Del governo della peste e della maniera di guardarsene
Part 4
Ma poniamo che il morbo, superato ogni riparo, ed entrato in una terra o città non si possa colle vie suddette soffocare, e che oggi uno, domani due o tre e in luoghi diversi dalla città, comincino a morir di peste, in guisa che resti solo ii gran pensiero di salvare da così fiero incendio i più che si potranno del popolo, allora è necessario che i magistrati con una pronta e ben pesata consultazione propongano l’ultimo de’ rimedi che son per accennare. Non è già esso da mettere in disputa, essendo efficacissimo e tale che si dee, purchè si possa, tosto abbracciarlo; ma solo è da esaminare se si abbiano o possano aversi mezzi per mettere in opera questo ripiego, il qual pure fu insegnato e praticato in vari luoghi con felicissimo successo dal P. Maurizio da Tolone cappuccino, siccome egli narra nel suo Trattato Politico della Peste, opera molto utile, stampata in Genova l’anno 1661. Consiste esso nel mettere in quarantena almeno tutto il basso popolo della città, dal quale, e non dai nobili e dalle persone comode, la sperienza fa troppo spesso vedere che il male è facilmente disseminato e introdotto anche nelle case de’ più guardinghi. Cioè dopo avere ordinato che chi vorrà in termine di alcuni giorni partirsi dalla città, possa farlo, si ha assolutamente da rinserrare nelle proprie lor case il volgo e i poveri tutti sotto pena della vita, con interdire ogni commercio fra una casa e l’altra, e con provveder poscia ai rinserrati bisognosi il vitto ed altro che occorra. Scorgendosi dipoi infetta alcuna d’esse case, quella colle robe sue e non le altre, si dovrà purgar coi profumi, avendo buona cura delle persone che, o ivi restano o si conducono altrove, siccome sospette del male. Che se anche nell’ordine più civile de’ cittadini fosse penetrata la peste, i medesimi si dovrebbono obbligare a questa medicinal prigionia.
Un gran bene si ricava da tal rinserramento, perchè così vien tolta l’occasion di conversare e di vicendevolmente imbrattarsi. I magistrati più facilmente esercitano le loro incumbenze; e si schivano le ladrerie costumate in simili tempi, nei quali la vil plebe si fa lecito ogni disordine e coll’appropriarsi le robe degli appestati, tira addosso a sè la morte e la comunica ad altri. Basta il tempo di quaranta giorni per recidere e soffocare il male, mentre chi è sano, si fa conoscer tale dopo tal prova; e chi tale non era o avea in casa i semi del male o manca di vita o guarisce; ed espurgandosi immediatamente la sua casa e robe, si taglia la via al male di passare ad infettare altre persone e case. Il sequestrar la plebe minuta nella forma suddetta, può conservar la vita a loro e a tante altre migliaia di persone, le quali pel conversare potrebbono contrarre un morbo che sì facilmente si comunica per commercio o delle persone o delle robe. Dopo i suddetti quaranta giorni scorgendosi che non muore alcuno di peste, ed espurgati i luoghi e le robe o sospette o infette, si può rimettere come prima il commercio interno della terra o città.
Il punto sta, come dissi, in consultar bene se vi sia nerbo per provveder di vitto il popolo rinchiuso. Ma si osservi, essere di spesa ed impegno maggiore il mantenimento delle capanne e dei lazzeretti, i quali in fine non difendono la gente dalla morte, anzi talvolta servono a far morire chi non sarebbe morto o ad affrettargli il passaggio, e certamente non sono atti ad estinguere il male già penetrato ed allignato in una città. Nè la spesa di tal quarantena si troverà insoffribile alle prove, sì perchè moltissimi cittadini si saran già ritirati alle ville; e di quei che restano in città, buona parte sarà provveduta di vettovaglie, senza che i magistrati abbiano da pensare al loro sostentamento. Io per me non so precisamente, come riesca e fosse per riuscire in pratica e massimamente in città grandi, questo rimedio che in teorica mi comparisce sommamente utile, per non dir anche necessario. Ma so bene che nelle due pestilenze che tanto afflissero la popolata città di Milano negli anni 1576 e 1630 dopo esser morte tante migliaia di persone, non cessando il male, altro rimedio non si trovò per vederne il fine (e si noti bene) che quello di mettere in quarantena, cioè di rinserrar nelle sue case per quaranta dì tutto il popolo, sì nobile come ignobile a riserva de’ magistrati, ministri e serventi necessari: dopo di che restò oppressa e cessò affatto la pertinace mortalità, mantenuta fino allora dal commercio de’ cittadini, e spezialmente da quello della plebe e de’ poveri. Ma se infine bisogna ridursi alla quarantena o sia a tal rinserramento, per salvare le reliquie del popolo fin allora preservate dal comune incendio: quanto più gioverà e sarà convenevole quando mai si possa, il tentare lo stesso rimedio e scampo su i principj per vedere di mettere in salvo la cittadinanza tutta? Per compimento di ciò aggiungerò le parole stesse del soprammentovato cappuccino, il quale dopo aver consigliato e commendato questo ripiego, come atto a purgare dal contagio qualsivoglia città, così conchiude: _La lunga pratica ed isperienza è quella che m’ha insegnato, non potersi dare rimedio nè più facile nè più efficace, nè più presentaneo di questo_.
CAPO III.
_Alleggerire le città d’abitatori. Poveri se si abbiano da escludere. Libertà ai cittadini di ritirarsi in villa. Fuga utile e permessa a tutti, fuorchè alle persone necessarie per la repubblica._
Passiamo ad altre provvisioni necessarie in sospetti di contagio. La prima d’esse ha da esser quella di alleggerir di gente la città. Appena s’odono casi di peste lontana sì ma che obblighi alle precauzioni delle fedi di sanità e ai rastelli o cancelli, si debbono licenziar dalla città, anzi da tutto quanto lo stato in termine di pochi dì, i birbanti, vagabondi, cingani, questuanti, lebbrosi, impiagati e simil sorta di gente che non eserciti qualche arte, e non voglia procacciarsi il pane se non col mezzo troppo comodo del mendicarlo. Tal proclama ha da essere per i forestieri, perciocchè ragion vuole che costoro non occupino essi il pane ai veri poveri del paese nelle strettezze d’una pestilenza; e non è un mancare di carità verso di quelli l’assicurarsi il più che si può che non venga meno la carità a’ poveri della patria sua, perciocchè nell’ordine della carità hanno questi da essere preferiti agli altri. Anzi in ogni buon regolato governo nè pure in tempi liberi da ogni sospetto di male si dovrebbono permetter coloro che non vogliono faticare, ma sì bene vogliono nudrirsi delle altrui fatiche nella terra non sua, con pregiudizio di chi è ivi cittadino, ed è veramente bisognoso e degno dell’altrui limosina. Facilmente bensì potrebbono mancare i magistrati alla giustizia e carità, se in pericoli di contagio volessero espellere fuori dello stato anche i poveri nativi o già divenuti cittadini della terra, essendochè questi sono parte della repubblica e hanno diritto d’essere soccorsi nella loro necessità dalla lor patria. Nè gioverebbe il dire che non lavorano; poichè, qualora possono lavorare, ha da imputare a sè il principe, se non gl’impiega e costringe alla fatica lor conveniente; e quando non sieno atti a guadagnarsi il pane colla fatica a cagione delle loro infermità, tutte le leggi della carità insegnano che s’hanno da alimentare coi soccorsi e colle fatiche dei sani della sua terra. Anzi se avvenisse che trovandosi oramai chiusi tutti i passi non potessero sloggiare dal paese i poveri forestieri, non è lecito il cacciar via nè pur questi; ma si debbono tollerare e soccorrere in tal congiuntura, essendo colpa dei soli magistrati il non avere per tempo scaricato il paese di queste bocche. Io non intendo però con questo di riprovare la sentenza del Ripa legista, il quale insegna doversi anche espellere i poveri del paese che possono e non vogliono lavorare; perchè, dice egli, e dice il vero, costoro coll’andar qua e là questuando son quelli che seminano e dilatano il contagio. Quando non si potesse provvedere a questo inconveniente con altro che con iscacciarli, allora sarà lecito il farlo. Ma si potranno trovar de’ rimedi men crudi di questo.
Avvicinandosi poi a gran passi la peste, o accaduto qualche caso in città, onde si vegga evidente il rischio di non poterla cacciar fuori o tenerla lontana, hanno alcuni osato d’intimar la partenza dalla città a chi non ha maniera di sussistervi; ed altri nè pure han voluto dar licenza ai cittadini di ritirarsi alla campagna e alle loro ville. L’uno e l’altro ripiego è crudele ed ingiusto. Il primo, perchè si espone la povera gente ad un manifesto pericolo di morir poscia di fame o di stento per la campagna; il secondo, perchè si espone troppa gente al pericolo d’infettarsi in mezzo al commercio e alle morti frequenti d’una città. Sarà pertanto convenevole e giusta la determinazione di permettere a chiunque voglia il ritirarsi fuor della città, e il cercare ricovero in parte men pericolosa. Questo può essere ugualmente utile a chi va e a chi resta.
Imperocchè certa cosa è che il contadino o cittadino in campagna, siccome segregato dagli altri e lontano dal concorso e commercio di chi può attaccargli il male, purchè si abbia buona cura nel praticar co’ vicini, e non porti seco nella solitudine il veleno già preso, si può con gran facilità preservare illeso dalla pestilenza. All’incontro diminuendosi il numero degli abitanti nella città, men pascolo viene a restare al morbo, e men occasione di comunicarlo vicendevolmente l’uno all’altro. Volesse perciò Iddio che in sì terribil congiuntura si potesse trovar modo, che o tutti abitassero largo in una terra, o città sorpresa dal contagio, o che coll’uscire alla campagna tanto si diradasse il numero degli abitatori che divenisse ancora più rado il commercio di chi resta in essa terra o città. La conversazione e il concorso son quelli che fomentano e dilatano di troppo il male quantunque ancora si serrino le strade e si suggellino le case; e dove le città sono di gran popolazione, e le famiglie, massimamente de’ poveri, sono strette di casa e sono affollate, quivi la peste fa incredibile strage. Perciocchè è da sapere che un infermo di peste può infettar tutta l’aria della camera ove si ricovera, e con ciò venir ad infettar le vicine se quell’aria può passarvi dentro; e perciocchè i poveri non hanno via per l’ordinario di segregarsi dagli appestati della lor famiglia, però agevolmente restano anch’essi trafitti; e col moltiplicarsi l’aria infetta, giungono talvolta a penetrar nelle abitazioni contigue gli spiriti velenosi colla rovina ancora di chi rinserrato nella sua stava in diligente custodia di sè stesso e de’ suoi.
Perciò nelle contrade più strette e ricolme di poveri abitanti, entrato che vi sia il male, si vede in poco tempo una spaventosa desolazione; e le città più popolate restano a proporzion più afflitte che l’altre men popolate, non solo per la maggior copia delle persone, ma ancora per la maggior facilità, necessità, e strettezza del commercio e delle abitazioni. Così Venezia e Milano nella peste del 1630 diedero uno spaventoso spettacolo di morti; e così avvenne anche a Napoli e a Genova in quella del 1656, laddove Roma in questa ultima non ebbe che circa sedicimila estinti, non tanto per le ottime diligenze ivi usate, quanto ancora per l’abitato che è largo. Il perchè torno a dire che l’alleggerire il più che si possa la città d’abitanti all’arrivo d’un contagio, questo è uno de’ più utili mezzi per levare il pascolo alla morte che s’avvicina, e per conservare più facilmente in vita chi esce e chi resta. E qui si vuol far menzione delle famose _pillole dei tre avverbj_ decantate da tutti coloro che trattano della peste, come di quel rimedio e preservativo che si conosce tosto pel più efficace, e più sicuro di quanti mai si possano prescrivere contra la pestilenza nel governo politico e medico. Bisogna prenderle per tempo, e a tempo; e così prese certo è che faranno un mirabile effetto. Consistono esse in questi tre avverbj _mox, longe, tarde_, cioè nel fuggir presto, andar lontano e tornare ben tardi. Ciò fu espresso nel seguente distico:
_Hæc tria tabificam tollunt adverbia pestem,_ _Mox, longe, tarde, cede, recede, redi._
Sel tengano a memoria i lettori; e giacchè la fuga in tali casi è lecita, e nello stesso tempo utile al pubblico e al privato, hanno i principi e magistrati da permettere che tutti i cittadini a’ quali non manchi la comodità di farlo, si ritirino alle lor ville e al largo della campagna, ricordandosi ancora di quelle parole d’Ezechiele, cap. 7: _Qui in civitate sunt, pestilentiæ et fame devorabuntur, et salvabantur qui fugerint ex ea_.
Da questa general regola e permissione però si debbono eccettuar le persone, che trovansi per lo speziale ufizio loro impegnati ed obbligati al servigio della repubblica, e sono in sì funesta congiuntura necessarj all’altrui conservazione e governo. Tali sono i magistrati, i parochi, i medici, i cerusici o barbieri, i notai, le levatrici, o sia le mammane ed altre simili persone, alle quali si suole e si dee con pubblico editto vietare l’absentarsi dalla città. In oltre, secondochè occorra il bisogno, si possono i gentiluomini ed altri cittadini (seguitando però sempre la giustizia distributiva) obbligare a certi ufizj e guardie che sieno credute necessarie, ciascuno per la sua parte e rata di tempo. E sono specialmente tenuti i nobili, siccome persone che si presumono più fedeli e più zelanti del ben pubblico, alla guardia delle porte, alle quali si avverta che non dee permettersi il giocare, nè il dar ivi colezioni, nè il far bagordi; siccome ha anche da essere vietato ad ogni ufiziale o ministro il prendere mancia alcuna dai passeggieri.
Finalmente (e si avverta bene) se sono esentati i cittadini dal trattenersi nelle terre e città in sì pericolosi tempi, non si hanno già da credere esentati anche da alcune leggi della carità cristiana, restando allora nelle città i mendichi, gli artigiani, e tanti altri soliti a guadagnarsi il pane alla giornata, perchè loro manca la comodità di ritirarsi altrove; e dall’altro canto potendo cercar asilo nella campagna i soli meglio stanti: ognuno intende che viene a mancare alla povera gente della città, chi loro faccia limosina, e somministri da lavorare, e perciò vien loro meno il granaio e la dispensa di ogni giornata, con rimaner tutti esposti al quotidiano pericolo di morir di fame, non meno che di pestilenza. Pertanto non è un solo consiglio, ma ancora un precetto chiaro della carità cristiana che stando anche i cittadini fuor di città, aiutino in sì estrema necessità, e soccorrano i rimasi nella medesima, ciascuno secondo le forze sue, siccome più precisamente diremo a suo luogo.
CAPO IV.
_Necessità di magistrati prudenti e attivi pel governo della peste. Autorità e rigore conveniente ad essi. Loro cautele per preservarsi. Elezione d’altri subordinati. Non doversi forzare i medici alla cura degl’infetti; e come governarsi per conto d’essi._
Il maggior benefizio che nel governo politico possa accadere ad un popolo, durante il pericolo, o la disavventura d’un contagio, si è l’essere provveduto di buoni magistrati che colla lor vigilanza e prudenza arrestino il morbo ai confini, ovvero l’imprigionino in qualche terra o porzion del paese ove sia penetrato, o pure così valorosamente gli facciano fronte arrivato che sia nella città che o presto si soffochi o non faccia considerabile strage. Non riceve mai la peste forze maggiori, nè più francamente si dilata, quanto dai disordini della vil plebaia, allorchè sprovveduta di buoni capi e di leggi, o perduta la riverenza ai magistrati, ogni cosa confonde. Debbono pertanto in occasione di tanto bisogno mettersi al governo degli affari della sanità persone piene di carità e d’onore, e persuase di doversi acquistare presso gli uomini, e infinitamente più presso Dio, un merito grande per le lor fatiche in benefizio della loro afflitta patria. Scelgansi persone abbondanti di amore verso la lor terra e verso il prossimo, e provvedute di competente saviezza, esperienza e di attività il più che si può coraggiosa e non timida. Chi ad ogni menomo aspetto della nostra mortalità, si sente cadere il cuore a terra, dee starsene in casa ad aiutar con orazioni pie e con atti di carità il prossimo suo. La vigilanza de’ magistrati, col non trascurar nulla, e principalmente finchè è tempo, può far dei miracoli in tutte le occasioni, ma spezialmente in questa; perchè in fine si tratta d’un nemico, il quale non porta seco artiglierie per valicar colla forza i confini d’uno stato, o superar le porte di una città. Oltre di che, introdotto il morbo, le negligenze de’ magistrati il rendono sfrenato. Certo in sì gravi pericoli, e in tanta necessità di conservare il popolo, chi governa si potrà ben pentire di non aver fatto assai, ma non mai d’aver fatto troppo. Non la mansuetudine e piacevolezza, ma il rigore è qui necessario a chi governa; e ciò per maggior bene della repubblica stessa, a cui si nocerebbe coll’indulgenza, e si può giovare infinitamente col fare a puntino e irremissibilmente rispettare ed eseguir le leggi. In tempi tali, secondo il parere dei savj, è maggiore sopra i sudditi la podestà del principe e dei magistrati, potendosi condannar le persone a varie pene per soli sospetti e senza processo, e valersi delle lor case, poderi, danari, vettovaglie, ecc. qualora il pubblico ne abbia bisogno.
Filippo Ingrascia, celebre medico di Sicilia, che scrisse un utile trattato della peste, prescrive per principalissimi rimedj, espugnatori di questo male i tre seguenti, cioè l’_oro_, il _fuoco_ e la _forca_. Il primo pel mantenimento de’ poveri, e per tante altre spese che occorrono allora; il secondo per l’espurgazion delle case, robe ed aria e il terzo per l’osservanza delle buone leggi e regole da stabilirsi in quel tempo. Può mancare il primo di questi rimedj; e in quanto al terzo, si suol far piantare in più luoghi, entro e fuori della città, esse forche, per punirvi prontamente certi gravissimi delitti di disubbidienza dannosa al pubblico. Facciasi però il men che sia possibile, potendosi con altri minori gastighi e col terrore tenere in dovere i popoli, e massimamente in queste parti d’Italia ben diverse nella focosità dai cervelli della Sicilia. Un esemplar gastigo dato sulle prime gioverà assaissimo, siccome ancor il lasciar correre voce che sieno stati immediatamente uccisi alcuni trasgressori degli ordini della sanità. E se taluno si avesse a far morire per qualche delitto, il divolgare che tal gastigo venga per la trasgressione suddetta, metterebbe gran freno agli altri. Le città e terre preservate non hanno riportato sì gran benefizio senza la morte di qualche disubbidiente in cose gravi, quale è chi venendo da luogo appestato passa i confini senza fedi, o con fedi false e simili trasgressori troppo nocivi; per altro ai conservatori della sanità s’ha a dare in tali casi un’assoluta balìa ed autorità di poter procedere _mori belli_ contra i trasgressori; e, se la necessità il richiede, sarà carità verso il pubblico il rigore verso qualche privato disubbidiente, e massimamente nella guardia de’ confini e delle porte in sospetti di contagio. A quattro prelati della congregazione della sanità di Roma nella peste del 1656 fu data autorità di poter procedere anche contra le persone ecclesiastiche e regolari a qualsivoglia pena ed esecuzion d’essa, sino alla morte naturale exclusive per qualsivoglia delitto concernente la sanità, _sola veritate inspecta, denegatis defensionibus, more belli_. Così debbono fare anche i vescovi nelle altre diocesi. Il vuole il diritto della natura. Anzi tiene il cardinale de Luca nel cap. 41 del Principe che dai sudditi sani si possa negare l’ingresso e il commercio al principe infetto, perchè l’esporre alla peste un luogo sano, non è un operare da principe padre de’ popoli.
Un punto poi di grande importanza sarà, che i magistrati conservino ben sè stessi per poter conservare gli altri. Perciò sia lor cura di far circondare la casa dove abitano, o si adunano con rastrelli di legno, ai quali niuno possa avvicinarsi se non in lontananza di quindici passi. Tengano pochi servitori, e vietino loro il conversar fuori e il vagare; e non sieno con esso loro donne, fanciulli, cani e gatti. Facciano buona provvisione di ciò che spetta al vitto, ed abbiano seco sacerdote, medico e cerusico coi medicamenti per curare la peste. Uscendo di casa, vadano a cavallo o in seggetta, parlino alle guardie e all’altre persone solamente da lontano, incaricando ai servitori il fare lo stesso; e tornati a casa, facciano lavare i cavalli de’ quali si saranno serviti. Finalmente mettano in opera tutti gli altri preservativi generali e particolari che s’andranno accennando sì nella pulizia della casa, come nella temperanza del vitto, nell’uso de’ profumi e in altre somiglianti cautele.
Non è men necessario l’eleggere per subordinati e deputati alle guardie, al regolamento delle contrade, allo spurgo, alla distribuzion del pane, alla cura de’ lazzeretti, ecc., altre persone fedeli, abili e dabbene, nobili, cittadini, mercatanti, ecclesiastici e religiosi, in numero nondimeno che non generi confusione, dando loro quella autorità che conviene, con ordine di comunicare al magistrato supremo tutto ciò che di rilevante andrà succedendo nella lor giurisdizione. Chi di tali deputati, ufiziali e subalterni avrà da praticar con infetti e sospetti, dovrà anch’egli contarsi nel numero de’ sospetti, cioè dovrà astenersi dal commercio dei sani e portar segni visibili d’essere sospetto; e la casa e famiglia sua non comunicherà coi sani. Bene spesso terminerebbe presto la peste, se non vi fossero ufiziali che volessero far la loro fortuna colle spoglie altrui: il che però non viene lor fatto, perchè anch’essi muoiono, e sovente senza nè pure aver tempo di accusare ai ministri di Dio le loro iniquità. Adunque per quanto mai si può, convien cercare persone disinteressate e timorate di Dio, con assegnare a ciascuna un competente salario. Nello spazio di due mesi il P. Maurizio da Tolone cappuccino scacciò da una città di Provenza la peste, non tanto co’ suoi profumi, quanto per la fedeltà degli operai e dei prefetti delle cariche. Sempre poi gioverà per certi ufizj di molta gelosia il deputare qualche ecclesiastico, o secolare, o religioso, d’accreditata integrità che esercitando quel caritativo impiego con fedeltà, sappia egualmente piacere a Dio ed aiutar la sua patria. Pongasi anche mente alla necessità di deputare per cadauna villa qualche persona d’abilità e buona fede, che invigili, visiti e avvisi ogni caso di male, o altro disordine a uno de’ conservatori destinato a posta per questo. Anche i parochi possono giovare assaissimo. Qualor si difenda il territorio, egli è facile il salvar la città.