Del governo della peste e della maniera di guardarsene
Part 3
Mi terrò io lontano dal voler qui atterrire i lettori coll’immagine orribile di qualche peste, esposta secondo la relazione di coloro che ne furono miseri spettatori, perchè piuttosto mio intento sarà di preparare e consigliar coraggio in sì funeste occasioni. Tuttavia, affinchè le persone, e massimamente i magistrati, considerando per tempo, e serbando viva davanti agli occhi l’eccessiva miseria di questo gran flagello, mettano in opera qualunque possibil mezzo e diligenza per preservarsi e per tenerlo lungi, stimo necessario di ricordare che fra i mali che possono affliggere un pubblico, non c’è il più orrido, nè il più miserabile della peste, sì per quei che soccombono alla sua fierezza morendo, come per quei che si van conservando in vita. Chi mira una città sana in questo punto e vi figura poi entrato il contagio, può senza timor di fallare dire fra sè stesso: Ecco di tante migliaia di persone robuste e sane, di tanti artefici ed operai, di tanti cittadini onorati, dabbene, utili, alcuni miei parenti o amici, e tutti fratelli in Cristo, tanti e tanti non ci saran più, e fra pochi mesi; e una gran mano d’essi morrà quasi all’improvviso, benchè sanissima dianzi, parte barbaramente abbandonata da’ figliuoli, da’ fratelli, dai mariti, da’ parenti o dai suoi più cari, parte di stento e per difetto o di soccorso o d’alimenti; e ciò ne’ lazzeretti medesimi che pure sono inventati principalmente per la salute de’ poveri appestati; e talvolta senza sacramenti e senza chi assista a quel gran passaggio, e con total disperazione, siccome fuggita o derelitta da tutti. Al prender poi vigore la peste è incredibile che terrore assalisca chi non è provveduto di buon coraggio (e questi sono i più del popolo) al mirarsi circondato di morti, all’udire il suono o al vedere il brutto aspetto delle carrette che asportano ammontati l’un sopra l’altro i cadaveri degli estinti, e al temere continuamente che da un’ora all’altra possa intervenire lo stesso a chi ora si sente benissimo di sanità. Il solo doversi tener rinchiuso per settimane o per mesi in casa (e tanto più se per ordine del magistrato) è una penosissima prigionia, aggiunti tanti bisogni che occorrono, e il non potersi allora far molto capitale d’amici, o di parenti o dei suoi contadini, per la difficoltà o impossibilità del commercio, talmente che al vedersi attorniati da tanti suoi ed altrui mali, alcuni diventano come stolidi, ed altri si muoiono anche senza essere tocchi dalla peste. E siccome i principi perdono in tal occasione il nerbo maggiore del loro dominio, cioè tanti sudditi, e la maggior parte delle gabelle e dei tributi, e ciò per molti anni appresso, essendo di più anch’eglino costretti a digerire non pochi disagi e pericoli, durante il contagio, e dipoi, giacchè i principi stessi, al pari dell’infimo de’ sudditi, son sottoposti agli assalti e alle ferite di questo tirannico male: così i sudditi si trovano allora per la maggior parte privi delle proprie rendite e del traffico, e però sottoposti a diversi altri gravosissimi incomodi delle lor case. Nè colla peste suol finire il danno della peste, mirandosi per lo più venirle dietro la carestia per mancanza di chi lavori le campagne, e non trovarsi se non difficilmente i necessarj artefici, operai e servitori, e doversi pagar carissimo tutte le manifatture dimestiche e le robe forestiere, senza rimettersi o mai più, o se non dopo lungo tempo, nello stato di prima l’abbattuta e desolata terra o città.
Ho detto molte, e pure non ho detto assai per far ben intendere i gran danni, terrori e miserie che reca seco la pestilenza. Ma si può facilmente immaginare il resto, e questo ancora è di troppo, per discendere ad una importantissima riflessione, cioè alla necessità che hanno tutti i principi, magistrati e capi de’ popoli, d’impiegare quanto mai possono sì d’ingegno e di attenzione, come di premura e spesa, per impedire alla peste l’adito nei lor paesi, e per tenerla lontana o scacciarla presto introdotta che sia. Bisogna pertanto persuadersi che le diligenze umane, purchè non vadano disgiunte da un fedele ricorso a Dio, possono preservare e preservano dal contagio i paesi, e per conseguenza che il non usarle per quanto si può e a tempo, questa è una solenne e miserabil pazzia, o pure una negligenza difficilmente degna di perdono sì presso agli uomini come presso a Dio. Nè pretendesse alcuno di esentarsi da tale obbligazione, o di sfuggire tal sentenza con dire che quando Dio vuol flagellare una città, a nulla servono le diligenze umane; perciocchè quantunque sia certissima questa conclusione, pure non tocca a noi ciechi mortali il voler entrare ne’ gabinetti dell’alta provvidenza di Dio; ma bensì a noi s’appartiene il far quanto prescrive l’umana prudenza per preservar noi e il prossimo nostro dalle infermità, morti e miserie, implorando nel medesimo tempo dal misericordiosissimo nostro Dio il perdono delle colpe e il soccorso nelle necessità. Ai soli Turchi si lascia il non provvedere, quando pur si possa ai mali o presenti o avvenire, quasi ciò sia un temerario o superfluo operare contra i decreti del cielo. Il cristiano ha da venerare in tutto i santi e sempre giusti e saggi voleri di Dio, certo superiori a tutti gli sforzi degli uomini; ma non crede egli quel fato, o destino che insegnarono i gentili: e sa che la divina provvidenza non confonde il corso della natura e delle cagioni seconde, nè toglie la libertà agli uomini, anzi comanda loro l’uso della prudenza negli affari e nella custodia e conservazione di questa vita terrena. Però in infinite altre occorrenze, e nel guardarsi da tanti altri mali, anche i più dotti e santi non debbono ommettere, nè ommettono diligenza veruna, e spezialmente ciò fa e dee fare la cristiana repubblica ne’ pericoli de’ contagi.
Si può anche opporre che poco frutto s’abbia in fine da sperare in molti paesi da sì fatte diligenze, considerata la mancanza di tante cose e massimamente di vettovaglie, per provveder le quali dovendosi necessariamente commerciar co’ vicini, troppo riesce difficile il non partecipar della loro sciagura. Ma si risponde esserci regole e maniere d’aver commercio infin co’ paesi infetti o sospetti in tempo di peste per trarne vettovaglie, senza che per questo se ne tragga ancora la peste. Le accenneremo a suo luogo. Il punto sta che tali regole non si fanno osservare, nè son bene spesso osservate, con restare perciò inutili tutte le antecedenti diligenze; e però qui ha da essere lo studio e l’attenzione più premurosa de’ magistrati, acciocchè nessun vi manchi per frode, interesse o negligenza non perdonando per questo oggetto nè a premj, nè a pene, nè a vigilanze, nè a spese.
Ma perciocchè a convincere che una cosa può facilmente farsi, non c’è il più palpabile argomento che il mostrarlo facilmente ed effettivamente fatto in tante altre congiunture: cito qui la memoria di molti a ricordarsi di quante pestilenze sono accadute a’ suoi giorni, o sono a lui note per altra via; e in ognuna d’esse troverà egli che la peste si lascia porre degli argini, e non s’inoltra dapertutto, ma si ferma ai confini, e alle porte di chi vi s’oppone con prudenti e rigorose cautele. Pochi anni passano, che non s’oda regnar la peste o in Costantinopoli, o alle Smirne, o in Grecia, Bossina ed altre province del Turco, confinanti al dominio Veneto; e pure non penetra ella d’ordinario più innanzi, stante la gran precauzione di quell’inclita repubblica, la quale può appellarsi maestra di tutti anche nella diligenza e prudenza di tener lungi questo terribil flagello. Pochi anni sono, la Polonia, l’Ungheria, la Prussia, la Danimarca ed altre province settentrionali furono gravemente infestate dal contagio; ma questo non passò già a maltrattare le contrade confinanti. Si vide il medesimo regnar in Vienna d’Austria a’ tempi di Leopoldo I, ma fu così ben posto argine alla sua furia che non si stese per tanti altri paesi. Così la città di Conversano nel regno di Napoli a’ tempi della sede vacante d’Alessandro VIII ne restò fieramente afflitta, ma mercè d’un cordone di separazione dagli altri paesi sani, non comunicò il suo malore ai vicini. Nell’anno 1576 furono oppresse dalla peste le città di Milano, Mantova, Padova, Venezia ed altri luoghi; ma la maggior parte dell’altre città della Lombardia si difesero; e fu osservato dal Cavitelli che nel Cremonese non si godè mai sì buona salute, come allora, quantunque Parma e Piacenza avessero bandita quella città per sospetto ch’ella non potesse esentarsi dal commercio con Milano. Infierì essa peste allora anche nella Sicilia, e nella Calabria e Puglia, e pure la città di Napoli tante diligenze e strettezze usò che seppe preservarsi, e ciò contuttochè per attestato del Summonte vi penetrassero di nascosto alcuni appestati, i quali occultamente furono curati senza danno degli altri. Nel 1656, Roma, Napoli, Genova ed alcune poche altre città soggiacquero alla peste; ma senza che se ne comunicasse il veleno al di qua dall’Appennino, nè alla Toscana, nè a tanti altri paesi confinanti. Anzi Castel Gandolfo, benchè vicino a quel di Marino e ad altre terre infette, si preservò per cagion delle diligenze ivi adoperate.
Ma per venire alla peste del 1630, funestissima in tutta la Lombardia, e di cui dura puranche memoria nella nostra città, egli è certo che la città di Treviso, avvegnachè assediata d’ogn’intorno dal male, restò illesa. Ferrara anch’ella si preservò; e pure, come diremo, entro d’essa accadde qualche caso di peste. La città di Faenza fu quella che col mantenersi sana tagliò i progressi al morbo, che da Bologna si sarebbe inoltrato nella Romagna. E ciò avvenne, perchè poste dai Faentini le guardie ad un fiume che scorre poco lungi dalla città, un degno prelato ch’era allora al governo e alla custodia d’esso, indefesso di giorno e notte, quando manco si pensava, compariva a cavallo a riveder le guardie e i passi del fiume più facili; e tenendo le forche in piedi fuori della città, non risparmiava nè terrore, nè gastighi ai disubbidienti. Così la città di Reggio, benchè posta fra Modena e Parma, ambedue città infette, lungamente si mantenne sana, e forse ne sarebbe andata esente, se il male non vi fosse stato portato disavvedutamente da chi era di sopra alle leggi. E in quella medesima peste del 1630, egli è noto fra noi che nel ducato di Modena le terre di Vignola, Guiglia, e tante altre castella della collina e della montagna, quantunque confinanti ad altre infette dalla pestilenza o circondate da essa, pure col mezzo delle guardie e diligenze usate schivarono così terribil disavventura.
All’incontro quasi tutte le terre e città invase dalla peste, sanno e saprebbono dire, onde sia proceduto il principio della loro infezione, cioè dall’aver trascurate le debite diligenze, e dal non aver fatto osservare le leggi prudentemente stabilite in somiglianti pericoli e disordini. Io non parlerò qui se non di Roma e Padova. Infierendo l’anno 1656 la peste in Napoli (che v’era penetrata dalla Sardegna) furono asportate molte vesti e panni, che maneggiati da persone appestate aveano contratta la semenza del male; e questi introdotti in Civitavecchia e Nettuno, passarono anche furtivamente entro di Roma stessa, accendendo poscia in tutti que’ luoghi il fuoco contagioso che a poco a poco si dilatò ne’ contorni. Penetrò la peste in Padova nell’anno 1630, perchè furono poste le guardie a’ confini del Vicentino infetto; ma queste erano malamente tenute con far anche supplire i ragazzi, e trovarsi talvolta gente ai passi, a cui bastava mostrare qualche bulletta per passar oltre. Persone potenti da un’altra parte entravano per forza nel distretto padovano, essendo in qualche paese le leggi, come le tele di ragno che fermano le mosche, ma cedono tosto a chi ha l’ali più vigorose. L’interruzion del commercio avea ridotta la città in secco di molte merci solite a condursi da Venezia, e in particolare di cordovani da scarpe, il che era di gran molestia. Fece un mercatante venire alquante balle d’essi cordovani da Venezia già infetta, e parte ne introdusse nel luogo della contumacia per farne lo spurgo e parte fece furtivamente tirarli di notte su per le mura. Questi ultimi infettarono prima i facchini e poscia ogni sorta di persone. Tralascio altri esempj.
Ecco dunque di che conseguenza sia l’uso o l’ommissione delle diligenze umane in pericoli sì gravi quali sono quei d’una pestilenza. Ma se l’accuratezza del governo politico può tener lungi da una terra e città questo orribil male, la conseguenza è chiara, esser degni di gran vitupero presso degli uomini i capi del popolo che le trascurano, o non le fanno eseguire ne’ sospetti di peste, e dover eglino rendere un conto strettissimo a Dio d’avere per lor negligenza così mal difesa in sì importante bisogno la gente raccomandata alla lor cura dalla provvidenza divina. Di più questo è non meno un obbligo gravissimo che un interesse rilevantissimo tanto dei sudditi quanto del principe. Nè perchè possono costar molte spese al pubblico e moltissimi incomodi ai privati, sì fatte diligenze, si dee tralasciare; perciocchè ha da star fissa in mente dei principi, dei magistrati e dei privati questa gran verità, cioè, non esserci spesa, nè incomodo che uguagliar possa in conto veruno le spese e gl’incomodi terribilissimi d’una peste; e non impiegarsi mai meglio le fatiche e i danari, che per conservare a un tempo stesso la salute propria e la vita del popolo tutto. Si spende, e si dee spender tanto in lazzeretti e mantenimento di poveri, e cure d’infermi, e in guardie e ministri, allorchè è venuta una peste; e pure anche allora si perdono migliaia di persone utili o necessarie alla repubblica: quanto più dunque si dovrà amare o tollerare di spendere, e spendere tanto meno, per tener lontano un contagio e salvar con ciò la vita a sì gran numero di persone che perirebbono per mancanza di tali spese e diligenze? Chi s’intende punto di economia e molto più di carità cristiana, tosto comprenderà la necessità di queste preventive diligenze, delle quali passerò ora a trattare con esporre il _governo politico_ in tempi di peste.
CAPO II.
_Argini e difese da opporsi affinchè il contagio non s’accosti. Con quali diligenze se gli abbia a disputar l’ingresso e l’avanzamento. Entrato il morbo, tentativi per soffocarlo. Quarantena proposta a questo effetto._
Bisogna sulle prime figurarsi che nei sospetti e pericoli di peste una città si trova nello stato medesimo, come se fosse minacciata di guerra da un principe o popolo vicino di gran possanza e fierezza, che pensasse ad occupare e devastare il territorio di lei e in fine lei stessa; con questa sola differenza che i mali e danni d’una guerra vengono regolarmente da chi è nimico e straniero; e quei della peste da chi regolarmente è amico ora straniero ed ora del paese, o da chi involontariamente vi porta la rovina anche sua. Ma chiunque vuol offendere la vita nostra e del popolo nostro, quantunque internamente non covi egli in seno sì barbara voglia, pure si presume nostro nimico; e si può o si dee tener lontano colla forza e metterlo in istato di non poterci nuocere atterrendolo, fermandolo, gastigandolo, ed anche rigorosamente secondo i differenti casi di maggiore o minore negligenza, malizia e fraude. Sicchè a guisa de’ pericoli della guerra s’ha ne’ pericoli della peste da adoperare ogni possibil forza e difesa, a fin di salvare il proprio distretto e la propria terra o città.
Allorchè dunque s’ode incrudelire questo terribil morbo in paesi contigui all’Italia, o di tal positura che possa di colà passare alle nostre città, convien subito mettersi in difesa e unirsi coi confinanti e coll’altre città italiane, per impedirgli l’entrata in Italia. Avendo il Signore Iddio separata coi monti e col mare questa grande e felicissima provincia dall’altre, non è a lei difficile il guardarsi e salvarsi dalla vicinanza o dagli assalti d’una peste, purchè la violenza sregolata dell’armi e degli armati non disordini e renda inutili le buone regole degl’Italiani e non venga per forza a rovinarci. Le diligenze che usa una città o provincia di frontiera in simili casi, sono non men difesa di lei, che difesa dell’altre, le quali stanno più addietro; e appunto le leggi della natura e delle genti ci obbligano tutti a simil difesa anche per salute de’ vicini.
Che se penetrasse in Italia, e si avvicinasse il contagio pestilenziale, coll’andar superando gli argini dell’altre città più esposte, allora la nostra dee raddoppiar le diligenze e difese, come se l’effettivo esercito o principe nimico venisse per assediarla e soggiogarla. Consistono tali diligenze in esigere le _fedi della sanità_ con gran rigore, avvertendo bene che non vi sia frode in esse, e che per le persone del distretto sieno almen riconosciute e segnate dal curato della villa. Ne’ pericoli gravi sarà prudenza non solo il contrassegnar le fedi, ma ancora il bollarle con sigillo a posta, mettendovi anche numero d’abaco particolare e usando altre cautele. Accade pur troppo che alcuni concedono fedi le quali non contengono verità con aggravio ed inganno de’ vicini. Altri le falsificano, ed altri non sapendole ben leggere, o confrontare, restano delusi. Ne’ gravi sospetti non si ammette forestiero e nè pur terriero se non si sa di certo che egli sia dianzi stato per molto tempo in luogo sano. Parimente convien sospendere il commercio a luoghi sospetti, non accettando senza quarantena persone o robe che vengano di colà; e in levarlo affatto ai luoghi infetti di peste, con regolar solamente qualche comunicazione per le grascie e vettovaglie, se la necessità il richieda secondochè diremo più a basso. In oltre il costume è di mettere guardie a tutto il confine, distanti in maniera che nessuno possa entrare senza veduta e permissione dei deputati; di far battere da gente a cavallo la pattuglia ai confini; di tagliar tutte le strade che abbiano comunicazione col paese appestato, talmente che resti interdetto ad ognuno, sia forestiero, sia paesano, il venir di colà se non per la via che per necessità fosse stata destinata e riservata dai magistrati e sotto gli occhi di chi è deputato alla custodia de’ passi; di custodir bene le porte e mura della terra o città, chiudendo ancor le porte men necessarie, e di usar altre simili cautele e provvisioni che son triviali e notissime a tutti. Ma si avverta che riusciranno inutili le guardie, se non si farà buona guardia alle stesse guardie; cioè saranno necessarie persone d’autorità e d’attività che indefessamente facciano eseguir gli ordini e fare il suo dovere alle sentinelle e ai corpi di guardia, altrimenti la trascuraggine o venalità di costoro lascerà per poco entrare la peste e indarno si dirà poi: Bisognava fare così e così: io non credeva, e simili altre superflue scuse e inutili pentimenti.
Appresso è da osservare che per ben assicurarsi da questo non men fiero che fraudolento nimico bisognerebbe non contentarsi d’un solo trincieramento ai confini, ma disporne alcun altro più indentro e finalmente alle porte della terra o città, acciocchè se mai per negligenza o malizia delle guardie poste a’ confini penetrasse il male, non passi egli il secondo argine, o superato questo non s’inoltri al terzo e così al cuore del popolo. Si dee far quanto si può per custodire tutto il confin dello stato; ma perchè tal custodia suol riuscire pericolosa e difficile, ove i confini dell’una giurisdizione coll’altra son vasti e facili a superarsi, nel qual caso talvolta i forestieri e sovente i paesani poco scrupolosi e molto ingordi di guadagno passano e ripassano: perciò il più sicuro trincieramento si dee credere che sia quello de’ monti, fiumi, canali grossi, fosse profonde e simili. Un grande argine facile a guardarsi, purchè si volesse far bene il suo ufizio, sarebbe per esempio il Po allorchè dalla Germania penetrasse la peste nell’Oltrapò, e il di qua da Po potrebbe agevolmente preservarsi. Ma conciossiachè in sì gravi pericoli non convien fidarsi molto de’ vicini, oltre alle guardie che dovrebbero porsi ai confini esposti di tutto lo stato del sereniss. Duca di Modena, bisognerebbe ancora metterle alle rive della Secchia e del Panaro e in una linea da tirarsi fra questi due fiumi, per custodir Modena, e lo stesso dovrebbon fare dal canto loro l’altre città e terre del suddetto stato, ai fiumi o canali o argini che paressero più proprj; affinchè se il confine dello stato non bastasse a tenere indietro il nemico, quest’altro più forte trincieramento l’arrestasse. Che se nè pur questo reggesse, le porte e mura della città sono e possono essere d’un antemurale fortissimo e sicuro, purchè si osservino accuratamente le regole prescritte dai saggi in tali congiunture, col non permettere commercio fra i cittadini sani e i forensi infetti e col non prendere le robe di questi se non colle cautele che si accenneran più a basso. E sopra tutto s’abbia ben l’occhio in ogni popolazione a certuni, le cui rendite, anzi il quotidiano vitto son riposte nel condurre continuamente da un paese all’altro o vettovaglie o bestiami o altre robe venali. Costoro anche colla forca sugli occhi vogliono continuare il loro mestiere, nè si può dire con che pregiudizio o pericolo della pubblica salute.
Anzi è da sapere che entrato il male anche nella città, qualora se ne accorgano per tempo i magistrati, si può sopire e per così dire affogare nei suoi principj, chiudendo e tagliando fuori dal commercio degli altri quelle case che avessero qualche persona infetta e le persone che avessero comunicato con esso lei o maneggiato sue robe. C’è di più, può anche darsi che col tagliare una contrada o un quartiere d’una città si preservi il rimanente degli abitanti. Ripullulato il contagio in Firenze l’anno 1632 si serrò nel quartiere ove esso faceva danno e in venti giorni tornò a restituirsi il commercio. Così nella peste di Roma del 1656 una porzione della città di là dal Tevere, scopertasi infetta, fu in una sola notte rinserrata e fatto un muro all’intorno con istupore e con inutili doglianze di quegli abitanti che se ne avvidero la mattina. Così in Venezia nella peste del 1576 declinando il male nella parte della città di qua dal canal grande, questa fu difesa con guardie dall’altra, ove tuttavia infieriva il male. Narra il Faustini nelle storie di Ferrara che del 1630 essendo già la peste in Verona, si dilatò la mortalità sino ad Ostiglia, da dove essendo passato a Ferrara un Veronese appestato, andò ad alloggiare in casa d’un suo compare abitante incontro alla chiesa di S. Antonio vecchio. Costui si pose a letto con febbre, e visitato da’ medici fu giudicato tocco della peste, siccome era in fatti, e in due giorni morì. Il perchè quel cadavero fu subito sepolto nella calce viva, e chi l’avea ricettato in casa fu condotto colla sua famiglia al lazzeretto fuori della città e chiusa la sua casa. Quindi si rinovarono le diligenze, e non restò per tal accidente presa dalla peste quella città, benchè il male si dilatasse poi sino a Melara e Brigantino, e passato il Po venisse ancora al ponte del Lagoscuro e in altre ville poco lungi da essa Ferrara. In somma convien tentare tutti i mezzi per vedere di opprimere sì crudele avversario, disputandogli a palmo a palmo il terreno come si fa nelle città assediate, delle quali, insin quando l’oste contraria s’è impadronita della fossa e de’ bastioni, a forza di tagliate e barricate si va mantenendo il cuore della città. Ma si ricordino bene tutti i principi e magistrati, essere un punto di somma importanza il non avere allora nè lasciar avere parzialità per alcuno, sia cavaliere, sia dipendente da’ ministri, sia privilegiato dal principe stesso. Un solo peccato d’indulgenza può portare l’eccidio a un pubblico tutto. Riuscì bene in Roma nella peste del 1656, perchè non si guardava in faccia ad alcuno.