Del governo della peste e della maniera di guardarsene

Part 23

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I maestrati secolari, non già per titolo di giurisdizione, ma per titolo di natural difesa possono impedir l’ingresso o prescrivere sequestri alle persone ecclesiastiche sospette di pestilenza, acciocchè non infettino i sani, siccome ancora opporsi, affinchè nè pur gli ecclesiastici morti di peste vengano seppelliti in chiesa. Nulladimeno affinchè i vescovi conservino quelle prerogative che hanno debbono in tempo di peste delegare la loro autorità sopra gli ecclesiastici al magistrato secolare, per tutto quello che possa bisognare a tener lontano il contagio e a mantenere la sanità, l’annona e l’altre leggi stabilite allora pel pubblico bene. O pure hanno essi da unire un loro deputato ecclesiastico per assessore ad esso maestrato secolare, dandogli facoltà di esercitare la giurisdizione sopra i chierici sì coattiva, come punitiva, riservando a sè la sola pena della morte. Tanto si ha dal Diana. Ricorderò anch’io qui ciò che prima di me consigliò il P. Filiberto Marchino ch. reg. barnabita nel suo utilissimo libro intitolato, _Bellum divinum,_ cioè che il vescovo _pestis tempore de ecclesiastica jurisdictione admodum ne sit sollicitus, nam inde scandala multa orientur; caveat ab excommunicatione; comiter et suaviter facultatem suam aliis deleget; ipseque ad spiritualem curam animarum studium omne convertat. Tunc non est de jurisdictione altercandum._ Finalmente sarà cura del prelato e de’ ministri di Dio il raccomandare che il popolo sia divoto verso Dio, e nello stesso tempo sia rassegnato e ubbidiente ai maestrati. Che non fugga l’andare ai posti, alle porte e agli uffizi destinati. Che accuratamente assista, acciocchè nulla entri o passi che non sia ben riveduto o purgato dal suddetto anche menomo d’infezione. Che niuno tradisca la fede che si ha in lui con parzialità, negligenza o interesse. Non si creda di farsi poco merito presso chi ha da giudicare i vivi e i morti quel cittadino che s’applichi a servire con tutta fedeltà ed attenzione in sì gran pericolo alla patria sua. Purchè intenda di servire a Dio, nel servire al prossimo suo, questo sarà un atto di nobilissima carità, talvolta più meritevole di mercede in cielo che non sono moltissimi altri atti di divozione.

Prima poi che s’interrompa affatto il commercio, e allorchè s’avrà giusto sospetto di dover soggiacere al flagello che gira nelle vicinanze, cerchi il vescovo dal sommo pontefice facoltà di dispensare indulgenza plenaria agli appestati che si confesseranno o mostreranno segni degni di contrizione. Come ancora altre indulgenze per chi ogni giorno reciterà le orazioni o farà altre azioni pie che saranno prescritte dal vescovo stesso. E a fine di maggiormente accendere le persone all’esercizio della carità cristiana, cotanto necessaria e meritoria in que’ tempi, chiederà delle altre indulgenze per i parochi ed altri ecclesiastici sì secolari, come regolari che assisteranno agli appestati. Altre ne dimanderà per i medici e chirurghi, per le nutrici e levatrici, per gli altri ministri nobili o ignobili, facchini e beccamorti, sì dei lazzeretti, come fuori dei lazzeretti che piamente attenderanno alla cura e al governo del popolo infetto. Altre per chi farà limosine o con altre azioni caritative soccorrerà allora agl’infermi ed anche i sani bisognosi. In oltre chiederà facoltà di assolvere di qualunque censura e caso riservato al papa nella bolla _in cœna Domini_ e in tutte l’altre bolle, specificando per maggior sicurezza il delitto dell’eresia, e di poter delegare ad altri tal facoltà e di poter liberare i sacerdoti da alcune irregolarità incorse, ancorchè per morte involontariamente accaduta e di assolvere dalle censure suddette anche nel fôro esterno. Non intendo io qui di derogare alla facoltà oggidì disputata d’assolvere da tutte le irregolarità e sospensioni, nate da delitto occulto, fuorchè dall’omicidio volontario e da tutti i casi occulti riservati alla S. Sede, che nel concilio di Trento sess. 24, cap. 6, fu conceduta o conservata ai vescovi e anche di delegarla ad altri. Chieda ancora per chi farà opere di carità la licenza di eleggersi un confessore, benchè regolare, il quale assolva da ogni caso e censura riservata. Di più procurerà l’autorità di permutare l’uno d’alcuni legati pii in sollievo de’ poveri, potendo ciò essere necessario o utilissimo in quelle misere contingenze e gratissimo a Dio, che che potesse parere ad alcuni, i quali talvolta non sanno assai bene estimare le intenzioni pie dei testatori e i privilegi della carità e necessità. Chieda eziandio di poter adoperare, anche senza la permissione de’ loro superiori, que’ religiosi che volessero santamente dedicarsi al servigio de’ lazzeretti e degli appestati; siccome ancora di poter costringere le persone religiose ed altri ecclesiastici, o luoghi, esenti dalla giurisdizione episcopale, a far ciò che richiederà la pubblica utilità durante il tempo della peste. Di tutto poi si varrà il vescovo, caso che ne venga il bisogno, secondo la sua prudenza. Finalmente egli è da sperare che se si avvicinassero le minacce d’una pestilenza, si moverà di buon’ora il piissimo zelo de’ sommi pontefici a concedere un Giubileo che potrà essere efficacissimo mezzo a placare lo sdegno divino o ad incitar maggiormente i popoli al timore di Dio, alla divozione e alle opere sante.

CAPO II.

_Quanto sia necessario il coraggio ne’ tempi della pestilenza_. _Fede e speranza, virtù divine e fonti d’intrepidezza e di giubilo. Bontà e misericordia di Dio ricordate ai peccatori. Rassegnazione a Dio, e darsi tutti a lui._

Allorchè la peste entra in qualche città per la prima volta e già si scorge cominciare, vittoriosa d’ogni ostacolo, a mieter le vite del popolo, pochi son quelli che spettatori di sì orribile, non mai veduto e tanto pericoloso spettacolo, non s’empiano di terrore, di costernazione ed anche di viltà. E benchè non pochi ripiglino animo coll’andar più innanzi, simili a certi soldati, timorosi nella prima battaglia, ma che poi vanno a poco a poco formando il coraggio nell’avvezzarsi al fuoco; pure più son quelli che durante il contagio pusillanimi sempre, sempre conservano il primiero orrore, temendo di tutto, e da per tutto mirando dipinta nelle morti altrui la propria morte. Ma se c’è tempo in cui sia necessaria la costanza dell’animo, l’intrepidezza e il coraggio, quel della peste è sicuramente, e più degli altri, tale. L’ho detto e il torno a ripetere: secondo la conclusione di tutti i più saggi medici e di qualunque pratico di sì funeste occasioni, uno dei gran preservativi della peste si è il non aver paura della peste. Il coraggio, l’allegria, la tranquillità dell’anima tenendo in un sano equilibrio e senza alterazione, gli spiriti ed umori del corpo, tengono serrato in qualche guisa il passo anche al veleno esterno della pestilenza. Non s’hanno a trascurare gli altri mezzi e i rimedj per preservarsi; ma questo ha da essere uno dei primi. L’apprensione, il terrore e la malinconia sono anch’essi una peste ne’ tempi di peste, disordinando la fantasia e disponendo la massa degli umori a facilmente ricevere e in certa guisa chiamar da lontano il veleno regnante, siccome con infiniti casi ha fatto vedere la sperienza. Necessarïssima dunque si è allora la fortezza e costanza dell’animo per benefizio di cadauno in particolare; ma spezialmente ve n’è estrema necessità, per benefizio del pubblico, nei maestrati, nei sacerdoti e in qualunque altra persona, a cui sia appoggiato il governo o spirituale o temporale del popolo in mezzo a sì fiera calamità. Se questi son dominati dalla paura, se questi fuggono, lasciando di regolare e di soccorrere con opportune provvisioni e colla lor presenza il povero popolo, immenso è il disordine, somma la disperazione, infinita la strage. Ma se questi, fortificato il lor cuore da un nobile e savio coraggio, accenderanno in esso anche il fuoco della carità, viscere d’amore paterno e cristiano, e nulla ommettendo per salute della lor patria, non si può dire quanti metteranno in salvo, loro mercè, la vita dell’anima, e quanti ancora quella del corpo.

Abbiamo altrove accennato alcune ragioni umane da far coraggio ne’ contagi; abbiam di più riferito que’ preservativi che giustamente accrescono la speranza di esentarsi dal morbo in mezzo al morbo. Ora aggiungiamo che nulla più può inspirare e rassodare negli uomini la tranquillità e fortezza, quanto le massime della legge cristiana, cioè la scuola del santo Vangelo. Allora dunque convien mettersi davanti agli occhi la brevità e miseria di questa vita, la speranza della beata eternità e la sommessione che dobbiam tutti al sommo nostro padrone Iddio. Brevi sono i giorni dell’uomo: chi nol vede? e volere o non volere, tutti andiamo a gran passi verso il nostro fine. Quand’anche menassimo sino all’estrema vecchiaia i nostri giorni, pochissimo sarebbe ancora questo tempo. Ora speriamo noi forse la nostra felicità da pochi momenti di vita temporale? Troppo è caduca, troppo incerta, piena troppo d’angustie e d’afflizioni si è questa misera terra; ognuno il sa per prova. Il nostro Dio anche per questo ordinò che i mali abitassero nel mondo, acciocchè ci andassimo ricordando che questa non è la patria nostra, ma un esilio, ed esilio penoso, e qui non abbiamo una città, in cui si possa fare lunga permanenza, ma cercarne noi un’altra che ha da venire. Animo dunque: se si avrà a sloggiare, facciamolo con franchezza, perchè già si ha a fare o presto o tardi, e sempre si farà da un paese di miserie. Il rattristarsi, il darsi in preda all’apprensione, al dolore sarebbe un dolore e un male di più, e non già una via di fuggire la morte. Facciamo intrepidamente di necessità virtù, e senza fermare il pensiero in que’ pochi beni, o veri o apparenti, che ci dà questa vita terrena, pensiam più tosto a quei tanti veri mali, onde essa abbonda, avendone noi provato in sì gran copia finora o nell’animo o nel corpo nostro; e perciò prepariamci, se così sarà volere dell’Altissimo, ad uscirne fuori con coraggio, con rassegnazione e con giubilo.

E giubilo appunto proveremo, se ravvivando in noi la virtù della fede per credere fermissimamente il regno dell’eternità e le sublimi promesse lasciate a noi dal veracissimo e onnipotentissimo Dio, si ecciterà in nostro cuore la speranza di que’ sommi ed infiniti beni che non avranno mai fine. Speranza dolcissima, speranza confortatrice, alla cui voce si rallegra tutto l’interno de’ veri fedeli, e il timore di più non dover vivere si cangia in un vivo desiderio o almeno in un saggio sprezzo di morire quaggiù per avere a regnare eternamente con Dio. Ma perchè si oppone per lo più a così nobile speranza la memoria de’ molti e moltissimi peccati nostri, dobbiamo allora di nuovo rivolgerci a Dio con un forte e vero pentimento delle colpe nostre, considerando più che mai, quanto grande, quanto costante sia la sua divina misericordia. Non c’è alcuna sua dote, di cui ci abbia egli dato più spesso, nè più ampiamente, idea e sicurezza, quanto della sua immensa bontà e clemenza. Egli la replica, e tante volte la replica nelle sacre carte, quasi questo buon Dio temesse che ce ne dimenticassimo qualche volta o che ne avessimo da dubitare un giorno. Egli sempre fa e sempre si ricorda che noi siam polvere, che noi siam facili a cadere, e purchè ci vegga pentiti di cuore delle offese a lui fatte e veracemente determinati a servirlo e a non offenderlo, ci corre questo buon Padre incontro, ci cade sul collo con tenerezza inudita e mette tutta in festa la sua real corte per la gioia d’aver ricuperato i figliuoli che s’erano perduti. Adunque possiamo sperar tutto del nostro benignissimo Dio, purchè ci presentiamo a lui con vero abborrimento al peccato, e con filiale amore verso di lui che è il Dio della misericordia. Ma che dissi possiamo? Anzi dobbiamo sperar tutto di lui, perchè egli stesso ci comanda che speriamo, e c’inculca nelle sue divine Scritture la celeste virtù della speranza; nè si dee mai partire dal nostro cuore e dalla nostra bocca quella tanto vera e tanto dolce sentenza: _Chi spera in lui non sarà confuso in eterno._

Finalmente si dee allora di continuo considerare l’obbligazione che tutti abbiamo di fare la volontà di Dio. Siamo sue creature, suoi servi, suoi figliuoli: adunque se il Creatore, se il Padrone, se il Padre ci chiamerà a sè, dobbiamo ubbidirgli con tutta sommessione e rassegnazione, e di buona voglia. Diciamo tuttodì nell’orazione insegnataci dal suo divin Figliuolo che _venga il regno suo, che sia fatta la volontà sua._ Non la vorremo noi fare allora? o pur la faremo con ripugnanza ribelle e con un timore e dispetto a lui ingiurioso? Ad ogni modo si ha da eseguire il volere santissimo di Dio: sarà una deforme debolezza e una spezie di stoltizia il non far volentieri ciò che per necessità si ha da fare. È amara la morte a quei soli che han riposta ogni lor felicità in questa per altro fallace e misera vita terrena, e non amano di sottomettere la propria volontà a quella dell’amantissimo nostro padre Iddio. Tolga egli per la sua infinita clemenza e colla sua potentissima grazia che noi siam di questi. Se ci rifletteremo bene e non saremo accecati dalla passione, ci apparirà chiaro che se mancheremo di vita in un contagio, mancheremo in un tempo in cui più che in altri è facile alle anime cristiane il passare da questa valle di miserie e di peccati, al beatissimo regno del nostro gran Dio e Salvatore Gesù. In altri tempi suole arrivarci addosso la morte all’improvviso, con trovarci mal preparati al viaggio dell’eternità; ovvero, assalendoci le febbri ed altri mali, non ci lasciano l’uso della ragione e dei sensi per poter saldare i conti con Dio e col mondo, prima di metterci in cammino. Ma infierendo la pestilenza, l’aspetto ed esempio altrui grida a gran voce che la morte viene, e che ci convertiamo a Dio, potendosi perciò colla mente sana disporre ciascuno ad agevolmente conseguire la gloria che ci aspetta nell’altra vita. Oltre di che, la peste è un gran campo da esercitar le virtù, e a darsi un ampio capitale di merito appresso il Padron della morte e della vita. Lo stesso sofferir la morte di buon grado, con intenzione d’ubbidire allora a Dio, sarà di un merito immenso presso Dio. _Questa peste_, così diceva S. Cipriano di quella de’ suoi giorni nel sermone della mortalità, _questo morbo che si mostra sì spaventoso e mortifero, va investigando chi sia o non sia dabbene, ed esamina le menti del genere umano; se i sani servano agl’infermi; se i parenti con carità si amino insieme; se i padroni abbiano compassione de’ servitori che languiscono; se i medici non abbandonino gl’infermi; se i crudeli raffrenino la loro violenza; se i rapaci, almeno per paura della morte, estinguano il continuo ed insaziabile ardore della furiosa avarizia; se i superbi pieghino il collo; se gli scellerati depongano l’audacia; se i ricchi, almeno dappoichè muoiono i lor cari e restano senza eredi, e sono anch’essi vicini alla morte, donino alcuna cosa. Queste non sono per noi disgrazie funeste, ma esercizi che porgono all’animo la gloria della fortezza, e col dispregio della morte ci preparano alla corona._

Adunque il miglior partito in sì fatti tempi sarà il prepararsi, come se si avesse infallibilmente a morire, e poi gittarsi tutto in braccio alla Provvidenza divina; e, ciò fatto, attendere coraggiosamente a’ suoi affari, senza però trascurar le diligenze e cautele umane. Quindi verrà confidenza ed allegria, quindi coraggio e costanza di cuore. Se così piacerà a Dio, resteremo qui suoi; se no moriremo parimente suoi, e con isperanza anche più grande che in altri tempi di passar tosto o in breve all’immortalità beata. Eroico poi e degno d’invidia sarà il coraggio di chi allora si sacrificherà tutto agli esercizj della carità cristiana nella cura e nel soccorso del povero popolo. Ma di questo a suo luogo. Chiudiamo il presente argomento con un ricordo a coloro che non solamente ripongono allora tutta la speranza di schivar l’infezione nelle sole diligenze umane, senza curar molto la grazia e la protezione di Dio, ma ancora cercano più che mai lo sfogo dei loro appetiti, nulla movendosi ad una delle maggiori prediche che loro si possano fare nel mondo, cioè al terribilissimo aspetto d’una peste. Sappiano essi avere eglino allora da temer più degli altri che il potente braccio di quello stesso Dio gli arrivi. Non mancheranno mezzi allo sdegno divino di deludere i loro aerei scampi e consigli, e di colpirli quando meno sel penseranno. Durante la peste di Milano del 1586, siccome narra il Giussano nella vita di S. Carlo, s’erano ritirati alcuni nobili cittadini in un castello, per fuggire il pericolo del contagio, e dandosi eglino falsamente a credere che ottimo rimedio, per non prendere il mal della peste, fosse lo stare in qualunque maniera allegri e il darsi di buon tempo, concertarono certi trattenimenti profani ad imitazion del Boccaccio, formando una raunanza con titolo di _Accademia d’amore_; ed ivi consumando tutto il giorno in giuochi, novelle e trastulli, quasi affatto se ne stavano dimentichi di Dio e della loro eterna salute. Ma mentre in questi spassi e diletti pensavano d’essere sicuri da ogni pericolo di male per le diligenze che usavano in guardare quel castello, ecco che tutto in un tratto si scoprì loro addosso lo sdegno di Dio, entrando colà la pestilenza e facendovi più strage che altrove. Un’allegria, ma cristiana, ma santa, cioè fondata sopra una coraggiosa rassegnazione a Dio e sopra un vero desiderio di piacere in tutto a lui, e nutrita dall’orazione e da altri onesti esercizi, con pregar anche l’Altissimo che ci mantenga liberi dall’apprensione e dal timore dei mali temporali e senza voler punto scrutiniare i suoi profondi giudizj; quella sarà la vera allegria che dee accompagnarsi con esso noi, e che principalmente contribuirà a tenerci lontana la peste, ministra fedele dell’ira e provvidenza di Dio.

CAPO III.

_Uffizio de’ vescovi venuto il contagio. Provvisione di ministri e d’altri soccorsi temporali e spirituali. Lazzeretto per gli ecclesiastici. Consolare e animare il popolo colla presenza e con altri aiuti. Varie licenze da concedersi dal prelato. Messe ove da dirsi. Prediche e processioni come da farsi. Quali regole in tempo di generale quarantena._

Felici que’ popoli a’ quali il cielo comparte e principi, e maestrati, e vescovi pieni in tutti i tempi d’amore paterno verso i sudditi, e di nobilissimo zelo pel pubblico bene. Ma non mai si prova cotanto che bel regalo del cielo sia questo come nella disgrazia d’una peste. Sogliono allora i buoni pastori ecclesiastici fare un’offerta a Dio di tutti sè stessi, promovendo poscia con vigilanza continua non meno la felicità spirituale, che la politica delle loro pecorelle, con aiutare il governo secolare a difenderle, per quanto mai si può, dalla peste insieme e dalla fame, e con accudire a far curare gl’infermi, e a consolare e rincorare il popolo afflitto. Sarà pertanto cura del prelato, entrata che sia la peste, l’assistere ai maestrati, acciocchè senza dilazione sieno messi in ordine, o fondati, se la possibilità il permette, lazzeretti ben capaci per gl’infetti e sospetti, e affinchè vengano essi ben provveduti di medici, cerusici, medicamenti, serventi, balie, levatrici, capre, beccamorti, ed altri ministri, colla distinzione degli uomini dalle donne, anzi con procurare eziandio, se si potrà, che le maritate stieno segregate dalle fanciulle, il che per vari riguardi vien consigliato dai saggi; e che non si permettano visite, passaggi e colloqui sotto pretesto alcuno di parentela, amicizia, o d’altro. Veglierà il vescovo, acciocchè ivi non abbia luogo alcun altro scandalo, ma vi si eserciti la carità con esattezza, e vi si promuova la pazienza e la divozione. Metterà ogni applicazione per adunar sacerdoti, confessori, visitatori, ed altre persone tanto ecclesiastiche quanto secolari, che assistano ai lazzeretti, ai monasteri delle monache, e alla cura d’alcuni degl’infetti, ed altri dei sani, e specialmente in sussidio dei parochi, pensando a tutto quello che possa occorrere per l’amministrazione de’ sacramenti. A questo fine sul principio convocherà gli ecclesiastici della città e i capi degli ordini religiosi, e insinuerà, o farà loro insinuare, quello essere il tempo da far conoscere a Dio e al mondo lo spirito della loro pietà, carità e santa vocazione, coll’impiegarsi in servigio specialmente spirituale del prossimo e de’ loro fratelli in Cristo. E qui proseguirà adducendo i motivi più forti per esortarli ed animarli a non mancare d’aiuto in sì estremo bisogno al popolo di Dio, ciascuno secondo le sue forze, abilità ed inclinazioni, per farsi del merito in cielo, e beneficare la patria. Per mezzo ancora de’ parochi, o de’ predicatori, o di qualche editto, o in altra guisa che si trovi più praticabile, farà esporre questo medesimo invito ai secolari maschi e femmine. Tutti quegli, sì laici, come ecclesiastici, che accesi del fuoco dell’amore di Dio si offeriranno al servigio o dei lazzeretti, o degl’infermi, o per altri ministerj caritativi, col nome di _oblati_, si daranno in nota al vescovo, che ne terrà buon conto per distribuirli a suo tempo, e secondo il bisogno, ne’ vari impieghi della carità cristiana, avvertendoli poi di non ricevere cosa alcuna dalla gente infetta o sospetta, affinchè non pregiudichino al proprio corpo, e all’anima ancora, coll’esporsi all’evidente pericolo di contrarre l’infezione anch’essi.

Fu praticato in Milano (e sarebbe desiderabile che potessero far lo stesso altre città) di non mandare gli ecclesiastici al lazzeretto comune degl’infetti; ma erettone un altro a posta per i medesimi, si liberò il pubblico da questa cura, e si provvide con più comodità e decenza al bisogno dei ministri di Dio, con obbligare l’università degli ecclesiastici medesimi a somministrare quanto occorreva. In questo luogo verranno ricoverati gl’infermi dell’uno e dell’altro clero, con questa differenza nondimeno, cioè che per carità e senza spesa alcuna saranno ivi accolti e mantenuti quegli ecclesiastici tanto secolari quanto regolari che avessero preso il male nell’attuale servigio dei lazzeretti o degl’infermi, o pure per la loro povertà non potessero spendere; resteranno obbligati a pagare gli altri che non faticano e possono pagare.