Del governo della peste e della maniera di guardarsene
Part 22
Ed ecco ciò che ho creduto di dover notare intorno alla cura e al Governo Medico del morbo pestilenziale. — Finirò con alcune poche osservazioni. La prima, e più importante di tutte, si è che in ogni male, ma specialmente in questo, è pericoloso ogni indugio nel prendere i medicamenti. Non bisogna perder tempo, nè si vogliono imitare que’ poveri sconsigliati che per paura di perdere il commercio, o di tirarsi addosso altri danni, occultano il male con sua ed altrui inevitabile rovina. Allorchè il veleno s’è impossessato degli umori ed ha indotta la corruzione in essi o nelle viscere, non c’è rimedio che vaglia, e l’esterminio è certo. Attesta il Rondinelli, che fu spettatore del contagio in Firenze l’anno 1630, che _coloro i quali presto ricorrevano ai rimedi per lo più guarivano_; e il Sennerto, ed altri valentuomini hanno anch’essi troppo spesso osservato in pratica che molti i quali appena sentendo d’essere feriti dalla peste, ricorrevano ai sudoriferi ed antidoti, dopo copioso sudore si trovavano sani; siccome per lo contrario di cento che tardavano molto a curarsi, appena uno ne campava. Talvolta il veleno pestilenziale preso sarà poco, sarà debole, si potrà con facilità espugnare da chi non è pigro coi medicamenti, ma se gli si lascerà prender piede e forza, egli resterà il vincitore senza difficoltà. E specialmente avverto ciò per le donne, e molto più per le fanciulle, alle quali venendo buboni ed altri perniciosi effetti della peste in parti che il pudore tien celate, facilmente nascondono il male, perendo esse, e facendo perire altri poco appresso. Presto dunque ai rimedi; che il far presto in casi tali si può chiamare il _recipe_ principale e il più efficace rimedio.
Appresso, in ogni costituzione di peste hanno immediatamente i medici da considerare tutti i suoi più ordinarj sintomi, procurando anche, prima che arrivi il morbo, di risaperlo da chi già ne ha fatto o ne fa miseramente la prova, per poi stabilire, se fia possibile, la qualità del suo veleno, e qual metodo sia da tenere per curarlo ed espugnarlo. Dichiamola però schietta: questo non è che troppo difficile, e più difficile ancora sarà che felicemente colpisca il bianco in tali dispute chi non è libero da certi ciechi pregiudizj in favore dell’antichità, e solo incensa Galeno ed Avicenna, (benchè non mai letti) e non sa, o non ha mai ben pesato il valore di molte opinioni moderne. A determinare le qualità precise d’un veleno pestilenziale, molto più de’ meri empirici, potrà giovare un chimico non visionario e un acuto e sincero esaminator della natura, perchè meglio intendente della combinazione, configurazione e risoluzione delle particelle dei misti, dei sali, ecc. Nulla dirò io delle opinioni dell’Elmonzio, del Langio e d’altri, se non che sembrano a me molto improbabili. Altrettanto avrei detto ancora dell’opinione del P. Atanasio Chirchero, il quale fa consistere le pestilenza in certi vermicciuoli infettanti e corrompenti il sangue degli uomini, se il chiarissimo nostro signor Antonio Vallisnieri in una sua lettera al signor Cogrossi intorno al male contagioso de’ buoi, ultimamente pubblicata in Milano, non avesse corretto insieme e mostrato possibile, anzi probabile un sì fatto sistema. Vero è (per tacer altre cose) che presso di me resta incerto, se, posti anche vermi nel sangue de’ corpi appestati, sieno essi poi subito da dirsi cagione di quel morbo, e tanto più ove si ammettesse col Levenocchio che trovinsi vermi anche nel sangue dei sani. Vero è altresì, non trovar io finora spiegata una cosa, di cui son persuaso, cioè quel diffondersi dal fiato e dalla traspirazione di tutto un corpo vivente appestato (e proporzionatamente ancora dei cadaveri), fino ad una certa distanza, semi di pestilenza per l’aria, i quali possono e sogliono infettare chi s’avvicina e non va premunito; il che non so come ben cammini in questo sistema, e perciò figurarmi io tuttavia per più verisimile che la peste consista in effluvj e spiriti velenosi. Ma ciò non ostante confesso io pure ingegnosa ed utile, anche per altre ricerche, l’opinione suddetta; e potrebbe un dì la sperienza recar lumi tali che maggiormente credibile ce la rendessero. Intanto nel mio, cioè nell’ordinario sistema, gioverà considerare i veleni come di due specie, secondochè vien fatto da molti moderni, cioè o dissolventi o coagulanti, proprio de’ quali si è o lo squagliare e disciogliere il sangue e gli umori del corpo umano, o pure di coagularli e di legare gli spiriti necessarj alla vita. Si dovrà dunque osservare se si potesse ad una di queste due spezie ridurre la pestilenza che corre, la quale in fine altro non pare che sia, se non un veleno, per determinare con quali antidoti si debba susseguentemente combattere in tal congiuntura. A questa diversità è probabile che s’abbia da riferire il trovarsi alcuni rimedj giovevoli in una peste, e non giovevoli o nocivi in un’altra. Il Willis, il Langio, il Doleo e il Rivino tengono che il veleno della peste operi col coagulare. Carlo della Fonte difende l’opposto, e seco s’accordano il Diemerbrochio, il Barbetta, il Graff, Luca Tozzi ed altri. Veramente sembra più probabile che d’ordinario le pesti sieno un veleno dissolvente, perchè non se ne troverà forse alcuna, in cui i medicamenti acidi non sieno riusciti un efficace rimedio tanto nella preservazione, quanto nella cura della medesima, e perchè ordinariamente si osserva divenire il sangue negli appestati sì fluido e sottile che spesso prorompe fuori del naso e per bocca e per i canali dell’infimo ventre e talvolta infin per la cute, di modo che per lo più è difficile, o impossibile il metter freno all’emorragia. Taccio altre ragioni. Ma perchè io non veggo stabili alcuni supposti di chi tiene questa sentenza, e discordano fra loro i medici nel descrivere i sintomi di varie pesti, perciò volentieri sospendo qui il mio giudizio, e confessando che da una, due o tre pesti non si dee, nè si può dedurre una regola generale per tutte le altre, rimetto all’accurata osservazione de’ medici il deliberare su questo punto, allorchè s’avesse la disavventura di doverne mirare il terribil aspetto. Noterò solo, pensare il Sydenham che questo veleno consista in particelle infiammatorie che rompano le fibre del sangue; e Francesco de le Boe Silvio il fa consistere verisimilmente in un sale volatile, lisciviale ed agro, il quale penetrando nel sangue il renda più fluido del solito, sfibrandolo e inducendo la putrefazione in esso o in altri umori e parti del corpo, dove egli si scarica o si ferma. E conciossiachè, secondo il suo sistema, da questo maligno sale vien diminuito o distrutto l’acido che era, ed ha da essere nel sangue, utilissimo per conseguente, anzi necessario per rimetterlo si è il ricorso all’aceto, agli agrumi, al vitriuolo ed altri simili acidi, riuscendo all’incontro nocivi i medicamenti puramente alcalici. Così l’acquavite semplice o triacale ed altri alcali si sono osservati pregiudiziali a molti in que’ tempi; il che non suol avvenire degli acidi, purchè presi colla debita moderazione e senza esorbitanza. Chi nondimeno abborrisse gli acidi meri in bevanda, non farà male mischiando con esso loro un poco d’acquavite, o temperando in altra guisa l’austero o acerbo d’alcuni acetosi, per accidente spiacevoli. In fine si ricordino bene i saggi medici di ciò che viene avvertito anche dal suddetto sig. Vallisnieri nel tom. X de’ Giornali d’Italia, cioè darsi o potersi dare dei veleni pestilenziali che rechino seco tutti e due i sintomi dello squagliamento e della coagulazione; nel qual caso poscia s’intenderà il perchè ne’ rimedj antipestilenziali si mescolino gli acidi e gli alcalici.
Per altro può di leggieri accadere che nè pure a’ valenti medici riesca di determinare la vera natura e il costitutivo d’una peste, perchè la sua malignità potrebbe consistere in altre cagioni e maniere a noi incognite. Nulla però dovrebbe conferir tanto alla conoscenza del male, quanto il vedere quali rimedj o cose giovino o nuocano allora. Pazienza, se questa non è forma diritta di filosofare e s’ella è suggetta a molti inganni. Può essa nondimeno avvicinarsi non poco al vero. Ordinariamente si medicano, e talvolta bene, tanti altri mali; e pure la vera loro essenza e cagione è poco nota ai medici. Non voglio qui lasciar di aggiungere che dai professori della chimica son forte lodati nella peste i rimedj e le preparazioni antimoniali. E certo essendoci degli antimoniali che per la lor preparazione son privi di forza emetica e catartica, e solamente son diaforetici, questi potrebbono senza gran paura, anzi con isperanza di molto vantaggio, consigliarsi e accettarsi nella cura delle pestilenze, siccome sono utili e lodevoli in altri mali. Anche Giovanni Zvelfero avverte che la maggior parte di quei che infetti di peste usarono al peso d’una dramma l’antimonio diaforetico, restò guarita, ed egli medesimo si confessa testimonio di sì felici successi. Molti altri autori citati da Paolo Boccone gli danno la stessa lode; e Pietro Moratti in una Relazion della peste del 1630 attesta che in Bologna riuscì molto utile un estratto d’esso antimonio diaforetico, triaca, zedoaria, angelica e fiori di solfo, infondendo tutto prima in ispirito di vino per lo spazio di quattro giorni, poi colando e di nuovo infondendolo, con farlo finalmente esalare a bagnomaria. Se ne davano dram. 2 al paziente in acque, o brodi, o siroppi, con che si movevano sudori le più delle volte puzzolenti e si provocavano le orine. Ma non è da tutti il preparar così bene l’antimonio ch’esso riesca solamente sudorifero, e non ritenga, o non ricuperi la forza emetica, o sia vomitoria. E perciò ripeterò io qui ciò che ha il nostro sig. Zannichelli nella Dissertazione della Neve di ferro: _Agitur de vita hominum; proinde satis admirari neque facilitatem, qua medicamenta, præsertim ex mercurio et antimonio passim conficiuntur: res certe plena periculi, adeo ut non solum artificibus quibusdam mechanicis, se ipsis etiam artis professoribus timorem incutere debeat. Caveant qui ista jactitant absque sufficienti peritia et diligentia; sed multo magis caveant, qui eisdem fidunt, propriamque vitam hujusmodi farinæ hominibus committant._ Questi sono sentimenti d’un saggio ed onorato chimico; e perciò non sarà se non bene per conto di certi antimoniali e d’altri simili strepitosi rimedj l’assicurarsi prima colle felici prove altrui dell’innocente e benefica loro natura. Il Willis descrive alcuni sudoriferi e cordiali, proprj per combattere contra la coagulazione, ed altri contra la dissoluzione del sangue.
Ma perciocchè, posta o l’una o l’altra natura della peste, non si saprà combinar seco da alcuni il tanto poi lodarsi l’uso di non pochi medicamenti, che paiono opposti fra loro, e pure sono stati commendati da me, io lascerò volentieri sì fatte quistioni e ricerche alla scuola, e mi contenterò di dire che comunque si senta dalla natura della peste, resterà sempre certo che gli acidi e il solfo e i sudoriferi sono i rimedj più potenti e i più approvati della peste, secondo il parere di tutti i medici e di qualunque pratico di que’ fieri tempi, il che più di tutto a noi importa di sapere. E però venendo contagi, chi non ha, nè può aver medici, medicamenti e speziali, vegga di provvedersi almeno di buon aceto e di solfo, che questo può bastare. L’aceto suol mancare a pochi e il solfo è facile negli stati del principe nostro ad averlo, ed ottimo, dalla miniera di Scandiano. Silvio de le Boe tiene che nulla ci sia di sì vigoroso per mitigare l’acrimonia del sale pestifero e di fissare la fluibilità del sangue, come il solfo minerale, ch’egli però desidera prima fissato dall’arte. Per parere di lui il salnitro, e massimamente lo spirito di nitro, hanno somma virtù per fissare ed espugnare il sale maligno della pestilenza, dovendosi però questi, come anche altri acidi, temperare con umore acqueo conveniente, acciocchè soli non recassero altri mali. Abbiam lodato assaissimo la canfora, la triaca, il diascordio, l’olio di scorpioni. A questi pochi rimedj si può ridurre la privata spezieria di chi non ha maggiori comodità. Dell’erbe e di molte altre cose da noi commendate in questo libro, per l’ordinario non ci vuol fatica o spesa a trovarne. Coraggio dunque, che ancora con provvisione di sì poco, e senza fastose e lunghe ricette, possono le persone condur seco la speranza di preservarsi e guarire dalla pestilenza col nome del Signore, del cui potentissimo e necessario aiuto passerò ora a parlare, con esporre da qui innanzi il Governo ecclesiastico ne’ tempi di contagio.
DEL GOVERNO ECCLESIASTICO DELLA PESTE
LIBRO TERZO.
CAPO I.
_Necessità di ricorrere a Dio e di placarlo, massimamente in tempo di peste. Quali in pericolo di contagio abbiano da essere le incumbenze de’ vescovi e degli altri ecclesiastici per tener lungi il morbo; e quali i preparamenti prima ch’esso venga._
Spediti dalla cura politica e medica del morbo pestilenziale, passiamo alla terza, che è la più importante di tutte, cioè alla cura dell’anime in tempi di peste e a ciò che riguarda Dio; il che vien compreso nel Governo ecclesiastico. E primieramente chiara cosa è che in forma distinta convien ricorrere al possente aiuto di Dio, allorchè s’ode fischiare in qualche vicinanza il terribil flagello della peste. Per comando o permissione di lui vengono le calamità, ma spezialmente si conosce che vengono quelle più strepitose che affliggono i popoli interi, o per castigo de’ peccati o per ispurgo dei malviventi, o affinchè la gente, che facilmente si addormenta sopra la terra, quasi incantata da questi pochi beni transitorj, si risvegli, e conosca che c’è Dio padrone delle robe e delle vite, e a lui si converta. Perciò la peste vien bizzarramente chiamata da Tertulliano, _Tonsura lascivientis ac silvescentis generis humani._ Ora se questo gran Dio vuol punire o purgare la terra secondo i decreti della sua infinita giustizia e della sua sapientissima provvidenza, chi ci sarà che possa resistere alla sua volontà? Indarno si oppongono al supremo suo volere le prevenzioni e diligenze umane; e indarno veglia chi fa la guardia alla città, se non la custodisce colla sua invisibile parzialità ed assistenza l’Onnipotente e saggio Regolatore del tutto. Certo non si vede mai così bene, come sia corta e fallace l’umana prudenza, e come Dio sappia confondere la sapienza del secolo, quanto nei tempi di peste. Dopo tutte le cautele e le precauzioni usate, si trova bene spesso passato il contagio per dove meno s’aspettava, entro un paese e nelle città. Non bastano le guardie; anzi le guardie son quelle talvolta che l’introducono. O pure permette il Signore Iddio che i principi o i maestrati, dimentichi del debito loro, anzi di sè stessi, o cadano in una supina negligenza, o trascurino allora alcune opportune diligenze, col non ascoltare o non curare il consiglio de’ migliori, lasciando con ciò aperta la via al morbo desolatore. All’incontro si veggono preservati altri paesi, e con diligenze molto minori; essendo stato anche osservato che mentre la peste facea nell’anno 1630 strage sì grande nello stato di Milano, l’armata spagnuola che trattenevasi a Casale di Monferrato, e tuttodì ricevea vettovaglie dai Milanesi, pure si mantenne sempre intatta ed esente dall’infezion dominante. Abbiam anche detto altrove che la città di Faenza si preservò nel fiero contagio dell’anno suddetto, e il fermò a’ suoi confini; e pure si sa che segretamente ne uscivano e vi tornavano non pochi, a’ quali premeva più il proprio guadagno col trasporto delle grasce verso Bologna, che la salute del pubblico suo.
Adunque la più ferma speranza di tener lontana la peste dee riporsi nella misericordia del nostro Dio; e per rendersi capace di questa, egli è necessario il fare per tempo un fedele e non finto ricorso a lui con pubbliche orazioni e con una seria emendazion della vita, acciocchè liberi il suo popolo dal pericolo che sovrasta. Siccome abbiamo dal lib. 3, cap. 8 dei Re, e dal lib. 2 dei Paralipom., cap. 6, la maggior fiducia del popolo Ebreo in tempi di calamità veniva riposta nell’umiliarsi colle preghiere a Dio; altrettanto e più dovrà fare e sperare il suo eletto e diletto popolo della legge nuova, per cui la somma sua clemenza non ha risparmiato il sangue e la vita del suo Unigenito, e a cui questo medesimo suo benedetto Figliuolo ha promesso tante cose, e tante volte, nel suo santo infallibile Vangelo. Pertanto correndo sì gran pericolo, dovrà il vescovo, secondo le istruzioni di S. Carlo, ordinare processioni per tre giorni, come ancora digiuni ed altre opere di penitenza e di pietà per placar Dio e implorare la sua gran benignità, con ordinare ancora una comunion generale in qualche giorno di festa. Disporrà il giro delle quaranta ore per l’esposizion del Venerabile, acciocchè in nessun’ora manchino le preghiere e il culto a chi ha da essere la nostra maggiore speranza. In oltre prescriverà un giorno o due di digiuno per ogni settimana; e in una festa determinata darà le ceneri benedette a tutto il popolo, come se fosse il principio della quaresima. Così fece ancora S. Carlo. Quindi tanto esso vescovo, quanto i parochi e i predicatori e i direttori e capi de’ monisteri rivolgeranno lo studio loro a levar via e sradicare quelle corruttele e que’ peccati pubblici che più irritano lo sdegno di Dio, come sono gli adulterj, i concubinati, le usure, le ingiustizie, i contratti illeciti, le oppressioni dei poveri, le usurpazioni della roba altrui, le nemicizie, l’irriverenza a sacri templi e simili altre offese del Creatore. Qui più che mai ha da accendersi e da sfavillare lo zelo de’ ministri di Dio senza però mai dimenticare le leggi e i consigli della prudenza, fedele compagna d’ogni operazione e virtù.
Oltre a ciò se l’intenderà il vescovo co’ principi e magistrati secolari per levar via dal paese gli scandali, i pubblici giuochi e balli, le bestemmie, le ubbriachezze, i banchetti, certe conversazioni ed altre somiglianti azioni o pubblicamente peccaminose, o almen tali che da loro non va bene spesso disgiunto il peccato. Medesimamente esorterà egli co’ suoi editti e per mezzo ancora dei parochi e predicatori, tutto il popolo alla pace e concordia, a compor le liti, gli odj e le fazioni, a perdonar le ingiurie, a lasciare il lusso, a restituire il mal tolto, e, in una parola, a mutare e migliorar la vita e far penitenza, unico mezzo per mitigar l’ira di Dio ed ottenere la protezion del suo braccio nelle calamità imminenti. Chiunque ben rifletterà all’orribilità, alla prontezza, alla crudeltà e desolazion d’una peste, e al pericolo che sta tutto giorno davanti agli occhi, di chi la sente vicina o la rimira presente, se non è un pazzo o un empio, non tarderà punto a convertirsi. Appresso dovrà inculcarsi a tutti il tenersi ben lungi, massimamente allora, da ogni offesa di Dio, e se mai cadessero, il confessarne subito e il farne ancora, occorrendo, un’intera purga con una confession generale, e in somma lo star ben preparati. Il terribil rendimento de’ conti forse non è lontano, e però si dee far loro considerare che venendo la peste, essa o non lascia tempo da confessarsi, o non permette facilmente comodità di confessori e di altri aiuti spirituali. Del pari s’avrà da persuadere la frequente comunione, almeno una volta per settimana, e l’impiegarsi allora più che mai in orazioni, digiuni, limosine ed altre opere di pietà e di carità. E perciocchè niuno potrebbe promettersi nel fiero scompiglio d’una pestilenza tempo ed agio di ben disporre gli affari suoi e della sua famiglia, convien ricordarsi e far ricordare agli altri che dichiarino i lor debiti e crediti, che facciano testamento, se ne han bisogno, che paghino, per quanto sia in loro potere, i debiti contratti senza lasciarne la cura agli eredi. Può essere vicina la partenza: chi ha tempo, non aspetti tempo.
In questo mentre non si dovrà ommettere alcuna delle diligenze pubbliche e private che si credono proprie per tener lontano il contagio. Non è questo un temerario opporsi alle risoluzioni divine. Sarebbe anzi una temerità e un tentare Iddio il tralasciar simili diligenze; imperocchè quantunque non in esse, ma nella clemenza e nell’aiuto dell’Altissimo, s’abbia a confidare, tuttavia essendo solito il Signor Iddio di operare i suoi voleri per mezzo delle seconde cagioni e giusta le leggi ordinarie della natura, sarebbe un obbligarlo a fare un miracolo, anzi infiniti miracoli, quell’esigere ch’egli allora preservasse chi senza necessità non volesse guardarsi dal commercio delle persone e robe appestate o sospette. Il perchè, qualora occorresse, contribuirà anche il vescovo co’ suoi editti alla difesa della pubblica salute, ordinando quelle cose che inviolabilmente si debbono osservare dai sudditi suoi ecclesiastici e ne’ luoghi ecclesiastici, e accordandosi col maestrato secolare, nel promuovere il bene della repubblica, con dar anche facilità ai vicarj foranei e ai parochi di ordinar lo stesso secondo i bisogni. Può essere che ciò non sia necessario; ma certo sarà ben poi indispensabil cura de’ parochi, predicatori, confessori, ecc., l’istruire il popolo che tutti sono obbligati in coscienza ad ubbidire ed osservare esattamente in casi di sì terribil conseguenza gli editti e le regole de’ principi e maestrati secolari, sì per non coprire il suo o l’altrui male, come ancora per non maneggiare, vendere o trasportar robe infette conosciute tali. Per parere di tutti i teologi, anzi per dettame della stessa natura e della retta ragione, non può alcuno senza peccato gravissimo tirar addosso a sè stesso colla trasgression delle leggi un malore cotanto micidiale, nè introdurlo in paese sano, nè comunicarlo a chi ne è libero. Davanti a Dio e davanti agli uomini sarà sempre reo d’una gran colpa e degno di gravissime pene chi non volendo eseguire le provvisioni e leggi dei principi (le quali certo è che in questi casi obbligano sotto pena di peccato mortale, e ciò quando anche l’ubbidienza dovesse costare un danno grave di roba) cooperasse all’esterminio suo e del prossimo e della patria sua. In Roma nella peste del 1656 erano non men dei secolari sottoposti gli ecclesiastici di qualsivoglia fatta ai gastighi temporali intimati contra simili trasgressori. Così è stato fatto e dee farsi in altre simili congiunture. Questa legge vien dalla natura; e oltre a ciò non lasciando gli ecclesiastici d’essere parte della repubblica, son perciò tenuti anch’essi, almeno al pari degli altri, se non anche più di molti altri, alla conservazione, quiete e felicità d’essa, e a preservarla, per quanto possono, dalla rovina.