Del governo della peste e della maniera di guardarsene
Part 2
L’altra verità che abbiamo imparato in questa occasione, si è, che accadendo sospetti o rischi di pestilenza, allora si mirano in gran confusione ed imbroglio non solamente le private persone, ma gli stessi pubblici magistrati di molte città, mentre tutti in quel frangente vorrebbono pur sapere come abbiano da governar sè stessi e gli altri, ma senza per lo più poter rinvenire chi abbastanza gl’illumini. Non mancano libri, è vero, che hanno trattato questo argomento; ma i più del popolo ne patiscono inopia, e moltissimi nè pure un solo possono mostrarne, siccome opere che non si leggono mai volentieri, e che, finito il bisogno, si lasciano alla polvere o a’ pescivendoli, cercandosi poi esse indarno ove ritorni a fischiare questo pesante flagello. Che se non mancano libri tali ad alcuni studiosi, tuttavia suol avvenire che in man loro non si trovino anche tutti i migliori, che pure più degli altri sono da consultare in simili e in altre occasioni. Ora pensando io a questa non lieve necessità de’ privati e del pubblico, fattaci pur troppo avvertire dal grave pericolo che ultimamente ci sovrastava, mi applicai fin l’autunno prossimo passato a leggere quanti antichi e moderni potei ritrovare che maneggiassero questa materia; e col notare ciò che mi compariva più utile a sapersi, venni stendendo il presente Trattato del _governo della peste_, con isperanza che il mio studio privato potesse tornare in qualche benefizio e comodo ancora del pubblico, e spezialmente della patria mia, sì per preservarsi, e sì per sapersi regolare in casi di tanta sciagura. E l’intenzione mia è stata di fare un trattato popolare, cioè utile e intelligibile ai più del popolo, avendo io perciò fuggito le quistioni spinose e scolastiche e insino i termini astrusi, con cui alcuni professori della medicina cercano di farsi credito con poca spesa presso i meno intendenti. Per altro col fiero influsso che è passato, parrà, il so, passato ancora il bisogno; ma non è così, perciocchè i posteri nostri, anzi la nostra medesima età, avran sempre da temere di provare un dì quello che è piaciuto alla divina Clemenza di non far sentire ai presenti giorni. Non convien aspettare che sia giunto il nemico per istudiar poi allora la maniera del difendersi; ma s’hanno da aver sempre l’armi preparate e pronte. Gli altri, finita la peste, sono stati soliti a scrivere e pubblicar libri intorno la stessa; ed io altresì suggerirò quel che può essere più a proposito, affinchè essa mai non cominci, o pure acciocchè s’abbia con facilità il migliore regolamento, qualora ne tornasse mai più il bisogno. Così in Firenze si va oggidì ristampando la Relazion del Contagio del 1630 fatta dal Rondinelli, perchè ultimamente è stato avvertito ch’esse era divenuta stranamente rara, e vuolsi perciò provveder meglio all’avvenire. Così la peste che nel 1679 fece le sue prodezze in Vienna, in Sassonia e in altre parti, con grande apprensione anche allora dei popoli italiani, diede motivo al saggio maestrato della sanità di Ferrara di pubblicare nel 1680, per prudente precauzione de’ tempi venturi, un’opera molto utile, ove son registrate _le regole da osservarsi ne’ sospetti di contagio_. Altrettanto dunque ho risoluto anch’io di fare, o illustrissimi signori, acciocchè voi e il popolo nostro abbiate e un attestato dell’ossequio mio, e quel soccorso di più, quando mai accadessero que’ miseri tempi, ch’io desidero lontani sempre dagli stati di ciascuno e massimamente da quei della sereniss. Casa d’Este e della patria nostra. Ho pertanto divisa la materia _del governo della peste_ in tre parti, cioè in _politica, medica_ ed _ecclesiastica_, immaginandomi che maggiore con ciò possa anche riuscire il benefizio. Imperocchè gran copia di libri può ben qui mostrarci l’arte medica per quello che a lei s’aspetta; ma scarsissimo ne è il _governo politico_ e l’_ecclesiastico_. Oltre a ciò, non solendo trovarsi uniti insieme tutti e tre i suddetti governi, sembra a me d’avere a moltissimi risparmiata la fatica di pescare qua e là ciò che per lor servigio si troverà qui raccolto in un solo trattato. Chi più degli altri avrà maneggiato e letto libri intorno a quest’argomento, quegli sarà più atto a comprendere l’utilità e il comodo che può venire al pubblico e al privato dall’operetta, qualunque sia, che io ora vi presento.
In questa impresa dunque mi son io regolato sulle notizie ed osservazioni degli antecedenti scrittori, con ponderare, scegliere, disporre ed aggiugnere, secondochè è paruto meglio al mio corto intendimento e giudizio. Che se talun chiedesse, come io, che medico non sono di professione e nè pure mi son trovato giammai a quel terribile incendio, abbia preso un tale assunto con fidanza di potervi competentemente soddisfare, risponderò, che se non ne posso io parlar di vista, ho ben potuto io parlarne con tanti morti che furono spettatori delle pestilenze, e che ce le hanno lasciate in tanti libri descritte. E se non son io medico, studiarono ben medicina per me e la praticarono in tempi di contagio quegli scrittori ch’io citerò, di maniera che non l’autorità mia, ma quella dei professori di quest’arte potrà dar credito al mio Trattato, il quale in oltre non uscirà alla luce senza l’approvazione de’ migliori filosofi e medici che si abbia la nostra città. Per altro confesso anch’io che la parte medica potrebbe promettersi maggiori chiarezze e più lustro e più ordine nella divisione dei medicamenti, ove la trattassero medici insigni tra i moderni. E spezialmente si avrebbe a sperare questo vantaggio dalla mano di que’ valentuomini che oggidì illustrano cotanto con le loro opere, stampate ugualmente, le lettere e il dominio della serenissima Casa d’Este, cioè i signori _Bernardino Ramazzini_, gloria di Carpi, e _Antonio Vallisnieri_, decoro di Reggio, che nella famosa Università di Padova empiono le prime due cattedre della medicina; e il signor _Francesco Torti_, splendore di Modena, medico del mio padron serenissimo, e pubblico lettore anch’esso nella patria; e il signor _Antonio Pacchioni_ reggiano, che in Roma fa risplendere il suo sapere in pro della medicina; siccome ancora molto potrebbe sperarsi dal signor _Dionisio Andrea Sancassani_ da Sassuolo, medico primario di Comacchio, dalle cui fatiche riconosce molte utilità la cirugia. Mi sia lecito nondimeno di dire che quantunque ingegni grandi si applicassero a trattar questa materia, pure non sarebbe subito da sperare che molti d’essi potessero produrre rimedj migliori e più efficaci di quelli che anch’io ho saputo e potuto raccogliere. Più tosto potrebbe accadere che alcuni d’essi, senza curarsi di edificar meglio, distruggessero ancora quel poco ch’io colla scorta de’ più accreditati autori ho qui esposto, giacchè questo è il costume d’oggidì, nè par difficile il mettere nella medicina quasi ogni cosa in dubbio per farla conoscere non men lei un’arte fallace e debolissima che i suoi medicamenti dubbiosi e talvolta ancora nocivi, siccome fecero già il Carrara, l’Agosti ed altri, ed hanno tentato ai dì nostri di mostrar nelle opere loro il defunto Lionardo da Capova, e il vivente signor Anton Francesco Bertini, medici rinomati, l’ultimo nondimeno dei quali l’ha del pari difesa. E assai più sarebbe questo facile, trattandosi di quel fierissimo morbo desolatore, in cui confessano tutti i medici savj che l’arte loro va più che altrove a tentone, nè ha sistema sicuro, nè medicamenti da fidarsene molto.
Ma comunque sia, penso io che troppo importi il non atterrire, nè far disperare il popolo in tali congiunture con biasimargli e screditargli tutto. E però avendo io composto il presente libro, non per desiderio di gloria, ma per brama unicamente di giovare in ciò, per quanto io posso, alla patria mia, e a chiunque non avrebbe altri migliori aiuti, per regolarsi, almeno con qualche prudenza, nei pericoli e nei tempi di tanta calamità, io mi auguro ch’essa riesca veramente utile; ma di gran lunga più auguro a tutti che non se n’abbiano mai a valere, se non per un mero divertimento della loro curiosità. Che se pure avesse un giorno da arrivare ciò che nessuno di noi desidera di vedere, probabilmente non si pentirà alcuno d’aver prima in questo mio libro imparato alquanto a premunirsi col conoscere la faccia di questo terribil nemico, e i disordini e gli strani suoi effetti. Pur troppo ne abbiam mirato anche un picciolo abbozzo, ma però esempio vivo, nella funestissima mortalità della spezie bovina, penetrata nel prossimo passato settembre anche in varj siti del ducato di Modena, Reggio, ecc. Da questo flagello si è già potuto apprendere non poco qual cura più esatta si dovesse avere in pericoli di _contagio degli uomini,_ per non restar delusi dalle guardie che si dicon fatte, ma certo non bene; e per vietare a tempo i mercati e le fiere nostre e l’adito alle straniere, benchè non apparisca entrato colà peranche il malore, e con quai rigori e ripieghi si possa precedere per disputare a passo a passo il terreno a questo male, facendo su i principj e finchè la sciagura è fuori di casa, grandi strepiti, intimazioni rigorose, visite frequenti ed improvvise, e quanto mai si può far concepire, se pure è possibile, ai contadini e alle guardie, il pericolo che loro non pare mai imminente, e il gravissimo danno di chi è colpito da simili disavventure, il che non s’intende mai bene se non dappoichè non c’è più tempo di rimedio.
Pensano alcuni che questa crudel _pestilenza dei buoi_ non solamente si comunichi pel contatto delle bestie, o degli uomini che abbiano conversato con bestie infette, ma ancora spontaneamente salti fuori in alcune stalle, lontane talora più miglia dal paese infetto e custodite con rigorose diligente. Lo stesso vien sovente e sospettato e creduto anche nelle _pestilenze degli uomini_. Non voglio io mettermi qui a negare assolutamente questa partita; ma dico bene che non è se non difficilmente da credere, avendo noi veduto illese tante stalle, nelle cui bestie sarebbe stato pronto e tosto si sarebbe acceso il fomite del male, se queste avessero comunicato con altre infette. Per ogni buon fine saggiamente si fa e si farà sempre in ogni peste, ad operare, come se il morbo non si pigliasse mai se non per via di contagio. Bisogna figurarsi che ancorchè non si sappia trovare, pure ci sarà stata qualche persona o roba che avrà portato il veleno in quella casa. I cani, le guardie, i medici stessi possono disavvedutamente portarlo con seco; e dall’accuratissimo nostro signor Vallisnieri nel T. X dei Giornali d’Italia è stato anche avvertito che fra le molte maniere di propagarsi la peste de’ buoi c’è stata quella di condurli senza precauzione alcuna a farli benedire con altri, o pure il permettere che taluno andasse a benedire indifferentemente tutte le stalle. Quello che più d’ogni altra cosa affligge e spaventa, si è il verificarsi in questa mortalità de’ buoi ciò che già Virgilio nel fine del lib. III della Georgica, ed altri osservarono in simili pestilenze d’animali, e vien confermato nel suddetto tomo X de’ Giornali dell’anno 1712 dall’autorità di varj valentuomini, cioè che nessun rimedio può dirsi fondatamente che vaglia; e se bene alcuni paiono talvolta giovevoli (essendo guarita ancora in queste parti una porzione d’essi buoi infetti), pure non servono poi a tanti altri; anzi voglia Dio che talora alcun d’essi non affretti loro la morte, e non faccia perire chi senza rimedi sarebbe risanato. Pur troppo avvien lo stesso anche nelle _pestilenze degli uomini_. Perciò egli è cosa da savio il non fissarsi mai tanto in alcune massime, precauzioni e rimedj, che sopravvenendo lumi migliori, non si voglia più, nè si sappia mutar registro. E più lumi per l’ordinario avrà una persona giudiziosa sul fatto che un intero magistrato in lontananza. Ma veniamo finalmente a trattare l’argomento nostro nel nome di quell’onnipotente Signore, la cui giustizia dobbiam tutti temere, la cui misericordia dobbiam tutti implorare, tanto nelle prosperità, quanto nelle tribolazioni.
Modena, 15 giugno 1714.
DEL GOVERNO POLITICO DELLA PESTE
LIBRO PRIMO.
CAPO I.
_Spiegazione della peste: origine e durata d’essa. Differenze fra l’una peste e l’altre. Suo orribil danno ed aspetto. Obbligazione e possibilità di difendere il paese da questo flagello. Diligenze umane utili e necessarie_.
La peste, uno de’ più terribili mali che possano affliggere il genere umano, benchè non sia propriamente lo stesso che il contagio, pure suol avere fra noi il nome di contagio, perchè col toccare i corpi, o l’aria degli appestati, o le merci, o robe loro, se ne infettano i sani, con più forza e strage che non accade in altri morbi epidemici e attaccaticci; dilatandosi la peste sino a spopolar le città, le campagne e le province d’abitatori. Consiste la pestilenza in certi spiriti velenosi e maligni, che, corrompendo il sangue o in altra maniera offendendo gli umori, levano di vita le persone, spesso in pochi, e talora in molti giorni, o pur all’improvviso. Quella che nasce dalla totale infezion dell’aria, mai, o quasi mai non suol accadere, benchè per accidente succeda che l’aria ambiente gli appestati s’infetti anch’essa, e tanto più cresca tal infezione, quanto più copioso e vicino è il numero di quegl’infermi. All’incontro bensì frequentemente accade quella che è infezion di corpi contagiosa, cioè, che s’attacca agli altri col contatto e che riesce maggiormente pericolosa nelle città molto popolate e ristrette, e dove non soffiano venti che purgano l’aria.
Non è affatto improbabile che a differenza di altre epidemie, le quali si generano e saltano fuori spontaneamente nei luoghi per cagion dei cattivi alimenti, o degli aliti paludosi, o dei venti nocivi, o d’altri simili seminarj di morbi, la peste sia un’epidemia stabile che vada mantenendosi in giro pel mondo, e passando d’uno in altro paese, e tornandovi dopo molti o pochi anni, secondo che la negligenza degli uomini, la disposizion de’ corpi o altre circostanze le aprono la porta, quantunque sia certo che la peste d’un tempo non sia simile in tutti i suoi sintomi ed effetti a quelle degli altri tempi. E per dir vero, la sperienza ha fatto veder troppo spesso che la peste non nasce da per sè stessa in tanti paesi, ma o vi ripullula talvolta da panni che ritengono il veleno della peste antecedente, o vi entra, portatavi da altri paesi (e questo è frequente) col mezzo di persone, o di merci, o di altre robe infette e senza che alle volte si penetri il come. Chi potesse raccogliere sicure annue notizie di tante e sì varie province dell’Asia, Affrica ed Europa, troverebbe che non c’è anno, in cui la peste non vada desolando qualche paese, e dopo la strage d’uno non passi nel vicino a sfogarsi colla stessa carnificina. Gli stati massimamente suggetti al Turco, sono, sto per dire, un perpetuo seminario dì peste, perchè quasi mai non se ne disparte ella, e particolarmente si fa sentire spesso in Costantinopoli e nel gran Cairo in Egitto, di modo che è pericoloso sempre ogni commercio con que’ paesi. E appunto le più recenti pesti dell’Italia e dell’Europa, o son passate per trascuraggine d’alcuni dall’Affrica nelle isole cristiane del Mediterraneo e poi entrate in terra ferma, o pure dall’oriente penetrando nell’Ungheria, Dalmazia, Polonia ed altri confini del Turco, hanno poi afflitto varie altre parti della nostra Europa. Non occorre far qui menzione di tante pestilenze che di secolo in secolo hanno più volte desolata la terra; ma non si vuol lasciar d’accennarne una delle più terribili che si sieno mai provate, descritta da varj storici e spezialmente dai Cortusi, dal Petrarca e da Matteo Villani. Si partì questa nell’anno 1346 dalla Cina che anche allora era conosciuta, e s’andò avanzando per le Indie Orientali sino alla Soria e Turchia, all’Egitto, alla Grecia, all’Affrica, ecc. Alcune navi di cristiani partite di levante nel 1347 la portarono in Sicilia, Pisa, Genova, ecc. Nel 1348 giunse ad infettar tutta l’Italia, salvo che Milano e certi paesi vicini all’Alpi che dividono l’Italia dalla Germania, ove fece poco nocumento. Nel medesimo anno passò le montagne stendendosi in Savoia, Provenza, Delfinato, Borgogna, Catalogna, Granata, Castiglia, ecc. Nel 1349 prese l’Inghilterra, la Scozia, l’Irlanda e la Fiandra, a riserva del Brabante, ove poco offese. Nel 1350 oppresse l’Alemagna, l’Ungheria, la Danimarca ecc., continuando ad affligger poscia altri paesi; e quindi tornò indietro di nuovo in Francia e in Italia nell’anno 1361, ove desolò Milano, Avignone e Venezia con levar di vita lo stesso doge Delfino e molti cardinali. Passò dipoi un’altra volta a Firenze nel 1363 e vi morì il suddetto Villani. Ora ecco come l’un paese infetti l’altro. Così nel 1393, siccome scrive S. Giovanni da Capistrano nel suo Specchio della coscienza, da un infetto fu portata a Bologna la peste, e dalla Romagna passò ella in barca a Genova e Venezia, e un altro l’introdusse dipoi in Brescia, Verona, ecc. Tuttavia con questi ed altri infiniti esempj che si potrebbono recare, io tengo che la peste nasca talvolta da sè stessa, senza essere portata altronde, cagionata o dalla cattiva costituzione dell’aria, o dal fetore de’ cadaveri, o pure dai patimenti degli uomini per qualche fame o guerra, o da altri simili disordini, e nata poi l’infezione contagiosa, si attacchi ai vicini e si chiami contagio o peste, quando essa ha certi sintomi e fa grande strage de’ popoli.
L’ordinaria permanenza della peste in una città suol essere di nove in dodici mesi, dopo di che suol cedere. Ma in alcuni paesi ove si vive con bestiale sprezzo o troppa familiarità di questo morbo, e senza curarsi molto delle espurgazioni, e senza mettere in opera tanti altri rimedj che si usano nelle savie città, vi ha fatto soggiorno più anni, o pure vi è da lì a non molto ripullulata. Della suddetta peste del 1348, narra il Villani che essa non durava più di cinque mesi in ciascuna terra: i Cortusi dicono sei mesi. Nel 1630 la peste che saccheggiò cotanto l’Italia, entrò anche nella nostra città di Modena nel mese di Luglio, siccome appare dagli editti d’allora e cessò il dì 13 di novembre di quello stesso anno, benchè si continuasse a star senza commercio, e con tutti i riguardi sino al fine del gennaio dell’anno seguente 1631, sì per attendere all’espurgazione, come ancora per non praticare colla gente o sospetta o infetta del contado, essendo anche dopo il dì suddetto di novembre succeduto in città qualche caso di morte pestilenziale che fece proseguir le cautele. Nelle città grandi e popolate non è sì facile che la peste ceda presto, perchè il pascolo della morte è grande, e non bastano spesso tante diligenze e spurghi in campo sì vasto. Gli esempj son chiari di Venezia, Milano, Napoli, ecc. In questa ultima città si accese ella l’anno 1526, e continuò del 27, 28 e 29, come narra il Summonte. Tuttavia, ove si pratica esattezza singolare, la pertinacia del male resta vinta. In Roma entrò la peste l’anno 1656 sul principio di giugno; e verso la metà di marzo nell’anno seguente 1657, mercè del buon governo si cominciò ivi a goder buona salute. Ma succeduti dipoi nuovi casi, si replicarono le diligenze finchè il male cessò affatto sul fine del seguente luglio.
Più strage suol ordinariamente far la peste nei mesi caldi o negli autunnali che nei freddi; ma non lascia ella d’infierir talvolta anche più nel verno che nella state, forse perchè allora occorrono venti caldi, o perchè cominciata la peste nell’autunno o nella state, il suo maggior furore ed accrescimento viene a cadere nel verno. La peste del 1630 fu al sommo in Padova ne’ mesi di giugno e luglio, ma in Venezia la stessa fece strage maggiore nell’ottobre, novembre e dicembre, continuando poi quasi tutto l’anno seguente 1631 sempre diminuendo. Nella Gheldria la peste del 1636 esercitò le maggiori sue forze dal principio di maggio sino al fine d’ottobre. Gran varietà è in questo punto; ma, come dissi, la state d’ordinario mette in maggior rabbia questo perniciosissimo veleno, e il verno freddo o l’indebolisce o l’estingue.
Un’altra diversità fra peste e peste suol appunto consistere nella minore o maggior fierezza. Alcune son funestissime, ed empiono la terra di strage; altre men crudeli si contentano di un tributo più discreto di morti. Quella del 1348 che testè accennammo, levò del mondo quasi le quattro delle cinque parti della gente europea per attestato del Villani e d’altri scrittori. Nel medesimo secolo altre non men fiere pestilenze portarono un’incredibil mortalità per l’Italia, Germania, Francia e Spagna. Quella del 1564 sì rabbiosamente infierì pel Lionese, per la Savoia con istendersi ne’ confini degli Svizzeri e nel territorio de’ Grigioni, che in quelle bande uccise poco meno dei quattro quinti. L’altra che nel 1575 e nei seguenti afflisse alcune città d’Italia, fu di gran lunga più mite in Milano, che un’altra ivi pur succeduta prima nel secolo stesso; e all’incontro essa fu perniciosissima alla città di Venezia. L’altra del 1630 portò un’orribil desolazione al suddetto Milano, nella qual città e diocesi dal principio d’aprile, in cui si dichiarò per peste, fino alla metà del prossimo settembre, ascese la mortalità a 122 mila persone, continuandovi poi ancora per alcuni mesi. Si è anche osservato che qualche peste ha infettato gli uomini di certe professioni o nazioni, e lasciati intatti quei d’altra professione o nazione, benchè tutti abitassero nel medesimo paese infetto.
Questa differenza di effetti deriva o dalla qualità della pestilenza medesima, i cui spiriti sono ora più ora men velenosi; o pure dalla più o meno esatta cautela e preservazione delle città, o dalla precedente diversa disposizione dei corpi, delle stagioni e dell’aria. Nel 1628 fu gran carestia nello stato di Milano e in altre parti della Lombardia, accresciuta poi dalla guerra che sopraggiunse, di maniera che in quello e nel seguente anno 1629 morì di fame e di stento in Milano stesso non poca gente, e vi fu una sollevazione del popolo. Ora non è da maravigliarsi se succedendo poi la peste da lì a poco, e trovando sì mal nutrita e piena di mali umori la povera plebe della Lombardia, ne levò tante centinaia di migliaia dal mondo. In Modena però e nel suo contado noi sappiamo che il mal contagioso non infierì come in altri paesi. Per altro non sono d’ordinario men sottoposte a perir di peste le persone sane e ben nutrite, che le infermicce e mal nutrite, anzi talvolta è accaduto che più quelle che queste sieno restate preda del male. Un’altra differenza si può osservar fra alcune pesti, ed è che le une porteran seco flussi di sangue, petecchie, dissenterie, ed altre vomiti, frenesie, abbattimenti di forze e simili altri sintomi. Sogliono nulladimeno tutte le vere pesti generar carboni e buboni, del che ragioneremo a suo luogo.