Del governo della peste e della maniera di guardarsene

Part 21

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O pure ℞. _Un pomo granato garbo, cioè di mezzo sapore, e tagliatolo in pezzi minuti, fallo cuocer benissimo in aceto; dipoi ben pestato fanne empiastro, accomodandolo al carbone con pezza bianca, sopra bagnata nello stesso aceto della decozione; e tienlo così senza muoverlo, attendendo a bagnarlo coll’aceto sopra la pezza. Va messo grosso questo empiastro, e tenuto caldetto._

Altri consigliano per la gente povera il prendere trementina lavata in acqua di scordio, e mele rosato mezz’oncia per sorta, e farne empiastro. Se gli può aggiungere pece liquida, con un poco di sapone spagnuolo, per renderlo più efficace. E a proposito della pece, in Olanda i poveri in tempo di peste prendono pece navale liquefatta, e mischiando seco altrettanta quantità di pece liquida, ne formano empiastro, attestando il Diemerbrochio d’aver osservato moltissime volte i carboni egregiamente separati con questo solo rimedio. Viene stimato e consigliato assaissimo l’empiastro di diachilon con gomma, o il basilicon, o l’empiastro formato di galbano, oxicroceo e diachilon mischiati insieme. Aggiungerò ora altri empiastri creduti anch’essi molto utili. Il Pareo scrive d’essersi spesse volte servito con felicità del primo d’essi.

_Empiastro suppurante per i carboni._

℞. _Caligine di cammino onc. 4; sale comune onc. 2. Si riducano in polvere sottile, e aggiunti due rossi d’uovo, si sbattano finchè prendano consistenza, e si mettano tepidi sopra i carboncelli._

_Altro empiastro maturante._

℞. _Fichi secchi polputi, uve passe, noci monde, ana onc. 2. Si cuocano per alquanto tempo in vino bianco quanto basta; dipoi si pestino bene in forma di cataplasma, a cui aggiungi due rossi d’uovo e un poco di sale._

_Empiastro di Giulio Palmario._

℞. _Rossi d’uovi freschi num. 6; sale comune ben seccato onc. 1; olio di gigli mez. onc.; triaca dram. 1; farina d’orzo quanto basta. Fanne empiastro, che sarà anche più gagliardo se vi aggiungerai sapone, calcina poco fa smorzata, e un poco di lievito acido e di sugna vecchia e salata di porco._

_Empiastro lodato assai da Francesco Joele._

℞. _Triaca d’Andromaco, mitridato, ana dram. 2; trementina lavata in acqua di scordio, butirro senza sale, ana mez. onc.; mele rosato dram. 3; sale seccato dram. 2; caligine dram. 5; sapone nero dram. 6; un rosso d’uovo. Si pestino e maneggino secondo l’arte, e se ne formi empiastro._

_Empiastro d’Angelo Sala._

℞. _Pece navale, ragia di pino, gomma ammoniaca depurata, cera vergine, ana onc. 1 e mez.; asfalto onc. 1; mele cotto sino a divenir nero mez. onc.; canfora disciolta in olio di succino dram. 1. Si faccia empiastro._

Il medesimo Sala prescrive un altro empiastro attraente e rottorio per i carboni, chiamato da lui eccellentissimo specifico, e tale ch’egli non crede trovarsi un rimedio simile fra tutti i topici, operando esso in poche ore effetti mirabili. Quantunque io mi sia astenuto dal produrre molte altre composizioni di certi medici spargirici, perchè troppo difficili, e perchè non credute da me di quel valore che viene spacciato da’ loro autori, tuttavia riferirò questo, che però non è molto diverso da quello del Barbetta riferito nel cap. antecedente.

_Empiastro chiamato efficacissimo dal Sala._

℞. _Gomme sagapeno, ammoniaca, galbano, ana dram. 3; trementina cotta, cera vergine, ana dram. 4 e mez.; magnete arsenicale sottilmente polverizzata dram. 2; radici d’arone polverizzate dram. 1. Le gomme si depurino, cioè si sciolgano con aceto scillitico, e si cuocano a consistenza di empiastro._

Ma affinchè si sappia ciò che sia la magnete arsenicale, ecco la maniera di prepararla:

℞. _Arsenico cristallino, solfo vivo, antimonio crudo, ana, cioè parti eguali. Polverizza tutto in mortaio di ferro, e ponlo in vaso fortissimo di vetro al fuoco di arena, finchè il vetro ottimamente si riscaldi, e le suddette cose si disciolgano e liquefacciano, il che si osserverà quando si manderà giù al fondo qualche filo, il quale tirato su sarà rigido a guisa di trementina, e darà segno di bastante cottura. Poi leva il vetro dal fuoco, e quando sarà raffreddato, rompilo, e sottilmente polverizza quella pietra, serbandola per l’uso._

Silvio de le Boe anch’egli loda assaissimo la suddetta magnete. Nell’anno 1655, allorchè la peste malmenava la città d’Utrecht ed altre molte in Fiandra, fu ritrovato per la cura dei carboni l’olio, o sia il butirro d’antimonio. La maniera di adoperarlo era questa: Ungevano leggermente con una piuma intinta in esso olio il carbone, dopo averlo prima attorniato con un cerotto difensivo per impedire la dilatazione del corrosivo. Ora scrivono che esso carbone mirabilmente in poco tempo si separava dalla carne sana, e che potevasi facilmente staccare. Di più era tale unzione efficacissima per impedire il serpeggiare e dilatarsi dei carboni. Con fidanza m’induco a proporlo e a credere che possa veramente riuscire di gran profitto, perchè il Diemerbrochio, medico poco creduto, e assai guardingo e sincero, ci assicura d’averne provato maravigliosi effetti, con chiamarlo anche _acerrimum quidem, sed aureum certe remedium_. Altrettanto ne attesta per esperienza anche il suddetto Silvio de le Boe. E sapendo io che del pari i medici italiani se ne servono con buon successo, come d’ottimo rimedio caustico o corrosivo, in altri casi, purchè se ne vagliano a tempo e con cautela, perciò me l’immagino giovevolissimo anche in tempi di peste. Lo Scradero nella sua Farmacopea, e il Donzelli nel Teatro Farmaceutico con molte lodi rapportano la ricetta della composizione suddetta nella seguente forma:

_Olio, o sia butirro d’antimonio._

℞. _Antimonio purissimo, mercurio sublimato, parti eguali. Mischia accuratamente in mortaio di pietra con pestello di legno, avvertendo di non toccar mai colle mani la composizione; e poi mettila nella storta di vetro, e quindi posala in cantina per tre giorni, acciocchè gl’ingredienti s’inumidiscano. Appresso per la stessa storta si distillino in arena a fuoco mediocre o a fuoco aperto accresciuto a poco a poco. Ne uscirà liquore, o sia butirro d’antimonio a guisa di ghiaccio. Se si quagliasse nel collo, accostavi cautamente un carbone infuocato, acciocchè resti libera l’uscita al medesimo. Uscito il butirro, accrescendo il fuoco, sublima nel collo della storta il cinabro, che chiamano d’antimonio. Si rettifichi dunque per istoria il liquore uscito; o pure quest’olio avanti la rettificazione s’impregni del suo cinabro, il che si fa coll’aggiungere al suddetto olio il cinabro tritato, e farlo stare così per 24 ore in vetro chiuso entro la cenere, affinchè in tal maniera s’unisca bene il tutto, dopo di che si rettifichi per istoria di vetro_.

Voglio aggiugnere la maniera tenuta dal Cristini (chimico anch’esso) nel curare i carbonchi durante la peste di Roma del 1656. Applicava egli alla vescica de’ carboni, coprendola tutta, uno dei seguenti trocisci, inventati però dal Riverio suo maestro.

_Trocisci per curare i carboni._

_Togli fecce di regolo d’antimonio, e mettile in luogo umido sopra un marmo e sotto d’un vaso, di modo che non vi possa piovere sopra, ma vi penetri la sola aria. Si scioglieranno in olio, che poi si dee esalare a fuoco lento, e se ne formerà un sale pungentissimo, del quale prendi onc. 1. Aggiungi mercurio sublimato onc. 1; farina d’orzo e di lente, ana onc. 2; gomma dragante liquefatta in acqua rosata dram. 2. Formane trocisci, che applicati ai carboni, mirabilmente corrodono la carne cattiva._

_Empiastro da applicarsi intorno ai carboni._

℞. _Unguento di mucilagine, d’altea, ana onc. 2; sugna vecchia e non salata di gallina e di porco, ana onc. 1; fichi secchi onc. 6; uva passa mondata da’ suoi acini, o granelli, onc. 3; lievito acido mez. onc.; farina di semi di lino e di fieno greco, ana onc. 1; zafferano scrup. 2; olio di camomilla e di gigli, ana onc. 1. Mescola, e fanne empiastro._

Col sopraddetto trocisco si formava l’escara, o sia la crosta sopra il carbone; e coll’empiastro si maturava in tal maniera, che in termine di 24 ore il carbone si poteva staccare con tutta la sua radice. Espurgava dipoi il Cristini la fossa restata nella carne buona, e la medicava con unguenti atti a rimettere la carne. Se s’incontrava in carboni ostinati che in 24 ore non venissero alla separazione, tagliava loro intorno, e levata via con un coltello l’escara, applicava di nuovo il trocisco e l’empiastro, ed anche la terza volta occorrendo, finchè si sterpasse la radice del carbone, dopo di che adoperava i digestivi ordinari per sanar quelle piaghe. Notisi nondimeno che è proprio de’ chimici, e specialmente di certi empirici, il promettere di guarir molti mali coi loro rimedi in 24 ore; ma il mantener la parola, oh questo è il difficile. Molto più si noti che in tutti i metodi, allorchè il carbone si vede suppurato, o, per dir meglio, disposta la sua carne morta a separarsi dalla viva, si ha da aiutare a cavarlo fuori col ferro. Nell’Avvertimento stampato in Modena l’anno 1630 si vede che ai carboncelli si metteva sul principio una pezzetta sopra, o pure sfilacci, con unguento egiziaco e triaca insieme, e sopra empiastro diachilon semplice. L’altro giorno, dopo aver unto il carbone con butirro, se gli metteva sopra una pezzetta con unguento isis, a cui era mischiato alquanto di precipitato, e sopra essa aggiungevasene un’altra con unguento diapalma. Vedutosi nel terzo dì il carbone mortificato, che si scarnava, il tiravano via colla molletta, medicando poi la piaga con digestivo, e di sopra diachilon semplice o mollitivo, ovvero unguento semplice. Benchè un tal metodo abbia del triviale e qualche pregiudizio de’ nostri vecchi, nè sia proprio per far dei miracoli, tuttavia ho voluto farne menzione, perch’esso in fine non è pericoloso, e può trarsene profitto. Paolo Barbetta scrive che se dal vescicante o da un cauterio attuale in termine di 12 o di 24 ore non è impedito il crescere del carbone, è imminente la morte dell’infermo, come ancora se non ne esce umidità alcuna; ma che venendo la vescica e la marcia nella debita forma, e facendosi la separazione, si salverà. Lascerò considerar meglio a chi è della professione questo aforismo.

E perciocchè accade che i carboni facciano escara, o sia crosta dura, che impedisce l’operazione dei rimedi, insegnavano i secoli antecedenti di ammollirla con butirro fresco, aggiuntovi un poco di zucchero, o con sugna di porco, o con altri simili lenitivi. O pure adoperavano sughi di appio o di porro, cotti con mele; ovvero mollica di pane con sugo d’appio o di basilico; siccome ancora digestivo di rosso d’uovo o d’olio rosato con trementina, a cui si può aggiungere un poco di zafferano. L’Ingrascia insegna la seguente composizione da usarsi sopra sfilacci, siccome proporzionata non solo per far cadere l’escara, ma per mondificare la piaga.

_Unguento per levare l’escara de’ carboni._

℞. _Mele rosato onc. 3; sapa onc. 1 e mez.; sugo d’appio, di assenzio, ana dram. 7; sugo di scabbiosa onc. 1 e mez.; trementina onc. 6; farina d’orzo, di frumento, ana onc. 2. Purificati prima i sughi, si bollano insieme tutte le suddette cose, finchè si faccia unguento, a cui s’aggiunga in fine sarcocolla dram. 3, zafferano mez. dram._

_Empiastro per far cadere l’escara._

℞. _Farina di frumento, d’orzo, ana onc. 3. Impastisi con decozione di malva, di viole, di radici d’altea; aggiugnendo sugna di porco liquefatta e butirro, ana onc. 2, e due rossi d’uovo. Pestate le cose pestabili, si cuocano e si mescolino insieme, facendone empiastro._

_Unguento del Barbetta per far cadere la crosta de’ buboni e carboni._

℞. _Mele vergine, sugna d’anitra, ana onc. 1; caligine di cammino dram. 6; trementina onc. 1; rossi d’uovo 2; triaca dram. 3; olio di scorpioni semplice quanto basta. Mescola, e fanne unguento._

Quando l’escara sia pertinace, si osservi che non è bene il fare violenza col ferro, apportando ciò molto cruccio e qualche pericolo ai poveri pazienti. Si attenda coi rimedi ad espugnarla. Finalmente separato ed estratto il carboncello, convien purgare e governar la piaga coi digestivi, e poscia a guisa delle altre ulcere condurne la cura, finchè s’incarni a poco a poco, e senza precipizio si cicatrizzi. A questo effetto potrà bastare unguento composto di cera nuova, sugo d’appio o mele bene spumato. Francesco de le Boe Silvio scrive che a mondificar presto la piaga serve mirabilmente il balsamo di solfo, e specialmente l’anisato, mischiato con unguento tetrafarmaco e basilicon, e applicato alla piaga. E fin qui della cura de’ carboni.

CAPO X.

_Petecchie, febbre, delirio, vigilia, sonno, vomito, siccità di lingua, emorragie, ed altri sintomi delle pestilenze. Sollecitudine necessaria in curar per tempo gl’infetti. Veleno pestilenziale se coagulante o squagliante il sangue. Quai rimedi maggiormente s’abbiano ad aver pronti per i tempi della peste._

Suol anche scoprirsi il veleno pestilenziale per via di certe macchie, picciole per lo più, e di colore purpureo, le quali veggono chiamate petecchie. Io non son da tanto che possa mettermi ad esaminare se queste sieno prodotte della coagulazione o dallo scioglimento del sangue, siccome ancora se sieno porzioni di questo, fermatesi nelle boccucce delle vene capillari, o pure efflorescenze di sali volatili d’esso sangue venuti alla cute. Lascio volentieri ai medici l’importanza di queste riflessioni per regolamento de’ pronostici e della cura in tali casi; e solamente oserò, fidato sul parere de’ più saggi, chiamar esse petecchie, nella peste vera, peggiori degli stessi carboni, con farne di più un infausto pronostico, per essere stato osservato allora che comparendo esse, o purpuree, o verdi, o violacee, hanno quasi sempre annunziata vicina la morte. Alcuni medici di gran nome le hanno credute salutevoli; ma è da vedere se tal credenza sia stata appoggiata solamente sopra acuti raziocini, perciocchè la sperienza ha fatto apparir troppe volte l’opposto, mentre in alcune pesti non è campato nè pur uno di quei che le aveano, e senza giovare che fossero in poca quantità, poichè il caso era tuttavia disperato. Così parlo io secondo l’altrui sentenza e sperienza, non lasciando però di concepire che si possano dar pestilenze di tal natura e discretezza, che lascino anche guarire le persone assalite dalle petecchie, perciocchè son persuaso che da una sola peste non si può nè si dee misurare ogni altra peste, per quel che riguarda alcuni medicamenti e sintomi. Non è costume delle petecchie il dare allora tempo a’ rimedi. Ma prendendo gl’infermi senza dilazione alcuna i sudoriferi e gli altri antidoti contro la pestilenza, può accadere che la natura (mi sia lecito il valermi sempre di questo nome, perchè qui non occorre entrar nelle dispute delle scuole) con altre più favorevoli crisi si liberi dai sali pestilenziali intenti ad opprimerla, e prevenga le petecchie, indizio allora di morbo già troppo avanzato e malignato.

La febbre è uno degli ordinari corteggi della peste, e ad espugnarla servono gli antidoti finora descritti. Ed avvertasi accadere spesso in tempi di peste che le febbri continue, terzane e simili, e i vaiuoli, ed altri mali, facilmente degenerino, ed anche molti giorni dipoi, in febbre pestilenziale; e perciò saggiamente opereranno i medici, trattando allora tutte le febbri nel principio d’esse come veramente pestilenziali, e prescrivendo i sudoriferi ed antidoti che sono a proposito contro la peste. Probabilmente però non succederà questo, ove si tenga il malato in debita distanza dall’aria, ambiente le persone, robe e case appestate. Appresso con questo fierissimo morbo s’accompagna sovente una fiera doglia di capo, che porta intollerabil tormento agl’infermi; ma anch’essa suol cedere agli antidoti suddetti; e, occorrendo, i medici possono prescrivere qualche anodino. Lo stesso dico del delirio e della frenesia, avvertendo qui che il dar bevande di mandorle, che mandolate si chiamano, e vengono lodate contro il delirio e il dolor di capo, ecc., s’è osservato non solamente lontano dal giovare, ma anche molto nocivo, cagionando esse dipoi vomiti, ansietà, ed altri gravi sintomi. Così i medicamenti oxirrodini, e i frigidi, e i narcotici, e i meri sonniferi sono da fuggire, non potendosi allora adoperare senza pericolo d’altri sconcerti. Scrive il Belcaire che in una peste di Firenze le fanciulle divenendo frenetiche, si andavano ad affogar ne’ pozzi; ma fatti per ordine dal magistrato strascinare per la città i cadaveri nudi delle sommerse, un tale spettacolo indusse cotanta vergogna e terrore nell’altre, che si frenò meglio con questo ripiego, che col timore della morte la loro insania. _Sit fides penes auctorem_. Trovo io però in Eliano che le fanciulle di Mileto, benchè non corressero tempi pestilenziali, caddero in una somigliante disgrazia, e vi fu adoperato il medesimo rimedio. La vigilia è stato avvertito che non fa gran danno. Bensì ne porta dei gravissimi il sonno nel principio del morbo, e finchè non sieno presi i sudoriferi, al contrario di quel che si osserva in altri mali, ne’ quali ricevono gl’infermi tanto ristoro dal sonno, e massimamente solendo esso contribuir molto all’operazione del sudore. Perciò allora a tutti i patti bisogna tenere svegliati gl’infermi, permettendo poi loro dopo il terzo o quarto giorno di dormire per tre o quattro ore, finchè abbiano ricuperata la sanità. Al più al più, quando la vigilia fosse continua, unger loro le tempie con olio di noce moscata spremuto; ma non dar loro nè oppiati, nè altri soporiferi per bocca, a riserva della triaca, del diascordio, dell’orvietano, e d’altre simili composizioni, che sono bensì alquanto oppiate, ma non in guisa da nuocere per questo, essendo poi necessarie per altri effetti. L’aceto canforato, lo sbuffar nel viso alquanto di vin bianco generoso, ed altri rimedi possono giovare a tenersi svegliato. Dopo il sudore suol cessare la gran voglia di dormire.

Sono ancora compagni per l’ordinario del morbo pestilenziale una somma debolezza, un’ansietà di cuore e un vomito o nausea fastidiosissima, inutile, anzi sommamente nociva, di modo che non si vuol prendere, nè si può ritenere alcun medicamento. Per provvedere a tutto vengono sommamente lodate le seguenti composizioni dal Diemerbrochio.

_Rimedi per la debolezza e pel vomito._

℞. _Conserva di rose rosse onc. 1 e mez.; diascordio del Fracastoro dram. 3 ovvero 4; acqua triacale descritta di sopra in questo libro onc. 4; sugo di limoni fresco, acqua di cinnamomo, ana onc. 1 e mez. Mischia, e dopo aver lasciato posare per una o due ore, cola tutto con pezza bianca. Aggiugni alla colatura confezione di giacinto senza muschio dram. 1, e mischia. Prendine spesse volte il giorno un cucchiajo._

_Linimento._

℞. _Olio di noce moscata spremuto, olio di scorpioni del Mattiuolo o di lauro, triaca, ana dram. 1; olio di ginepro mez. scrup., di succino scrup. 1, di garofani o di cannella gocce 3. Mischia insieme, e fanne linimento, col quale tiepido ungi la bocca dello stomaco due o tre volte il giorno. Dipoi mettivi sopra la seguente_

_Pasta._

℞. _Radici di calamo aromatico, noce moscata, ana dram. 1; garofani, benzoino, ana mez. dram; foglie di menta dram. 2. Polverizzato il tutto sottilmente, aggiungi onc. 3 o 4 di mollica di pane, e aceto rosato quanto basta, e fanne pasta, che stesa sopra una pezza, e scaldata, applicherai alla regione del ventricolo._

Il Sennerto, citando la sua sperienza, scrive che a comprimere la voglia del vomitare è rimedio quasi miracoloso il dare una dramma di sale di assenzio in un cucchiajo di sugo fresco di limoni. Altri danno del vino bianco con entro polvere di cannella e di noce moscata caldissimo all’infermo, e il fanno alquanto dormire. Per rimettere l’appetito del cibo consigliano altri lo spirito dolce di sale e l’elisire di proprietà. Così vien creduto che conforti assai l’olio di scorpioni del Mattiuolo o del Granduca, per tacere altri rimedi.

Alla gran siccità della lingua molte abluzioni sono prescritte dai medici. S’è osservato che la migliore di tutte è l’acqua semplice. Il mischiarvi aceto fa che dopo essersi sciacquato ritorni la sete e la siccità più molesta di prima. Non occorre sperar rimedio agli spessi starnuti, nè al singhiozzo nella peste, perchè questi sono irritazioni convulsive, e segni allora di morte imminente ed inesorabile; e poco ci manca a poter dire lo stesso delle orine grosse, oleose e nericce. Rarissime volte ancora accade che in tempi tali si freni lo sputo del sangue, o il suo flusso per le parti d’abbasso, cagionato probabilmente dai sali corrosivi della peste, che aprono le bocche dei vasi, e sfibrano, e disciolgono il sangue. Alla emorragia bensì delle narici, quantunque non tanto pericolosa, e ai flussi naturali, ma fuor di tempo, delle donne, si può talvolta rimediare, ed è necessario rimediare, per quanto si sa, non essendo questa per l’ordinario in tempi pestilenziali una salutevol crisi della natura (come alcuni si sono figurato, e può esser vero in altri morbi acuti) ma un effetto pernicioso della violenza del male. Tutte le emorragie sono allora indizio di pericolo, o pure di morte inevitabile. Così scrivono comunemente i medici, e l’avverte ancora Paolo Barbetta; ma non vo’ lasciar d’avvertire anch’io venire asserito dal medesimo Barbetta che chi nella peste del suo tempo aveva l’emorragia del naso e il flusso mestruo, per lo più si salvava. Qualora dunque si scorga nocivo il flusso del sangue, converrà dar di piglio a rimedi esterni ed interni, refrigeranti ed astringenti, come insegna la medicina, e non perdere tempo. In Firenze si trovò molto buono il sugo d’ortica, con cui si bagnava la fronte e le tempie, turando ancora le narici con due taste intinte nel medesimo sugo. Altri pigliavano pelo di lepre tirato finissimo, e il soffiavano nel naso. In quanto alla diarrea, conosciuta dai più saggi anch’essa per uno dei più perigliosi sintomi della peste, e massimamente allorch’ella sopravviene a chi è già ferito dalla peste (essendo all’incontro la stitichezza un indizio lodevole); la ragione e la sperienza hanno insegnato che s’ha da procurar di fermarla e senza menoma dilazione, altrimenti il malato sen va. Quando ciò non succeda nel principio, si rende questo incomodo incurabile. I sudoriferi ed antidoti astringenti sono quelli che debbono usarsi e che possono domarlo, scegliendo specialmente i più propri per resistere al veleno e alla putredine della pestilenza. Il Pareo loda assaissimo la seguente

_Polvere per curare il flusso del ventre._

℞. _Bolo armeno, terra sigillata, pietra ematite, ana dram. 1; pece navale dram. 1 e mez.; corallo rosso, perle preparate, corno di cervo bruciato e lavato con acqua di piantaggine, ana scrup. 1 e mez.; zucchero rosato in tavolette onc. 1. Se ne faccia polvere, di cui si dia un cucchiajo al malato prima del cibo o con un rosso d’uovo._

Eustachio Rudio per la cura di questo flusso loda molto lo scordio dato con zucchero rosato o conserva d’acetosa. Più gioverebbe prendendolo colla suddetta polvere, o pure con un poco di triaca o di diascordio, ovvero, se la febbre fosse ardentissima, con alquanto di conserva di rose rosse, o con rob di cornio, o sia corniolo, o di acacia.