice legittima d’Italia, e Italia scotente il giogo, per provincia sollevata: quando non uno o due scrittori, non alcuni congiurati, non alcuni impazienti, ma quasi tutti i principi, e la buona metà dei popoli nostri eran ghibellini; quando rimaneva talor sola a propugnar l’indipendenza or Milano, or Alessandria, or Ancona, più sovente Firenze o Roma; ondechè non è probabile nè possibile che riesca il sogno neo-ghibellino, ora che ha ed avrà contra sè tutti i principi italiani, tutti i popoli loro, e della provincia straniera, e poi Francia, Spagna, e Germania stessa, ed intiera la Cristianità. Il neo-ghibellinismo è una illusione o delusione simile a quella di tutti i sovvertitori, quando vogliono sacrificare il presente al futuro. Il Gioberti è ammirabile in questo particolare, e sarebbe tutto danno mio il voler insistere su ciò che è così ben provato da lui: che le rivoluzioni imaginate da’ pochi non si fanno da’ molti; i quali non ne fanno mai se non per oltraggi presenti e gravissimi. Ma fra le rivoluzioni non fattibili, la men fattibile fu sempre quella che sacrifichi l’indipendenza presente per una eventuale. Lo sanno adulti e bambini, che ciò che si prende non si rende, se non per forza; ondechè la proposizione del lasciar prendere sulla speranza che sarà reso, è, a malgrado di qualunque gran nome bene o male invocato di Napoleone, Machiavello o Dante, proposizione da uomini rimbambiti oltre il bamboleggiare dei bimbi. — Ma aggiugniamo per amor di giustizia verso l’età nostra progredita, che tal sogno non è fatto oramai se non da pochissimi Italiani, e non è nemmen sogno de’ nostri signori stranieri. Il neo-ghibellinismo non è, che io sappia, nè proposto, nè promosso, nè accettato, nè sofferto nemmeno da niuno di essi; se non sia stato forse da qualche capitano di bersaglieri di presidio in qualche terricciuola di Romagna, e divisante col capo-popolo di colà sulle sorti italiane future.
3. Non credendo io nè buona nè possibile nella storia l’imparzialità tra coloro che fecero meglio o peggio in ogni età, se io scrivessi storie italiane del medio evo, io starei molto più sovente per li Guelfi, che mi paiono (a malgrado i loro numerosissimi errori) la parte senza paragone migliore, più assennata, più politica, più virtuosa, più italiana. Se fosse possibile che si restaurassero mai parti simili in Italia, che i nomi di neo-guelfi e neo-ghibellini si avessero ad applicar non ad alcuni sognatori solamente, ma a due parti combattenti in Italia; io vorrei, secondo il precetto antico, combattere per la men cattiva, e combatterei per la neo-guelfa. Ma prego Dio che ci salvi da queste stoltezze di più; ed ho fermissima fiducia che ce ne salverà; non veggo possibilità nè all’adempimento di tali sogni, nè alla formazione di tali parti; non veggo di qua come di là, se non rari ed impotenti sognatori. Guardiamoli e passiamo[6].
CAPO QUARTO.
DELLE REPUBBLICHETTE
1. Temo sia molto più diffuso quest’altro sogno tutt’opposto: lasciarsi dividere la penisola in una moltitudine di tanti stati popolari, quanti ne risultassero di mezzo ad una sollevazione d’Italia. Fu sogno di coloro che il buono e sincero sognatore Carlo Botta[7] chiama gli _utopisti_ del nostro secolo incipiente; fu, od apparve, sogno de’ sollevati romagnoli del 1830, dei congiurati con essi, e di quelli che chiamaronsi Giovine Italia.
2. Sogno di stolte restaurazioni anche questo! sogno partorito dalla monomania greco-romana che corse tra gli anni 1790 e 1800; sogno fomentato dalla monomania del medio evo, che corse tra gli anni 1814 e 1830; monomanie, fissazioni, mode, serbate, come avviene troppo sovente, in Italia, quand’erano già vilipese e derise altrove. Le repubblichette italiche e greche dell’antichità, le repubblichette italiane del medio evo furono l’une e l’altre molto belle e buone a’ lor tempi; furono l’une e l’altre princìpi di due magnifiche civiltà. Ma progredite queste, le repubblichette greche soggiacquero lene lene al regno semibarbaro macedonico, poi sotto l’ombra di questo a’ Romani; le repubblichette italiche, pur ai Romani, e le repubblichette italiane del medio evo, agli Angioini, a’ re francesi, agli imperadori tedeschi, a casa d’Austria, a Napoleone, senza tener conto che anche prima di morire elle stettero il più del tempo di lor breve vita sotto ai tiranni. E quindi ei mi pare che, quando anche fosse buono in sè, non varrebbe la pena di stabilire un tale ordinamento, il quale da ogni esempio antico o nuovo è mostrato così poco durevole, così incompatibile colle civiltà progredite.
3. Ma, quando anche potesse durare, non sarebbe buono nè desiderabile. Come? si scioglierebbero gli Stati che han costato l’opera di tante generazioni? si ridividerebbe ciò che s’è unito? si distruggerebbero questi, che sono pure edifizii della presente civiltà? si farebbe campo nudo di tutto ciò per riedificarvi le macerie del medio evo, o le pelasgiche o ciclopee? E questo si chiamerebbe liberalità, e progresso? Ma il progresso e la liberalità vanno innanzi e non indietro, edificano e non distruggono, si giovano di ciò che è, per aggiungervi ciò che manca; capiscono ogni bellezza, riconoscono ogni bontà, e fan virtù del conservarle ed accrescerle. Pogniamo che si sciolgano gli Stati italiani presenti, per esempio Toscana nelle repubblichette antiche di Firenze, Siena, Pisa, Pistoia, e nella nuova di Livorno, che ben vi potrebbe pretendere. Non sarebbe egli gran peccato veder disfatto quel bello e lieto stato di Toscana? e morte le speranze delle vie moltiplicate, del commercio accresciuto, dell’arti, delle lettere riunite in grandi studi, speranze che non possono effettuarsi oramai se non per le forze congiunte di tutte quelle città? Non parlo dell’agguerrito Piemonte, e di Napoli che s’agguerrisce. S’intende che si scioglierebbono quegli eserciti italiani ed or esistenti, che non si accrescerebbero quell’armate navali or nascenti, che si tornerebbe alle milizie ed alle navi municipali del medio evo. Se non che, ai nostri dì nè milizie nè navi non si hanno se non dagli Stati ricchi, e non sono più ricchi se non i grandi; ondechè le restaurazioni delle milizie o delle navi comunali sarebbero il più ineffettuabile fra’ sogni fatti per restituir potenza all’Italia. Quanto agli stati del papa, io non ho accertato se le repubblichette da restaurarsi sarebbono quelle di Veio, Tarquinio od Alba-Lunga? ovvero, quelle di Tivoli, Spoleto e Perugia coll’accompagnamento de’ Crescenzi, de’ Frangipani, degli Orsini e Colonna, e sotto a un Arnaldo, o ad un Cola? ovvero la repubblica romana e suoi consoli dell’anno 1799? Ed io so bene che ad alcuni tutto ciò parrebbe pur meglio che i frati, i preti, i cardinali ed il papa. Ma io non temo per costoro; non vi è pericolo; ei sono molto bene difesi dal nostro Gioberti, e si difenderanno del resto da sè[8].
4. Ma poniamo che le repubblichette paressero autorizzate dalla storia, e desiderabili; elle sarebbero pure l’ordinamento più impossibile ad effettuarsi. Pensare che col discredito, col ribrezzo, colla paura, esagerata o no, che s’ha in tutta Europa delle repubbliche, si tollerassero in Italia dalle potenze straniere, le quali hanno quelle paure; pensare che i principi italiani, che i lor aderenti soffrissero la propria distruzione, non provvedessero a quella conservazione di sè, che è primo istinto, prima forza, primo diritto e dovere d’ogni persona individuale o complessa; pensare che la pluralità della nazione italiana si lasciasse far legge da pochi i quali, sani od insani, spensierati o provvidi, si farebbero ad ogni modo sovvertitori di tutti gl’interessi, di tutti i diritti, di tutti i doveri presenti: sarebbe pensare che noi non siamo nel secolo XIX, in un secolo di civiltà progredita, cioè appunto di quegli interessi, que’ diritti e que’ doveri meglio sentiti, e più rivendicati da ciascuno; sarebbe pensare che si possa tornare ai tempi barbarici; sarebbe anzi inventare una barbarie non mai veduta, posciachè nemmeno ai tempi barbarici non si fece mai tale astrazione da ogni fatto e diritto attuale, tal campo raso. — E il vero è che tutti quanti questi sogni, se non fossero più sogni, se potessero passare ad esecuzione, sarebbero scelleratezze, _delitti di lesa civiltà_.
CAPO QUINTO.
DELLA CONFEDERAZIONE DEGLI STATI PRESENTI
1. Ma il fatto sta che tutti questi o rimasero puri sogni ineseguiti, o passarono tutt’al più ai primi e vani atti d’esecuzione; che la loro stessa moltiplicità e la loro non riuscita provano il piccol numero di chi s’abbandonò a ciascuno, o forse a tutti insieme; che la grandissima pluralità degl’Italiani, tutti quelli di qualche pratica o di qualche senno, non tennero nè tengono per possibile nè desiderabile nè niuno sminuzzamento nè niuna riunione universale degli Stati esistenti; e che non desiderano, non sono pronti a promuovere di lor concordia, se non quel progredir dalle cose presenti alle future, il quale fu sempre il solo giusto, e il più util modo di mutazione, ed è desiderio, vanto, carattere, virtù speciale dell’età nostra.
2. Ora, quando un’opinione si vien facendo universale, ella non tarda a trovare un interprete. E questa dell’ordinare sul presente il futuro della nostra Italia, ne ha trovato uno eloquentissimo, il Gioberti. Noi riconoscemmo già in lui il merito d’aver parlato il primo opportunamente delle cose future italiane. Riconosciamogliene ora un altro; d’averne parlato secondo giustizia, fondando le speranze future su’ diritti e doveri presenti, proponendo una confederazione degli Stati ora esistenti.
3. Le confederazioni sono l’ordinamento più conforme alla natura ed alla storia d’Italia. L’Italia, come avverte molto bene il Gioberti, raccoglie da settentrione a mezzodì provincie e popoli quasi così diversi tra sè, come sono i popoli più settentrionali e più meridionali d’Europa; ondechè fu e sarà sempre necessario un governo distinto per ciascuna di tutte o quasi tutte queste provincie. E come in Europa rimasero, salvo le brevi eccezioni, quasi sempre distinte quelle sue divisioni di Britannia, Gallia, Spagna, Germania, Italia e Grecia; così nell’interno della penisola nostra rimasero quasi sempre distinte; la punta meridionale, la valle Tiberina co’suoi monti e sue maremme, il bel seno dell’Arno, e l’Italia settentrionale divisa o non divisa in occidentale ed orientale; la Magna-Grecia o Regno di Napoli, il Lazio o Roma, l’Etruria o Toscana, la Liguria o Piemonte, la Insubria o Lombardia, con nomi e suddivisioni varie, ma tornanti alle primarie. Ma ei vi sono pure somiglianze in queste varietà; unità in queste divisioni; comunanze di schiatte, di lingua, di costumi, di fortune, di storie, d’interessi e di nome tra queste provincie italiane; è una antica ed incontrastabile Italia. E quanto men sovente queste comunanze si manifestarono in produrre uno stato universale italiano, tanto più sovente elle produssero confederazioni or provinciali or nazionali. — Nella storia primitiva è sola illustre la confederazione delle città etrusche; ma quanto più si va studiando, tanto più si trova il medesimo ordinamento comune tutto all’intorno. Non sono dubbie oramai una confederazione latina, una sannite, una gallocisalpina; e sono poco men che certe una sabina, una umbra, una ligure, una veneta e forse altre. Delle quali non so veramente se gli storici antiquari troveranno monumenti sufficienti a dimostrarle; ma so bene che, senza supporle, gli storici filosofi o spiegatori non ispiegheranno mai nulla dell’Italia anteriore ai Romani, e poco forse della romana. — Ad ogni modo, riunite e poi sciolte dall’Imperio, le città italiane non tardarono a rifar confederazioni. L’indipendenza serbata da Roma, da Venezia, dalle città dell’Esarcato e da parecchie meridionali per due secoli contro a’ Longobardi così forti e così vicini, non si spiega con gli aiuti dei Greci deboli e lontani; non si può spiegare se non colla esistenza di confederazioni, quali che fossero, simili a quella accennata indubitabilmente dal nome della _Pentapoli_. E se così fu, si potrebbe forse far risalire a Gregorio Magno la rinnovazione delle confederazioni italiane. Ma io crederei che debbasi tal somma gloria a quel Gregorio II, il quale sin dal principio del secolo VIII riunì, sotto la presidenza sua, una confederazione di città poco diversamente indipendenti quinci e quindi da’ Longobardi e da’ Greci; quel Gregorio II, che aspetta solamente uno storico o biografo o monografo, per esser posto pari a qualunque de’ maggiori papi politici. I successori del quale poi, lasciate improvvidamente le confederazioni, chiamati i Franchi ed avutane signoria su Roma ed altre città, serbarono queste più o meno indipendenti parecchi secoli, non con altro modo se non tornando alle confederazioni. E Gregorio VII, in mezzo a tutte le sue grandezze, fu grandissimo confederatore di città; intorno a Roma, in Toscana, in Puglia, intorno a Milano. Ma il confederatore massimo fu Alessandro III, la confederazione grandissima fu la lega di Lombardia; quella che essa pure (vergogna nostra) aspetta uno storico. Dall’elezione di Gregorio VII alla pace di Costanza, dal 1073 al 1183 corre un lungo secolo, solo o sommo della virtù politica italiana, il secolo ove nacquero que’ comuni, quella indipendenza, quel primato di civiltà e coltura, onde poi la civiltà e la coltura di tutta la Cristianità. Che se non furono ben ordinati que’ comuni, non compiuta quella indipendenza, non durevole quel primato nostro, colpa fu, colpa sola, ma incommensurabile, di non avere allora fatta continua ed universale in Italia quella confederazione temporaria di Lombardia. Ma che? non eran maturi i tempi; era appena nascente la civiltà; non si sapeva quel sommo dogma politico che la indipendenza si vuol compiere prima di tutto; non s’immaginava nemmeno una indipendenza compiuta dall’imperatore romano. Sciolsesi la lega in parte fin dalla tregua di Venezia, sciolsesi del tutto nella pace di Costanza; pattuironsi, ottenersi i troppo esclusivamente desiderati diritti regali dai comuni; ma ottenendoli ad uno ad uno, si sciolse la lega, si perdette il più bel frutto della vittoria. E corsi dieci altri anni, i grandi propugnatori della indipendenza, il gran comune centrale, il capo già della lega, Milano, troppo stolta, festeggiava con applausi e solennità di che restano deplorabili descrizioni, quel matrimonio di Arrigo VI di Svevia con la erede di Puglia e Sicilia; che fece impossibile per gran tempo il compimento d’indipendenza, irremediabilmente perduta per molti secoli l’occasione. — E sorsero poi una seconda lega lombarda, una toscana e forse altre; ma tutte minori, anche meno pretendenti, anche meno fruttifere, e talor dannose; leghe di parti, più che nazionali, fin verso il fine del secolo XV. — Quando, Lorenzo dei Medici (quel Lorenzo che alcuni osano mettere in fascio e vituperare insieme co’ Medici del degenere _Seicento_), il magnifico Lorenzo imaginò, trattò e adempì la più ampia confederazione che sia stata mai di Stati italiani. E non durò il grande esempio, pur troppo: un decennio all’incirca. Ma questo non è distante da noi, se non di tre secoli e mezzo, non è di età e d’uomo barbaro; è dell’età e dell’uomo più civile e più colto che sia stato mai in Italia e forse altrove. — Morto lui, e surto Ludovico Sforza il gran traditore, disceso Carlo VIII, e seguendo i secoli delle preponderanze straniere, si spense ogni uso di confederazioni, non fecersi quasi nemmeno alleanze italiane. Anteponevansi da ciascuno le straniere, o come più forti, o come meno invidiose.
4. E quindi non parrà strano ormai, ciò che ridico: che la proposizione d’una nuova e continua confederazione italiana, la proposizione di fare compiutamente e durevolmente colla civiltà adulta ciò che la fanciulla non seppe se non incompiutamente e temporariamente, è più che un evento letterario, è un fatto nazionale. Non importa che altri possa pretendere d’aver avuta od anche espressa la medesima idea. Delle idee come dell’invenzioni ha men merito chi le concepisce o le accenna adombrate, che chi le svolge in modo da divulgarsi ad utile comune. Nè importerà che l’idea proposta sia criticata, migliorata o guastata da altri poi; egli è appunto da tali incontri che può venir la luce, da tali discussioni l’opinione, dall’opinione universale la possibilità dell’esecuzione. Ed aggiugnerei, che non è se non dal passar così ne’ tre gradi di discussione, opinione ed esecuzione, che può venire il sommo grado di gloria al proponitore; se non che, volendo disporre un Gioberti a tollerare contraddizione, mi paiono più a proposito argomenti di patria utilità che non di propria gloria. Egli non ha voluto senza dubbio dare un’idea morta, ma una viva; non una immobile, ma una capace di progredire; non un’utopia da rimaner proprietà dell’autore, ma un gran pensiero da diventar nazionale, e sopratutto efficace.
5. Epperciò noterò arditamente una che mi pare esuberanza, ed una che mi pare deficienza nella proposizione di lui. — Quando d’un ordinamento proposto sono incerti il tempo, l’occasione in che si eseguirà, e chi, quali e quanti la eseguiranno, quali interessi lo moveranno e vorranno essere rispettati, quale opinione pubblica regnerà allora, l’aggiugnere particolari parmi esuberanza, difficoltà aggiunta alle difficoltà naturali. Non che questo preveder lungo sia (come dicono alcuni) quasi usurpazione d’uffizio contro alla Provvidenza. Lunganime è la Provvidenza, nè si offende di chi con animo sincero e rispettoso tenta indovinarle gli arcani; il nostro Dio è Dio geloso contro a chi il tradisce, non contro a chi si addentra in lui con amore e fiducia. Ma più gelosi sono gli uomini, e fra tutti, gli uomini di stato; e lasciano bene, talora, che noi uomini di penna spaziamo sulle generalità; ma se scendiamo ai particolari, di che pretendono essi la privativa, allora ei sono pronti a farci mal viso, a rimandarci al nostro mestiero, ad annientare di un tratto l’idea proposta, sotto i nomi d’idea da scrittore, da filosofo, da sognatore. È noto il detto usuale di Napoleone, che qualunque idea non gli andasse a grado, o s’opponesse alla pratica sua, la tacciava d’_Idealismo_. E molti uomini di pratica, senza esser Napoleoni, hanno preso il modo di lui; e perchè non quadra alla pratica un particolare aggiunto all’idea della confederazione italiana, diranno o dicono: filosofia! e passan oltre. A me par più giusto dire: è idea senza paragone più vicina a pratica che niuna delle proposte finora, salvo forse un solo particolare, che convien dunque esaminare.